Ma solo coll'ingegno e con istudio grande egli potè determinar le leggi

della gravità, e calcolare gli effetti della forza, malgrado

l'incrociarsi de' fenomeni e l'ingombro dei pregiudizj, creando la

dinamica. Fin a lui non eransi considerate le forze che come agenti su

corpi in istato d'equilibrio: e sebbene l'acceleramento de' gravi, e il

moto curvilineo de' projettili non potesse attribuirsi che all'azione

costante della gravità, nessuno prima di Galileo avea formulato il

principio delle velocità virtuali, fondamento della meccanica e della

scienza dell'equilibrio. _I discorsi e dimostrazioni matematiche intorno

a due nuove scienze_, stampati a Leida il 1638, poco furono stimati

allora, mentre Lagrangia li riconosce pel titolo più solido della sua

gloria[313].

Eppure Galileo fu ammirato subito come astronomo, e sol tardi come

meccanico. Per riconoscer il primo merito bastava l'occhio; per l'altro

occorre penetrar seco in ricerche elevate; per quello l'entusiasmo

popolare lo acclamava; per questo era contrariato dai sapienti,

sconosciuto, fischiato. E non solo dai concittadini, caso troppo

ordinario; ma il gran Cartesio, che viaggiava onde ne' colloquj co'

dotti raggiungere la verità, venne a Firenze quando Galileo era nel

maggior rinomo, e non cercò tampoco vederlo: in una lettera al padre

Mersenne mostra conoscerne le opere, ma non avervi trovato cosa degna di

serio esame.

Tanto vale il giudizio dei contemporanei! e una prova ce ne darebbe in

Galileo stesso, che, mentre dice che alle magagne del sistema di Tolomeo

rimedia il copernicano, non accenna che il vero medico n'era Keplero

collo sbandir tutti quegli eccentrici ed epicicli; nè di lui fa cenno

che una volta sola nei dialoghi, per combattere come assurda e inetta e

degna di star fra le cause occulte l'ipotesi d'attribuire la marea alla

combinata azione della luna e del sole, mentre Galileo l'assegnava al

doppio movimento della terra[314]. Quest'ingiustizia non iscusa in parte

le usategli da suoi connazionali?

Se i più con Tolomeo tenevano che piana fosse, e immobile stesse la

terra, e attorno ad essa rotassero i pianeti, pure non erano mai mancati

fautori al sistema, già dato dall'antichissimo Pitagora, che fa la terra

rotonda e girante attorno al sole, centro immobile. Più volte noi in

libri di tutt'altro intento cercammo inaspettatissime rivelazioni

scientifiche. A tacer di Dante, che riconosce gli antipodi e

l'attrazione centrale, il beato Giordano da Rivalta, predicatore del

secolo XIV di cui parlammo, dice: «Chi fosse sotto alla terra, all'altra

faccia del mondo di sotto, si terrebbe i piedi suoi incontro a' piedi

nostri, e le piante de' piedi suoi si pareggerebbero colle nostre. Tu

diresti: _or dunque come può stare colaggiù?_ Dicoti: perchè a quel che

fosse colaggiù parrebbe esser di sopra, ed esser ritto come te. E così

se fosse levato in alto, cioè inverso giù, ricadrebbe inverso la terra,

come qui uno che cadesse d'una torre. Imperciocchè d'ogni parte gli

parrebbe che il cielo fosse altissimo sopra capo: e di verità così è, nè

più nè meno». Fin dal 13 dicembre 1304 questo frate ignorante ne sapeva

dunque quanto Newton sugli antipodi e sulla forza centripeta.

Virgilio vescovo di Salisburgo aveva insegnato la stessa dottrina; la

ciancia è che papa Zaccaria lo minacciasse di scomunica se ostinavasi a

sostenere _quod alius mundus et alii homines sub terra sint_[315]: il

fatto è che Gregorio IX lo pose fra i santi.

Il moto della terra fu preconizzato da Nicolò da Cusa[316], che pur fu

fatto cardinale, e sepolto in San Pietro in Vincoli a Roma. E Nicolò

Copernico prussiano, allievo dell'Università bolognese e maestro nella

romana, appoggiato al metafisico argomento che la natura adopera sempre

le vie più semplici, e che bellezza e semplicità appariscono meglio nel

sistema pitagorico, sostenne che la terra, come gli altri pianeti, giri

attorno al sole. Da prelati insigni eccitato, pubblicò le _Rivoluzioni

degli orbi celesti_, e dedicandole a Paolo III, tratta d'assurda la

immobilità della terra, e «se mai ciancieri, ignoranti di matematiche,

pretendessero condannare il mio libro per rispetto a qualche passo della

Scrittura, stiracchiato al loro proposito, ne sprezzerò i varj

attacchi... Lattanzio ha detto baje sulla forma della terra: e in

oggetti matematici si scrive per matematici». Dai pregiudizj dunque dei

dotti e dalle calunnie de' malevoli Copernico chiede protezione a chi?

al capo della Chiesa. I distillatori d'intenzioni affermano non fu

perseguitato sol perchè morì appena uscita l'opera! ebbene: l'anno

stesso Celio Calcaguini aveva in cattedra professato _quod cœlum stet,

terra autem moveatur_.

Anteriormente a tutti questi Gian Alberto Widmanstadt, trovandosi a Roma

nel 1533, in presenza di Clemente VII, di due cardinali e d'illustri

personaggi espose il sistema pitagorico, e n'ebbe in dono dal papa

l'opera greca di Alessandro Afrodiseo _Del senso e del sensibile_, bel

codice che ora conservasi in Monaco, e sul quale egli medesimo fece

annotazione di questo accidente[317].

Il padre Antonio Foscarini carmelitano, da Napoli partendosi per

predicare a Roma, scrisse una lunga e non inelegante lettera al generale

del suo Ordine, cercando conciliare la teorica de' Pitagorici e di

Copernico coi passi scritturali che sembrano repugnarvi[318]: e che

saviamente dice non doversi prender sempre letteralmente. Oltre questi,

enumera le opinioni di coloro che mettono il cielo in alto, la terra al

basso, l'inferno nel centro, o che credono, dopo il giudizio finale, il

sole rimarrà stabile all'oriente, la luna all'occidente. Chi sorride a

tali difficoltà, s'immaginerà quali sieno le risposte che seriamente

egli vi oppone; e sebbene il Montucla, dotto e imparziale storico delle

matematiche, la giudichi opera giudiziosa, a me non pare che egli

accampi una sola ragion concludente: il suo achille è l'analogia fra il

sistema planetario e il candelabro mosaico di sette rami; fra i pianeti

e il frutto vietato del paradiso terrestre, e perfino l'abito

sacerdotale di Aronne, e il fico d'India, e il melogranato; ad ogni

simbolo, ad ogni frutto allegando tutti i passi della Bibbia ove son

mentovati, o che possono, per quanto faticosamente, trascinarsi a

provare il sistema mondiale.

Qui non ci sarebbe che da compatire: ma adoprando il metodo stesso,

molti riuscivano ad infirmare l'autorità biblica, e meritavano la

disapprovazione della Chiesa per ciò, non perchè ella professasse

nimicizia originale contro una dottrina che non l'offendeva. Dicasi

piuttosto che questa era contrariata dal testimonio dei sensi nel vulgo,

e peggio ancora dai pregiudizj negli scienziati, cui rincresceva

disimparare l'imparato, rinnegar la fede in Tolomeo e in Aristotele, e

confessare i meriti d'un contemporaneo.

E appunto per intendere l'elevatezza di Galileo, giova considerar la

bassezza de' suoi contradditori; e la distanza ne spiega l'invidia e la

persecuzione. I platonici credeano il cielo governato da forze speciali,

che nulla avessero di comune colla terra. I peripatetici eransi

fabbricata un'astronomia a priori, e tutto sottometteano

all'argomentazione. Il Chiarimonti di Cesena, in un'opera del 1632,

sillogizzava siffattamente: «Gli animali che si muovono hanno membri e

flessure; la terra non ne ha, dunque non si muove... I pianeti, il sole,

le fisse, tutti sono d'un genere solo, che è quello di _stelle_; dunque

o tutti si muovono, o tutti stanno fermi... È un grave sconcio il

mettere fra i corpi celesti puri e divini la terra, che è una fogna di

materie impurissime». Altri filosofi _in libris_, come Galileo li

chiama, credeano l'ipotesi del moto della terra irreverente alla

sapienza antica. Un buon credente argomentava: «Nel cielo empireo non

siede Iddio colle anime beate? Se è simile alle altre sfere, ecco

distrutta quella credenza». Quando Keplero, con ardite eppur ragionate

ipotesi suppose che fra marte e giove esistesse un nuovo pianeta, verità

provata solo dopo cencinquant'anni, il Sizzi astronomo di Firenze lo

ripudiava perchè, come non v'ha che sette fori nella testa, che sette

metalli, che sette giorni nella settimana, che sette rami al candelabro

ebraico, e a sette mesi il feto è perfetto, così non può esservi che

sette pianeti. Cristoforo Clavio gesuita, proclamato l'Euclide de' suoi

tempi e consultato dal Galilei sopra i suoi studj di geometria nel 1588,

quando udì scoperti satelliti a giove, sorrise dicendo: «Sì! prima d'uno

stromento per vederli bisognerà uno stromento onde fabbricarli». Un

genetliaco soggiungeva: «Come credere a' tuoi pianeti medicei se non

puoi mostrarmene l'influenza?».

Rappresentavansi mascherate per celiare le lune di giove; la corte di

Francia esibiva doni a Galileo se trovasse astri da chiamare

_borbonici_, come _medicei_ aveva intitolati quelli; e allorchè egli,

lasciando cascare un grave dalla torre inclinata di Pisa, convinse

d'erroneo il teorema d'Aristotele che proporzionava la celerità al peso,

destò tale un vespajo, che dovette da quell'Università migrare a quella

di Padova, sotto un governo che alle opinioni filosofiche usava la

tolleranza che negava alle politiche.

Esperienza, esperienza, esclamavano altri: un sasso gittato in alto non

ricadrebbe tante miglia lontano quante la terra ne girò in

quell'istante? l'uccello spiccatosi dal suo nido, saprebbe più

ritrovarlo se la terra si fosse roteata sotto di lui? Inoltre non è

accertato che la luna gira attorno alla terra? perchè essa sola avrebbe

tal proprietà? Alessandro Tassoni, pensatore così sagace e indipendente,

faceva questa objezione, che, ridicola oggi, pure molti allora cattivò:

«Stiasi uno nel mezzo d'una camera fermo, e miri il sole da una finestra

prospiciente a mezzogiorno. Certo se il sole sta fermo nel centro e la

finestra gira con tanta velocità, in un istante sparirà il sole da'

colui occhi». Il Vieta, perfezionatore dell'algebra, intelletto

eminentemente filosofico, nell'_Harmonicum cœleste_ che giace autografo

nella Magliabechiana, sostiene che il sistema di Copernico deriva da una

geometria fallace. Montaigne diceva «che non ci dee calere qual sia il

sistema più vero dei due, e chi sa che una terza opinione da qui a

mill'anni non rovesci le due precedenti?». Cartesio lo negò in alcun

luogo. Gassendi non ardì proclamarlo, perchè il vide tanto contraddetto:

Bacone lo derise come ripugnante alla filosofia naturale. Claudio

Berigardo francese, professore a Pisa e a Padova, e autore dei _Circoli

pisani_, reputato fra i più arguti pensatori in filosofia, lo confutò

nelle _Dubitazioni per la immobilità della terra_. Pascal, negli

stupendi suoi Pensieri, poneva: «Trovo bene che non s'approfondisca

l'opinione di Copernico»[319].

Non solo ignoranti dunque, non frati soli impugnavano una verità,

enunciata inesattamente, nè corredata di tante prove quante oggi[320].

Gli è vero che la scoperta dei satelliti di giove e di saturno,

l'assicurata rotazione di marte e giove, le fasi di venere e mercurio

traevano ad indurre che altrettanto avvenisse della terra, giacchè ad un

osservatore posto in quelli si offrirebbero i fenomeni medesimi che a

noi, ma troppi dubbj restavano quando non s'erano ancora poste in chiaro

l'aberrazione, la depressione della terra ai poli, il gonfiarsi delle

acque sotto l'equatore, il variar del pendolo col variare di latitudine.

Gran difficoltà facea pure la distanza delle stelle fisse, che rendeasi

incalcolabile perchè mancava d'ogni parallassi annuale. Copernico credea

_necessariamente circolare_ l'orbita degli astri, onde, se spiegava

l'alternar delle stagioni mediante il parallelismo che in tutto l'anno

conserva l'asse della terra, era costretto attribuire siffatta

conservazione ad un terzo movimento.

Galileo stesso dapprima credette, coi più, immobile la terra. Anche dopo

convinto del sistema vero, non osava professarlo alla scoperta per tema

delle beffe, colle quali, allora come adesso, si perseguita chi ha

ragione troppo presto. Aggiungasi ch'egli stesso supponeva la terra

girasse attraverso all'aria, la quale «non pare sia nella necessità

d'obbedir al suo movimento[321]». Del resto perchè una verità si

collochi stabilmente nella scienza non basta presentarla come un'ipotesi

che più o meno spiega i fatti, ma studiarla in se stessa, discuterla,

verificarne tutte le conseguenze.

Oggi riconosciamo che niuno superò Galileo nel talento d'osservazione e

nella sagacia a penetrar gli arcani della natura e scoprirne le leggi

per arrivare alle primordiali dell'universo; e lo proclamiamo padre di

quella che chiamiamo filosofia naturale. Ma per far valere queste verità

di mezzo ai pregiudizj, egli ricorse alla polemica, la quale non sempre

sceglie le armi più perfette; dell'ironia e dello scherzo si servì

talvolta per cattivar gli spiriti, sino a sagrificare il genio

all'abilità. Erasi dunque fatto una quantità di nemici, parte per la

istintiva malevolenza del mondo contro gl'ingegni superiori, parte per

aver flagellato gli Aristotelici inesorabilmente, repulsati gli attacchi

con sarcasmi spietati, assalito egli stesso senza rispetto all'ingegno e

alle sventure. In ciò appariva uomo, e chi osò cercare macchie nella sua

vita com'egli nel sole, trovò che profondo nella filosofia naturale, non

fa altrettanto nella religiosa e morale[322]; dapprincipio diede in

sogni astrologici, mostrò noncuranza e disprezzo per qualunque scoperta

non venisse da lui; debolezze di carattere attestare il suo contegno

prima e durante il processo, e difetto di prudenza avanti, di fermezza

poi.

Ma il clero in quale opinione ebbe Galileo? Uno di quei paradossi che

solleticano la curiosità irriflessiva dell'età nostra e che vedemmo

adoprati sul conto di Dante, di Michelangelo, di altri, fu pure

applicato al Galilei, spacciandolo per un libero pensatore, che tutta la

sua vita intese a scassinare la Chiesa cattolica, pur fingendo esserle

devoto «da ser Simplicio sempre, e con finissima ironia»[323]. Il

grand'uomo sarebbe dunque stato un abjetto ipocrita, e troppo

misericordiosa l'Inquisizione. Per provarlo, l'autore sofista adduce che

Galileo in Venezia praticò molto frà Paolo Sarpi; cita suoi detti e

scritti, fra cui un capitolo ove loda l'andar nudo e i primi popoli che

«non portavano le mutande. Ma quanto era in altrui di buono e bello

Stava scoperto da tutte le bande».

Il Galileo ebbe la disgrazia d'avere una famiglia non legittima; ma due

figlie naturali collocò in un convento a Firenze, come Dante le sue

aveva poste a Ravenna e a Verona, e poichè diffettavano dell'età,

espugnò con grand'istanza la dispensa da Roma, il che l'autore che

confutiamo dice aver egli fatto per portare anche là entro l'apostolato

anticattolico, o succhiellarne informazioni.

Accettando questi fatti, ed escludendo le interpretazioni, che saranno

smentite da tutta la nostra esposizione, appare che non poteva il

Galileo essere in odore di santità presso il clero: pure ci è noto che

il padre Foscarini, il padre Castelli, monsignor Ciampoli, il cardinale

Conti e molti Gesuiti onorarono lui e le sue scoperte: a Roma fu sempre

accolto con benevolenza e onorato da' Lincei; quando inventò il

cannocchiale, i cardinali, smaniosi di vederlo, pregavanlo a recarvelo;

il papa, al quale s'inginocchiò secondo l'uso, lo fe tosto alzare, prima

che dicesse pur una parola: e il cardinale del Monte scriveva al

granduca: «Il Galileo ne' giorni ch'è stato in Roma ha dato di sè molte

soddisfazioni, e credo che anch'esso n'abbia ricevute, poichè ha avuto

occasione di mostrar sì bene le sue invenzioni, che sono state stimate

da tutti i valentuomini e periti di questa città non solo verissime e

realissime, ma ancora meravigliosissime. E se noi fossimo in quella

epoca romana antica credo che gli sarebbe stato eretta una statua in

Campidoglio per onorare l'eccellenza del suo valore».

In quell'occasione Galileo vi conobbe san Giuseppe Calasanzio, il quale

diceva che il mondo diverrebbe un paradiso se tutti imparassero a

leggere, scrivere e il catechismo. Ma quella ciurma che pare destinata

dalla Provvidenza a far espiare il genio, cominciò a metter ombra ai

timorati contro il sistema fin allora non sospetto; insulsi predicatori

lo tacciarono d'una curiosità profanatrice[324].

Roma che, in tempi di contenziose innovazioni, non può rimanersi

indecisa nella proclamazione del vero, doveva adombrarsi d'un filosofo,

che le operazioni dell'intelletto sottometteva affatto alle leggi

naturali, poichè ciò traeva in pericolo anche le verità metafisiche e

morali. Il proclamare che bisogna attenersi unicamente all'esperienza,

cioè ai sensi, se recava a dubitar del sopranaturale, autorizzava a

chiedere come mai l'esperienza possa dimostrare che la materia è eterna,

che essa genera il pensiero, che non Dio, non l'anima esistono. Finchè

il moto della terra rimaneva ipotesi, non era essa in necessità di

combinarlo coi passi scritturali, bensì quando fosse dato per certo. Ma

se cominciasse ad acconciar i testi a tale significazione, troverebbesi

condotta alla necessità di modificare l'intelligenza della Scrittura

secondo modificavansi i sistemi fisici; nell'Università medesima si

sarebbero dati al medesimo testo due sensi differenti, perchè vi si

dibatteano due sistemi; e massime che le prove non erano perentorie.

Saviamente il cardinale Baronio diceva: «La Scrittura insegna come si

salga al cielo, non come il cielo sia fatto»: ma troppo spesso gli

interpreti ebbero la smania di ravvisare nella Bibbia più di quel che vi

appare, al modo che Macrobio, Servio, Gellio, Donato usavano coi

classici; ed era comune dottrina che vi si trovasse un senso letterale,

uno allegorico, uno morale, uno anagogico. Di ciò aveano fatto uso e

abuso gli scolastici per le loro temerarie curiosità, ed ecco or

minacciato il rinnovarsi di quegli eccessi.

Era un tempo di transizione fra le credenze del medioevo, e la scienza

dell'evo moderno; tempo perciò d'incertezza e di lotta. Al medioevo, che

noi ci sforzammo di mostrare tutt'altro da quel che i pedanti lo

denigrano, come un gran vuoto fra l'antichità e i tempi moderni, non

mancarono mai cultori della scienza. Alcuni s'accontentavano

dell'antica, traducendo, commentando, attenendosi all'_ipse dixit_.

Altri, pur appoggiandosi ai classici, pretendeano all'indipendenza e al

progresso, preparando materiali per un edifizio che, simile alle

cattedrali d'allora, sarebbe compito sol col volgere de' secoli. Altri

invece, rinnegando di proposito i vecchi, novità scientifiche ed arcani

naturali chiedeano ad arti strane, all'ispirazione, alle scienze

occulte, creando sistemi assurdi, teorie impossibili.

Noi oggi non ne abbiamo paura, e ci contentiamo di beffarle; ma allora

quell'audacia diveniva pericolosissima, giacchè in religione spingeva ad

assurde eresie, in morale a pratiche incondite, a insociabilità, a

ruine, dapertutto a gravissime temerità. La Chiesa, conservatrice eterna

della verità incorruttibile, potea non reprimerle? Allorchè tutto

metteasi in dubbio, e sollevavansi tante difficoltà senza risolverle,

potea rimanervi indifferente l'autorità che si considerava custode e

autrice del ben sociale come della salute eterna? Oltre dunque incorare

e proteggere i lavori delle Università e de' monaci, la Chiesa

condannava errori, che repugnavano non più alla fede che alla società,

non più alla religione che al buon senso, come le osservazioni

astrologiche, le pratiche teurgiche, le ricerche alchimistiche. Se gli

erranti si ravvedevano, essa riceveali al perdono; se si ostinassero a

intaccare i fondamenti della morale naturale come della rivelazione, li

puniva coi mezzi che le dava la civiltà d'allora.

Il sottoporre le verità divine alle dispute umane, e confonder nel

metodo stesso la ragione e la fede, la storia mostra a quali conseguenze

recò, a quali spaventosi disordini, e persecuzioni, e guerre. E allora

appunto incaloriva il giansenismo, ond'era a temere ricomparisse

anche in questo nuovo campo la questione sul senso privato

nell'interpretazione della Scrittura. E dal cuore del giansenismo Pascal

pronunziava: «L'autorità ha principal forza nella teologia, perchè

questa è inseparabile dalla verità: per dare certezza alle materie men

comprensibili dalla ragione, basta vederle nei libri santi: per mostrar

l'incertezza delle più verosimili basta mostrare che non vi sono».

Oggi una verità astronomica rimane isolata nel campo suo proprio; ma

toccava all'universo sapere allorchè del cielo erasi formato quasi un

mediatore fra l'assoluto e i contingenti, fra Dio e il mondo; nel cielo

risedevano e le facoltà motrici della natura divina e le attive della

natura terrestre: stromento del motore immobile, mobile eppur motore,

gira con migliaja di astri attorno alla terra, fissa; donde la

metafisica dell'astronomia: agente universale, raduna ciascuna forma e

la sviluppa, donde la generazione spontanea, prodotta dal calore solare;

ricetto di tutte le potenze misteriose, variamente le distribuisce fra i

tre regni naturali, e le trasforma, donde la magia e le scienze occulte,

e l'alchimia: co' suoi influssi governa la materia, gli spiriti, le

intelligenze e gli avvenimenti; donde l'astrologia. Il pareggiare una

innovazione filosofica ad un delitto sociale, non era un abuso, ma

facoltà conferita dalla legge civile e canonica, riconosciuta e

convalidata dalla coscienza pubblica.

E il torto di Galileo consistette appunto nel volere, come fa

specialmente in una lettera alla granduchessa, mescolare le verità

rivelate colle scoperte fisiche, le considerazioni teologiche colle

disquisizioni scientifiche, e insegnare in qual senso fossero a

intendere i passi scritturali; a questi appoggiar teoremi che

richiedevano dimostrazioni del calcolo e dell'esperienza. Che la

Scrittura rivelata adotti le forme e le credenze popolari per farsi

intelligibile, è consentito da tutti; e già Dante cantava nel IV del

Purgatorio:

Per questo la Scrittura condescende

A nostra facoltate, e piedi e mano

A Dio attribuisce, ed altro intende.

Ma Galileo diceva che «nella Scrittura si trovano proposizioni false

quanto al nudo senso della parola; che essa si espresse inesattamente

sin in dogmi solenni per riguardo all'incapacità del popolo; che nelle

dispute naturali essa dovrebb'essere riserbata nell'ultimo luogo,

prevalendo l'argomento filosofico al sacro»[325].

Temendo che la scienza non si ingrandisse che per far guerra a Dio, i

buoni se ne sbigottivano sin a repudiarla; solo dappoi gl'intelletti

migliori compresero che la fede non ha paura di veruna dottrina; che la

critica storica può mostrarsi indipendente e imparziale senza divenire

irreligiosa; laonde delle vulgarità che si lanciarono contro la Chiesa a

proposito di Galileo fe ragione il buon senso, distinguendo le

asserzioni semplici dagli articoli di fede, i divieti positivi e

necessarj dai provvedimenti prudenziali e disciplinari, gli oracoli

della Chiesa dalle deliberazioni di un tribunale particolare.

Al quale il Galileo fu denunziato quasi asserisse, egli o i suoi, che

Dio è un accidente non una sostanza, non un ente sensitivo, e che i

miracoli non sono letteralmente tali; onde il papa proferì: «Perchè

cessi ogni scandalo, la Sacra Congregazione citi Galileo e l'ammonisca».

Gl'Inquisitori soleano rimettere l'esame del fatto a _qualificatori_,

specie di giurati che pronunziavano su materie a loro conosciute. La

risposta che il famoso Clavio e tre altri Gesuiti diedero al cardinal

Bellarmino, attesta che non ripudiavano le osservazioni di Galileo; solo

trovavano arroganza il suo darle, non soltanto per opinione ipotetica,

ma per verità assoluta.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 37 / 101 段