lavoro fu pubblicato un articolo notevolissimo del signor Enrico de
l'Epinois sopra Galileo, dove si valse di tutti gli autori antecedenti,
e del processo originale comunicatogli a Roma. Arriva alle medesime
conclusioni nostre per altra via; il che tanto più le conferma. «Il
decreto dichiarò _falsam_ una dottrina astronomica, che in fatto non lo
era: la dichiarò contraria alla Scrittura, e non l'era: s'è dunque
ingannato; tutti il concedono, ma lo stato delle cognizioni d'allora non
permetteva d'ammettere la nuova teoria del movimento della terra, che
non fu mai discussa avanti al tribunale come dottrina scientifica, bensì
come contraria al senso tradizionale delle sacre scritture. Per ciò al
principio del XVII secolo il tribunale la condanna: nel secolo XIX il
tribunale stesso l'adotterebbe, senza perciò modificare i principj sui
quali appoggiavasi la sentenza. Fra le due epoche è cangiato non un
principio teologico, ma un fatto scientifico, cioè che la teoria di
Copernico oggi non è un'improbabilità scientifica, ma una verità
constatata dalla scienza. Il decreto del 1616 fu un semplice
provedimento di prudenza, perchè non ne soffrisse la verità cattolica:
_ne in perniciem catholicæ veritatis serpat._ Questo è il motivo: e a
tal riguardo è notevole la differenza fra le espressioni de' consultori
e quelle del decreto della Congregazione. I consultori decretano
insensata, assurda, eretica quell'opinione: la Congregazione ommette
tutti quegli epiteti, e si limita a dichiararla falsa e contraria alla
Scrittura. Nella stessa censura de' consultori, la prima opinione è
condannata senza riserva; la seconda, cioè l'immobilità del sole, è
detta solo erronea. Dunque anche dal lato scientifico il tribunale è men
colpevole che non si dica. Secondo Galileo, il sole non aveva alcun
movimento locale: oggi è dimostrato il contrario: e l'immobilità del
sole è proposizione assurda in cosmografia. Che conchiuderne, se non che
la dottrina del moto della terra era ben lontana dall'essere
scientificamente stabilita? e come rimproverare, non ad una commissione
scientifica, ma ad un tribunale ecclesiastico, di non averla
immediatamente adottata, modificando l'interpretazione secolare d'un
testo della sacra scrittura?» (pag. 100)
Ivi sono moltiplicate le prove del rispetto e della benevolenza de'
Romani e dei papi verso Galileo, e dell'assurdità della tortura
inflittagli, sulla quale l'ostilissimo Libri non sa addurre altra prova
se non che «essa era talmente abituale, che non si prese neppure la
fatica d'accennarla». Il qual Libri adduce pure che i manuscritti di
Galileo furono saccheggiati e dispersi dai famigli del Sant'Offizio, e
la più parte perì, e che poco mancò non si gettasse in una fogna il
cadavere di lui. È noto che il granduca Leopoldo II fe fare l'edizione
delle opere di Galileo, i cui manuscritti conservava nella preziosissima
sua Biblioteca Palatina.
Dall'esame del processo stesso risulta che fu una precauzione per lo
meno inutile quella di monsignor Marini di non pubblicarlo
integralmente. Ivi sono testualmente queste parole di Galileo: «Per
maggior conformazione del non aver nè tenuta nè tener per vera la
dannata opinion mia della mobilità della terra e stabilità del sole, se
mi sarà conceduta, sì come io desidero, abilità e tempo di poterne fare
più chiara dimostrazione, io sono accinto a farla; e l'occasione v'è
opportunissima, attesochè nel libro già pubblicato sono concordi
gl'interlocutori di doversi, dopo certo tempo, trovar ancor insieme per
discorrere sopra diversi problemi naturali separati, della materia nei
loro congressi trattata. Con tale occasione dunque dovendo io
soggiungere una o due altre giornate, prometto di ripigliar gli
argomenti già recati a favore della detta opinione, falsa o dannata, e
confutarli in quel più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà
somministrato».
E altrove: «Già molto tempo avanti la determinazione della sacra
Congregazione dell'Indice, e prima che mi fosse fatto quel precetto, io
stavo indifferente, ed avevo le due opinioni di Tolomeo e di Copernico
per disputabili, perchè e l'una e l'altra poteva esser vera in natura.
Ma dopo la determinazione sopradetta, assicurato della prudenza de'
superiori, cessò in me ogni ambiguità, e tenni, siccome tengo ancora,
per verissima ed indubitata l'opinione di Tolomeo, cioè la stabilità
della terra e la mobilità del sole».
Qui soggiungerò che sta nell'Archivio di Firenze una cronaca del
Settimanni, dove quasi giorno per giorno son notati gli avvenimenti. Il
cronista è avversissimo agli ecclesiastici: pure non fa cenno di brutali
trattamenti a Galileo. Scrive: «A dì X febbrajo 1632 (stile toscano)
giovedì giunse in Roma G. Galilei, celebre astronomo fiorentino,
chiamato dalla Congregazione del Sant'Uffizio, e fu arrestato nel
palazzo del serenissimo granduca, situato alla Trinità de' Monti, dove
abitava l'ambasciadore fiorentino. — Dicembre 1633. Il dottissimo
matematico G. Galilei, dopo essere stato circa mesi 5 a disposizione del
Sant'Uffizio di Roma, arrestato nel palazzo dell'ambasciadore
fiorentino, ed aver abjurato l'opinione di Copernico circa il sistema
del mondo, e di poi per ordine del medesimo Sant'Uffizio essere stato
circa altri mesi cinque insieme nell'abitazione di monsignor arcivescovo
Piccolomini, essendogli stata data libertà di star in campagna,
ritirossi alla sua villa di Bellosguardo».
Nel carteggio de' cardinali, in esso Archivio, filza LXXXII, sono
lettere del cardinale Federico Borromeo e del cardinale Orsino, che
promettono al granduca ogni appoggio al Galilei quando era citato a
Roma.
[336] _Pour ruiner un malheureux, spécialement un talent supérieur...
deux ou trois acharnès suffisent a l'œuvre... Dans le procés de Galilée,
le mouvement de la terre n'était point en jeu; mais seulement le
mouvement de l'envie._ PHIL. CHASLES, _Galileo Galilei_, prefazione.
Ripudiando le vulgari dicerie, egli ne imputa l'invidia de' letterati
nemici, e la tepidezza degli amici.
_Quelle aménité! Ce mond social est si délicat! Le pape punit à regret;
le grandduc voudrait sauver le philosophe: Niccolini s'y emploie: Bali
Cioli le porte dans son cœur. Partout convenence, bonne grâce,
révérences attendries, obéissance acceptée: une régularité accomplie. De
justice et d'équité pas un mot. On ne le jette pas en prison, ce qui
serait trop féroce. Son agréable ennemi Firenzuola vient le voir, lui
sourit, l'interroge, le plaint, l'allaite d'espérances... Les dernières
annèes du grand astronome se passérent dans cette ville solitaire. Aucun
geólier ne le surveillat, et cette pénitence enfantine aigrissait
l'ennuie de la retraite, jointe à de vives souffrances physiques. Le
sentiment de sa faiblesse intime, de ses détours inutiles ét de ses
inutiles concessions devait y ajouter bien de l'amertume; et le peu du
fruit qu'il recueillait de sa longue humilité, devait le lui faire
regretter cruellement... Tout savant qui voulait plaire et arriver aux
honneurs le couvrait d'injures dans un gros livre dedié aux puissances:
on disait et on imprimait tout ce qu'on voulait contre lui: lui ne
pouvait rien imprimer ni rien répondre à qui que ce fût... Les Grassi,
les Caccini, les Firenzuola se frottaient les mains en achevant cet
assassinat à coups d'épingles et à coups de matelas. O personnes
dislingués! o mœurs adoucies! ce que vous avez de pire c'est que vous
avilissez et dégradez vos victimes... Mais, grand homme, pourquoi vous
laissez-vous dégrader? On peut comparer ces doux assassinat qui a duré
huit ans, et n'a fini qu'avec sa vie, au meurtre du malheureux Prina,
dont les bourgeois d'une autre ville italienne se defirent en 1814 à
coups de parapluie lentement, doucement, hommes civilisés qui
détestaient ce bruit, opéraient comme les envieux de Galilée, avec
componction, sagesse et convenence._
Il protestante Federico De Rougemont (_L'homme et le singe, ou le
matérialisme moderne_. Neuchatel 1865) esclama: _On nous parle beaucoup
d'un Galilée emprisonné il y a plusieurs siècles par l'Inquisition
romaine, et l'on oublie que, l'autre jour, pour ainsi dire, les
republicains de 1793 interdisaient à 25 milions de Français le culte de
la religion chrétienne._
[337] La Polissena, che fu poi Maria Celeste, morì il 5 aprile 1634. Io
trassi un racconto pietoso dalle lettere di lei, che comparvero
saviamente scelte nell'edizione dell'Alberi, poi indiscretamente
nell'opera dell'Arduini.
[338] Guglielmo Libri, che ai dì nostri rinnovellò ed inasprì tutte le
vulgarità in proposito del processo di Galileo, fa del Cavalieri uno de'
peggiori nemici di questo e suo plagiario. Or bene, Galileo ne parla
sempre con affetto e riverenza: e il 26 luglio scrive: «Godo da otto
giorni la dolcissima conversazione del molto reverendo padre Bonaventura
Cavalieri, _alter Archimedes_». E al 16 agosto: «Il padre matematico di
Bologna è veramente un ingegno mirabile». E il 18 ottobre: «Sento gran
consolazione della soddisfazione ch'ella (frà Micanzio) mostra della
contratta corrispondenza d'affetto col padre matematico di Bologna».
Or come il Libri s'ingannò o perchè ingannò?
Il Cavalieri era frate _gesuato_, e il Libri lo scambiò per padre
_gesuita_: _inde iræ._
[339] La lettera è nel tom. IX, p. 196 delle _Opere di Galileo Galilei_,
edite a Firenze.
[340] Si fa tanto caso dello _Sta sol contra Gabaon_. Ma anche nelle
ipotesi più accettate, il sole si muove con tutti gli altri soli, forse
in quella gran nebulosa che si chiama la via lattea. Quando il sole si
fermasse, si fermerebbero i pianeti e i satelliti del suo sistema;
quindi la terra e la luna. Ciò non toglierebbe quelle incongruenze che
gli astronomi riconoscono nel miracolo di fermarsi soltanto la luna e la
terra?
[341] Lo racconta ella stessa in lettera ch'è fra le inedite del
Fabbroni.
[342] L'abate Henry ha pubblicato a Parigi, il 1865, _Les protestants
revenus à la foi catholique avec l'exposé des motifs qui les ont
déterminés_; e la prima serie comprende le conversioni in Francia, la
seconda quelle in Germania e Svizzera, la terza gl'Israeliti. Credemmo
bene aggiungervi alcunchè per quelle in Italia, dove menzioneremo
Alberto Bury, che abjurato in Venezia il calvinismo, stampò colà nel
1576 _Methodus facilis veram Ecclesiam lumine rationis inveniendi,
proposita a quodam calvinista seu reformato, in gremio sanctæ Ecclesiæ
cath. ap. rom. reducto_. Anche monsignor Rœss vescovo di Strasburgo,
stampa ora _Les convertis de la Reforme, d'après leur vie et leurs
écrits_; vera controversia in azione.
DISCORSO L.
IL SECOLO XVII. FILOSOFI. IL QUIETISMO.
Da un secolo e mezzo le discordie originate dalla Riforma sovvertivano
tutta l'Europa, dove più dove meno sanguinose, e peggio nel paese dove
prima era stata annunziata. Perocchè la Germania, campo di battaglie e
teatro di dissoluzioni fin dal primo momento, vide alfine prorompere la
guerra che si chiamò dei Trent'anni, dove scopo ostentato era la libertà
de' credenti; scopo vero, la libertà de' principi di introdurre qual
religione volessero. Paesi intieri rimasero spopolati, molti castelli
divennero tane di lupi e la civiltà di quel popolo che avea primeggiato
nel medioevo, restò affogata nel sangue. Alle due parti spossate caddero
alfine le armi di mano, e la pace di Westfalia, conchiusa nel 1648, fu
la prima che si combinasse non più, secondo il patto religioso del
medioevo, in nome del vangelo e della repubblica cristiana e secondo la
prevalenza del papato o dell'impero, ma dietro ad un nuovo diritto
politico e al concetto dell'equilibrio materiale fra le potenze.
Trent'anni di strazj aveano convinto che ormai una religione non poteva
abbattere l'altra, e perciò nella pace si stabiliva che la cattolica, la
luterana, la calvinista fossero egualmente tollerate, però entro i
confini territoriali che aveano allora. Non si metteano dunque d'accordo
le parti, ma si obbligavano a cessare d'osteggiarsi. Costituendo
legalmente come protestante tanta parte d'Europa, toglievasi ai papi la
speranza di ricondurla all'unico ovile. La Chiesa non recede mai, per
venerazione degli eventi, da ciò che legittimamente una volta
possedette, per quanto le convenzioni internazionali anche più solenni
violino il suo inalienabile diritto. Pertanto Innocenzo X riprovò il
trattato di Westfalia[343], destituendolo d'ogni effetto, non perchè non
desiderasse la pace, non l'avesse anche sollecitata con ogni studio, ma
come pregiudicevole alla religione e alla salute delle anime, giacchè vi
si professava un canone assolutamente immorale, cioè che padrone della
religione fosse colui ch'era padrone del paese. Dal qual canone nacque
il despotismo sulle coscienze, che portò una tirannia, qual mai, dopo
caduto il paganesimo, non era pesata sul mondo civile, finchè, spente le
vivaci credenze nell'indifferenza del dogma, i principi poterono
decretare quello che vollero, senza che ai popoli importasse di
resistere.
A questa pace finisce il rialzamento che la Chiesa cattolica avea
ripigliato dopo il Concilio di Trento. Il principato temporale se ne
compì e consolidò. Clemente VIII (1592-1605), che riaperse la Chiesa ad
Enrico IV, e mediò la pace di Vervins, nel suo giubileo godette della
conversione di molti Ebrei e Musulmani, e ricuperò Ferrara ch'era stata
data in feudo; come Urbano VIII recuperò Urbino, Montefeltro, Gubbio,
Pesaro, Sinigaglia; e fedele alla bolla _Admonet vos_ di Pio V, che
vietava di infeudar possessi ecclesiastici, li negò a' suoi Barberini,
accontentandosi d'arricchirli di denari. Già Camerino era stato ripreso
da Paolo III nel 1539; poi Innocenzo X nel 1649 riebbe Castro e
Ronciglione; restando così compiuto lo Stato Pontifizio secondo la bolla
di Pio V, con quanto territorio bastasse ad esercitare liberamente
l'augusta sovranità papale.
Quasi ristoro alle tante perdite, ampiamente si diffuse la Propaganda,
che pose nuove sedi al Brasile, nella California, ai due lembi
dell'Africa e nelle sue isole; i Gesuiti si spinsero nel Tibet, fra i
Birmani, a Siam, a Malacca, al Tonchin, alla Cocincina.
Ma cominciavano le riotte interne, e i principi anche cattolici non
rispettavano più la supremazia religiosa, e negavano ai papi fin i
riguardi di sovrani.
Nelle conferenze che precedettero la pace di Westfalia avea avuto gran
mano il cardinale Fabio Chigi senese, che poi divenne papa col nome di
Alessandro VII. Un M. Lebrun stampò a Ginevra, colla data dell'Aja 1686,
un viaggio in Isvizzera, ove narra che, nelle lunghe trattative co'
principi e ministri protestanti, esso cardinale avea concepito stima
della loro religione; e mentre prima avea pubblicato, col pseudonimo di
Ernesto Eusebio, il _Giudizio d'un teologo_ ove bistratta i dissidenti,
allora rimase convinto che nelle loro dottrine nulla vi ha d'ereticale.
Non spingeasi però più avanti, sinchè il conte Pompeo, suo prossimo
parente, finì d'aprirgli gli occhi. Viveva questi in una terra di
Germania, venutagli per eredità materna; e il nunzio, colà andato a
trovarlo, vi passò seco tutto un inverno. Dove entrati a parlare di
religione e avutone molti colloquj, diedero mano alla Bibbia colle
postille del Diodati, e dopo molto disputare caddero d'accordo che la
religione protestante è la vera, ed il nunzio promise al suo parente di
abbandonare l'errore dopo uscito di nunziatura, e di venir a
raggiungerlo e abjurare la religione romana. Il conte Pompeo andò
infatti a Orange, dove fece pubblica professione di protestante, del che
si levò rumore in tutta Europa; ma presto a Lione morì avvelenato. Di
ciò rimase atterrito il nunzio, che poi fatto cardinale e primo
segretario della camera apostolica, mutò risoluzione, pure si conservò
calvinista nell'anima, e molte stampe in Fiandra lo asserivano.
Tutte queste doveano essere baje de' giornalisti del tempo; e quand'era
scarsa la stampa accadeva facilmente che notizie false durassero tanto
da parer verità. Ma avvertiremo che Sorbière, rispondendo a un tale che
aveagli scritto, se andasse a Roma, vi scorgerebbe cose che lo farebbero
tornare nella chiesa riformata, afferma non avervi veduto nulla che non
lo edificasse, e singolarmente ammira il santo padre, e la sua
conversazione affatto famigliare. E che alcuni gentiluomini inglesi
avendolo visitato, e inginocchiatisi secondo l'uso, egli, saputo
ch'erano protestanti, disse: «Su: alzatevi: non voglio commettiate
un'idolatria secondo l'opinione vostra. Non vi darò la mia benedizione,
giacchè non credete quel ch'io sono, ma pregherò Dio che vi renda capaci
di riceverla»[344].
Raccontasi pure che, quando fu eletto papa, non voleva essere posto in
San Pietro per la solita adorazione de' cardinali, e durante quest'atto
tenne un gran Crocifisso, perchè a quello si dirigesse l'adorazione.
Spogliandolo per indossargli le vesti papali, scopersero sulla sua pelle
un aspro cilicio: subito fe prepararsi il feretro, e lo teneva sotto il
suo letto. Compì fabbriche suntuose, tra cui il colonnato di San Pietro,
e meditava raccogliere in Roma un collegio de' maggiori dotti per
valersene nelle controversie della fede, e a confutar le opere
eterodosse. Dovevamo far conoscere questo pontefice, poichè tanto male
ne fu detto dacchè nacquero acerbe quistioni colla Francia.
Se sul modo di coesistere la Chiesa collo Stato aveano sospeso di
contendere i principi coi papi finchè entrambi minacciati da nemico
comune, ora tornavasi a discutere se il papa sia superiore al Concilio,
se abbia primazia sopra le corone onde proteggerne l'autorità e
impedirne gli abusi. La Francia voleva restar cattolica, ma a patto che
la Chiesa non s'ingerisse nello Stato; ed anche persone dotte e savie
credeano, senza rompere l'unità, si potrebbe istituire una chiesa
nazionale, avente a capo il re, a giudici le assemblee del clero;
formando così una Chiesa _gallicana_, non segregata, ma distinta dalla
Chiesa _oltremontana_.
Infinite scritture si pubblicarono in proposito, e minacciavasi uno
scisma, non in nome della libertà umana, ma dell'assolutismo
principesco. Il cardinale Richelieu, ministro di Francia, avea sperato
che quelle novità gli procaccerebbe la dignità suprema; e
attraversatone, diede alla Corte romana quegli smacchi e quelle noje,
con cui i potenti sogliono punirla dell'aver ragione. Re Luigi XIV poi,
che introduceva e faceva ammirare il despotismo amministrativo, non
voleva aver meno autorità nelle cose sacre che n'avessero i protestanti.
L'uccisione di un domestico del cardinale di Estrée a Roma diede
occasione al re di pretendere soddisfazioni chiassose, che ad Alessandro
VII parvero tanto più indecenti, in quanto che esso Luigi sopportava i
vilipendj recatigli dal gransultano, che al suo nunzio De la Haye fece
dar la bastonatura in Costantinopoli.
Radunatosi poi nel 1682 il clero francese, pubblicò la famosa
Dichiarazione, che si tenne come simbolo della Chiesa Gallicana, sebbene
in fatto non sia che una consulta di diritto canonico; dove, sancendo la
onnipotenza del re, stabilivasi come antica consuetudine di Francia che
la decisione del papa in materia di fede non sia irreformabile se non
quando v'intervenga il consenso della Chiesa: il re gode il frutto de'
benefizj vacanti, sinchè gl'investiti non abbiano prestato il
giuramento.
Luigi, che alla scenica sua magnificenza voleva accoppiare le campagne
teologiche[345], forte nella decisione del parlamento, che avea
decretato non dover nessuno esser superiore al re, decretò che questi
articoli fossero legge dello Stato, vietando d'insegnar altrimenti; e
volle estenderli anche ai paesi che novamente acquistava.
Era una nuova fase del conflitto fra Chiesa e Stato: e trentaquattro
soli vescovi, ligi al re e radunati per comando del re, pretendevano
insegnare alla Chiesa e al capo di essa quel che può o non può.
E il fatto e il modo spiacquero al nuovo papa Innocenzo XI, che ricusò
confermare i nuovi vescovi di Francia; e quando Bossuet, al modo d'un
nostro contemporaneo, gli scriveva a nome de' vescovi, esortandolo «a
cedere alla volontà del più cattolico dei re, e mostrare la bontà in un
frangente, dove non c'era luogo a mostrar coraggio», Innocenzo
rispondeva: _Adversus vos ipsos potius pugnatis dum nobis in ea causa
resistitis, in qua vestrarum Ecclesiarum salus ac libertas agitur_. Il
re, oltre assalirlo con molte scritture, mossegli querela per le
franchigie. Gli ambasciatori aveano ottenuto l'immunità in Roma, per
modo che i loro palazzi e le vicinanze fossero esenti dalla giustizia
del paese. Tale garanzia, opportuna in tempi di violenza, degenerò in
modo, che que' palazzi co' giardini e le piazze circostanti divennero
asili di furfanti o di delinquenti, che di là insultavano le leggi e i
magistrati; al punto che Roma ormai tornava un ricovero di ribaldi,
tanto più che i cardinali e principi paesani pretendeano altrettanto.
Innocenzo XI pensò ripararvi col non ricevere più nessun ambasciatore se
non rinunziasse quella franchigia. E i più vi s'aquetarono, ma non
Luigi; e col diritto del forte, ordinò al Lavardin nuovo suo
ambasciatore, facesse la sua entrata con ottocento armati, coi quali
vigilava i contorni del palazzo di Francia: e poichè il papa ricusava
riceverlo, e se entrasse in chiesa i preti ne uscivano, Luigi occupa
Avignone, e minaccia mandare un esercito a Roma.
Qui il solito urto fra una coscienza ferma e una forza prepotente; fra
il _vogliamo_ d'un armato, e il _non possiamo_ d'un inerme. Ma le chiese
di Francia restavano senza vescovi; l'idea d'uno scisma sbigottiva i
timorati; tanto che il re dovette suggerire ai nuovi vescovi atto di
sommessione, come fecero; poi si cessò d'applicare gli editti repugnanti
alle libertà ecclesiastiche, e tutto fu rappacificato.
I Francesi, ligi sempre al re, non è ingiuria che non dicessero contro
Innocenzo XI, e applausi a quelle fastose brutalità di Luigi XIV; i
giornali riboccavano di contumelie al papa, fin a dire che, per
isfavorire la Francia, avesse protetto i Protestanti, da Luigi
perseguitati, e fosse protestante egli stesso[346]; e Voltaire lo chiamò
«il solo pontefice di quel secolo che non sapesse acconciarsi ai tempi».
Onorevole imputazione!
Innocenzo XI soppresse un _Officio dell'Immacolata Concezione della SS.
Vergine nostra signora, approvato dal sommo pontefice Paolo V_, ecc.
Milano, 1615. Subito i Gallicani fecero stampare questo decreto del 17
febbrajo 1678, con un altro ove abrogava varie indulgenze, e volevano da
ciò dedurre la fallibilità del papa. Ora quell'Officio era già vecchio,
e approvato e usato, ma nell'edizione milanese vi si erano aggiunte cose
false o temerarie, e su queste cadeva la disapprovazione.
E pur troppo in questi principeschi garriti ebbe ad occuparsi la curia
romana, più che nei grandi problemi morali e politici, che molto
s'agitarono e fuori e in seno della Chiesa. Perocchè questa età fu
caratterizzata dall'indipendenza con cui le nazioni straniere, e
specialmente Francia e Inghilterra che dalle turbolenze interne erano
state impedite di prender parte al movimento scientifico del secolo
precedente, venivano ad empire il vuoto lasciato dal cadere della
scolastica, mediante artifiziali combinazioni filosofiche, sempre
disapprovando il passato, e aspirando a un rinnovamento, parte con
fantasie proprie, parte con reminiscenze; tanto più dacchè il
protestantesimo avea dalla teologia separato la filosofia, e questa
tendeva a stabilire la ragione come giudice suprema ed assoluta finanche
delle cose che spettano al mondo sopranaturale: e se non negavansi
ancora i principj generalmente ammessi, e riveriti, si scassinavano però
col dubbio.
Renato Cartesio (1596-1650) volle staccarsi affatto dal passato, ed
emancipare la ragione umana da ogni idealità oggettiva intromettendo il
dubbio scientifico a tutto, eliminando dalle scienze ogni autorità fuor
della ragione pura, ogni criterio della verità fuori dell'evidenza: non
si cerchi quel che pensarono altri o che supponiamo noi sopra l'oggetto
de' nostri studj, ma ciò che possiamo vedere con chiarezza, dedurre con
sicurezza.
Così rimetteva in dubbio ogni cosa; libri, uomini, se stesso, perfin la
morale; costituendosene una provisoria, che consisteva in obbedire alle
leggi e costumanze del paese pur conservando la religione propria;
compiere con risolutezza ogni atto ben deliberato, quantunque in se
dubbioso; moderare i proprj desideri, educare la propria ragione.