quegli eretici, i quali negavano che Cristo avesse vera carne,
così dice: _Eucharistias et oblationes non admittunt, quod non
confiteantur eucharistiam esse carnem Salvatoris, quæ pro peccatis
nostris passa est, quam pater sua benignitate suscitavit_. Il
secondo, nel libro _De Hierarchia eccles._ cap. 3, parte 3, oltre
le molte cose che dice di questo sagramento, così a lui parla: _O
divinissimum et sacrosanctum sacramentum, abducta tibi
significantium signorum operimenta aperi, et perspicue nobis fac
appareas, nostrosque spirituales oculos singulari et aperto tuæ
lucis fulgore imple_. Una tale invocazione pazzamente, anzi
empiamente si farebbe al sagramento, se questo fosse pane lavorato
di frumenti, e non pane celeste e divino, qual è il corpo di Gesù
Cristo.
Nel secondo secolo, cioè dal cento al dugento, fiorirono san
Giuliano e sant'Ireneo. Il primo nell'Apologia al capo 2 verso il
fine, asserisce che quel cibo del quale ci alimentiamo, cioè il
pane santificato dalla parola di Dio, è la carne del Signore; e le
sue parole sono: _Sic etiam per preces verbi Dei ab ipso
eucharistiam factum cibum, ex quo sanguis et carnes nostræ per
mutationem aluntur, illius incarnati Jesu et carnem et sanguinem
esse edocti sumus_. Il secondo, nel lib. IV, al capo 34, dice:
_quomodo constabit eis, eum panem, in quo gratiæ actæ sunt, esse
corpus Domini sui_. Sicchè l'uno e l'altro vuole che sia vera
questa proposizione: _Il pane consacrato è il corpo del Signore_;
ma senza la mutazione del pane nel corpo del Signore non può
essere vera, poichè il pane rimanendo pane, mai non può essere il
corpo del Signore, siccome abbiam detto di sopra. Nè io replicherò
quest'argomento intorno alla seguente autorità, perchè lo stimo
superfluo; potendo ognun vedere che tutte si tiran dietro le
suddette mutazioni, se non vuol farsi volontariamente cieco per
non vederlo.
Nel terzo secolo scrissero Tertulliano e san Cipriano. Il primo
nel libro IV contro Marcione, dice di Cristo: _Acceptum panem
corpus suum facit dicendo: Hoc est corpus meum_. Il secondo nel
sermone _De Cœna Domini_ dice: _Panis iste, quem Dominus
discipulis porrigebat, non effigie, sed natura mutatus
omnipotentia verbi, factus est caro_.
Nel quarto secolo scrissero Cirillo Gerosolimitano, Ambrogio
vescovo di Milano, san Gregorio Nisseno, e san Gaudenzio. Il primo
nella sua Catechesi 4. Mystagog, così dice: _Aquam aliquando
mutavit in vinum, et non erit dignus cui credamus quod vinum in
sanguinem transmutavit_? E poco poi dice: _Sub specie panis datur
tibi corpus, et sub specie vini datur tibi sanguis_; e più
abbasso: _Hoc sciens et pro certissimo habens panem hunc qui
videtur a nobis, non esse panem, etiamsi justus panem esse
sentiat_. Il secondo nel libro _De iis qui initiantur mysteriis_,
al capo 9 dice della consecrazione dell'eucaristia: _Quantis
utimur exemplis ut probemus non hoc esse quod natura formavit, sed
quod benedictio consecravit, majoremque vim esse benedictionis
quam naturæ, quia benedictione etiam natura ipsa mutatur_? Il
terzo _in oratione magna cathechetica_ al capo 37, così scrive:
_Recti Dei verbo sanctificatum panem in Dei verbi corpus credimus
immutari_. E di poi: _Hæc autem tribuit virtute benedictionis in
illud_ (cioè nel corpo del Signore) _rerum quæ videntur_ (cioè del
pane e del vino) _naturam utens_. Il quarto nel trattato secondo
_de Exodo_ scrive come segue: _Ipse naturarum creator et dominus
qui producit de terra panem, de pane rursus, quia et potest, et
promisit, efficit proprium corpus, et qui de aqua vinum fecit, de
vino sanguinem suum facit_.
Nel quinto secolo vissero e scrissero Giovanni Grisostomo,
Agostino, Cirillo Alessandrino. Il primo nell'_Homelia 83 in
Math._ dice: _Non sunt humanæ virtutis opera proposita, nos
ministrorum locum tenemus, qui vero sanctificat ea et immutat,
ipse est_. Nell'_Homelia de Eucharistia in Enceniis_: _Num vides
panem? num vinum? num sicut reliqui cibi in secessum vadunt? absit
ne sic cogites. Sicut enim si cera igni adhibita, illi
assimilatur, nihil substantiæ remanet, nihil superfluit, sic et
hic sumta mysteria consumi corporis substantia_. Il secondo, nel
sermone citato da Beda sopra il capo 10 della prima a' Corintj:
_Non omnis panis, sed accipiens benedictionem Christi, fit corpus
Christi_. E nel sermone 28 _de Verb. Dom._: _Ubi Christi verba
deprompta fuerint, jam non panis dicitur, sed corpus appellatur_.
Il terzo nell'epistola a Calosirio: _Ne horreremus carnem et
sanguinem apposita sacris altaribus, condescendens Deus nostris
fragilitatibus influit oblatis vim vitæ, convertens ea in
veritatem propriæ carnis_.
Potrei qui registrare a vossignoria gli autori di ciascheduno de'
secoli susseguenti, riveriti nella Chiesa come dottissimi ed
insieme santissimi uomini, i quali hanno parlato sempre
nell'istessa conformità della trasmutazione del pane e del vino
consacrato nel corpo e nel sangue di Cristo N. S., ma per non
allungarmi di vantaggio con accrescere a lei la fatica di leggere
li tralascio; pronto ad inviargliene il catalogo con le loro
sentenze, dove così ella desideri o me lo comandi. Da ciò si fa
manifesto che la sopradetta intelligenza de' testi della sagra
scrittura, per se stessi chiarissimi, la quale ora è fra i
Cattolici romani, è quella che sin dal suo principio è stata, e di
mano in mano sempre si è continuata nella Chiesa di Dio, e non è
stata altrimenti un'invenzione, o sia spiegazione fatta a
capriccio dopo dodici secoli da alcuni particolari dottori
cattolici romani; ma questa è la fede di Gesù Cristo e de' nostri
padri, sin da' primi tempi, e non mai interrotta nella Chiesa di
Dio. E se tale intelligenza fosse stata falsa ed eretica, e come
mai avrebbe permesso la Provvidenza divina che tutti i santi padri
in ciò si fossero accordati? Di più, come mai non sarebbe stata
condannata in alcuno de' Concilj generali della Chiesa per falsa,
per eretica, ed in una parola, per aliena e contraria alla sacra
scrittura, che è quanto dire alla parola di Dio? Certo è che i
Concilj generali non hanno mai avuto timore de' primi personaggi
della Chiesa nel distinguere e nel sentenziare la dottrina vera
dalla falsa, ed hanno condannate come eretiche più sentenze
sostenute da gran vescovi, da gran patriarchi, comunque appoggiati
dal patrocinio e dall'autorità eziandio violenta degl'imperatori,
conforme è notissimo nelle istorie de' secoli a noi più lontani; e
questi Concilj sono rispettati e venerati eziandio da' Luterani,
nonchè da' Cattolici romani. Tali sono il Niceno celebrato
nell'anno 325, il Costantinopolitano nell'anno 381, l'Efesino nel
430, il Calcedonese nel 450, il secondo Costantinopolitano nel
553, e 'l secondo Niceno nel 787, per tacere qui di tutti gli
altri Concilj generali della Chiesa, celebratisi dipoi fino agli
ultimi tempi.
Or prego vossignoria a considerare se possa rifiutarsi
un'intelligenza e spiegazione de' sacri testi, pur troppo chiari
in se stessi, avuta nella Chiesa fin dal primo secolo, e
tramandata a noi senza interruzione veruna di secolo in secolo da'
santi padri e dal senso comune ed universale della Chiesa senza
taccia veruna, anzi con approvazione e con sentimento generale,
quale è questa de' Cattolici romani nella sopraccennata materia;
se possa, dico, rifiutarsi come falsa e non accettarsi come vera;
e se al suo confronto possa stimarsi vera la spiegazione
contraria, nata nel secolo prossimo passato, e riprovata da un
Concilio generale come repugnante alla dottrina cattolica,
abbracciata in tutti i secoli dalla Chiesa di Dio? Per me stimo
che niuno vorrà discostarsi da una tale verità qual è questa, se
disappassionatamente vorrà giudicarne.
Lo Stenon divenne non solo caldo nel professare, ma anche nel propagare
la fede, e varj suoi compatrioti convertì. Passando pel primo anatomista
e uno de' migliori filosofi, era carezzato e dai letterati e dai
principi: dopo otto anni si vestì sacerdote, visse in rigorosissima
penitenza, fu fatto vescovo Titopolitano, e morì in odore di santità al
25 novembre 1686[342].
NOTE
[309] _Gerusalemme Conquistata_ XX, 77.
[310] «Fatti che basta rammentare per sentirsi raccapricciar d'orrore
(_sic_) ed empir l'animo d'indignazione». Così lo Zobi, il quale
commisera la Toscana che stava allora «sotto il ferreo scettro della
casa Medici, che oppresse Firenze pel corso di 205 anni».
[311] Galileo la sua scoperta di saturno tricorporeo velò sotto
quest'anagramma: _Altissimum planetam tergeminum observans._
[312] _Hist. de l'astronomie moderne._
[313] _Mécanique analytique_, p. 207. Nella prima parte della _Statica_
Lagrangia rivela i meriti meccanici del Galilei. Anche Arago diminuisce
il merito delle scoperte celesti di Galileo, e dice che poche ore
poteano bastare alle osservazioni ch'esso fece nel 1610 e 1611.
[314] Si ha una lettera di Martino Hasdale a Galileo, che gli riferisce
come Keplero si lagnava non avesse neppur mentovato il Bruno nel suo
_Nunzio sidereo_. Op. di Galileo, c. VIII, p. 59. Esso Keplero parlò del
Bruno in una lettera al dottor Brenger, il quale gli rispondeva: «Tu
scrivi di Giordano Bruno, abbruciato colle fascine (_prunis tostus_). Il
fatto è certo? e in qual tempo e perchè finì così? Ho compassion di lui»
(_J. Kepleri opera_, ed. di Frisch., vol. II, p. 592). Il Keplero
rispondeva sapere dal Walcher che fu arso in Roma, e sopportò con
costanza il supplizio, pur asserendo che tutte le religioni son vane, e
che Dio s'immedesima col mondo, col circolo, col punto. E il Brenger,
uom positivo, a stupirsi della _insania_ del Bruno, il quale, se non
credeva esistere alcun Dio vindice della colpa, poteva impunemente
simulare, e così sottrarsi alla morte.
Questi indizj sarebbero da aggiungere a quanto dicemmo sulla morte del
Bruno, oltre quelli recati dal professore Berti in una vita di esso, di
cui una parte stampò dopo quel nostro discorso.
Esso Bruno fu infervorato del sistema di Copernico, cui salutava come un
nuovo Colombo che sorpassa i confini, e abbatte le muraglie fantastiche,
e sprigiona la ragione umana da altri ceppi inventati dalla filosofia
plebea. Eppure, sebbene processato, non troviamo che al Bruno si facesse
colpa di tale opinione.
[315] _Annal. Bojorum._ Lipsia 1710, pag. 262.
[316] Chi rinfaccia sempre il lusso dei nunzj apostolici, voglia non
dimenticare questo Nicolò da Cusa, nunzio di quattro papi, fatto
cardinale da Nicolò V. Allorchè nel 1451 andava nunzio in Germania, fu
incontrato da magnati in gran pompa, ma _ipse super mulum suum cum
exiguo romano comitatu humiliter insidens, cruce argentea a domino
apostolico sibi data, cum suo stipite deargentato semper præcedente, ad
ecclesiam processionaliter deductus, ibidem devote fuit susceptus... ab
omni munere manus suas servavit: quod tamen terræ magnates et alii
divites copiose offerebant, esculentis et poculentis, sine quibus vita
præsens transigi non potest, tamen exceptis_... Vedasi CLEMENS,
_Giordano Bruno et Nicola von Cusa_, 1847.
[317] Varj Italiani pretesero alla priorità nell'insegnare il sistema di
Copernico. Tommaso Cornelio, che nel secolo XVII scriveva _Problemata
physica_, dice che Gerolamo Tagliavia calabrese molto avea pensato sopra
questo sistema e scritto alcune cose, che dopo la sua morte vennero in
mano di Copernico. Migliori titoli potrebbe addurre Domenico Maria
Novara ferrarese, morto il 1514 in Bologna, dove essendo professore
d'astronomia, ebbe scolaro e compagno delle osservazioni Copernico. Ciò
attesta Giorgio Gioachimo Retico, compagno e amico del Copernico
(_Narrat. de Copernico etc._), il quale soggiunge che questo ancor
giovane spiegò astronomia in Roma, e v'ebbe moltissimi uditori, anche
ragguardevoli.
[318] È ristampata fra le opere di Galileo a Firenze, tom. V, 1854: «Da
questi fondamenti e dalle dichiarazioni loro si manifesta l'opinione
pitagorica e la copernicana essere tanto probabile, che forse non è
altrettanto la comune di Tolomeo; perchè da quella se ne deduce un
chiarissimo sistema ed una maravigliosa costituzione del mondo, molto
più fondata in ragione ed in esperienza, che non si cava dalla comune, e
si vede chiaramente che si può salvare; di modo tale che non occorre
ormai più dubitare che ripugni all'autorità della sacra scrittura, nè
alla verificazione delle proposizioni teologiche; ma anzi con ogni
facilità non solo i fenomeni e le apparenze di tutti i corpi, ma scopre
anco molte ragioni naturali, che per altra strada difficilmente si
possono intendere».
[319] Altri scrisse contro il moto della terra, fra cui
ACCARISI, _Terræ quies, solisque motus demonstratus_ (Era qualificatore
della santa Inquisizione) Roma 1637.
GRANDAMICO, _Nova demonstratio immobilitatis terræ_. Flexiæ 1645.
DUBOIS, _Liber de veritate et auctoritate s. scripturæ in naturalibus
contra Christophorum Wittichium_. Trajecti 1654. Contro di questo fu
scritta _Demonstratio mathematica ineptiarum J. Durandi in oppugnanda
hypothesi Copernici et Cartesii de mobilitate terræ_. Roma 1656.
Anche nel 1806, un Domenico Pino milanese stampava a Milano
_L'incredibilità del moto della terra_, opuscolo ove compendia quanto
disse in tre tomi dell'_Esame del newtoniano sistema intorno al moto
della terra_. Non si sgomenta delle opinioni contrarie, giacchè anche la
teoria dei vortici di Cartesio fu per un pezzo abbracciata e promossa
comunemente. Naturalmente è condotto a parlare del processo di Galileo.
A sostener la sua tesi si vale della scienza, e non solo dell'autorità.
Quando il dottor Cullen fu elevato arcivescovo di Dublino, un giornale
asserì che esso avea pubblicato un libro sostenendo il sistema
tolomaico, e ribattendo il copernicano, e con esso tutti gli acquisti
della scienza moderna: così esigere la Chiesa cattolica. Il fatto era
falsissimo, ma come tante altre falsità continuò e continua ad essere
ripetuto: e qualvolta si vuole screditar la Chiesa cattolica come nemica
del sapere, si cita l'arcivescovo Cullen e il suo libro che nessuno ha
veduto: e pur dianzi ne parlava con orrore il _Times_, come si parla e
riparla della tortura di Galileo.
[320] Anche l'illustre Cremonini era avverso a Galileo; onde Daniele
Antonini friulano scriveva a questo: «Possibile che si trovino al mondo
uomini così goffi, e quel ch'è peggio, che sian quelli stimati saputi?
che cosa si potrebbe fare al mondo per farli confessare la verità, se il
fargliela vedere con gli occhi proprj non basta? Da una parte me ne
rido, dall'altra mi vien collera, e voglia quasi di dire come quel buon
religioso, che, se io fossi messer Domenedio, non sopporterei che
vivesse tal razza d'uomini irragionevoli. Ma credo che messer Domenedio
lasci costoro acciò servano per buffoni della madre natura».
Noi diciamo per espiazione a qualche velleità d'ambizione.
[321] _Dialoghi_, IV giornata. Surrogava l'esperienza anche all'analisi,
come fece cercando la quadratura della cicloide. Costruiva delle
cicloidi con foglie che poi pesava accuratamente, e così trovò che
l'area di quella curva è eguale a tre volte l'area del circolo
descrivente. Si sa quanto attorno a quel problema s'affaticarono,
cominciando dal cardinal di Cusa, e finchè l'analisi infinitesimale lo
risolse con facilità.
[322] Vedasi specialmente Philarete Chasles.
[323] ARDUINI, _La primogenita di Galileo_, Firenze 1864. Egli scrive
pure che il levar a cielo il poema del Tasso «non è che un pregiudizio
della scuola de' Gesuiti e Gesuitisti, finora interessati e privilegiati
maestri di lettere d'Italia» (p. 233) e che si servivano di quel poema
sulle crociate per assodar la loro dottrina cattolica.
È notevole che l'aver censurato il Tasso fu apposto come gran colpa alla
scuola di noi altri Lombardi, che allora eravamo chiamati romantici, e
dappoi clericali.
[324] _Viri Galilæi, quid statis aspicientes in cœlum?_ fu il testo
preso da un predicatore a Firenze. Un'altra applicazione felice di testo
trovo in una lettera del Pignoria, 26 settembre 1610: «Le do nuova come
in Germania il Keplero ha osservato anch'esso i quattro pianeti nuovi, e
che vedendoli esclamò, come già Giuliano apostata, _Galilee vicisti_».
Guglielmo Libri, che denigra a tutta possa l'operar della Chiesa in
quest'affare, non tace che, quando il domenicano Caccini declamò contro
Galileo, il Maruffi generale di quell'Ordine ne scrisse scuse a Galileo,
dolendosi di dover essere partecipe a qualunque bestialità facessero
trenta o quarantamila frati. In Inghilterra, nella patria de' grandi
pensatori e non cattolica, e molti anni più tardi, quando Newton insegnò
il metodo delle flussioni, v'ebbe dottori che dal pulpito metteano in
avviso contro codesti «novatori, gente perduta che cadeano nelle
chimere», ed esortavano ad evitare il loro commercio, «pernicioso per lo
spirito e per la fede». SAVERIEN, _Dictionnaire des mathématiques_, tom.
I.
[325] L'autenticità della Bibbia e delle singole sue parti è
_dogmaticamente_ stabilita dal Concilio di Trento, dichiarando anatema
chi non riceve il sacro testo e le sue parti, _prout in Ecclesia
catholica legi consueverunt, et in veteri vulgata latina editione
habentur_. Eppure i più savj interpreti tengono che _scientificamente_
possa discutersi di certi versetti e incisi, e anche correggerli; come,
a tacer altro, si fece nell'edizione clementina. Vedi una dissertazione
del padre Vercelloni, _Sulla autenticità delle singole parti della
Bibbia Vulgata_.
[326] BREITSCHWERTH, _Vita e influenza di Keplero secondo nuove fonti
originali_. Stuttgard 1851. Il _Capitoul_ di Tolosa ordinò a Margherita
Melaure, verso il 1690, di vestirsi da uomo, benchè ella dicesse d'esser
ermafrodito. Saviard conobbe ch'era una malattia, la guarì, ma ci volle
un decreto del re per permetterle di vestir da donna qual era.
[327] «Noi Roberto cardinale Bellarmino, rilevato avendo come il signor
Galileo è stato calunniato, e come imputato gli fu d'aver fatto
un'abjura in nostre mani, e d'esser stato condannato a salutar
penitenza; dietro ricerca fattacene, affermiamo, conformemente alla
verità, che il predetto signor Galileo non ha fatto abjura di sorta
alcuna, nè in nostre mani nè in quelle d'altre persone, per quanto è a
nostra conoscenza, nè a Roma nè altrove, d'alcuna delle sue opinioni e
dottrine; ch'ei non è stato assoggettato a veruna salutare penitenza di
qualsivoglia specie; che solamente gli si è partecipata la dichiarazione
del nostro santo Padre, pubblicata dalla Congregazione dell'Indice, cioè
come la dottrina attribuita a Copernico, che la terra si muova intorno
al sole, e che il sole occupi il centro del mondo senza muoversi
dall'oriente all'occidente, è contraria alla sacra Scrittura, e che in
conseguenza non è permesso difenderla nè sostenerla. In fede di che
abbiamo scritta e sottoscritta la presente di nostra propria mano,
questo giorno 26 maggio 1616. Roberto, cardinale Bellarmino».
Non è inutile ricordare che del Bellarmino stesso l'opera _De romano
pontifice_ fu messa all'Indice, poi levatane. La Chiesa non considerò
mai come infallibili i decreti delle Congregazioni.
[328] _Dilecte fili, nobilis vir, salutem et apostolicam benedictionem.
Tributorum vi et legionum robore formidolosam esse Etrusci principatus
potentiam, Italia quidem omnis fatetur: at etenim remotissimæ etiam
nationes felicem vocant nobilitatem tuam ob subditorum gloriam ac
Florentinorum ingenia. Illi enim novos mundos animo complexi, et oceani
arcana patefacientes potuerunt quartam terrarum partem relinquere
nominis sui monumentum. Nuper autem dilectus filius Galilæus æthereas
plagas ingressus ignota sidera illuminavit, et planetarum penetralia
reclusit. Quare, dum beneficum Jovis astrum micabit in cœlo quatuor
assectis comitatum, comitem ævi sui laudem Galilæi trahet. Nos tantum
virum, cujus fama in cœlo lucet et terras peragrat, jamdiu paterna
charitate complectimur. Novimus eum in eo non modo literarum gloriam,
sed etiam pietatis studium; iisque artibus pollet, quibus pontificia
voluntas facile demeretur. Nunc autem, cum illum in urbem pontificatus
nostri gratulatus reduxerit, peramanter ipsum complexi sumus, atque
jucunde identidem audivimus florentinæ eloquentiæ decora doctis
disputationibus augentem. Nunc autem non patimur eum sine amplo
pontificiæ charitatis commeatu in patriam redire quo illum nobilitatis
tuæ beneficentia revocat. Exploratum est quibus præmii magni duces
remunerentur admiranda ejus ingenii reperta, qui Medicei nominis gloriam
inter sidera collocavit. Quinimo non pauci ob id dictitant, se minime
mirari tam uberem in ista civitate virtutum esse proventum, ubi eas
dominantium magnanimitas tam eximiis beneficiis alit. Tum ut scias quam
charus pontificiæ menti ille sit, honorificum hoc ei dare voluimus
virtutis et pietatis testimonium. Porro autem significamus solatia
nostra fore omnia beneficia, quibus eum ornans nobilitas tua paternam
munificentiam non modo imitabitur, sed etiam augebit._
[329] _Galilée_, par le docteur PERCHAPPE, 1865.
_Les fondateurs de l'astronomie_; par Joseph BERTRAND.
La lettera di Galileo al padre Ranieri, dove racconta per disteso il suo
processo, e che dal Tiraboschi fu data come autentica, era stata
inventata dal duca Gaetano per prendersi gabbo di esso Tiraboschi.
Quando Roma fu invasa dai Francesi, nel 1809, nulla fu più pressante
agli spogliatori che di metter la mano sul processo di Galileo. Fu
portato a Parigi, e quando nel 1814 Pio VII recuperò gli archivj delle
sacre Congregazioni, questo non fu reso, dicendo era bruciato, poi che
era smarrito in quell'oceano di carte. Solo Gregorio XVI potè riaverlo;
e Pio IX lo consegnò a monsignor Marini che tanto erasi adoprato al suo
ricupero; indi reduce da Gaeta, nel 1850 lo donò agli Archivj Vaticani,
e fu poi pubblicato da esso monsignor Marini col titolo _Galileo e
l'Inquisizione_ (Roma 1850): dov'è compreso anche il processo del 1615.
[330] Lettera 27 febbrajo 1633. Leviamo queste frasi dalle _Lettere
inedite di uomini illustri_, stampate dal Fabroni, vol. II, p. 272 e
seg.
[331] Era facile rispondere che, se è onnipotente, potè anche far la
terra che gira attorno al sole. Esponendogli io gli argomenti che i
geologi danno sull'antichità della terra, Carlo Troya mi rispondeva che
Dio come creò piante vecchie, così potè creare e le ossa fossili, e gli
strati sovvertiti, e le roccie metamorfosate, ecc.
[332] La sentenza fu letta a velo levato nell'aula del Sant'Uffizio;
invitativi i professori di matematica e fisica.
[333] Il Bernini, nella _Storia delle eresie_, fa star Galileo prigione
cinque anni; Pontéconlant dice che, anche nelle carceri
dell'Inquisizione, sostenne la rotazion della terra; Brewster, che fu
tenuto prigioniere un anno: Montucla riporta altri che dicono essergli
stati cavati gli occhi ecc. Il professore Trouessart (_Quelques mots sur
le procès et la condamnation de Galilée_ nella _Revue de l'Instruction
publique_, 1860) che è forse il più diligente ponderatore, in Francia,
delle opere del Galilei, e nemico violento delle cose ecclesiastiche,
conchiude: _Galilée ne fut donc pas soumis à la torture physique. C'est
à l'idée, non à l'homme qu'on en voulait. Ces pauvres inquisiteurs,
qu'on nous represente comme des monstres, étaient, il faut oser le dire,
d'aussi braves gens que vous et moi, c'étaient, pour la plupart, des
amis, des admirateurs de l'illustre accusé. Ils furent pour lui bons et
cléments, bien plus que ne le permettait la redoutable loi
inquisitoriale qu'ils avaient à appliquer. Galilée était_ un relaps: sa
mauvaise intention, _je parle en style d'inquisiteur, était évidente...
et ils eurent à craindre bien plus, dans ce procès, d'étre accusés
d'avoir peché par trop d'indulgence que par trop de rigueur. Les
inquisiteurs valaient mieux que l'inquisition, et c'est là encore une
moralité consolante, que nous esperons avoir fait sortir de ce procès._