della gravità, e calcolare gli effetti della forza, malgrado
l'incrociarsi de' fenomeni e l'ingombro dei pregiudizj, creando la
dinamica. Fin a lui non eransi considerate le forze che come agenti su
corpi in istato d'equilibrio: e sebbene l'acceleramento de' gravi, e il
moto curvilineo de' projettili non potesse attribuirsi che all'azione
costante della gravità, nessuno prima di Galileo avea formulato il
principio delle velocità virtuali, fondamento della meccanica e della
scienza dell'equilibrio. _I discorsi e dimostrazioni matematiche intorno
a due nuove scienze_, stampati a Leida il 1638, poco furono stimati
allora, mentre Lagrangia li riconosce pel titolo più solido della sua
gloria[313].
Eppure Galileo fu ammirato subito come astronomo, e sol tardi come
meccanico. Per riconoscer il primo merito bastava l'occhio; per l'altro
occorre penetrar seco in ricerche elevate; per quello l'entusiasmo
popolare lo acclamava; per questo era contrariato dai sapienti,
sconosciuto, fischiato. E non solo dai concittadini, caso troppo
ordinario; ma il gran Cartesio, che viaggiava onde ne' colloquj co'
dotti raggiungere la verità, venne a Firenze quando Galileo era nel
maggior rinomo, e non cercò tampoco vederlo: in una lettera al padre
Mersenne mostra conoscerne le opere, ma non avervi trovato cosa degna di
serio esame.
Tanto vale il giudizio dei contemporanei! e una prova ce ne darebbe in
Galileo stesso, che, mentre dice che alle magagne del sistema di Tolomeo
rimedia il copernicano, non accenna che il vero medico n'era Keplero
collo sbandir tutti quegli eccentrici ed epicicli; nè di lui fa cenno
che una volta sola nei dialoghi, per combattere come assurda e inetta e
degna di star fra le cause occulte l'ipotesi d'attribuire la marea alla
combinata azione della luna e del sole, mentre Galileo l'assegnava al
doppio movimento della terra[314]. Quest'ingiustizia non iscusa in parte
le usategli da suoi connazionali?
Se i più con Tolomeo tenevano che piana fosse, e immobile stesse la
terra, e attorno ad essa rotassero i pianeti, pure non erano mai mancati
fautori al sistema, già dato dall'antichissimo Pitagora, che fa la terra
rotonda e girante attorno al sole, centro immobile. Più volte noi in
libri di tutt'altro intento cercammo inaspettatissime rivelazioni
scientifiche. A tacer di Dante, che riconosce gli antipodi e
l'attrazione centrale, il beato Giordano da Rivalta, predicatore del
secolo XIV di cui parlammo, dice: «Chi fosse sotto alla terra, all'altra
faccia del mondo di sotto, si terrebbe i piedi suoi incontro a' piedi
nostri, e le piante de' piedi suoi si pareggerebbero colle nostre. Tu
diresti: _or dunque come può stare colaggiù?_ Dicoti: perchè a quel che
fosse colaggiù parrebbe esser di sopra, ed esser ritto come te. E così
se fosse levato in alto, cioè inverso giù, ricadrebbe inverso la terra,
come qui uno che cadesse d'una torre. Imperciocchè d'ogni parte gli
parrebbe che il cielo fosse altissimo sopra capo: e di verità così è, nè
più nè meno». Fin dal 13 dicembre 1304 questo frate ignorante ne sapeva
dunque quanto Newton sugli antipodi e sulla forza centripeta.
Virgilio vescovo di Salisburgo aveva insegnato la stessa dottrina; la
ciancia è che papa Zaccaria lo minacciasse di scomunica se ostinavasi a
sostenere _quod alius mundus et alii homines sub terra sint_[315]: il
fatto è che Gregorio IX lo pose fra i santi.
Il moto della terra fu preconizzato da Nicolò da Cusa[316], che pur fu
fatto cardinale, e sepolto in San Pietro in Vincoli a Roma. E Nicolò
Copernico prussiano, allievo dell'Università bolognese e maestro nella
romana, appoggiato al metafisico argomento che la natura adopera sempre
le vie più semplici, e che bellezza e semplicità appariscono meglio nel
sistema pitagorico, sostenne che la terra, come gli altri pianeti, giri
attorno al sole. Da prelati insigni eccitato, pubblicò le _Rivoluzioni
degli orbi celesti_, e dedicandole a Paolo III, tratta d'assurda la
immobilità della terra, e «se mai ciancieri, ignoranti di matematiche,
pretendessero condannare il mio libro per rispetto a qualche passo della
Scrittura, stiracchiato al loro proposito, ne sprezzerò i varj
attacchi... Lattanzio ha detto baje sulla forma della terra: e in
oggetti matematici si scrive per matematici». Dai pregiudizj dunque dei
dotti e dalle calunnie de' malevoli Copernico chiede protezione a chi?
al capo della Chiesa. I distillatori d'intenzioni affermano non fu
perseguitato sol perchè morì appena uscita l'opera! ebbene: l'anno
stesso Celio Calcaguini aveva in cattedra professato _quod cœlum stet,
terra autem moveatur_.
Anteriormente a tutti questi Gian Alberto Widmanstadt, trovandosi a Roma
nel 1533, in presenza di Clemente VII, di due cardinali e d'illustri
personaggi espose il sistema pitagorico, e n'ebbe in dono dal papa
l'opera greca di Alessandro Afrodiseo _Del senso e del sensibile_, bel
codice che ora conservasi in Monaco, e sul quale egli medesimo fece
annotazione di questo accidente[317].
Il padre Antonio Foscarini carmelitano, da Napoli partendosi per
predicare a Roma, scrisse una lunga e non inelegante lettera al generale
del suo Ordine, cercando conciliare la teorica de' Pitagorici e di
Copernico coi passi scritturali che sembrano repugnarvi[318]: e che
saviamente dice non doversi prender sempre letteralmente. Oltre questi,
enumera le opinioni di coloro che mettono il cielo in alto, la terra al
basso, l'inferno nel centro, o che credono, dopo il giudizio finale, il
sole rimarrà stabile all'oriente, la luna all'occidente. Chi sorride a
tali difficoltà, s'immaginerà quali sieno le risposte che seriamente
egli vi oppone; e sebbene il Montucla, dotto e imparziale storico delle
matematiche, la giudichi opera giudiziosa, a me non pare che egli
accampi una sola ragion concludente: il suo achille è l'analogia fra il
sistema planetario e il candelabro mosaico di sette rami; fra i pianeti
e il frutto vietato del paradiso terrestre, e perfino l'abito
sacerdotale di Aronne, e il fico d'India, e il melogranato; ad ogni
simbolo, ad ogni frutto allegando tutti i passi della Bibbia ove son
mentovati, o che possono, per quanto faticosamente, trascinarsi a
provare il sistema mondiale.
Qui non ci sarebbe che da compatire: ma adoprando il metodo stesso,
molti riuscivano ad infirmare l'autorità biblica, e meritavano la
disapprovazione della Chiesa per ciò, non perchè ella professasse
nimicizia originale contro una dottrina che non l'offendeva. Dicasi
piuttosto che questa era contrariata dal testimonio dei sensi nel vulgo,
e peggio ancora dai pregiudizj negli scienziati, cui rincresceva
disimparare l'imparato, rinnegar la fede in Tolomeo e in Aristotele, e
confessare i meriti d'un contemporaneo.
E appunto per intendere l'elevatezza di Galileo, giova considerar la
bassezza de' suoi contradditori; e la distanza ne spiega l'invidia e la
persecuzione. I platonici credeano il cielo governato da forze speciali,
che nulla avessero di comune colla terra. I peripatetici eransi
fabbricata un'astronomia a priori, e tutto sottometteano
all'argomentazione. Il Chiarimonti di Cesena, in un'opera del 1632,
sillogizzava siffattamente: «Gli animali che si muovono hanno membri e
flessure; la terra non ne ha, dunque non si muove... I pianeti, il sole,
le fisse, tutti sono d'un genere solo, che è quello di _stelle_; dunque
o tutti si muovono, o tutti stanno fermi... È un grave sconcio il
mettere fra i corpi celesti puri e divini la terra, che è una fogna di
materie impurissime». Altri filosofi _in libris_, come Galileo li
chiama, credeano l'ipotesi del moto della terra irreverente alla
sapienza antica. Un buon credente argomentava: «Nel cielo empireo non
siede Iddio colle anime beate? Se è simile alle altre sfere, ecco
distrutta quella credenza». Quando Keplero, con ardite eppur ragionate
ipotesi suppose che fra marte e giove esistesse un nuovo pianeta, verità
provata solo dopo cencinquant'anni, il Sizzi astronomo di Firenze lo
ripudiava perchè, come non v'ha che sette fori nella testa, che sette
metalli, che sette giorni nella settimana, che sette rami al candelabro
ebraico, e a sette mesi il feto è perfetto, così non può esservi che
sette pianeti. Cristoforo Clavio gesuita, proclamato l'Euclide de' suoi
tempi e consultato dal Galilei sopra i suoi studj di geometria nel 1588,
quando udì scoperti satelliti a giove, sorrise dicendo: «Sì! prima d'uno
stromento per vederli bisognerà uno stromento onde fabbricarli». Un
genetliaco soggiungeva: «Come credere a' tuoi pianeti medicei se non
puoi mostrarmene l'influenza?».
Rappresentavansi mascherate per celiare le lune di giove; la corte di
Francia esibiva doni a Galileo se trovasse astri da chiamare
_borbonici_, come _medicei_ aveva intitolati quelli; e allorchè egli,
lasciando cascare un grave dalla torre inclinata di Pisa, convinse
d'erroneo il teorema d'Aristotele che proporzionava la celerità al peso,
destò tale un vespajo, che dovette da quell'Università migrare a quella
di Padova, sotto un governo che alle opinioni filosofiche usava la
tolleranza che negava alle politiche.
Esperienza, esperienza, esclamavano altri: un sasso gittato in alto non
ricadrebbe tante miglia lontano quante la terra ne girò in
quell'istante? l'uccello spiccatosi dal suo nido, saprebbe più
ritrovarlo se la terra si fosse roteata sotto di lui? Inoltre non è
accertato che la luna gira attorno alla terra? perchè essa sola avrebbe
tal proprietà? Alessandro Tassoni, pensatore così sagace e indipendente,
faceva questa objezione, che, ridicola oggi, pure molti allora cattivò:
«Stiasi uno nel mezzo d'una camera fermo, e miri il sole da una finestra
prospiciente a mezzogiorno. Certo se il sole sta fermo nel centro e la
finestra gira con tanta velocità, in un istante sparirà il sole da'
colui occhi». Il Vieta, perfezionatore dell'algebra, intelletto
eminentemente filosofico, nell'_Harmonicum cœleste_ che giace autografo
nella Magliabechiana, sostiene che il sistema di Copernico deriva da una
geometria fallace. Montaigne diceva «che non ci dee calere qual sia il
sistema più vero dei due, e chi sa che una terza opinione da qui a
mill'anni non rovesci le due precedenti?». Cartesio lo negò in alcun
luogo. Gassendi non ardì proclamarlo, perchè il vide tanto contraddetto:
Bacone lo derise come ripugnante alla filosofia naturale. Claudio
Berigardo francese, professore a Pisa e a Padova, e autore dei _Circoli
pisani_, reputato fra i più arguti pensatori in filosofia, lo confutò
nelle _Dubitazioni per la immobilità della terra_. Pascal, negli
stupendi suoi Pensieri, poneva: «Trovo bene che non s'approfondisca
l'opinione di Copernico»[319].
Non solo ignoranti dunque, non frati soli impugnavano una verità,
enunciata inesattamente, nè corredata di tante prove quante oggi[320].
Gli è vero che la scoperta dei satelliti di giove e di saturno,
l'assicurata rotazione di marte e giove, le fasi di venere e mercurio
traevano ad indurre che altrettanto avvenisse della terra, giacchè ad un
osservatore posto in quelli si offrirebbero i fenomeni medesimi che a
noi, ma troppi dubbj restavano quando non s'erano ancora poste in chiaro
l'aberrazione, la depressione della terra ai poli, il gonfiarsi delle
acque sotto l'equatore, il variar del pendolo col variare di latitudine.
Gran difficoltà facea pure la distanza delle stelle fisse, che rendeasi
incalcolabile perchè mancava d'ogni parallassi annuale. Copernico credea
_necessariamente circolare_ l'orbita degli astri, onde, se spiegava
l'alternar delle stagioni mediante il parallelismo che in tutto l'anno
conserva l'asse della terra, era costretto attribuire siffatta
conservazione ad un terzo movimento.
Galileo stesso dapprima credette, coi più, immobile la terra. Anche dopo
convinto del sistema vero, non osava professarlo alla scoperta per tema
delle beffe, colle quali, allora come adesso, si perseguita chi ha
ragione troppo presto. Aggiungasi ch'egli stesso supponeva la terra
girasse attraverso all'aria, la quale «non pare sia nella necessità
d'obbedir al suo movimento[321]». Del resto perchè una verità si
collochi stabilmente nella scienza non basta presentarla come un'ipotesi
che più o meno spiega i fatti, ma studiarla in se stessa, discuterla,
verificarne tutte le conseguenze.
Oggi riconosciamo che niuno superò Galileo nel talento d'osservazione e
nella sagacia a penetrar gli arcani della natura e scoprirne le leggi
per arrivare alle primordiali dell'universo; e lo proclamiamo padre di
quella che chiamiamo filosofia naturale. Ma per far valere queste verità
di mezzo ai pregiudizj, egli ricorse alla polemica, la quale non sempre
sceglie le armi più perfette; dell'ironia e dello scherzo si servì
talvolta per cattivar gli spiriti, sino a sagrificare il genio
all'abilità. Erasi dunque fatto una quantità di nemici, parte per la
istintiva malevolenza del mondo contro gl'ingegni superiori, parte per
aver flagellato gli Aristotelici inesorabilmente, repulsati gli attacchi
con sarcasmi spietati, assalito egli stesso senza rispetto all'ingegno e
alle sventure. In ciò appariva uomo, e chi osò cercare macchie nella sua
vita com'egli nel sole, trovò che profondo nella filosofia naturale, non
fa altrettanto nella religiosa e morale[322]; dapprincipio diede in
sogni astrologici, mostrò noncuranza e disprezzo per qualunque scoperta
non venisse da lui; debolezze di carattere attestare il suo contegno
prima e durante il processo, e difetto di prudenza avanti, di fermezza
poi.
Ma il clero in quale opinione ebbe Galileo? Uno di quei paradossi che
solleticano la curiosità irriflessiva dell'età nostra e che vedemmo
adoprati sul conto di Dante, di Michelangelo, di altri, fu pure
applicato al Galilei, spacciandolo per un libero pensatore, che tutta la
sua vita intese a scassinare la Chiesa cattolica, pur fingendo esserle
devoto «da ser Simplicio sempre, e con finissima ironia»[323]. Il
grand'uomo sarebbe dunque stato un abjetto ipocrita, e troppo
misericordiosa l'Inquisizione. Per provarlo, l'autore sofista adduce che
Galileo in Venezia praticò molto frà Paolo Sarpi; cita suoi detti e
scritti, fra cui un capitolo ove loda l'andar nudo e i primi popoli che
«non portavano le mutande. Ma quanto era in altrui di buono e bello
Stava scoperto da tutte le bande».
Il Galileo ebbe la disgrazia d'avere una famiglia non legittima; ma due
figlie naturali collocò in un convento a Firenze, come Dante le sue
aveva poste a Ravenna e a Verona, e poichè diffettavano dell'età,
espugnò con grand'istanza la dispensa da Roma, il che l'autore che
confutiamo dice aver egli fatto per portare anche là entro l'apostolato
anticattolico, o succhiellarne informazioni.
Accettando questi fatti, ed escludendo le interpretazioni, che saranno
smentite da tutta la nostra esposizione, appare che non poteva il
Galileo essere in odore di santità presso il clero: pure ci è noto che
il padre Foscarini, il padre Castelli, monsignor Ciampoli, il cardinale
Conti e molti Gesuiti onorarono lui e le sue scoperte: a Roma fu sempre
accolto con benevolenza e onorato da' Lincei; quando inventò il
cannocchiale, i cardinali, smaniosi di vederlo, pregavanlo a recarvelo;
il papa, al quale s'inginocchiò secondo l'uso, lo fe tosto alzare, prima
che dicesse pur una parola: e il cardinale del Monte scriveva al
granduca: «Il Galileo ne' giorni ch'è stato in Roma ha dato di sè molte
soddisfazioni, e credo che anch'esso n'abbia ricevute, poichè ha avuto
occasione di mostrar sì bene le sue invenzioni, che sono state stimate
da tutti i valentuomini e periti di questa città non solo verissime e
realissime, ma ancora meravigliosissime. E se noi fossimo in quella
epoca romana antica credo che gli sarebbe stato eretta una statua in
Campidoglio per onorare l'eccellenza del suo valore».
In quell'occasione Galileo vi conobbe san Giuseppe Calasanzio, il quale
diceva che il mondo diverrebbe un paradiso se tutti imparassero a
leggere, scrivere e il catechismo. Ma quella ciurma che pare destinata
dalla Provvidenza a far espiare il genio, cominciò a metter ombra ai
timorati contro il sistema fin allora non sospetto; insulsi predicatori
lo tacciarono d'una curiosità profanatrice[324].
Roma che, in tempi di contenziose innovazioni, non può rimanersi
indecisa nella proclamazione del vero, doveva adombrarsi d'un filosofo,
che le operazioni dell'intelletto sottometteva affatto alle leggi
naturali, poichè ciò traeva in pericolo anche le verità metafisiche e
morali. Il proclamare che bisogna attenersi unicamente all'esperienza,
cioè ai sensi, se recava a dubitar del sopranaturale, autorizzava a
chiedere come mai l'esperienza possa dimostrare che la materia è eterna,
che essa genera il pensiero, che non Dio, non l'anima esistono. Finchè
il moto della terra rimaneva ipotesi, non era essa in necessità di
combinarlo coi passi scritturali, bensì quando fosse dato per certo. Ma
se cominciasse ad acconciar i testi a tale significazione, troverebbesi
condotta alla necessità di modificare l'intelligenza della Scrittura
secondo modificavansi i sistemi fisici; nell'Università medesima si
sarebbero dati al medesimo testo due sensi differenti, perchè vi si
dibatteano due sistemi; e massime che le prove non erano perentorie.
Saviamente il cardinale Baronio diceva: «La Scrittura insegna come si
salga al cielo, non come il cielo sia fatto»: ma troppo spesso gli
interpreti ebbero la smania di ravvisare nella Bibbia più di quel che vi
appare, al modo che Macrobio, Servio, Gellio, Donato usavano coi
classici; ed era comune dottrina che vi si trovasse un senso letterale,
uno allegorico, uno morale, uno anagogico. Di ciò aveano fatto uso e
abuso gli scolastici per le loro temerarie curiosità, ed ecco or
minacciato il rinnovarsi di quegli eccessi.
Era un tempo di transizione fra le credenze del medioevo, e la scienza
dell'evo moderno; tempo perciò d'incertezza e di lotta. Al medioevo, che
noi ci sforzammo di mostrare tutt'altro da quel che i pedanti lo
denigrano, come un gran vuoto fra l'antichità e i tempi moderni, non
mancarono mai cultori della scienza. Alcuni s'accontentavano
dell'antica, traducendo, commentando, attenendosi all'_ipse dixit_.
Altri, pur appoggiandosi ai classici, pretendeano all'indipendenza e al
progresso, preparando materiali per un edifizio che, simile alle
cattedrali d'allora, sarebbe compito sol col volgere de' secoli. Altri
invece, rinnegando di proposito i vecchi, novità scientifiche ed arcani
naturali chiedeano ad arti strane, all'ispirazione, alle scienze
occulte, creando sistemi assurdi, teorie impossibili.
Noi oggi non ne abbiamo paura, e ci contentiamo di beffarle; ma allora
quell'audacia diveniva pericolosissima, giacchè in religione spingeva ad
assurde eresie, in morale a pratiche incondite, a insociabilità, a
ruine, dapertutto a gravissime temerità. La Chiesa, conservatrice eterna
della verità incorruttibile, potea non reprimerle? Allorchè tutto
metteasi in dubbio, e sollevavansi tante difficoltà senza risolverle,
potea rimanervi indifferente l'autorità che si considerava custode e
autrice del ben sociale come della salute eterna? Oltre dunque incorare
e proteggere i lavori delle Università e de' monaci, la Chiesa
condannava errori, che repugnavano non più alla fede che alla società,
non più alla religione che al buon senso, come le osservazioni
astrologiche, le pratiche teurgiche, le ricerche alchimistiche. Se gli
erranti si ravvedevano, essa riceveali al perdono; se si ostinassero a
intaccare i fondamenti della morale naturale come della rivelazione, li
puniva coi mezzi che le dava la civiltà d'allora.
Il sottoporre le verità divine alle dispute umane, e confonder nel
metodo stesso la ragione e la fede, la storia mostra a quali conseguenze
recò, a quali spaventosi disordini, e persecuzioni, e guerre. E allora
appunto incaloriva il giansenismo, ond'era a temere ricomparisse
anche in questo nuovo campo la questione sul senso privato
nell'interpretazione della Scrittura. E dal cuore del giansenismo Pascal
pronunziava: «L'autorità ha principal forza nella teologia, perchè
questa è inseparabile dalla verità: per dare certezza alle materie men
comprensibili dalla ragione, basta vederle nei libri santi: per mostrar
l'incertezza delle più verosimili basta mostrare che non vi sono».
Oggi una verità astronomica rimane isolata nel campo suo proprio; ma
toccava all'universo sapere allorchè del cielo erasi formato quasi un
mediatore fra l'assoluto e i contingenti, fra Dio e il mondo; nel cielo
risedevano e le facoltà motrici della natura divina e le attive della
natura terrestre: stromento del motore immobile, mobile eppur motore,
gira con migliaja di astri attorno alla terra, fissa; donde la
metafisica dell'astronomia: agente universale, raduna ciascuna forma e
la sviluppa, donde la generazione spontanea, prodotta dal calore solare;
ricetto di tutte le potenze misteriose, variamente le distribuisce fra i
tre regni naturali, e le trasforma, donde la magia e le scienze occulte,
e l'alchimia: co' suoi influssi governa la materia, gli spiriti, le
intelligenze e gli avvenimenti; donde l'astrologia. Il pareggiare una
innovazione filosofica ad un delitto sociale, non era un abuso, ma
facoltà conferita dalla legge civile e canonica, riconosciuta e
convalidata dalla coscienza pubblica.
E il torto di Galileo consistette appunto nel volere, come fa
specialmente in una lettera alla granduchessa, mescolare le verità
rivelate colle scoperte fisiche, le considerazioni teologiche colle
disquisizioni scientifiche, e insegnare in qual senso fossero a
intendere i passi scritturali; a questi appoggiar teoremi che
richiedevano dimostrazioni del calcolo e dell'esperienza. Che la
Scrittura rivelata adotti le forme e le credenze popolari per farsi
intelligibile, è consentito da tutti; e già Dante cantava nel IV del
Purgatorio:
Per questo la Scrittura condescende
A nostra facoltate, e piedi e mano
A Dio attribuisce, ed altro intende.
Ma Galileo diceva che «nella Scrittura si trovano proposizioni false
quanto al nudo senso della parola; che essa si espresse inesattamente
sin in dogmi solenni per riguardo all'incapacità del popolo; che nelle
dispute naturali essa dovrebb'essere riserbata nell'ultimo luogo,
prevalendo l'argomento filosofico al sacro»[325].
Temendo che la scienza non si ingrandisse che per far guerra a Dio, i
buoni se ne sbigottivano sin a repudiarla; solo dappoi gl'intelletti
migliori compresero che la fede non ha paura di veruna dottrina; che la
critica storica può mostrarsi indipendente e imparziale senza divenire
irreligiosa; laonde delle vulgarità che si lanciarono contro la Chiesa a
proposito di Galileo fe ragione il buon senso, distinguendo le
asserzioni semplici dagli articoli di fede, i divieti positivi e
necessarj dai provvedimenti prudenziali e disciplinari, gli oracoli
della Chiesa dalle deliberazioni di un tribunale particolare.
Al quale il Galileo fu denunziato quasi asserisse, egli o i suoi, che
Dio è un accidente non una sostanza, non un ente sensitivo, e che i
miracoli non sono letteralmente tali; onde il papa proferì: «Perchè
cessi ogni scandalo, la Sacra Congregazione citi Galileo e l'ammonisca».
Gl'Inquisitori soleano rimettere l'esame del fatto a _qualificatori_,
specie di giurati che pronunziavano su materie a loro conosciute. La
risposta che il famoso Clavio e tre altri Gesuiti diedero al cardinal
Bellarmino, attesta che non ripudiavano le osservazioni di Galileo; solo
trovavano arroganza il suo darle, non soltanto per opinione ipotetica,
ma per verità assoluta.