Il confondere le ragioni della filosofia cogl'interessi della teologia

produsse che Cartesio fosse reputato avverso alla messa, attesa la sua

ingegnosa distinzione fra lo spirito e la materia; che fossero riprovati

Leibniz per le sue monadi e l'armonia prestabilita, Gassendi per gli

atomi, Pascal pel peso dell'aria. Nei giorni stessi di cui parliamo i

teologi protestanti di Tubinga anatemizzarono Keplero perchè la Bibbia

insegna che il sole gira attorno alla terra: ed egli sbigottito volea

distrugger l'opera sua, quando gli fu offerto un asilo in Graz, e i

Gesuiti lo protessero anche contro le accuse di sortilegio avventategli

dai suoi[326]. Avvenne altrettanto a Sternkammer in Inghilterra.

L'accademia di Siviglia non riprovò Colombo che supponeva la terra

popolata in giro? L'accademia di Francia non isgradì ai giorni stessi la

proposta di navigar a vapore? Oggi stesso non vediamo i giornali,

inquisizione moderna, tediare e peggio per titoli teologici? È l'eterna

implacabilità de' saccenti.

Galileo non potea sfuggirla, e gl'inquisitori, sopra informazioni di

persone credute competenti, condannavano opinioni ch'erano già state

proclamate all'ombra della tiara, e proferirono «falsa e contraria alle

divine Scritture la mobilità della terra».

Esso Galileo il 6 febbrajo 1616 da Roma scriveva a Curzio Pichena,

segretario del granduca, trovarsi ben contento d'esser andato per

dissipare le trame tesegli; già essersi rimosso ogni dubbio sulla sua

persona. «Ma perchè alla causa mia viene annesso un capo che concerne,

non più alla persona mia che all'università di tutti quelli che, _da

ottant'anni in qua_ o con opere stampate o con scritture private o con

ragionamenti pubblici e predicazioni o anche in discorsi particolari

avessero aderito e aderissero a certa dottrina e opinione non ignota a

V. S. I., sopra la determinazione della quale ora si va discorrendo per

poterne deliberare quello che sarà giusto e ottimo, io, come quegli che

posso per avventura esserci di qualche ajuto per quella parte che

dipende dalla cognizione della verità che ci vien somministrata dalle

scienze professate da me, non posso nè debbo trascurare quell'ajuto, che

dalla mia coscienza come cristiano zelante e cattolico mi vien

somministrato. Il qual negozio mi tiene occupato assai, e non senza

profitto... Jeri fu a trovarmi in casa quella stessa persona che, prima

costà dai pulpiti, e poi qua in altri luoghi aveva parlato e macchinato

tanto gravemente contro di me: stette meco più di quattr'ore, e nella

prima mezz'ora che fummo a solo a solo cercò con ogni sommessione di

scusar l'azion fatta costà, offrendosi pronto a darmi ogni

soddisfazione. Poi tentò di farmi credere non essere stato lui il motore

dell'altro motore qui. Intanto sopraggiunsero monsignor Bonsi nipote

dell'ecc. e rr. cardinale, il canonico Venturi e tre altri gentiluomini

di lettere: onde il ragionamento si voltò a discorrere sopra la

controversia stessa, e sopra i fondamenti sopra i quali si era messo a

voler dannare una _proposizione ammessa da santa Chiesa da tanto tempo_.

Dove si mostrò molto lontano dall'intendere quanto sarebbe bisognato in

queste materie, e dette poca soddisfazione ai circostanti. I quali dopo

tre ore di sessione partirono, ed egli restato tornò pure al primo

ragionamento, cercando dissuadermi quello che io so di certo».

E il 6 marzo: «Si sta per pigliar risoluzione sopra il libro e opinioni

del Copernico intorno al moto della terra e quiete del sole, sopra la

quale fu mossa difficoltà l'anno passato in Santa Maria Novella e poi

dal medesimo frate qui in Roma, nominandola egli contro alla fede ed

eretica. Ma per quello che l'esito ha dimostrato, il suo parere non ha

ritrovato corrispondenza in santa Chiesa, la quale altro non ha ricevuto

se non che tale opinione non concordi con le sante scritture; onde solo

restano proibiti quei libri, i quali ex professo hanno voluto sostenere

che ella non discordi dalla Scrittura; e di tali libri non c'è altro che

una lettera di un padre Carmelitano stampata l'anno passato, la quale

solo resta proibita. Didaco a Stunica agostiniano avendo, tre anni sono,

stampato sopra Job, e tenuto che tale opinione non repugni alle

Scritture, resta sospeso _donec corrigatur_, e la correzione è di

levarne una carta nell'esposizione sopra le parole _Qui commovet terram

de loco suo_. All'opera del Copernico stesso si leveranno dieci versi

della prefazione a Paolo III, dove accenna non gli parere che tal

dottrina repugni alle Scritture; e per quanto intendo, si potrebbe

levare una parola in qua e in là, dove egli chiama due o tre volte la

terra _sidus_... Io non ci ho interesse alcuno, nè punto mi ci sarei

occupato se i miei non mi ci avessero intromesso».

E al 12 marzo: «... Jeri fui a baciare il piede a sua santità, colla

quale passeggiando ragionai per tre quarti d'ora con benignissima

udienza... Le raccontai la cagione della mia venuta qua, dicendole come,

nel licenziarmi dalle loro altezze ss., rinunziai ad ogni favore che da

quelle mi fosse potuto venire, mentre si trattava di religione e

d'integrità di vita e di costumi. Feci constare a sua santità la

malignità de' miei persecutori e alcune delle lor false calunnie: e qui

mi consolò col dirmi che io vivessi con l'animo riposato, perchè restavo

in tal concetto appresso la sua santità e tutta la Congregazione, che

non si darebbe leggermente orecchio ai calunniatori».

Ma l'ambasciadore Pietro Guicciardini al 4 marzo avea scritto al

granduca: «Il Galileo ha fatto più capitale della sua opinione che di

quella de' suoi amici, ed il signor cardinale del Monte ed io e più

cardinali del Sant'Offizio l'avevamo persuaso a quietarsi, e non

stuzzicare questo negozio: ma se voleva tener questa opinione, tenerla

quietamente senza far tanto sforzo di disporre e tirar gli altri a tener

l'istessa, dubitando ciascuno che non fosse venuto altrimenti a purgarsi

e a trionfar de' suoi emuli, ma a ricevere uno sfregio... Dopo avere

informati e stracchi molti cardinali, si gettò al favore del cardinale

Orsini... il quale in concistoro, non so come consideratamente e

prudentemente, parlò al papa in raccomandazione di detto Galileo. Il

papa gli disse che era bene ch'egli lo persuadesse a lasciare

quell'opinione. Orsini replicò qualche cosa incalzando il papa, il quale

mozzò il ragionamento, e gli disse che avrebbe rimesso il negozio ai

cardinali del Sant'Offizio. E partito Orsini, il santo padre fece

chiamar il Bellarmino e discorse sopra questo fatto; fermarono che

questa opinione del Galileo fosse erronea ed eretica. E jer l'altro,

sento fecero una congregazione sopra questo fatto per dichiararla tale;

ed il Copernico ed altri autori o saranno emendati o ricorretti o

proibiti. E credo che la persona del Galileo non possa patire, perchè

come prudente vorrà e sentirà quello che vuole e sente santa Chiesa. Ma

egli s'infuoca nelle sue opinioni, e ha estrema passione dentro, e poca

fortezza e prudenza a saperla vincere... Il Galileo ci ha de' frati e

degli altri che gli vogliono male e lo perseguitano; ed è in uno stato

non punto a proposito per questo paese, e potrebbe mettere in intrighi

grandi sè ed altri, e non veggo a che proposito nè per che cagione egli

ci sia venuto, nè quello possa guadagnare standoci».

A Galileo dunque non fu inflitto verun castigo nè penitenza dalla

Congregazione dell'Indice, ma solo intimato di non parlare più del

sistema di Copernico, e Paolo V l'assicurò che, vivo lui, non sarebbe

più molestato. Non si proscrivea la dottrina, bensì il sostenerla

pubblicamente come privata interpretazione della Bibbia, e Galileo

riconobbe il decreto per prudentissimo e salutifero ad ovviare i

pericolosi scandali dell'età; temerarj quelli che lo biasimavano; in

Italia, e più a Roma sapersene meglio che dalla diligenza oltremontana.

Il cardinal del Monte informava il granduca: «Egli si parte di qua con

intera la sua reputazione e con laude di tutti quelli che hanno trattato

seco: e si è toccato con mano quanto a torto sia stato calunniato da

nemici i quali (come afferma egli medesimo) non hanno avuto altra mira

che di pregiudicargli nella grazia di vostra altezza serenissima. Io che

molte volte ho parlato con lui, e ho anche sentito quelli che son

consapevoli di quanto è passato; assicuro vostra altezza serenissima che

nella sua persona non è ad imputare il minimo neo, ed egli medesimo

potrà dar conto di sè, e reprimere le calunnie de' suoi persecutori,

avendo in scritto tutto quello che gli è occorso di produrre». Il

granduca Cosimo II volle viaggiasse in letiga di corte, ed entrasse in

Firenze con corteo di servi di corte: premure per un processato, o

riparazioni, che non hanno certo i ministri odierni.

E rimanga fisso che Galileo pretendeva alla fama di buon cattolico. Al

balì Cioli scrivea: «Nessuno può revocare in dubbio la mia esemplare

pietà, la mia cieca obbedienza ai comandamenti della Chiesa». Quando

comparve al Sant'Uffizio, si mise in ginocchioni davanti ai cardinali

supplicandoli nol dichiarassero eretico, di che gli verrebbe dolor sì

acerbo, da preferire la morte; dal cardinal Bellarmino domandò

un'attestazione qualmente non ebbe a far nessuna abjura delle sue

dottrine ed opinioni, nè fu sottoposto a qualsiasi penitenza[327]: onde

chi conosce il cuore umano e l'amor proprio dei letterati, forse dirà

ch'egli si ostinasse a voler vittoria sopra gli oppositori, appunto

perchè in questa parte sentivasi men sicuro che non sul campo delle

matematiche, o forse perchè la contraddizione loro impediva il trionfo

delle sue verità.

Moriva fra ciò Gregorio XV e nel conclave del 1623, avendo la Spagna

dato esplicitamente l'esclusione al cardinal Federico Borromeo, che

nell'arcivescovado suo di Milano avea zelato le prerogative

ecclesiastiche, risultò eletto Matteo Barberini fiorentino, che si

chiamò Urbano VIII. Uom di mondo, arricchitosi ne' traffici; per

disposizione naturale e per istudio del diritto e per usata con persone

esperte, acquistò pratica delle cose diplomatiche, e più vi s'addentrò

stando nunzio in Francia, dove già fin d'allora trattavansi gli affari

di tutta Europa. Assunto papa in età fresca, con salute atletica;

grande, bruno, venerabile d'aspetto, elegante nel vestire, di modi e

moti aristocratici, parlava bene e su tutte le materie; acuto ad

assalire, pronto a difendersi, scherzi e lepidezze amava più che la sua

dignità nol comportasse, e più che nol lasciasse aspettare la

irreprovevole sua condotta; prendeva in beffa e anche in ira chi gli

contraddicesse, ma facilmente deponeva lo sdegno. Dilettavasi de' poeti

moderni, poeta egli stesso, senza che ciò lo stogliesse dagli studj

severi. Chiamò di Germania i dotti Luca Olstenio ed Abramo Eikellense,

di Levante Leone Allacci, oltre il fior degli Italiani; agli

ecclesiastici interdisse i traffici scolareschi; pubblicò migliorato il

_Breviario romano_, correggendone egli medesimo gl'inni. Diffidava di

quei che lo circondavano e massime de' diplomatici e de' cardinali

addetti a questo o a quel principe, e non parole ma ne volea espresse

dichiarazioni. Sebbene parlasse con tal aria ingenua, che ispirava

fiducia a coloro che ancor credessero possibile in un principe la

sincerità, in fatto dissimulava i proprj divisamenti. Sentendo alto di

sè, non volea concistoro, non consulta, ma veder tutto da sè, e diceva:

«Io intendo gli affari meglio di tutti i cardinali». Franco nel

disapprovare i suoi predecessori; gli si faceva un objezione tratta da

antiche costituzioni papali? rispondeva: «La decisione d'un papa vivo

val meglio che quella di cento papi morti»; voleasi fargli adottare

un'idea? bisognava esibirgli la contraria. Amò la pace, anche perchè

esausto l'erario; e pure, non che difender il suo Stato, lo rese

minaccioso; vi unì il ducato d'Urbino, e se mostravangli i monumenti di

marmo de' suoi predecessori, diceva: «Io ne erigerò di ferro»; pose

Forte Urbano alle frontiere di Bologna, fortificò Roma; istituì a Tivoli

manifatture di armi; arsenali e soldati a Civitavecchia, dichiarata

portofranco, in modo che i Barbareschi venivano a vendervi le prede

fatte sui Cristiani. Cercò frenare Casa d'Austria e Casa di Savoja per

conservare la libertà d'Italia, che allora riponeasi nell'equilibrio fra

le potenze prevalenti; si offrì mediatore fra Spagna e Francia, e

davvero per tutta Europa era invocato arbitro, ma non che decorosamente

sostenere sì sublime parte, cogli ambasciatori chiacchierava, dissertava

anzichè stringere, e piegavasi dal sì al no per capriccio, non per

ponderazione. Ma se condiscendeva nelle materie temporali, stava

irremovibile dove si trattasse delle spirituali. Da San Benedetto di

Polirone nel Mantovano fe trasferire le ceneri della contessa Matilde in

Vaticano, ponendole un mausoleo dov'è effigiato Arrigo V ai piedi di

Gregorio VII, allusione significativa dell'onnipotenza papale.

Essendo ancora nella porpora, avea egli scritto a Galileo il 15 giugno

1612, che leggerebbe i suoi libri «per confermarmi nella mia opinione

che concorda colla vostra e ammirar con tutti il frutto del raro vostro

intelletto»; fece versi in lode di esso; divenuto papa, lo raccomandò

caldamente al granduca[328] ed assegnò una pensione a lui e a suo figlio

Vincenzo; accettò la dedica del _Saggiatore_ di esso, stampato dai

Lincei: l'esortò venisse a trovarlo, come ei fece la primavera del 1624,

quando seco s'intertenne a lungo sopra le sue teorie astronomiche.

Intanto Galileo avea scritto sulle macchie solari e sul flusso e

riflusso, e mandandoli al granduca, rammenta la proibizione fattagli;

malgrado quella, aver qui ragionato come se la terra si muova; ben vuole

si consideri «come una poesia, ovvero come un sogno; tuttavolta anche i

poeti apprezzano talvolta alcuna delle loro fantasie: io parimente fo

qualche stima di questa mia novità».

Realmente non cessava di discutere, e mettere in ridicolo gli

oppositori, e allegar sempre Giobbe e Giosuè e i santi padri; e gli

scolari suoi scorrevano più in là. Poi nel 1632, con approvazione del

maestro del sacro palazzo, se non carpita, sottratta con gli artifizj

che conosce chi s'arrabatta colla censura, pubblicò il _Dialogo sopra i

due massimi sistemi del mondo, tolomaico e copernicano_, critica

vittoriosa de' vecchi sistemi di filosofia naturale. Non era terminato,

e proponeva un'altra giornata «per confutare in più efficace modo che da

Dio benedetto mi verrà somministrato, la detta opinione falsa e

dannata». Mentre i dotti notavano spiegazioni false e monche,

gl'invidiosi insusurrarono Urbano VIII perchè Galileo, dopo essere sì

umanamente trattato, non solo fallisse alla promessa di non più

discorrerne, ma in quel dialogo avesse adombrato lui papa nel grossolano

peripatetico Simplicio, e messe in iscena appunto le conversazioni che

in proposito avea tenute con esso. Urbano, che avea le passioni d'uomo e

di letterato, si risentì di quello scherno vero o supposto, mandò ad

esaminare il libro alla Congregazione di cardinali, e questi lo rimisero

all'Inquisizione perchè chiarisse in qual senso Galileo continuasse a

sostenere quell'opinione. Allora egli fu citato a Roma. Avrebbe potuto

passare a Venezia o in Olanda, ove sarebbe stato accolto a braccia

aperte: ma preferì obbedir alla citazione.

Il processo di Galileo fu stampato dal cardinal Marini: un estratto ne

fu dato dall'Alberi nel IX volume delle opere di Galileo. Ma dopochè

Biot aveva sgomberato la storia da una menzogna e da una sciocchezza

intorno alle sevizie usate a quel grande, il Perchappe, Bertrand ed

Ernesto Renan[329] (oltre il Libri) tornarono a rilevarla, dicendo che,

stando il processo in mano d'ecclesiastici, possono averne cancellato

ogni cenno di tortura. È argomento insulso verso persone che della

tortura non si faceano scrupolo: è argomento strano, pel quale potrebbe

torsi fede ad atti ed accuse qualunque. Pure noi vorremo lasciar da

banda il processo, e citar le lettere e le informazioni che il ministro

del granduca a Roma inviava a' suoi principi, caldi sostenitori del

Galilei. Eccoli:

1632, 24 _agosto_. Sento da qualche amico ci sia pensiero non di

proibir il libro, ma sibbene che si accomodino alcune parole...

5 _settembre_. Sua santità proruppe in molta collera, e

all'improvviso disse che anche il mio Galilei aveva ardito di

entrar dove non doveva; ed in materie le più gravi e le più

pericolose che a questi tempi si potessero suscitare... e d'aver

decretata una congregazione di teologi e d'altre persone versate

in diverse scienze, gravi e di santa mente, che parola per parola

pesavano ogni minuzia, perchè si trattava della più perversa

materia che si potesse mai aver alle mani, tornando a dolersi

d'essere stata aggirata da Galileo e dal Ciampoli... Aggiunse

d'aver usato col signor Galilei ogni urbanità, perchè gli ha fatto

penetrare quel che egli sa; e non ne ha commessa la causa alla

Congregazione della Santa Inquisizione come doveva, ma a

Congregazione particolare, creata di nuovo...

11 _settembre_. In effetto il papa vi ha senso, perchè tiene che

s'incorra in molti pericoli della fede, non si trattando qui di

materie matematiche, ma della scrittura sacra, della religione e

della fede, perchè non è stato osservato il modo e l'ordine dato

nello stampare il libro...

26 _dicembre_. Il Galilei sarà sicuramente ristretto d'abitazione,

e posto in qualche necessità o di disdirsi o di scrivere contro a

quel che ha pubblicato.

Non ci sia negato di riflettere come la piccola Toscana, popolata di non

un milione di anime, pesasse nella bilancia europea, fosse cerca da

tutte le Corti, trafficasse in America e nelle Indie Orientali, creasse

una flotta nel Mediterraneo, colla quale toglieva Bona ai Barbareschi, e

sui Turchi riportava vittorie, che meritavano gli inni del Chiabrera e

del Filicaja.

E molto ascoltato n'era a Roma il ministro Niccolini, il quale

assiduamente teneva informato il duca; e come la difficoltà consistesse

in ciò che il Galilei, «sebbene si dichiara di voler trattare

ipoteticamente del moto della terra, nondimeno, in riferire

gli argomenti, ne parla e ne discorre poi assertivamente e

concludentissimamente, ed ha contravvenuto all'ordine datogli nel 1616

dal cardinale Bellarmino d'ordine della Congregazione dell'Indice[330],

e spesso torna a lagnarsi perchè si ostina a voler fare il teologo, e

resiste agli amici che gli consigliano di prender aria ed evitare la

lotta.

Citato, il Galileo tardò cinque mesi: venticinque giorni consumò nel

viaggiar da Firenze a Soma. Quivi giunto, prosegue il Niccolini, ai 13

marzo:

Il papa mi rispose d'avergli fatto un piacer singolare, e non più

usato con altri, in contentarsi che possa trattenersi in mia casa,

invece del Sant'Uffizio... un cavalier di casa Gonzaga non

solamente fu messo in una lettiga accompagnato e guidato fino a

Roma, ma condotto in castello, e tenuto ivi molto tempo, fino

all'ultimo della causa... Il cardinale Barberino disse lo stimava

per uomo singolare, ma che questa materia è assai delicata,

potendosi introdurre qualche domma fantastico nel mondo, e

particolarmente in Firenze, dove gl'ingegni sono assai sottili e

curiosi...

Sua santità mi disse non credere si possa far di meno di non lo

chiamar al Sant'Uffizio quando s'avrà a esaminare, perchè così è

il solito. Io le replicai di sperare che la santità sua fosse per

raddoppiare l'obbligazione con dispensarlo anche da questa, ma mi

fu risposto di credere che non si potrà far di meno... e che Iddio

gli perdoni di entrar in queste materie, tornando a dire che si

tratta di dottrine nuove e della sacra scrittura, e che la meglio

di tutte è quella di andar con la comune... che v'è un argomento

al quale non hanno mai saputo rispondere, che è, che Iddio è

onnipotente, e può far ogni cosa: se è onnipotente, perchè

vogliamo necessitarlo? [331]. Conchiuse che gli avrebbe fatto dare

certe stanze, che son le migliori e le più comode in quel luogo...

16 _aprile_. Dopo trasferito colà, il cardinale Barberino

m'offerse tutte le comodità desiderabili, e che vi sarebbe tenuto

non come in prigione nè in secrete, ma provisto di stanze buone, e

forse anche lasciate aperte... Si procura che possa tenervi un

servitore, e tutte le comodità...

Il padre commissario del Sant'Uffizio lo ricevette con

dimostrazioni amorevoli, e gli fece assegnar non le camere o

segrete solite darsi ai delinquenti, ma le proprie del fiscale di

quel tribunale; in modo che non solo egli abita fra i ministri, ma

rimane aperto e libero di poter andare sin nel cortile... Si vede

sarà spedito presto, perchè in questa causa s'è proceduto con modi

insoliti e piacevoli... mentre si sa che vescovi, prelati o

titolati, appena giunti in Roma sono stati messi in Castello o nel

medesimo palazzo dell'Inquisizione con ogni rigore e con ogni

strettezza. Anzi gli permettono che il suo servitore medesimo lo

serva, e vi dorma, e quel ch'è più, vada e torni donde gli piace,

e che i miei medesimi servitori gli portino di qui la vivanda in

camera, e se ne tornino a casa mia mattina e sera...

25 _aprile_. Il signor Galilei... mi scrive giornalmente, ed io

gli rispondo e gli dico il mio senso liberamente, senza che vi si

pensi punto...

1 _maggio_. Il signor Galileo mi fu rimandato jeri a casa quando

manco l'aspettavo, _ancorchè non sia finito il suo esame_, e

questo per gli uffizj fatti dal padre commissario col signor

cardinale Barberino, che da se stesso, senza la Congregazione

dell'Indice, l'ha fatto liberare perchè possa riaversi dai disagi

e dalle sue indisposizioni _solite_ che lo tenevano continuamente

travagliato...

3 _maggio_. Il signor Galilei fu lasciato tornare in questa casa,

dove pare sia tornato in migliore stato di salute. E perchè

desidera che si venga all'ultima terminazione della sua causa, il

padre commissario del Sant'Uffizio gli ha data qualche intenzione

di venire a questo fine a trovarlo...

22 _maggio_. Parlai con sua santità della spedizione del negozio

del signor Galileo, e mi fu data intenzione che la sua causa si

terminerà facilmente nella seconda congregazione di giovedì a otto

giorni. Posso ben dubitare assai della proibizione del libro, se

non vi si rimediasse col fargli fare un'apologia da lui medesimo,

come io proponeva a sua beatitudine. Ed a lui toccherà anche

qualche penitenza salutare, pretendendo ch'egli abbia trasgrediti

gli ordini nel 1616 datigli dal cardinale Bellarmino sopra la

medesima materia del moto della terra. Io non gli ho ancor detto

ogni cosa, perchè intendo, _affine di non l'affliggere_,

d'andarvelo disponendo pian piano...

18 _giugno_. Ho di nuovo supplicato per la spedizione della causa

del signor Galilei, e sua santità mi ha significato ch'ella è di

già spedita, e che di quest'altra settimana _sarà chiamato una

mattina_ al Sant'Uffizio per sentirne la risoluzione... Aggiunge

che avea fatta volentieri ogni agevolezza al signor Galileo in

riguardo dell'amore che porta al granduca, ma quanto alla causa

non si potrà far di meno di non proibire quell'opinione perchè

erronea e contraria alle sacre scritture. E quanto alla persona,

dovrebbe egli per ordinario rimaner qui prigione per qualche

tempo, per aver contravenuto gli ordini che teneva fin dal 1616,

ma che, come sarà pubblicata la sentenza, mi rivedrà di nuovo, e

tratterà meco di quel che si possa fare per manco male e per

_manco affliggerlo_... ma che non si potrà far di meno di non lo

rilegare in qualche convento, come in Santa Croce, per alcun

tempo... Io non ho riferito al signor Galileo che la prossima

spedizione della causa e la proibizione del libro, ma della pena

personale non gliene ho detto niente _per non affliggerlo_, e

anche sua beatitudine mi ha ordinato di non gliene conferire _per

non lo travagliar_ ancora...

26 _giugno_. Il signor Galileo fu chiamato lunedì sera al

Sant'Uffizio, ove si trasferì martedì mattina per sentire quel che

potessero desiderare da lui, ed essendo stato ritenuto, fu

condotto mercoledì alla Minerva avanti alli signori cardinali e

prelati della Congregazione[332], dove non solamente gli fu letta

la sentenza, ma fatta anche abjurare la sua opinione. La sentenza

contiene la proibizione del suo libro, come ancora la sua propria

condannazione alle carceri del Sant'Uffizio a beneplacito di sua

santità, per essersi preteso ch'egli abbia trasgredito il precetto

fattogli sedici anni sono intorno a questa materia. La qual

condannazione gli fu solo permutata da sua beatitudine in una

relegazione o confine al giardino della Trinità de' Monti, dove io

lo condussi venerdì sera, e dove ora si trova, per aspettar quivi

gli effetti della clemenza della sua santità.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 38 / 101 段