«Già s'è accettato il calendario gregoriano et introdotte le feste alla

romana, et per stabilire meglio la fede cattolica s'addimandano

predicatori, massime capuccini, amatissimi, a' quali si faranno due

monasteri almeno, cessata la furia de' presenti moti, sperandosi nella

misericordia divina che aggiusterà la causa sua, et nella pietà della

maestà cattolica, che accetterà nella protettione sua quei popoli

devotissimi suoi, et membri si può dire del Stato di Milano come

diocesani di Como».

Tra i libri proibiti figura il _Memoriale alla santità di nostro signore

papa Gregorio XV, il clero e cattolici di Valtellina_, come pure la

_Vera narratione del massacro degli Evangelici fatto dai Papisti ribelli

nella maggior parte della Valtellina_.

[290] Informazione de' Bormiesi nel 1636.

[291] 4 agosto. «S'intende che un nervo di Grigioni eretici con la

scorta di ducento Olandesi, di quelli licenziati dalla Repubblica

Veneta, siano entrati in Valtellina dalla parte di Chiavenna... nel

medesimo tempo si ebbe nuova che da' Grigioni eretici erano state

affondate due barche piene di soldati cattolici, de' quali nessuno s'era

salvato. All'arrivo di questi avvisi si turbò assaissimo il signor duca

di Feria, vedendo che si correva pericolo di perder l'acquistato; e

trovandosi impegnato a difendere la Valtellina, gli dispiaceva che si

aveva a venire a maggior cimento. Però dicono che si dolse

gagliardamente con monsignor proposto della Scala, dicendogli che gli

avea figurati i successi facilissimi e senza pericolo nessuno di

accender fuoco in Italia, e che ora apparisce il contrario, sentendosi

che tutte quelle montagne sono in moto, con fermo proposito di voler

ricuperare il perduto.

Poco lontano dal forte di Fuentes furono fatti prigioni tre predicanti,

i quali sono stati condotti a Milano, e si trovano in custodia del

Sant'Offizio. Fra questi vi è una monaca vicentina, che già 15 anni sono

fuggì di Vicenza» (_Carteggio di Milano, nell'Archivio generale di

Firenze_).

[292] Allora fu pubblicata un'altra delle pasquinate che dicemmo desunte

da testi scritturali.

Re di Francia _Ite, et reddite quæ sunt Cæsaris Cæsari

etc._

Marchese di Cœvre _Bonum est nos hic esse, faciamus tria

tabernacula._

Venezia _Attollite portas, principes, vestras,

et elevamini portæ æternales._

Valtellini _Circumdederunt nos dolores mortis._

Grigioni _Erit fletus magnus et stridor gentium._

Marchese di Bagno _Et ego per aliam viam revertar in

regionem meam._

Papa _Ego dormio, sed cor meum vigilat._

Duca di Savoja _Qua hora non putatis veniam._

Repubbl. di Genova _Veni et noli tardare._

Re di Spagna _Omnia quæcumque volui feci._

Signori di Valtellina _Ecce relinquimus omnia et secuti sumus te._

Duca di Feria _Adjuva me, Domine, ponam inimicos tuos

scabellum pedum tuorum._

Stato di Milano _Non habemus regem nisi infantem._

Arciduca Leopoldo _Quæsivi et non inveni._

Imperatore _Os habent et non loquentur, manus etc._

Duca di Parma _Doce me facere voluntatem tuam._

» Modena _Quotidie vobiscum sum._

» Mantova _In pace amaritudo mea amarissima._

» Lucca _Clausa est janua._

» Urbino _Dereliquit me virtus mea et lumen oculorum

meorum._

Granduca _Pulsate et aperietur vobis._

[293] Rimasero da cinquecento arciducali: con loro cadde il beato Fedele

da Sygmaringa cappuccino, che il Lavizzari dice _odiatissimo prefetto di

quelle missioni_, e che è il protomartire della congregazione di

Propaganda. Vedi _Istoria delle missioni de' frati minori Cappuccini

della provincia di Brescia nella Rezia dal 1621 al 1693_, pel P. F.

CLEMENTE DA BRESCIA. Trento, Pavone 1702.

[294] Gli aggravj di questi sono espressi nel _Recueil vrai et sincère

de partie des mechancetez atroces et cruelles tirannies commises en la

Valtelline après le massacre, et demeurées impunisse, ensemble les

transgressions des statuts, loix criminelles et civils, voire mesmes des

ordonnances et constitutions faites à Tiran depuis le dit temps jusqu'à

l'an 1626_. Vedi _la Valtelline, schediasma. Véritable et solide

résponce aux calomnies, et raisons desquelles les resbelles de la

Valtelline, vrais et naturels sujets des Grisons, pallient et desguisent

leurs exécrables forfaits, voulans par une entreprise imprudente et

abominable persuader aux rois et potentats de prendre les armes pour

leur défence et protection_. Abbiamo nello stesso senso: «Antidoto

contro le calunnie de' Cappuccini, composto per li fedeli confessori

della verità nelle leghe de' Grigioni. — Informatione reale delle false

apparizioni e miracoli della madonna di Tirano, di san Carlo Borromeo, e

del beato Alviggi».

[295] Quella donna, fatturata in un braccio di panno rosso, stette due

mesi fitta nel letto senza mangiare nè bere altro che qualche stilla

d'acqua infusale per un dente mancante. Eppure la vedevano affacciarsi

alla finestra; ma come tosto s'accorgeva di essere veduta, tornava al

letto, ove immobile giaceva. Tardi guarì, _non obstanti i debiti

exorcismi_.

[296] ALBERTI, _Antichità Bormiesi_, manuscritto.

[297] _Gentis inquietæ, et volentis inquietare cœteros._ Hist. Patria,

p. 127.

[298] Nel 1790 erano dieci famiglie di protestanti in Tirano, due in

Bianzone, due in Teglio, una a Castione Inferiore, una a Cajolo,

sessantacinque nel contado di Chiavenna. Giacomo Picenino, ministro

protestante a Coira, stampò l'Apologia della Riforma. Contro di essa il

padre maestro Gotti, professore di teologia a Bologna, scrisse _La vera

Chiesa di Cristo_, 3 volumi in-4º, che gli meritò la porpora.

[299] Fin a quest'ora appartennero alla diocesi di Como, siccome pure la

maggior parte del Canton Ticino. Adesso però vuolsi sottrarneli,

confiscaronsi i beni che colà aveva il vescovo di Como, e vorrebbesi

incorporare le comunità di Poschiavo e Brusio alla diocesi di Coira: al

Canton Ticino mettere un vescovo proprio.

DISCORSO XLVIII.

SGUARDO RETROSPETTIVO ALLA RIFORMA.

Al punto d'abbandonare il secolo e le immediate conseguenze della

Riforma, domandiamo se abbiasi a deplorare l'Italia perchè non l'abbia

abbracciata, e perciò non corso un differente stadio di civiltà; ovvero

con sant'Ambrogio rallegrarsi perchè _non hic tibi infidelis aliqua

regio,... Italia, Italia, aliquando tentata, mutata numquam_[300].

I dissenzienti da noi traggono vantaggio dal mostrare la decadenza che

da quell'età subì la nostra patria.

Dopo ciò, dunque per ciò; argomento triviale. Ma l'essere ingojate le

sue repubblichette da parziali signorie; il parteggiare non più per la

patria e pei diritti, bensì per la volontà, le ambizioni, le pretensioni

di principi; il rinascere in Europa la smania delle conquiste lontane,

piaga romana ch'era stata medicata dalla feudalità: la conseguente

invasione degli stranieri; l'appoggio che questi ebbero dagli eserciti

stanziali, allora generalizzati; il rifiorire delle lettere classiche,

che portava a venerare la forza dello Stato pagano, anzichè la giustizia

della società cristiana, queste ed altre furono le cause per cui

l'Italia restò prostrata moralmente e civilmente, allorquando la

scoperta, a Italiani dovuta, di due nuovi mondi sviava la ricchezza da'

suoi mercati. A colpir non meno le fantasie che gli interessi

sopravvenne in Germania la guerra religiosa dei trent'anni; l'età più

disastrosa per l'Europa; quella ove gl'individui e gli Stati ebbero

patimenti ben peggiori che nelle invasioni dei Barbari: chiusa colla

pace di Westfalia[301], cui conseguenza fu che anche la Germania

decadesse da quel primato che avea tenuto durante tutto il medioevo.

Così i Tedeschi, che per invidia al nostro sole più brillante, alla

nostra lingua più armoniosa, ai costumi più forbiti, alle istituzioni

più liberali, alla civiltà nostra più sviluppata, aveano spinto alla

Riforma, da questa nimicizia all'Italia raccolsero la propria rovina. Si

temette la prevalenza della stirpe latina, onde si osteggiò la Spagna, e

poichè questa era cattolica, si guerreggiò il cattolicismo. Ma non si

riuscì che a consolidare Casa d'Austria, che da quel punto non perdette

più la corona di Germania e il dominio sull'Italia; invece d'abolire

l'impero si abolì il papa; invece di acquistare libertà civili e

municipali, si ottenne di non andar più a messa o a confessarsi, e di

cantare i salmi in tedesco: politicamente restò impedita la fusione

della Germania; gli ingegni si svaporarono in dispute teologiche: le

classi privilegiate sbigottironsi del diritto d'esame.

Maggiormente ne scapitò l'Italia, che cessava d'esser la metropoli di

tutto il mondo, nè più vi affluivano le ricchezze e i devoti dalle

quattro plaghe: non più vi convenivano i prelati da ogni paese, nè in

ogni paese andavano i nostri, acquistando e difondendo ricchezze e

cognizioni, e trovando sfogo all'attività, stimolo agli ingegni colle

speranze.

La feconda divisione de' piccoli Stati soccombette alla prevalenza

austro-spagnuola, ormai non più controbilanciata dalla Francia, e solo

tenuta in qualche rispetto dalle repubbliche di Venezia e di Genova. Al

nord-est un principe transalpino si dilatava a poco a poco, e militando

ora per la Francia, ora per l'Austria, cresceva innanzi, sperando

mangiar l'alta Italia foglia a foglia come il carcioffo. I papi, che sin

allora avevano impedito che l'Italia cadesse sotto una sola dominazione,

ormai non poteano che accarezzarne il padrone, e quest'alleanza del

papato coll'impero consolidò la servitù dell'Italia.

L'Italia, oltre gli eserciti che la straziavano anche quando ella avea

cessato di esistere, simile a un cadavere denudato e violato, soffrì di

squallide fami, di due terribili pesti nel 1576 e nel 1630, e di governi

stranieri, che unica arte conosceano la fiscalità; onde potè giudicarsi

perita la civiltà da chi non credesse fermamente che la Provvidenza per

la via del male guida l'umanità a continuamente procedere verso idee più

vere, costumi più umani, libertà meglio intesa.

Aggiungiamo il piantarsi dei Turchi a' suoi confini. Gli Italiani aveano

sempre avuto speciale cura a

La santa terra ove il supremo amore

Lavò col proprio sangue il nostro errore[302]:

e incessantemente combatterono i Musulmani sotto le insegne di Venezia,

di Genova, di Pisa, di Napoli, soprattutto di Roma. Or però, abbandonati

da mezza la cristianità, dovettero vederli piantarsi fin in vista delle

nostre coste. Dove non è estraneo il riflettere che, mentre la costoro

conquista tolse ogni vita all'Oriente perchè era scisso da Roma,

nell'Occidente invece, dove al potere crollante imperiale era già

succeduto il pontifizio, si conservarono i germi d'una civiltà, i quali

svoltisi in Italia, dipoi a danno dell'Italia propagavansi altrove.

È arte di ogni rivoluzione l'afferrare due o tre idee buone, e

spacciarle per sue, e per raffaccio domandarne l'attuamento all'ordine

esistente, il quale non le repudiava, e forse non le predicava sol

perchè non revocate in dubbio. Così ai dì nostri essa proclamò la

nazionalità italiana: eppur questa era accettata così generalmente, che

neppur se ne parlava. Delle amplissime verità che la Chiesa abbracciava,

alcune particolari afferrò la Riforma e se ne fece vanto, quali l'esame

della verità storica, la civile tolleranza, la moralità di tutti e

specialmente del clero, la gratuità de' sacramenti, il ripudio delle

superstizioni e de' racconti apocrifi, ed altri punti che però erano non

solo accettati dalla Chiesa, ma promossi e raccomandati, colla prudenza

da cui solo possono dispensarsi le rivoluzioni.

E sotto l'ali della Chiesa era sempre vissuta l'arte, questa rivelazione

di Dio nello spirito umano, che fra i Pagani idealizzava la forma, fra i

nostri incarnava l'idea. La Chiesa colla scolastica aveva non solo

esercitato il pensiero, lasciandolo spingere le speculazioni fino al

punto ove l'audacia della ragione diventa licenza[303]. La civiltà

acquistava quell'universalità per cui non si conosce un affare

particolare di un regno se non si allarghi lo sguardo sull'intera

Europa, della quale gl'incrementi di comunicazioni e la stampa tendeano

a far una nazione sola. Il rinascimento fu dunque opera eminentemente

italiana, ma alzò subito un grido contro il passato, quasi un figlio che

si vergogna del genitore: acclamò al paganesimo, e filosofia, governi,

civiltà, letteratura dovere conformarsi a quello. Bastava un passo

perchè si ribellasse alla Chiesa, e il fece quando, attraverso al

grandioso incammino del risorgimento, si gittò il frate di Vittemberga.

Nessuno più di noi ha riconosciuto i disordini introdottisi

nell'attuazione temporale della Chiesa, risoluti come siamo di non

dissimulare veruna macchia per aver diritto a non velare veruna gloria,

e professando con Gregorio Magno esser meglio scandolezzare che mentire:

ma bisogna distinguere le istituzioni dagli atti degli uomini che ne

sono ministri: ed esse istituzioni valutare non sopra gli abusi, ma

sopra i fatti giuridici, che per la Chiesa sono i decreti, le leggi, i

concilj. E se anche il frutto è fradicio, bisogna salvar il seme per le

vegetazioni future. Anzi, dal vedere che, in tanto traviamento, le

dottrine supreme rimasero immacolate, nè gran peccatori quai ci

dipingono gli ecclesiastici pervertirono i dogmi, il simbolo, la morale,

argomentiamo alla divinità dell'opera, e i costumi esser altro che i

principj: talchè poteano quelli emendarsi, senza toccar a questi. E ciò

più facilmente in quanto, nell'attuazione esterna della Chiesa, tutto è

modificabile, tutto fu modificato, eccetto la disciplina che riguarda

l'amministrazione de' sacramenti. Ma la Riforma quei ch'erano uniti

dalla religione separò in due campi ostili, in cui e da cui si

avvicendarono le persecuzioni. La divisione essendo religiosa, fu

profondissima, sicchè apparvero da per tutto diffidenza e sospetto:

essendo opera di collera, trascese, e presto ebbe scosso tutto, la

società religiosa come la politica e la domestica, gli affari come le

coscienze, seminando l'Europa di sanguinose, comechè feconde ruine,

sottoponendo a leggi arbitrarie le relazioni dell'uomo con Dio, al dogma

surrogando opinioni variabili quanto le teste; eccitando dubbj

nell'intelletto, scrupoli nella coscienza da che era rotto l'equilibrio

fra il sentimento dei diritti e quello dei doveri.

Gli eroi della vita austera diventavano oggetto di beffa; mentre prima

il delitto era peccato; il fôro secolare stava a servigio della Chiesa

per punire la bestemmia come il furto; le decime retribuivansi ad essa

più fedelmente che l'imposta ai principi; la ricchezza de' suoi prelati

parea più comportevole che quella de' cortigiani, tutto fu cambiato d'un

tratto.

La Riforma cercò anche annichilare la distinzione dei due poteri,

introdotta dal cristianesimo, e sottoporre l'anima allo Stato: col che

toglieva la libertà di coscienza, mentre di questo nome onorava il

mancare di convinzioni. Il diritto canonico era stato un gran progresso

sopra le consuetudini dei Barbari, ma avea dovuto piegarsi alla costoro

selvatichezza: e quindi sconveniva a tempi più colti: ma i papi stessi

aveano approvato lo statuto fondato sul diritto romano, riconoscendolo

meglio applicabile, non ricorrendo al Canonico se non nelle materie

speciali, dove il principio religioso corregge il diritto puro.

Noi non crediamo progresso l'aver distrutta la supremazia in materia di

fede, e tolta al papato l'onnipotenza delle mediazioni, perocchè, se il

cristianesimo è una società diffusa per tutto il mondo, è egli

conveniente lasciarla senza un capo, senza giudici, senza consultori

universali? Anche il credente più schietto ama veder l'ordine in ciò che

crede e le verità connesse fra loro; e mentosto la sparpagliata

discussione che non l'accordo donde trae zelo alle pratiche religiose.

Già sant'Agostino diceva ai Donatisti: _Quæ est pejor mors animæ quam

libertas erroris?_

Il clero non offendeva i re, giacchè promulga il principio d'autorità;

non l'aristocrazia, perchè rispetta i possessi e l'ingegno e i diritti

storici; non il popolo, perchè esce da quello, e per quello avea fatto

tutto; e finchè stava con esso, il popolo non avea bisogno di

abbracciarsi ai re per abbattere i baroni. Il potere dei principi

divenne eccessivo, perchè cessava l'opposizione e il sindacato del

clero. Si rinfacciò ai papi di dire «La Chiesa son io», ma allora i re

dissero «Lo Stato son io», e dalla monarchia restò non solo ristretto il

papato, ma soffogato il popolo. I papi del medioevo soli erano capaci

d'esercitare l'arbitrato europeo perchè capi della società conservatrice

e propagatrice del vero ideale, capi civili delle nazioni non per forza

d'arme ma coll'autorità della parola. Per quanto però ristretti,

rimasero non solo re di Roma, ma cattolici, e quindi di nessun partito,

e desiderosi dell'accordo di tutte le potenze cristiane; accordo che

solo avrebbe potuto risparmiare all'Europa odierna la vergogna d'aver

fra' suoi uno Stato che professa la poligamia, gli eunuchi, la potestà

assoluta, la pirateria, e che la maggior reliquia del culto cristiano

rimanga in mano de' Turchi.

Un secolo che era cominciato nel modo più grandioso, colla scoperta d'un

nuovo mondo e la rapida conversione di quello, con tanto rigoglio

dell'arti e delle lettere, trovossi tuffato nella quistione religiosa,

dietro a cui la confusione degli spiriti, l'anarchia degli atti, la

tirannide ammantata dal pretesto di reprimerla, il fanatismo

persecutore; sicchè, invece di poter congiungere la libertà cittadina

coll'indipendenza religiosa, fu duopo combattere dentro e fuori la

barbarie che parea rinnovarsi.

Che la Riforma causasse prosperamento degli studj e delle lettere vien

negato anche in altri paesi, benchè ivi coincidesse con quel che

dapertutto chiamossi il risorgimento. Ma l'Italia era già prima a capo

del mondo civile; da tre secoli studiava il suo san Tommaso, da due

leggeva Dante e il Petrarca suoi; aveva prodotto Colombo e Cesalpino,

educati Copernico e Vesalio; stava compiendo la maggior basilica del

mondo, attorno alla quale sorgeano le meraviglie del Mosè, della

cappella Sistina, delle Logge Vaticane; glorie accompagnate da quelle

del Tiziano e del Correggio, dell'Ariosto e del Caro; le sue Università

traevano studiosi da tutto il mondo; Erasmo vi ammirava cattedre di

greco[304], d'arabo, d'ebraico: e la nostra repubblica letteraria

concedeva la cittadinanza anche a quei dotti che nazionalmente si

chiamavano barbari[305].

Ma fanatizzate le moltitudini per dispute che prima stavano nel ricinto

di conventi e presbiteri, si sviò dalle belle lettere. Fra gli scrittori

della Riforma nessun italiano è insigne; nobilissimi ingegni dispersero

nelle controversie la forza che poteano destinare a far opere;

lasciarono scritti incompleti come le polemiche, nelle quali gli

ammiratori stessi lodano ciò che si volle, anzichè ciò che si fece.

Nuova importanza acquistò la filologia, trovandosi necessarie le lingue

antiche per le disquisizioni religiose. Ma la stessa traduzione della

Bibbia, che in altri paesi schiuse l'êra del vulgare moderno, non potea

farlo qui, ove almeno da cinquecento anni parlavasi e da trecento

scriveasi l'italiano. Il Manuzio, eruditissimo editore, lagnavasi che le

scuole si abbandonassero, e ch'egli dovesse passeggiare solitario

davanti all'Università romana nell'ora della lezione. Giulio Pogiano

valentissimo latinista, all'altro non men lodevole scrittore Anton Maria

Graziano, in lettera del 30 maggio 1562 lagnavasi che il bello scrivere

fosse perito: _unum, aut ad summum alterum vel in maximis civitatibus

reperias, qui speciem aliquam præseferat romani sermonis: succum vero et

sanguinem incorruptum latinæ orationis qui habeat, fere neminem. Nec

injuria. Libri enim qui nobis præstantis illius laudis et disciplinam

præscribunt et exempla proponunt, pæne obsoleverunt. Nullus jam est in

manibus Terentius, nullus Cæsar: ipse latinæ eloquentiæ princeps legi

desitus est: tota denique jacet antiquitas, optima tum vivendi, tum

loquendi magistra. Ad quos igitur plerique se contulerunt? Pudet, nec

omnino dicere licet. Sunt enim iidem barbariæ et impietatis auctores,

quorum in dispari scelere par voluntas agnoscitur. At multis vocabulis

auxerunt linguam latinam. Utinam non tam portenta quam verba, ut in

religionem sic in sermonem induxissent! at incitarunt loquendi et

scribendi celeritatem: ut illorum studiosi, vel in magnis rebus, subita

et dictione et scriptione satisfaciant._

Cercarono scuoter gl'ingegni i Gesuiti introducendo scuole con metodi

nuovi, con ingegnosi artifizj, col rendere piacevole l'insegnamento,

come s'è costretti fare allorchè la voglia n'è rintuzzata: ma lo scopo

loro era l'educazione, più che l'istruzione; piegar le volontà, ancor

più che affinare gli intelletti: e presto ebbero gl'inconvenienti delle

scuole legali; e il mal gusto, se non vi fu originato, non vi fu

combattuto dall'artificiosità dello stile e de' componimenti; da una

certa lecornia, distinta dalla vera eleganza; dal belletto, surrogato ai

robusti colori della sanità.

Dopo ciò si pena a credere che, nel secolo nostro, l'Istituto di Francia

abbia premiato una memoria dove s'è potuto sostenere, dirò piuttosto

asserire che la Chiesa era sempre stata capitale nemica dei lumi; che

«le nazioni erano da essa mantenute attentamente in un'ignoranza,

propizia alla superstizione: che, per quanto possibile, lo studio era

reso inaccessibile ai laici: che quel delle lingue antiche era tenuto

come una mostruosità, un'idolatria: che la lettura delle sante scritture

era severamente vietata[306]». E c'è un vulgo che lo ripete. Viepiù fa

stupore che un pensator cattolico, il Gioberti, in Lutero vedesse tre

doti:

1. D'aver voluto restituire la loro primitiva grandezza alle idee di Dio

e di Cristo, menomate dagli scolastici; 2. d'avere, non che conosciuto,

ma agguagliato il suo secolo, benchè non giungesse a superarlo, come

superollo Soccino; 3. nell'evoluzione logica dell'eresia luterana

scorgersi il predominio della ragione (_discorso_) sulle potenze

inferiori; privilegio dell'Italia, alla quale pertanto si compete

l'onore del luteranismo.

Se con ciò s'intende il libero uso della ragione, l'aveano ben prima i

nostri, e lo mostrammo; ma troppo ci corre dall'esame del vero, dallo

scherzo, dalla satira alla negazione sistematica e riottosa.

Lutero, dopo bestemmiato la cattedra pontifizia, bestemmiò il libero

arbitrio, bestemmiò la ragione, questa (a dir suo) fidanzata di Satana,

questa prostituta, mostro abominevole, che bisogna calpestare,

strangolare; essa è maledetta dalla rivelazione, e perciò ogni parte

dell'ingegno umano è menzogna e tenebra; le Università, sono invenzioni

diaboliche, deputate a convellere il cristianesimo.

Invece il Pallavicino, nell'_Arte della perfezione cristiana_,

professava che «infine tutte le altre potenze dell'uomo s'inchinano

all'intelletto; l'intelletto giudica di tutte le cose, l'intelletto

governa il mondo».

I soliti uomini di pregiudizj diranno che la restaurazione d'allora fu

un ritorno verso il medioevo[307]. Noi diremo che fu una fermata ne'

grandi progressi di quello. Il sospetto fece reprimere la cultura anche

qui dove avea preso tanto incremento; perocchè solito torto delle

violenze rivoluzionarie è il disgustare chi di queste era volenteroso, e

far che la società indietreggi davanti alle crisi dell'impazienza.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 35 / 101 段