3 _luglio_. Mi disse sua santità che, sebbene era un poco presto

diminuirgli la pena, nondimeno s'era contentato di permutargliene

prima nel giardino del granduca, ed ora che potesse arrivar fino a

Siena, per star quivi in qualche convento a beneplacito... o

appresso monsignor arcivescovo. Pensa poi di permettergli fra

qualche tempo che se ne vada alla Certosa di Firenze.

Egli stesso il Galileo dappoi, al 23 luglio, da Siena scriveva ad esso

balì Gioli:

Le scrivo spinto dal desiderio di liberarmi dal lungo TEDIO di una

carcere di più di sei mesi, aggiunto al travaglio ed AFFLIZION DI

MENTE di un anno intero, ed anco non senza molti incomodi e

PERICOLI corporali; e tutto addossatomi per quei miei demeriti che

son noti a tutti, fuorchè a quelii che mi hanno di questo e di

maggior castigo giudicato colpevole.

Dopo ciò, non so come basti fronte ai sofisti per supporre fin la

brutalità di sevizie personali[333]. La prigione stessa, che pur toccò

ai cardinali Polo e Moroni e al Caransa, fu risparmiata a lui[334],

perchè non trattavasi di un punto di fede, bensì di matematica. E

indegni figli d'Italia van supponendo che in Italia gli fosse inflitta

la tortura!

Eliseo Masini stimò bene di esporre in italiano il _Sacro Arsenale_,

ovvero _Pratica dell'ufficio della santa Inquisizione_ (Bologna 1675);

tanto poco si cercava di tener nascoste quelle procedure. Nella sesta

parte vien egli a parlare della tortura. «Avendo il reo negato i delitti

oppostigli, e non essendosi essi pienamente provati, s'egli, nel termine

assegnatogli a far le sue difese non avrà dedotto a sua discolpa cosa

alcuna, ovvero, fatta difesa, ad ogni modo non avrà purgato gl'indizj

che contro lui risultano dal processo, è necessario, per averne la

verità, venir contro di lui alla rigorosa esamina, essendo stata appunto

trovata la tortura per supplir al difetto di testimonj, quando non

possono intera prova portare contro il reo». E prosegue a dimostrare

come ciò «punto non sconviene all'ecclesiastica mansuetudine e

benignità».

Ora nel caso del Galilei, nessuna di queste circostanze interveniva. Il

Masini prosegue che, «perchè in negozio di tanta importanza si può

facilmente commettere errore, o in pregiudizio notabile della giustizia,

sicchè i delitti restino impuniti, o in danno gravissimo ed irreparabile

de' rei, fa di bisogno che l'Inquisizione proponga prima, nella

congregazione de' consultori del Sant'Offizio il processo offensivo e

difensivo, e col dotto e maturo consiglio di essi si governi e adopri

sempre»[335].

E spiegando a minuto le procedure varie, per ogni caso di tortura esige

il previo consenso della sacra Congregazione. Or nella sentenza di

Galileo è detto: _Judicavimus necesse esse venire ad rigorosum examen

tui, in quo respondisti catholice_. Volesse anche dir la tortura, poichè

rispose _catholice_ non gli fu inflitta. Galileo non si ostina: anche

testè Proudon, amava meglio Galileo in ginocchio che in carcere;

incalzato, non solo professa «non tener per vera la dannata opinione

copernicana, e tener per verissima e indubitata l'opinione di Tolomeo,

cioè la stabilità della terra e la mobilità del sole», ma fin dal primo

interrogatorio dichiara: «Del non aver io poi tenuta nè tener per vera

la dannata opinione della mobilità della terra e stabilità del sole, se

mi verrà conceduta, come io desidero, abilità e tempo di poterne fare

più chiara dimostrazione, io sono accinto a farla, e prometto di

ripigliare gli argomenti già recati (_per compiacenza di sottilizzare_,

ha detto innanzi) a favore della detta opinione falsa e dannata, e

confutarli in quel più efficace modo, che da Dio benedetto mi verrà

somministrato».

Abbastanza avrà patito quel grande nel vedersi obbligato a declinare le

sue opinioni davanti a persone incompetenti e prevenute: perocchè la

persecuzione ebbe i soliti effetti immorali; quei giudici disonorandosi

col presumersi autorevoli in materie ad essi estranee, disonorandosi

Galileo coll'abjurare opinioni di cui era convinto, e colla propria

disdetta facendo credere ragionevole la persecuzione.

Deploriamo gli errori umani, condanniamo questa implacabile nimicizia

de' mediocri contro gli alti ingegni, e l'insanabile debolezza degli

amici contro l'operosità de' nemici[336], ma non facciamone aggravio

alla Chiesa, nè esageriamo i torti dell'Italia, attribuendo ad essa quel

ch'è della natura umana. Forse non ebbe ben più serj travagli il gran

Keplero? il quale in patria era atteggiato nelle burlette colla parte di

buffone. Newton, che stabilì la legge più universale, la gravitazione,

non solo fu combattuto da Fontenelle, da Cassini, da Bernouilli, ma il

gran Leibniz l'imputava di materialismo, e i principj neutoniani trovava

funesti alla religione. Nel caso nostro, Roma seppe rispettare un

grande, di cui credea dover disapprovare gl'insegnamenti; mentre l'età

nostra offrì ben diversi esempj in casi dove la persecuzione non era

tampoco giustificata da profonde convinzioni. Galileo fu condannato alla

prigione «per quanto tempo piacesse»; ma Urbano papa gliela commutò

subito in relegazione nel giardino de' Medici sul delizioso Pincio. Vi

si aggiungeva l'obbligo di recitar una volta la settimana i salmi

penitenziali; ma questo se lo assunse sua figlia suor Maria Celeste, le

cui lettere, scrittegli dal convento di San Matteo in Arcetri, tutte

d'affetto e di pietà, appajono come un soavissimo ruscello tra la motta

di quel processo[337]. Presto egli fu trasferito a Siena nel palazzo

dell'arcivescovo suo amicissimo; e appena a Firenze cessò la peste, fu

reso alla sua villa d'Arcetri, ove proseguì i lavori fin quando perdette

la vista. Quivi il Galilei usava frequente la compagnia di varj frati,

con altri era in amicizia, e principalmente con frà Bonaventura

Cavalieri[338]. Benedetto Castelli, ai 16 marzo del 1630 scrivevagli:

«Il padre Campanella, parlando i giorni passati con nostro signore, gli

ebbe a dire che aveva avuto certi gentiluomini tedeschi alle mani per

convertirli alla fede cattolica, e che erano assai ben disposti, ma che

avendo intesa la proibizione del Copernico, erano restati in modo

scandolezzati, che non ne aveva potuto far altro; e nostro signore

rispose le precise parole seguenti: _Non fu mai nostra intenzione, e se

fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto_»[339]. Vuol dire

che il papa era servo del regolamento, e rispettava l'indipendenza de'

tribunali, come si usa in ogni ben costituito reggimento. Galileo stesso

da Arcetri il 26 luglio 1636 scriveva a frà Fulgenzio Micanzio, l'amico

di frà Paolo Sarpi: «Di Roma intendo che l'eminentissimo cardinale

Antonio e l'ambasciadore di Francia hanno parlato a sua santità cercando

sincerarla come io mai non ho avuto pensiero di fare opera sì iniqua di

vilipendere la persona sua, come gli scellerati miei inimici le aveano

persuaso, CHE FU IL PRIMO MOTORE DI TUTTI I MIEI TRAVAGLI: e che a

questa mia discolpa rispose, _Lo crediamo, lo crediamo_; soggiungendo

però che la lettura del mio dialogo era alla cristianità

perniziosissima». Aggiungiamo che il cardinale Cajetano aveva commesso

al Campanella di scrivere l'apologia del Galilei; e quando questi era

moribondo, san Giuseppe Calasanzio gli mandò uno de' suoi preti ad

assisterlo: morto, fu deposto in Santa Croce.

È natura dell'ingiustizia la difficoltà del ripararla, per non tornare

sul giudicato, per non confessar il torto, per non mortificare il nostro

amor proprio. E i libri di Galileo e quei che sostenevano il sistema

copernicano rimasero nell'Indice _donec corrigantur_, tanto che ancora

nel 1748 il celebre metereologo Toaldo avendo trovato nell'Università di

Padova il dialogo di Galileo _intorno al sistema copernicano_, lo

stampò, ma premettendovi la protesta dell'autore che il moto della terra

non possa sostenersi se non come ipotesi; emendando i passi ov'era dato

per teorema assoluto, e unendovi la dissertazione del Calmet, ove i

passi scritturali sono cattolicamente combinati colla scienza[340]. Nel

1820 nelle scuole romane liberamente trattavasi della mobilità della

terra non più in forma d'ipotesi; poi dall'Indice scomparve quella

deformità, viepiù sconveniente quando Roma e gli Ordini religiosi

diedero e danno tanti insigni astronomi e tanto favore a questa scienza.

Nè taciamo che la prova della mobilità della terra con indizj fisici,

vale a dire la deviazione progressiva del piano d'oscillazione d'un

pendolo sospeso a un punto fisso, non fu trovata che ai giorni nostri da

Foucault. Ma al vedere cotesta pertinacia in rinfacciare questo errore,

si sarebbe indotti a dire che altro non se ne sia commesso. Del resto un

giudizio erroneo di tribunal civile infirma forse la legge, o le

istituzioni giuridiche? E appunto qui s'ingannò un tribunale

ecclesiastico, non già il papa: foss'anche il papa, non pronunziava _ex

cathedra_. Perocchè della Chiesa vanno distinti i pronunziati assoluti

sulle verità di fede e morale, e quelli soltanto relativi ad esse o alla

disciplina. Ai primi il fedele sottomette affatto la sua ragione; gli

altri guarda con rispetto, senza però tenervisi obbligato di fede. In

questa nostra mistura poi di male e di bene, di dottrine eterne e di

opportune, c'è dei veri, pericolosi a un dato tempo, o che non voglionsi

accettare alla cieca perchè ancora disputati: s'incolperebbe a buon

dritto l'autorità tutrice che avvisa sopra di esse?

E poichè in questo discorso ci occupammo assai d'uomini insigni, sia

luogo a rammentare la conversione d'un illustre straniero. Nicolò Stenon

di Copenaghen, lodato naturalista, visitò l'Italia e Roma, dove i

discorsi di valenti persone lo fecero dubitare della religione

protestante in cui era cresciuto. Venuto a Firenze il 1666, per istanza

del Viviani fu dal granduca dato maestro al principe Ferdinando,

«ordinandomi (così scrive lo Stenon medesimo) con questi precisi

termini, che io gli insegnassi la filosofia cristiana; e venuto poi a

dar principio all'esecuzione di questi suoi comandi, un'altra volta mi

disse che io gli facessi ben capire, che v'era un altro principe

superiore, alla cui autorità stanno sottoposti tutti i principi».

Al convento d'Annalena tornò più volte per comprare manteche e simili

cose, ove suor Maria Flavia del Nero[341], udito ch'egli era eretico,

gli disse non potrebbe salvarsi, ed entrò seco in ragionamento

dell'anima: egli con essa recitava l'Ave Maria, ma solo la metà, non

potendo credere all'intercessione della beata vergine e de' santi: pure

s'asteneva dalle carni il venerdì e sabato, e visitava chiese, a

consiglio della pia, che lo mise in corrispondenza con dotti padri.

Sempre però egli era trattenuto dalla vergogna di parere apostato, e più

volentieri udiva la monaca parlarle del nostro Cristo, come le donne

sanno fare cioè col cuore. In ciò lo coadjuvava la signora Arnolfini,

moglie dell'ambasciadore di Lucca, finchè dopo lunghi discorsi e studio

de' Padri, abjurò.

Anche qui lasciamo la parola a lui stesso, che così scrive ad essa

Arnolfini:

Nell'ultima venuta costà di questa Corte, a cui ho l'onore di

servire, promisi a vossignoria di spiegarle in carta le ragioni

che mi aveano persuaso ad abbandonare la credenza luterana di cui

era stato tenacissimo, e ad abbracciare la fede cattolica romana,

da me per l'addietro aborrita. Ho tardato molto a soddisfare a

questo mio debito; perchè stimavo di esser tenuto ad esporle

tuttociò che appartiene a sì gran causa. Un tale assunto era

materia piuttosto da volumi che da una lettera: e questo pensiere

mi ha sospeso la penna più lungamente di quel che richiedevano e

la mia promessa e il mio desiderio. Finalmente per servir più che

posso la brevità, ho risoluto di restringermi a un solo articolo;

ed a quello appunto, sopra del quale Iddio mi diede i primi

impulsi per cercare sinceramente la verità di quel ch'egli avea

rivelato alla sua Chiesa, e che dovea credersi da noi con fede

divina, non soggetta ad errori. Certificato che fui della verità

dell'articolo di cui le parlerò, non ebbi più dubbio veruno di

esser tenuto ad abbandonare la credenza luterana: poichè, dove una

religione erra in un punto sostanziale della fede, al certo non

può essere da Dio, il quale, siccome per la sua infinita sapienza

è incapace di errore, così per la somma sua veracità è incapace di

mentire in quel che dice, ed ingannarci co' suoi detti; onde non

può non essere una mera invenzione degli uomini qualunque sètta

che discordi da quello che a noi consta essere stato rivelato da

Dio alla sua Chiesa. E benchè io mi restringa ad un sol punto

nella presente, non avrò difficoltà a render ragione degli altri,

sopra de' quali piacesse a vossignoria di chiedermela.

Mi ritrovava io in Livorno, dove ella si ritrovava, nel tempo

della solennità del _Corpus Domini_; ed al veder portare in

processione con tanta pompa quell'ostia per la città, sentii

svegliarmisi nella mente quest'argomento: O quell'ostia è un

semplice pezzo di pane, e pazzi sono costoro che gli fanno tanti

ossequj; o quivi si contiene il vero corpo di Cristo, e perchè non

l'onoro ancor io? A questo pensiero, che mi scorse l'animo, da un

canto non sapea indurmi a credere ingannata tanta parte del mondo

cristiano, qual è quella de' Cattolici romani, numerosa d'uomini

svegliati e dotti; dall'altro non volea condannare la credenza in

cui era nato ed allevato. E pure era forza il dire o l'uno

l'altro: poichè non vi era nè vi è modo di conciliare insieme due

proposizioni che si contraddicono, nè di poter reputar vera quella

religione, che in un punto tanto sostanziale della fede cristiana

andasse errata, e facesse errare i suoi seguaci.

In questo stato capitai in Firenze per dimorarvi qualche spazio di

tempo, a cagione della lingua italiana che qui si parla con fama

di pulizia, e proseguir dipoi il mio viaggio a vedere il resto

delle principali città dell'Italia. Qui, per soddisfare

all'incertezza dell'animo mio agitato nell'accennato mistero

dell'eucaristia, adoperai ogni possibile diligenza nel cercare la

verità, confidato in Dio che mi avrebbe scorta la mente col suo

lume a conoscere il vero che io cercava con sincerità di cuore;

comunque l'educazione avuta fin dalla mia nascita nella credenza

luterana mi facesse forza, e mi animasse al contrasto ed

all'ostinazione nelle mie antiche opinioni. Non contento di

trattare sopra tal materia con persone dotte, delle quali niuno

può negare che molte non ve ne sieno fra i Cattolici, volli con

mio agio chiarirmi de' testi originali della sacra scrittura e

degli autori antichissimi, ed in più modi, e particolarmente in

una famosa libreria di antichissimi manoscritti greci ed ebrei, a

fine di non fidarmi delle versioni latine senz'altro esame, ma di

riscontrarle co' testi originali delle accennate due lingue,

giacchè per lo studio già fattone le possedevo. Insomma, dopo il

molto conferire, il molto leggere ed un lungo esaminare e

riscontrare quanto leggevo ed udivo, non potei non rimaner

convinto e della verità che in fatti professano i Cattolici

romani, e della falsità nella quale vivono ingannati i Luterani.

Lo stesso avverrà a chiunque de' Luterani sinceramente si farà a

cercare il vero: poichè Iddio non lascerà d'illuminare chi cerca

la vera fede con cuor sincero, siccome per sua bontà ho

sperimentato in me stesso.

E perchè la fede divina, quale è quella con cui si crede nella

vera Chiesa di Cristo, si dee fondare sulla parola divina, ecco a

vossignoria come sopra tal fondamento mi son io fermissimamente

persuaso di tre verità, che sono le sostanziali intorno al

sagramento dell'Eucaristia, sopra del quale furono i miei primi

dubbj, conforme le ho accennato.

La prima che, in virtù delle parole della consacrazione per la

forza onnipotente di Gesù Cristo nostro signore, il quale istituì

il sagramento dell'Eucaristia, si fa la mutazione sostanziale del

pane nel corpo di Gesù Cristo, e del vino nel sangue di lui:

La seconda, che il corpo di Cristo non solo si ritrovi nel pane

consacrato nel tempo dell'uso di tal sacramento, e fino alla

comunione; ma ancora dipoi, e fuori dell'uso attuale; e lo stesso

dee intendersi del sangue in ordine al vino consacrato, dove

questo si conservasse:

La terza, che non è contro la sacra scrittura, ossia la parola di

Dio, l'amministrarsi il sagramento dell'Eucaristia solamente sotto

una specie qual è quella del pane, anzi ciò è un rito

convenevolissimo.

Per discorrere distintamente incomincierò dalla prima verità.

Questa con ogni chiarezza viene esposta nell'evangelio di san

Giovanni al capo 6, dove si legge, come detto da Cristo N. S.,

_Panis quem ego dedero, caro mea est pro mundi vita_; e più sotto

nel medesimo capo, dice il medesimo Signore: _Caro mea vere est

cibus, et sanguis meus, vere est potus_. San Matteo poi, nel

riferire l'istituzione di questo divinissimo sagramento nel capo

26, parla come segue: _Cœnantibus autem eis, accepit Jesus panem,

et benedixit ac fregit, deditque discipulis suis, et ait: Accipite

et comedite; hoc est Corpus meum. Et accipiens calicem, gratias

egit, et dedit illis dicens: Bibite ex hoc omnes; hic est enim

sanguis meus novi testamenti, qui pro multis effundetur in

remissionem peccatorum_. Parimente san Marco parla dell'istesso

tenore al capo 14. _Et manducantibus illis, accepit Jesus panem,

et benedicens fregit, et dedit eis, et ait, Sumite; hoc est Corpus

meum. Et accepto calice gratias agens dedit eis, et biberunt ex

illo omnes, et ait illis: Hic est sanguis meus novi testamenti qui

pro multis effundetur._ Così fa anche san Luca nel capo 22 del suo

Evangelio. _Et accepto pane, gratias egit, et fregit, et dedit eis

dicens: Hoc est corpus meum quod pro vobis datur. Similiter et

calicem, postquam cœnavit dicens: Hic est calix novum testamentum

in sanguine meo, qui pro vobis fundetur._ Finalmente l'Apostolo

san Paolo, nell'epistola prima a' Corinti al capo 11 parla nel

modo seguente: _Ego enim accepi a Domino, quod et tradidi vobis

quoniam Dominus Jesus, in qua nocte tradebatur accepit panem, et

gratias agens fregit, et dixit: Accipite et manducate, hoc est

corpus meum, quod pro vobis tradetur: hoc facite in meam

commemorationem. Similiter et calicem, postquam cœnavit, dicens:

Hic calix novum testamentum est in meo sanguine_; e dopo

soggiunge: _Itaque quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit

calicem Domini indigne, reus erit corporis et sanguinis Domini_.

Su questi testi sì chiari della Scrittura divina fondano i

Cattolici la loro dottrina ed indubitabile credenza intorno alla

presenza reale del corpo di Gesù Cristo sotto le specie del pane,

e del suo sangue sotto le specie del vino; nè si può dire

altrimenti se non si vuol fare una manifesta violenza a' sensi

chiarissimi di tali testi, conforme l'han fatta i Sacramentarj,

gli Zuingliani, i Calvinisti e simili, i quali contro la verità

hanno insegnato, che tali testi parlino metaforicamente e

figuratamente, sicchè si abbia ad intendere che il pane sia una

figura del corpo di Cristo, ed il vino lo sia del suo sangue. Niun

uomo disappassionato si può figurare un tal senso in tali

proposizioni per se stesse chiarissime, e quando non altro, una

tale spiegazione si convince falsissima da ciò che si dice del

corpo, _Quod pro vobis tradetur_; del sangue, _Qui pro vobis, qui

pro multis effundetur_; poichè non la figura, ma il vero corpo e

il vero sangue di Gesù Cristo fu quello che fu dato e fu sparso

sulla Croce per la redenzione del genere umano, e per la

remissione de' nostri peccati. Di più, come si possono accordare

con tale spiegazione quelle altre parole in san Giovanni: _Panis,

quem ego dedero, caro mea est pro mundi vita; Caro mea vere est

cibus et sanguis meus vere est potus_? Posta l'accennata

spiegazione, come poteva dire il Signore, che il pane che egli

avrebbe dato è la sua carne, e che la sua carne e 'l suo sangue

sono veramente cibo e veramente bevanda, se tutto si riduce ad una

figura, ad un segno, ad un simbolo?

Fondano ancora sopra de' medesimi testi i Cattolici romani

quest'altra verità, che, in virtù della consacrazione, cessino le

sostanze del pane e del vino, ed in vece loro succedono sotto

quelle specie il corpo ed il sangue di Gesù Cristo. Lutero in

questo punto ha parlato in diverse maniere, conforme può vedersi

nelle sue scritture a que' di Argentina, a' Valdesi ed altri,

discordando da se medesimo. I suoi primi discepoli hanno

insegnato, e dietro ad essi insegnano e credono i seguaci della

loro credenza, che nel tempo dell'uso del sagramento vi sia bensì

la reale presenza del corpo e del sangue di Cristo, ma unitamente

anche le sostanze del pane e del vino; il che è negato

costantemente da' Cattolici, e si prova naturalissimamente da'

medesimi testi soprallegati, a non voler cavillare ed interpretare

di capriccio la parola di Dio, ma secondo il suo vero e naturale

senso, conforme è di ragione che se ne intenda il significato.

Imperocchè, come si può verificare in senso reale (non avendo più

luogo il mistico o figurato de' Sacramentarj e loro partigiani,

impugnati da' medesimi Luterani, non che da' Cattolici romani) il

detto di Cristo, _Il pane che io vi darò è la mia carne: questo è

il mio corpo: questo è il mio sangue_; siccome egli disse del pane

che aveva in mano, e del vino che era nel calice da lui tenuto in

mano? Imperocchè sarebbe stato necessario, per avverarsi ciò in

senso reale, che veramente il pane fosse il suo corpo, ed il vino

fosse il suo sangue; rimanendo quello pane, e questo dell'essere

sostanziale di vino: il che ognun vede che è cosa impossibile, e

che rinchiude implicanza. Adunque il senso legittimo e naturale di

tali testi è quello che insegnano i Cattolici, secondo il quale le

predette proposizioni della sacra scrittura portano la vera e

reale mutazione del pane nel corpo, e del vino nel sangue del

Signore; sicchè il senso sincero sia: _Quello che vi do sotto

l'apparenza, o specie del pane, non è più pane ma il mio corpo

sotto le specie del pane_; e lo stesso si dica del vino

consacrato; siccome nelle nozze di Cana Galilea, mutata l'acqua in

vino per l'onnipotenza del Signore, non rimase già la stessa cosa

acqua e vino, ma quella fu tramutata in questo. Certo sarebbe una

mostruosa interpretazione di quelle parole dell'evangelio di san

Luca al capo 7, _Cœci vident, claudi ambulant etc._, se si desse

loro questo senso che coloro fossero insieme ciechi e veggenti,

storpi e raddrizzati a camminare; mentre il senso vero naturale

delle citate parole è: _Quei che erano ciechi, ora non son più

ciechi, ma veggono; quei che erano storpj o zoppi, ora non sono

più storpj o zoppi, ma sono abilitati nella persona a poter

camminare_.

Nè questo intendimento avuto per vero e legittimo da' Cattolici

romani contro gl'insegnamenti de' Sacramentarj e loro simili, e

de' Luterani, è una cosa nuova nella Chiesa di Cristo, come han

preteso que' che sono contrarj alla Chiesa romana, ma è

antichissimo nella Chiesa, e tramandato a noi di secolo in secolo

fino dal primo in che Gesù Cristo la fondò, come cosa

chiarissimamente fondata nella parola di Dio, espressa nei testi

sopracitati, alla quale non si può dare altra legittima

spiegazione. Per isfuggire lunghezze maggiori porterò qui a

vossignoria alcune autorità di quelli che hanno scritto ne' primi

cinque secoli, uomini dottissimi e che sono venerati anche da'

Luterani, come gran maestri della Chiesa di Dio; per le quali si

vede che la Chiesa romana di mano in mano ha sempre seguita e

insegnata la vera fede insegnataci da Cristo, e che le sue

dottrine non sono inventate dagli uomini dopo più secoli dalla

fondazione della Chiesa, per politica, o per altri motivi e

disegni umani, conforme senza ragione han preteso i suoi

avversarj.

Tralascio quello che si ha negli atti del martirio di sant'Andrea

apostolo descritti da' suoi discepoli, che furono presenti alla

sua passione e morte, per ristringermi a' soli dottori. Nel primo

secolo scrissero adunque sant'Ignazio vescovo e martire, e san

Dionisio areopagita, ancor esso illustre per i medesimi pregi,

ambedue contemporanei degli apostoli.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 39 / 101 段