l'acquisto di tutte le libertà civili; le forme parlamentari, che oggi
si considerano qual salvaguardia di queste, derivavano dalle abitudini
della Chiesa, e noi le godevamo ben prima di Lutero, unitavi la libertà
della discussione e della critica, che dappoi per paura e riazione,
venne soffogata dalle armi principesche e dall'inquisizione
ecclesiastica, la cui potenza noi desumiamo non tanto dai roghi, quanto
dal disparire di quell'infinità di stampe che aveva accompagnato e
favorito lo spandersi della Riforma.
La filosofia dovette arrestarsi ne' suoi ardimenti, eppure furono
cattolici, come di fuori Cartesio e Bossuet, così tra noi Galileo,
Campanella, frà Paolo.
Le riforme prescritte dal Concilio vennero dimenticandosi, nè si
conciliarono Chiesa e Stato, nè si segnarono limiti morali e giuridici
alla politica.
Svelto ogni germe di protestantismo languirono gli studj ecclesiastici,
e sebbene repudiamo la separazione or posta da Neander tra la fede, la
religione e la teologia, certo è che questa scienza, disarmatasi,
s'avvolse in intestine querele di carattere meschino, che fornirono arme
terribili agli scredenti; e il clero, inerte, impopolare, diviso, con
giansenisti ridicoli, gesuiti esosi, abati indifferenti, popolo
ragionacchiante, si trovò esposto ai liberi pensatori.
La morale fu però migliorata, anche per l'opera di coloro che vennero
denigrati col nome di Casisti, i quali furono alla pratica quel che
erano stati gli scolastici alla teoria; persone che spingevano
l'argomentazione fino all'abuso: e che, invece di dedur i canoni della
morale dalla sola legge di Cristo, andavano a fantasticarne o ne'
filosofi pagani o nelle opinioni della tale o tal altra scuola. Con ciò
arrivarono qualche volta a scusare il vizio, a scolpare il delitto,
sicchè molte loro proposizioni furono dalla Chiesa condannate; ma chi li
confutava non avea che a ricorrere all'insegnamento evangelico e alla
tradizione[308]. Realmente in quelle dispute si chiarì la morale; il
vizio sussistette ancora, ma fu chiamato col suo nome; mentre fuor della
Chiesa nostra fra suddivisioni infinite si giunse fin a negare la virtù
obbligatoria e ogni dottrina positiva; e volendo l'unità, e non
riuscendovi perchè non è possibile accoppiar l'errore e la verità nel
cristianesimo, cercavano questo distruggere.
Separato il mondo della scienza da quello della fede, proveduto
piuttosto a reprimere l'opinione falsa che a diffondere la vera, ne
seguì la trista necessità di riazioni violente. Quando una società
perisce, non v'è modo a restaurarla che coll'autorità. Questa è il fondo
del cattolicesimo, che perciò, vedendola attaccata dapertutto, se ne
sbigottì; e se prima avea protetto la libertà, vedendola ricalcitrare
fino a metter lui stesso in quistione, se ne sbigottì, si alleò al
potere assoluto per farsene sostegno, nè ravvisò l'incompetenza assoluta
della forza in materia di fede. Per ovviare gli abusi si restrinse la
primitiva libertà degli scritti; si ebbe paura del pensiero come forza o
sterminatrice o repressiva; si sentì bisogno di ricorrere alla podestà
principesca, che schiacciava le eresie, ma nell'abbraccio soffogava la
Chiesa.
Il clero, vedendo perire le libertà del medioevo sotto la pressione
principesca credette salvarsi coll'associarsi all'assolutismo regio, il
quale così trionfò. Ed oggi altrettanto vorrebbesi farlo associare
all'assolutismo democratico, che trionferebbe se esso cessasse di
resistervi.
L'Italiano, che bada ai fatti non alle declamazioni; che, fra questa
tirannide dell'opinione, osa ancora ascoltare la coscienza e serbare
convinzioni, rabbrividisce allorchè osserva la conformità dell'età
nostra con quella del Cinquecento che venimmo divisando, e quali
terribili rimedj, e quanti patimenti di due secoli furono necessarj per
chetare la turbolenza, e ripristinare quell'ordine che le popolazioni
desiderano anche più della libertà.
Sarà necessario altrettanto oggi? A questa frenesia d'una libertà
astratta, che le libertà individuali sagrifica tutte all'opinione di
piazza, alla statolatria, alle apparenze, bisognerà che succeda lo
spossamento, come al delirio fremente succede il delirio tremante? Se,
come vuole Fontenelle, l'uomo non giunge al vero che dopo esauriti tutti
i possibili errori, ancora lunga serie ne resta; e se ciascuno bisognerà
che produca la sua messe di disordini e di infelicità, alla misera
generazione nostra avrà a portare invidia quella de' nostri figliuoli.
Ma a chi ci dipinge l'odierno sfasciarsi della società nella sua parte
morale: quando, sentendo scosse le fondamenta, ognuno cerca nelle nebbie
del futuro qualche crisi alla malattia d'una società corrotta, scettica,
sbranata dai partiti, noi offriamo il quadro di essa ai giorni di
Lutero. Chi non avrebbe detto che la barca di Pietro periva? Di poca
fede! Eppure allora l'alto clero era corrotto, mentre ora unanime
resiste al demonio che gli dice, «Se mi adori, tutto questo sarà tuo»; e
fra i traviati non compajono se non le erbacce che il pontefice sarchia
dal suo orto.
Coraggio dunque; poichè Dio tira sovente la salute degli uomini dal
fondo della loro perversità: e una voce santa ci ripete che «A riguardo
de' giusti saranno abbreviati i giorni della prova».
NOTE
[300] _De fide_, lib. II, c. 16.
[301] Per quante buone ragioni e religiose e civili e umane il pontefice
respingesse la pace di Westfalia, l'ha dimostrato testè il dottor
Döllinger, _Kirche und Kirchen_, cap. 2. Si noti poi come un fatto
generale che il protestare contro di essa non valea toglierle efficacia,
nè impacciarne l'attuazione.
[302] ARIOSTO. Si sa che il primo ospedale vi fu fondato da cittadini di
Amalfi, donde nacquero gli Ordini religiosi militari. Nel 1355 Sofia di
Filippo Arcangeli fiorentina istituì l'ospedale del monte Sion, con
chiesa, casa, chiostri. Alessandro III e Urbano III fecero riporre sopra
l'altare del santo sepolcro la iscrizione, che n'era stata tolta,
_præpotens Genuensium præsidium_. Roberto di Napoli e Sancia spesero
milioni per collocare monaci presso il santo sepolcro e il presepio. La
cupola del santo sepolcro fu eretta, poi più volte rinnovata per cura
d'Italiani, e ultimamente nel 1720 per zelo del padre Antonio da Cuna
toscano, che n'ebbe licenza dal gransignore a patto che facesse
restituire cencinquanta Musulmani, fatti schiavi da potenze cattoliche;
il che egli adempì. Giovanna di Napoli ricomprò il sepolcro di Maria
Vergine in val di Giosafat. L'altare di bronzo, meraviglia dell'arte,
che sta sul calvario, fu dono di Ferdinando De Medici nel 1588, e opera
di frà Domenico Fortisiano del convento di San Marco. Carlo Guarmani
livornese scoperse testè Santa Maria Latina, antica Chiesa degli
Amalfitani, sepolta sotto le rovine.
Leibniz nel 1673 essendo a Roma, scrisse un poema dedicato _ad
Alexandrum VIII ut christianos ad bellum sacrum hortetur_, dove
proponeva la spedizione d'Egitto, e vuolsi che di là ne traesse l'idea
Bonaparte.
Avendo noi ripetuto che Lutero dissuadeva dalla guerra contro i
Musulmani, giustizia vuole che accenniamo come Melantone vi esortava
Carlo V, e soggiungeva: «Per cominciar la guerra turca, bisogna ch'e'
passi in Egitto con una flotta ben fornita, onde forzar le armate turche
ad abbandonare l'Europa. È serbato al nostro secolo di veder questa
eroica impresa, che, a parer mio, è divinamente preparata e che sarà il
segnale della decadenza dell'impero turco». _Corpus reformatorum_,
edizione di Bretschneider, t. VII, 683.
[303] Federico Morin, nel _Dictionnaire de phylosophie et de théologie
scholastique_, ch'è il più ampio ed erudito e insieme vigoroso trattato
di questa scienza, mostra, oserei dire esagera gl'immensi meriti de'
filosofi del medioevo, e asserisce che la Riforma, anzichè essere una
riazione della libertà, repressa in quelli, contro l'autorità cui si
fosse data troppa prevalenza sopra i diritti della coscienza, fu invece
il disastro della libertà razionale, surrogandovi il fatalismo
razionale. E lo prova da ciò, che la Riforma imputava gli scolastici di
sottomettere la teologia alla loro scienza, cioè di seguir piuttosto i
barlumi della ragione che la voce infallibile della fede: e negava
all'uomo il libero arbitrio, sostenuto invece apertamente dalla
teologia.
[304] Il Lagomarsino, commentando le lettere del Pogiano (vol. IV, p.
335) dice: _Fuit illa hominum ætate cum multorum ingens in Italia
græcarum literarum studium, tum egregia in italis hominibus græca
interpretandi facultas._
[305] _Qui quidem tali ingenio præditi, barbari certe non sunt. Non enim
quos a nobis montium excelsitas aut latitudo æquorum disjunxit, sed qua
cum veræ religionis cultu non peragravit humanitas et artium amor
ingenuarum, ea certa et sola est barbaries._ SADOCETI, _Phædr._, pag.
561.
[306] CH. VILLERS, _Essai sur l'espritt e l'influence de la Réforme_.
Parigi 1806.
[307] «Un principio più ampio e assoluto venne espresso dal Machiavelli;
il quale però non sembra averne misurata appieno la grandezza,
l'universalità, l'efficacia, poichè ne fece uso in modo scarso e
ristretto. Il qual pronunziato si è che, _a volere che una setta o una
repubblica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo
principio. Il che torna a dire che l'ideale progresso verso l'unità e la
perfezione finale è un regresso verso l'unità e perfezione primitiva_.
Tal è la formola cristiana, che è la sola vera. Noi dobbiamo pertanto
risalire verso il medioevo, per ciò che spetta all'idea, perchè il
medioevo, ch'è essenzialmente ideale, è il principio, onde mosse la
civiltà moderna.... Il medioevo fu barbaro e cristiano. La barbarie, che
deriva dal predominio del senso, è per se stessa un elemento negativo, e
consiste nel difetto di coltura civile. Di costa a questo difetto, ai
mali, alle tenebre, alle calamità, che ne nascevano, pullulavano nella
età media i germogli di una civiltà meravigliosa, essenzialmente
cristiana, e avvalorata dalle sane reliquie dell'antica umanità e
gentilezza. Ma questa pianta era giovine, e i suoi fiori erano chiusi, o
cominciavano appena a sbocciare: la stagione era piena e ricca di
speranze, propizia alla coltura, lieta di frutti primaticci e tenerelli,
che promettevano un maturo e abbondante ricolto.... Il progresso moderno
dee essere _l'esplicazione della civiltà potenziale, contenuta
negl'istituti del medioevo_.... Non vi ha alcun rischio, svolgendo i
semi positivi e cristiani dell'età trascorsa, di dar nel barbaro; perchè
in tanto allora il mondo era barbaro in quanto i preziosi germi non
erano esplicati. La barbarie di quella età era tutta gentilesca;
tramandata ai popoli cristiani, parte dal politeismo greco-latino, parte
e assai più, dalla fiera superstizione dei popoli boreali.... Ma la
società ecclesiastica, che vegliava fra le ruine colla sua mirabile
struttura, e colla forte unità, spense a poco a poco la violenza e
l'anarchia feudale, coltivando, svolgendo i rudimenti civili di autorità
governatrice e di libertà nazionale; i quali ridotti quasi a nulla, pur
non erano morti, e sopravvivevano nei sovrani, e nei Comuni. Oggi non è
più duopo provare che i papi e i vescovi del medioevo, cioè la monarchia
e l'aristocrazia elettiva della Chiesa, creavano i popoli ed i re; e con
essi le nazioni moderne: la cui vita e il fiore dipendono
dall'amichevole concordia del potere e della libertà, delle nazioni e
dei principi».
GIOBERTI, _Introd. allo studio della filosofia_. Conciliarlo col
riferito più sopra non è impresa che ci torremmo.
[308] Il Sismondi nel famoso cap. 127 della storia delle _Repubbliche
italiane_ avea detto che «la Chiesa sostituì lo studio de' Casisti a
quello della filosofia morale». Il Manzoni rispondeagli che le dottrine
de' Casisti non vanno attribuite alla Chiesa, la quale non si fa
mallevadrice dell'opinione di privati, nè pretende che alcun de' suoi
figli non possa errare: i Casisti fondaronsi su ragionamenti e autorità
umana, piuttosto che sulla Scrittura o la tradizione: e appunto quelli
che, nella Chiesa, si elevarono contro le loro asserzioni, vi opposero
la Scrittura e la tradizione.
Il medesimo Sismondi al famoso predicatore americano Channing scriveva
qui: _Ceux qui croient que la moralité ne consiste qu'en quelques
préceptes vite épuisès, me semblent des observateurs bien superficiels.
Plus au contraire on l'etudie, plus on voit le champ s'elargir. Ou peut
s'en convaincre en lisant les milliers de livres ecrits sur des cas de
conscience dans l'Église catholique. Le secret du confessional, la
necessité d'accorder enfin l'absolution et de maintenir le pouvoir
sacerdotal, ont certainement fait dévier les casuistes, et créer avec
leur aide ce qu'on a appelé la moral jésuitique: toutefois des grands
progrés ont été faits par eux dans cette noble science, et nous leurs
devons peut-étre plus qu'à la Bible elle-méme l'etablissement du système
de moralité chrètienne._
DISCORSO IL.
PAOLO V. URBANO VIII. IL TASSO. IL GALILEI. LO STENON. LA SCIENZA E LA
FEDE.
Qui associamo due nomi, che non vanno scompagnati nella storia
letteraria, dove stanno registrate le critiche argutamente acerbe che
Galileo Galilei fece a Torquato Tasso. Questo gentile poeta ci
rappresenta la riazione cattolica nella poesia, perocchè, mentre i
precedenti cantavano o prodezze di paladini, o amori e magie, o fole
mitologiche, egli scelse a soggetto d'un poema il momento più epico
della storia cristiana, quello dove tutta l'Europa si unì contro _il
popol misto d'Asia e di Libia_ per arrestare gli spaventosi progressi
dell'islamismo. Il celebrare quel _glorioso acquisto_ aveva anche
un'opportunità, giacchè allora di nuovo il Turco minacciava l'Europa, e
spiegando le sue bandiere sotto a Vienna e in faccia a Civitavecchia,
metteva in forse se prevarrebbe la schiavitù musulmana o la cristiana
libertà.
Torquato non possedeva spiriti tanto elevati da secondar l'ispirazione
cattolica, e trarne tutta la poesia, di cui sì copiosa messe offrivagli
la terra piena dei canti de' profeti e delle prediche degli apostoli,
segnata dalle orme de' patriarchi e di Cristo, teatro alle figure
dell'antico e alle misteriose avventure del nuovo patto. Scarso di
storia e di fantasia, egli arrestossi alla liturgia, poetizzò le
processioni, la messa, i salmi, pur nella gemebonda armonia invocando
non la Musa dei caduchi allori, ma quella che ha fra gli angeli la
corona di stelle immortali.
Qui non siamo a valutarne i meriti e i difetti, ma solo a notare come il
dubbio penetrasse quell'anima debole e affettuosa, tanto d'aver sempre
bisogno di protettori e di fede. Nella malattia mentale che offuscò
alcun tempo la sua bella intelligenza, suppose che il diavolo gli
recasse molestie personali e facesse dispetti: e temendo non si credesse
aver egli meritato questi tormenti, si fa un dovere di protestare che
non fu nè mago nè luterano; non aver letto libri ereticali o di
necromanzia o d'altra arte proibita; non essersi piaciuto a conversare
con Ugonotti o lodarne le dottrine; non aver tenuto opinioni contrarie
alla Chiesa cattolica; e sebben non neghi aver talvolta prestato troppa
credenza alle ragioni dei filosofi, pure umiliò sempre l'intelletto ai
teologi, più vago d'imparare che di contraddire, anche prima che la
sventura lo saldasse nella fede.
Ciò scriveva a Maurizio Cattaneo parlandogli del folletto che lo
perseguitava: e pur confortandosi che gli fosse apparsa «l'immagine
della gloriosa Vergine, col figliuolo in braccio, in un mezzo cerchio di
vapori e di colori, laonde io non debbo disperar della sua grazia», lo
crucciava il timore d'aver errato. Andò pertanto all'Inquisitore di
Bologna, ed accusossi di dubbj intorno all'Incarnazione. Quegli,
ascoltatolo, gli disse, «Va in pace e non peccare»: ma poichè gli
crebbero quelle paure colla malattia, il duca di Ferrara gli suggerì di
ripresentarsi al Sant'Uffizio. E questo l'ascoltò, ed assicurollo o che
non aveva colpa, o che gli era rimessa. Pure il Tasso non istimava
l'avessero scrutato con bastante rigore, nè assicurato in tutte le
debite forme. Poi quando stava chiuso nell'ospedale, rivolgevasi a Dio,
chiedendo perdono delle incredulità. «Non mi scuso io, o Signore, ma mi
accuso che, tutto dentro e di fuori lordo e infetto de' vizj della carne
e della caligine del mondo, andava pensando di te non altramente di quel
che solessi talvolta pensare alle idee di Platone e agli atomi di
Democrito... o ad altre siffatte cose di filosofi; le quali il più delle
volte sono piuttosto fattura della loro immaginazione che opera delle
tue mani, o di quelle della natura, tua ministra. Non è meraviglia
dunque s'io ti conosceva solo come una certa cagione dell'universo, la
quale, amata e desiderata, tira a sè tutte le cose; e ti conosceva come
un principio eterno e immobile di tutti i movimenti, e come signore che
in universale provede alla salute del mondo e di tutte le specie che da
lui son contenute. Ma dubitava se tu avessi creato il mondo, o se ab
eterno egli da te dipendesse; se tu avessi dotato l'uomo d'anima
immortale; se tu fossi disceso a vestirti d'umanità... Come poteva io
credere fermamente ne' sacramenti o nell'autorità del tuo pontefice, se
dell'incarnazione del tuo figliuolo o dell'immortalità dell'anima era
dubbio?... Pur m'incresceva il dubitarne, e volentieri l'intelletto
avrei acchetato a credere quanto di te crede e pratica la santa Chiesa.
Ma ciò non desiderava io, o Signore, per amore che a te portassi e alla
tua infinita bontà, quanto per una certa servile temenza che aveva delle
pene dell'inferno; e spesso mi sonavano orribilmente nell'immaginazione
l'angeliche trombe del gran giorno de' premj e delle pene, e ti vedeva
seder sopra le nubi, e udiva dirti parole piene di spavento, _Andate,
maledetti, nel fuoco eterno_. E questo pensiero era in me sì forte, che
qualche volta era costretto parteciparlo con alcun mio amico o
conoscente...; e vinto da questo timore, mi confessava e mi comunicava
nei tempi e col modo che comanda la tua Chiesa romana: e se alcuna volta
mi pareva d'aver tralasciato alcun peccato per negligenza o per
vergogna, replicava la confessione, e molte fiate la faceva generale.
Nel manifestare nondimeno i miei dubbj al confessore, non li manifestava
con tanta forza nelle parole, con quanta mi si facevano sentir
nell'animo, perciocchè alcune volte era vicino al non credere... Ma pure
mi consolava credendo che tu dovessi perdonare anche a coloro che non
avessero in te creduto, purchè la loro incredulità non da ostinazione e
malignità fosse fomentata; i quali vizj tu sai, o Signore, che da me
erano e sono lontanissimi. Perciocchè tu sai che sempre desiderai
l'esaltazione della tua fede con affetto incredibile, e desiderai con
fervore piuttosto mondano che spirituale, grandissimo nondimeno, che la
sede della tua fede e del pontificato in Roma sin alla fin de' secoli si
conservasse; e sai che il nome di luterano e d'eretico era da me come
cosa pestifera aborrito e abominato, sebben di coloro che per ragione,
com'essi dicevano, di Stato vacillavano nella tua fede e all'intera
incredulità erano assai vicini, non ischivai alcuna fiata la
domestichissima conversazione».
Questa devozione ipocondriaca l'accompagnò il resto di sua vita: e
quando il papa lo invitò a Roma per ricevere in Campidoglio la corona di
poeta, egli non volle alloggiare che nel convento di Sant'Onofrio, dove
morì prima di conseguire quella sospirata onorificenza.
Allora soltanto tacquero le invidie; pe' cui punzecchiamenti egli aveva
diffidato di se medesimo a segno, che rifuse il suo poema da
_Gerusalemme Liberata_ in _Gerusalemme Conquistata_. Tra molt'altre
novità, in questa introdusse la profezia delle turbolenze religiose di
Francia, e il modo di porvi fine accenna nel diritto allora accettato,
per cui il papa era arbitro delle corone:
ei solo il re può dare al regno
E il regno al re, domi i tiranni e i mostri
E placargli del cielo il grave sdegno[309].
Pei Francesi, idolatri della monarchia anche quando trucidano Enrico III
o decapitano Luigi XVI, quest'era un'eresia: laonde la _Gerusalemme
Conquistata_ fu proibita dal Parlamento di Parigi «per idee contrarie
all'autorità del re, e attentatoria all'onore d'Enrico III e IV».
Chi facea questa proibizione non era dunque il Sant'Uffizio, che invece
recò famosi disturbi ad un avversario del Tasso, Galileo Galilei.
— Galileo, sommo astronomo, scoperse che la terra gira attorno al sole.
Questa dottrina era contraria agli asserti della Chiesa, e perciò la
Santa Inquisizione lo colse, lo incarcerò, lo mise alla tortura; nè
sfuggì di peggio se non col ritrattarsi, e stando ginocchione in camicia
avanti agli inquisitori dichiarare che la terra è ferma; ma nel
pronunziarlo soggiunse «Eppur si muove»[310]. —
Tale è il racconto leggendario, insegnato nelle scuole, declamato dai
romanzieri e dai parlamentari, dipinto, litografato; sicchè viene
tacciato di pregiudizj e d'ignoranza chi attentamente abbia studiato i
fatti, e maturamente asserito che è lontanissimo dal vero.
Già il moto riformatore delle scienze sperimentali era cominciato;
l'Aldrovandi, il Cesalpino, il Mattioli aveano ristaurato la storia
naturale: Aquapendente la chirurgia; Vanelmonzio la chimica; Sarpi e
Porta l'ottica; Eustachio, Falloppio, Vesalio, Fracastoro l'anatomia; i
Lincei, fondati nel 1603 da Federico Cesi, aguzzavano l'occhio sugli
arcani della natura. Viveva allora Bacone, al quale il titolo di
restauratore della scienza s'addice ben meno che a Galileo, chè, sebben
questi nascesse tre anni dopo, e sopravvivessegli quindici anni, le sue
scoperte fece avanti il 1620 in cui comparve l'_Organon_. Ma mentre
Bacone pretendeva dare un _organo_, un metodo per fare invenzioni, e
nulla inventò, Galileo che inventò tanto, credea derivassero da intuito,
da ispirazione. «Una mattina, mentre ero alla messa (scrive a frà
Fulgenzio Micanzio) mi cadde nella mente un pensiero, nel quale poi più
profondamente internandomi, mi vi sono venuto confermando, e m'è parso
più sempre ammirando come, per modo stupendo di operar della natura, si
possa distrarre e rarefare una sostanza immensa, senza ammettere in essa
veruno spazio vacuo». E a Marco Welser: «Da virtù superiore per
rimoverci da ogni ambiguità vengono inspirati ad alcuno metodi
necessarj, onde s'intenda la generazione delle comete essere nella
regione celeste». E nei Dialoghi, parlando della scoperta del Gilberto
sulle calamite: «Io sommamente laudo, ammiro e invidio gli autori per
essergli _caduto in mente_ concetto tanto stupendo circa a cosa
maneggiata da infiniti ingegni sublimi, nè da alcuno avvertita...
L'applicarsi a grandi invenzioni, mosso da piccolissimi principj, e
giudicar sotto una prima e puerile apparenza potersi contenere arti
meravigliose, non è da ingegni dozzinali, ma sono concetti e pensieri di
spiriti sovrumani». E delle proprie invenzioni parla sempre come di
congetture, di ipotesi. Così avesse continuato rimpetto al Sant'Uffizio.
Instauratore della filosofia e della scienza, che portò nel campo della
sperienza sagace e spregiudicata, il maggior merito di Galileo non è
d'astronomo: l'osservar i satelliti di giove, e le macchie del sole e
l'anello di saturno[311] e le fasi di venere, poteva farsi anche da un
mediocre, armato di discreto cannocchiale; e ogni dì, quasi solo pei
raffinati stromenti, a simili scoperte arrivano persone anche novizie
nell'astronomia. Quelle tre scoperte astronomiche di Galileo, sono dal
Delambre giudicate ben piccola cosa a fronte delle tre leggi di Keplero,
delle quali nessun'idea s'aveva, anzi urtavano le ricevute, e alle quali
esso arrivò con venti anni di studj ostinati; e furono esse che
condussero Newton a riconoscere la legge universale della
gravitazione[312].