romana, et per stabilire meglio la fede cattolica s'addimandano
predicatori, massime capuccini, amatissimi, a' quali si faranno due
monasteri almeno, cessata la furia de' presenti moti, sperandosi nella
misericordia divina che aggiusterà la causa sua, et nella pietà della
maestà cattolica, che accetterà nella protettione sua quei popoli
devotissimi suoi, et membri si può dire del Stato di Milano come
diocesani di Como».
Tra i libri proibiti figura il _Memoriale alla santità di nostro signore
papa Gregorio XV, il clero e cattolici di Valtellina_, come pure la
_Vera narratione del massacro degli Evangelici fatto dai Papisti ribelli
nella maggior parte della Valtellina_.
[290] Informazione de' Bormiesi nel 1636.
[291] 4 agosto. «S'intende che un nervo di Grigioni eretici con la
scorta di ducento Olandesi, di quelli licenziati dalla Repubblica
Veneta, siano entrati in Valtellina dalla parte di Chiavenna... nel
medesimo tempo si ebbe nuova che da' Grigioni eretici erano state
affondate due barche piene di soldati cattolici, de' quali nessuno s'era
salvato. All'arrivo di questi avvisi si turbò assaissimo il signor duca
di Feria, vedendo che si correva pericolo di perder l'acquistato; e
trovandosi impegnato a difendere la Valtellina, gli dispiaceva che si
aveva a venire a maggior cimento. Però dicono che si dolse
gagliardamente con monsignor proposto della Scala, dicendogli che gli
avea figurati i successi facilissimi e senza pericolo nessuno di
accender fuoco in Italia, e che ora apparisce il contrario, sentendosi
che tutte quelle montagne sono in moto, con fermo proposito di voler
ricuperare il perduto.
Poco lontano dal forte di Fuentes furono fatti prigioni tre predicanti,
i quali sono stati condotti a Milano, e si trovano in custodia del
Sant'Offizio. Fra questi vi è una monaca vicentina, che già 15 anni sono
fuggì di Vicenza» (_Carteggio di Milano, nell'Archivio generale di
Firenze_).
[292] Allora fu pubblicata un'altra delle pasquinate che dicemmo desunte
da testi scritturali.
Re di Francia _Ite, et reddite quæ sunt Cæsaris Cæsari
etc._
Marchese di Cœvre _Bonum est nos hic esse, faciamus tria
tabernacula._
Venezia _Attollite portas, principes, vestras,
et elevamini portæ æternales._
Valtellini _Circumdederunt nos dolores mortis._
Grigioni _Erit fletus magnus et stridor gentium._
Marchese di Bagno _Et ego per aliam viam revertar in
regionem meam._
Papa _Ego dormio, sed cor meum vigilat._
Duca di Savoja _Qua hora non putatis veniam._
Repubbl. di Genova _Veni et noli tardare._
Re di Spagna _Omnia quæcumque volui feci._
Signori di Valtellina _Ecce relinquimus omnia et secuti sumus te._
Duca di Feria _Adjuva me, Domine, ponam inimicos tuos
scabellum pedum tuorum._
Stato di Milano _Non habemus regem nisi infantem._
Arciduca Leopoldo _Quæsivi et non inveni._
Imperatore _Os habent et non loquentur, manus etc._
Duca di Parma _Doce me facere voluntatem tuam._
» Modena _Quotidie vobiscum sum._
» Mantova _In pace amaritudo mea amarissima._
» Lucca _Clausa est janua._
» Urbino _Dereliquit me virtus mea et lumen oculorum
meorum._
Granduca _Pulsate et aperietur vobis._
[293] Rimasero da cinquecento arciducali: con loro cadde il beato Fedele
da Sygmaringa cappuccino, che il Lavizzari dice _odiatissimo prefetto di
quelle missioni_, e che è il protomartire della congregazione di
Propaganda. Vedi _Istoria delle missioni de' frati minori Cappuccini
della provincia di Brescia nella Rezia dal 1621 al 1693_, pel P. F.
CLEMENTE DA BRESCIA. Trento, Pavone 1702.
[294] Gli aggravj di questi sono espressi nel _Recueil vrai et sincère
de partie des mechancetez atroces et cruelles tirannies commises en la
Valtelline après le massacre, et demeurées impunisse, ensemble les
transgressions des statuts, loix criminelles et civils, voire mesmes des
ordonnances et constitutions faites à Tiran depuis le dit temps jusqu'à
l'an 1626_. Vedi _la Valtelline, schediasma. Véritable et solide
résponce aux calomnies, et raisons desquelles les resbelles de la
Valtelline, vrais et naturels sujets des Grisons, pallient et desguisent
leurs exécrables forfaits, voulans par une entreprise imprudente et
abominable persuader aux rois et potentats de prendre les armes pour
leur défence et protection_. Abbiamo nello stesso senso: «Antidoto
contro le calunnie de' Cappuccini, composto per li fedeli confessori
della verità nelle leghe de' Grigioni. — Informatione reale delle false
apparizioni e miracoli della madonna di Tirano, di san Carlo Borromeo, e
del beato Alviggi».
[295] Quella donna, fatturata in un braccio di panno rosso, stette due
mesi fitta nel letto senza mangiare nè bere altro che qualche stilla
d'acqua infusale per un dente mancante. Eppure la vedevano affacciarsi
alla finestra; ma come tosto s'accorgeva di essere veduta, tornava al
letto, ove immobile giaceva. Tardi guarì, _non obstanti i debiti
exorcismi_.
[296] ALBERTI, _Antichità Bormiesi_, manuscritto.
[297] _Gentis inquietæ, et volentis inquietare cœteros._ Hist. Patria,
p. 127.
[298] Nel 1790 erano dieci famiglie di protestanti in Tirano, due in
Bianzone, due in Teglio, una a Castione Inferiore, una a Cajolo,
sessantacinque nel contado di Chiavenna. Giacomo Picenino, ministro
protestante a Coira, stampò l'Apologia della Riforma. Contro di essa il
padre maestro Gotti, professore di teologia a Bologna, scrisse _La vera
Chiesa di Cristo_, 3 volumi in-4º, che gli meritò la porpora.
[299] Fin a quest'ora appartennero alla diocesi di Como, siccome pure la
maggior parte del Canton Ticino. Adesso però vuolsi sottrarneli,
confiscaronsi i beni che colà aveva il vescovo di Como, e vorrebbesi
incorporare le comunità di Poschiavo e Brusio alla diocesi di Coira: al
Canton Ticino mettere un vescovo proprio.
DISCORSO XLVIII.
SGUARDO RETROSPETTIVO ALLA RIFORMA.
Al punto d'abbandonare il secolo e le immediate conseguenze della
Riforma, domandiamo se abbiasi a deplorare l'Italia perchè non l'abbia
abbracciata, e perciò non corso un differente stadio di civiltà; ovvero
con sant'Ambrogio rallegrarsi perchè _non hic tibi infidelis aliqua
regio,... Italia, Italia, aliquando tentata, mutata numquam_[300].
I dissenzienti da noi traggono vantaggio dal mostrare la decadenza che
da quell'età subì la nostra patria.
Dopo ciò, dunque per ciò; argomento triviale. Ma l'essere ingojate le
sue repubblichette da parziali signorie; il parteggiare non più per la
patria e pei diritti, bensì per la volontà, le ambizioni, le pretensioni
di principi; il rinascere in Europa la smania delle conquiste lontane,
piaga romana ch'era stata medicata dalla feudalità: la conseguente
invasione degli stranieri; l'appoggio che questi ebbero dagli eserciti
stanziali, allora generalizzati; il rifiorire delle lettere classiche,
che portava a venerare la forza dello Stato pagano, anzichè la giustizia
della società cristiana, queste ed altre furono le cause per cui
l'Italia restò prostrata moralmente e civilmente, allorquando la
scoperta, a Italiani dovuta, di due nuovi mondi sviava la ricchezza da'
suoi mercati. A colpir non meno le fantasie che gli interessi
sopravvenne in Germania la guerra religiosa dei trent'anni; l'età più
disastrosa per l'Europa; quella ove gl'individui e gli Stati ebbero
patimenti ben peggiori che nelle invasioni dei Barbari: chiusa colla
pace di Westfalia[301], cui conseguenza fu che anche la Germania
decadesse da quel primato che avea tenuto durante tutto il medioevo.
Così i Tedeschi, che per invidia al nostro sole più brillante, alla
nostra lingua più armoniosa, ai costumi più forbiti, alle istituzioni
più liberali, alla civiltà nostra più sviluppata, aveano spinto alla
Riforma, da questa nimicizia all'Italia raccolsero la propria rovina. Si
temette la prevalenza della stirpe latina, onde si osteggiò la Spagna, e
poichè questa era cattolica, si guerreggiò il cattolicismo. Ma non si
riuscì che a consolidare Casa d'Austria, che da quel punto non perdette
più la corona di Germania e il dominio sull'Italia; invece d'abolire
l'impero si abolì il papa; invece di acquistare libertà civili e
municipali, si ottenne di non andar più a messa o a confessarsi, e di
cantare i salmi in tedesco: politicamente restò impedita la fusione
della Germania; gli ingegni si svaporarono in dispute teologiche: le
classi privilegiate sbigottironsi del diritto d'esame.
Maggiormente ne scapitò l'Italia, che cessava d'esser la metropoli di
tutto il mondo, nè più vi affluivano le ricchezze e i devoti dalle
quattro plaghe: non più vi convenivano i prelati da ogni paese, nè in
ogni paese andavano i nostri, acquistando e difondendo ricchezze e
cognizioni, e trovando sfogo all'attività, stimolo agli ingegni colle
speranze.
La feconda divisione de' piccoli Stati soccombette alla prevalenza
austro-spagnuola, ormai non più controbilanciata dalla Francia, e solo
tenuta in qualche rispetto dalle repubbliche di Venezia e di Genova. Al
nord-est un principe transalpino si dilatava a poco a poco, e militando
ora per la Francia, ora per l'Austria, cresceva innanzi, sperando
mangiar l'alta Italia foglia a foglia come il carcioffo. I papi, che sin
allora avevano impedito che l'Italia cadesse sotto una sola dominazione,
ormai non poteano che accarezzarne il padrone, e quest'alleanza del
papato coll'impero consolidò la servitù dell'Italia.
L'Italia, oltre gli eserciti che la straziavano anche quando ella avea
cessato di esistere, simile a un cadavere denudato e violato, soffrì di
squallide fami, di due terribili pesti nel 1576 e nel 1630, e di governi
stranieri, che unica arte conosceano la fiscalità; onde potè giudicarsi
perita la civiltà da chi non credesse fermamente che la Provvidenza per
la via del male guida l'umanità a continuamente procedere verso idee più
vere, costumi più umani, libertà meglio intesa.
Aggiungiamo il piantarsi dei Turchi a' suoi confini. Gli Italiani aveano
sempre avuto speciale cura a
La santa terra ove il supremo amore
Lavò col proprio sangue il nostro errore[302]:
e incessantemente combatterono i Musulmani sotto le insegne di Venezia,
di Genova, di Pisa, di Napoli, soprattutto di Roma. Or però, abbandonati
da mezza la cristianità, dovettero vederli piantarsi fin in vista delle
nostre coste. Dove non è estraneo il riflettere che, mentre la costoro
conquista tolse ogni vita all'Oriente perchè era scisso da Roma,
nell'Occidente invece, dove al potere crollante imperiale era già
succeduto il pontifizio, si conservarono i germi d'una civiltà, i quali
svoltisi in Italia, dipoi a danno dell'Italia propagavansi altrove.
È arte di ogni rivoluzione l'afferrare due o tre idee buone, e
spacciarle per sue, e per raffaccio domandarne l'attuamento all'ordine
esistente, il quale non le repudiava, e forse non le predicava sol
perchè non revocate in dubbio. Così ai dì nostri essa proclamò la
nazionalità italiana: eppur questa era accettata così generalmente, che
neppur se ne parlava. Delle amplissime verità che la Chiesa abbracciava,
alcune particolari afferrò la Riforma e se ne fece vanto, quali l'esame
della verità storica, la civile tolleranza, la moralità di tutti e
specialmente del clero, la gratuità de' sacramenti, il ripudio delle
superstizioni e de' racconti apocrifi, ed altri punti che però erano non
solo accettati dalla Chiesa, ma promossi e raccomandati, colla prudenza
da cui solo possono dispensarsi le rivoluzioni.
E sotto l'ali della Chiesa era sempre vissuta l'arte, questa rivelazione
di Dio nello spirito umano, che fra i Pagani idealizzava la forma, fra i
nostri incarnava l'idea. La Chiesa colla scolastica aveva non solo
esercitato il pensiero, lasciandolo spingere le speculazioni fino al
punto ove l'audacia della ragione diventa licenza[303]. La civiltà
acquistava quell'universalità per cui non si conosce un affare
particolare di un regno se non si allarghi lo sguardo sull'intera
Europa, della quale gl'incrementi di comunicazioni e la stampa tendeano
a far una nazione sola. Il rinascimento fu dunque opera eminentemente
italiana, ma alzò subito un grido contro il passato, quasi un figlio che
si vergogna del genitore: acclamò al paganesimo, e filosofia, governi,
civiltà, letteratura dovere conformarsi a quello. Bastava un passo
perchè si ribellasse alla Chiesa, e il fece quando, attraverso al
grandioso incammino del risorgimento, si gittò il frate di Vittemberga.
Nessuno più di noi ha riconosciuto i disordini introdottisi
nell'attuazione temporale della Chiesa, risoluti come siamo di non
dissimulare veruna macchia per aver diritto a non velare veruna gloria,
e professando con Gregorio Magno esser meglio scandolezzare che mentire:
ma bisogna distinguere le istituzioni dagli atti degli uomini che ne
sono ministri: ed esse istituzioni valutare non sopra gli abusi, ma
sopra i fatti giuridici, che per la Chiesa sono i decreti, le leggi, i
concilj. E se anche il frutto è fradicio, bisogna salvar il seme per le
vegetazioni future. Anzi, dal vedere che, in tanto traviamento, le
dottrine supreme rimasero immacolate, nè gran peccatori quai ci
dipingono gli ecclesiastici pervertirono i dogmi, il simbolo, la morale,
argomentiamo alla divinità dell'opera, e i costumi esser altro che i
principj: talchè poteano quelli emendarsi, senza toccar a questi. E ciò
più facilmente in quanto, nell'attuazione esterna della Chiesa, tutto è
modificabile, tutto fu modificato, eccetto la disciplina che riguarda
l'amministrazione de' sacramenti. Ma la Riforma quei ch'erano uniti
dalla religione separò in due campi ostili, in cui e da cui si
avvicendarono le persecuzioni. La divisione essendo religiosa, fu
profondissima, sicchè apparvero da per tutto diffidenza e sospetto:
essendo opera di collera, trascese, e presto ebbe scosso tutto, la
società religiosa come la politica e la domestica, gli affari come le
coscienze, seminando l'Europa di sanguinose, comechè feconde ruine,
sottoponendo a leggi arbitrarie le relazioni dell'uomo con Dio, al dogma
surrogando opinioni variabili quanto le teste; eccitando dubbj
nell'intelletto, scrupoli nella coscienza da che era rotto l'equilibrio
fra il sentimento dei diritti e quello dei doveri.
Gli eroi della vita austera diventavano oggetto di beffa; mentre prima
il delitto era peccato; il fôro secolare stava a servigio della Chiesa
per punire la bestemmia come il furto; le decime retribuivansi ad essa
più fedelmente che l'imposta ai principi; la ricchezza de' suoi prelati
parea più comportevole che quella de' cortigiani, tutto fu cambiato d'un
tratto.
La Riforma cercò anche annichilare la distinzione dei due poteri,
introdotta dal cristianesimo, e sottoporre l'anima allo Stato: col che
toglieva la libertà di coscienza, mentre di questo nome onorava il
mancare di convinzioni. Il diritto canonico era stato un gran progresso
sopra le consuetudini dei Barbari, ma avea dovuto piegarsi alla costoro
selvatichezza: e quindi sconveniva a tempi più colti: ma i papi stessi
aveano approvato lo statuto fondato sul diritto romano, riconoscendolo
meglio applicabile, non ricorrendo al Canonico se non nelle materie
speciali, dove il principio religioso corregge il diritto puro.
Noi non crediamo progresso l'aver distrutta la supremazia in materia di
fede, e tolta al papato l'onnipotenza delle mediazioni, perocchè, se il
cristianesimo è una società diffusa per tutto il mondo, è egli
conveniente lasciarla senza un capo, senza giudici, senza consultori
universali? Anche il credente più schietto ama veder l'ordine in ciò che
crede e le verità connesse fra loro; e mentosto la sparpagliata
discussione che non l'accordo donde trae zelo alle pratiche religiose.
Già sant'Agostino diceva ai Donatisti: _Quæ est pejor mors animæ quam
libertas erroris?_
Il clero non offendeva i re, giacchè promulga il principio d'autorità;
non l'aristocrazia, perchè rispetta i possessi e l'ingegno e i diritti
storici; non il popolo, perchè esce da quello, e per quello avea fatto
tutto; e finchè stava con esso, il popolo non avea bisogno di
abbracciarsi ai re per abbattere i baroni. Il potere dei principi
divenne eccessivo, perchè cessava l'opposizione e il sindacato del
clero. Si rinfacciò ai papi di dire «La Chiesa son io», ma allora i re
dissero «Lo Stato son io», e dalla monarchia restò non solo ristretto il
papato, ma soffogato il popolo. I papi del medioevo soli erano capaci
d'esercitare l'arbitrato europeo perchè capi della società conservatrice
e propagatrice del vero ideale, capi civili delle nazioni non per forza
d'arme ma coll'autorità della parola. Per quanto però ristretti,
rimasero non solo re di Roma, ma cattolici, e quindi di nessun partito,
e desiderosi dell'accordo di tutte le potenze cristiane; accordo che
solo avrebbe potuto risparmiare all'Europa odierna la vergogna d'aver
fra' suoi uno Stato che professa la poligamia, gli eunuchi, la potestà
assoluta, la pirateria, e che la maggior reliquia del culto cristiano
rimanga in mano de' Turchi.
Un secolo che era cominciato nel modo più grandioso, colla scoperta d'un
nuovo mondo e la rapida conversione di quello, con tanto rigoglio
dell'arti e delle lettere, trovossi tuffato nella quistione religiosa,
dietro a cui la confusione degli spiriti, l'anarchia degli atti, la
tirannide ammantata dal pretesto di reprimerla, il fanatismo
persecutore; sicchè, invece di poter congiungere la libertà cittadina
coll'indipendenza religiosa, fu duopo combattere dentro e fuori la
barbarie che parea rinnovarsi.
Che la Riforma causasse prosperamento degli studj e delle lettere vien
negato anche in altri paesi, benchè ivi coincidesse con quel che
dapertutto chiamossi il risorgimento. Ma l'Italia era già prima a capo
del mondo civile; da tre secoli studiava il suo san Tommaso, da due
leggeva Dante e il Petrarca suoi; aveva prodotto Colombo e Cesalpino,
educati Copernico e Vesalio; stava compiendo la maggior basilica del
mondo, attorno alla quale sorgeano le meraviglie del Mosè, della
cappella Sistina, delle Logge Vaticane; glorie accompagnate da quelle
del Tiziano e del Correggio, dell'Ariosto e del Caro; le sue Università
traevano studiosi da tutto il mondo; Erasmo vi ammirava cattedre di
greco[304], d'arabo, d'ebraico: e la nostra repubblica letteraria
concedeva la cittadinanza anche a quei dotti che nazionalmente si
chiamavano barbari[305].
Ma fanatizzate le moltitudini per dispute che prima stavano nel ricinto
di conventi e presbiteri, si sviò dalle belle lettere. Fra gli scrittori
della Riforma nessun italiano è insigne; nobilissimi ingegni dispersero
nelle controversie la forza che poteano destinare a far opere;
lasciarono scritti incompleti come le polemiche, nelle quali gli
ammiratori stessi lodano ciò che si volle, anzichè ciò che si fece.
Nuova importanza acquistò la filologia, trovandosi necessarie le lingue
antiche per le disquisizioni religiose. Ma la stessa traduzione della
Bibbia, che in altri paesi schiuse l'êra del vulgare moderno, non potea
farlo qui, ove almeno da cinquecento anni parlavasi e da trecento
scriveasi l'italiano. Il Manuzio, eruditissimo editore, lagnavasi che le
scuole si abbandonassero, e ch'egli dovesse passeggiare solitario
davanti all'Università romana nell'ora della lezione. Giulio Pogiano
valentissimo latinista, all'altro non men lodevole scrittore Anton Maria
Graziano, in lettera del 30 maggio 1562 lagnavasi che il bello scrivere
fosse perito: _unum, aut ad summum alterum vel in maximis civitatibus
reperias, qui speciem aliquam præseferat romani sermonis: succum vero et
sanguinem incorruptum latinæ orationis qui habeat, fere neminem. Nec
injuria. Libri enim qui nobis præstantis illius laudis et disciplinam
præscribunt et exempla proponunt, pæne obsoleverunt. Nullus jam est in
manibus Terentius, nullus Cæsar: ipse latinæ eloquentiæ princeps legi
desitus est: tota denique jacet antiquitas, optima tum vivendi, tum
loquendi magistra. Ad quos igitur plerique se contulerunt? Pudet, nec
omnino dicere licet. Sunt enim iidem barbariæ et impietatis auctores,
quorum in dispari scelere par voluntas agnoscitur. At multis vocabulis
auxerunt linguam latinam. Utinam non tam portenta quam verba, ut in
religionem sic in sermonem induxissent! at incitarunt loquendi et
scribendi celeritatem: ut illorum studiosi, vel in magnis rebus, subita
et dictione et scriptione satisfaciant._
Cercarono scuoter gl'ingegni i Gesuiti introducendo scuole con metodi
nuovi, con ingegnosi artifizj, col rendere piacevole l'insegnamento,
come s'è costretti fare allorchè la voglia n'è rintuzzata: ma lo scopo
loro era l'educazione, più che l'istruzione; piegar le volontà, ancor
più che affinare gli intelletti: e presto ebbero gl'inconvenienti delle
scuole legali; e il mal gusto, se non vi fu originato, non vi fu
combattuto dall'artificiosità dello stile e de' componimenti; da una
certa lecornia, distinta dalla vera eleganza; dal belletto, surrogato ai
robusti colori della sanità.
Dopo ciò si pena a credere che, nel secolo nostro, l'Istituto di Francia
abbia premiato una memoria dove s'è potuto sostenere, dirò piuttosto
asserire che la Chiesa era sempre stata capitale nemica dei lumi; che
«le nazioni erano da essa mantenute attentamente in un'ignoranza,
propizia alla superstizione: che, per quanto possibile, lo studio era
reso inaccessibile ai laici: che quel delle lingue antiche era tenuto
come una mostruosità, un'idolatria: che la lettura delle sante scritture
era severamente vietata[306]». E c'è un vulgo che lo ripete. Viepiù fa
stupore che un pensator cattolico, il Gioberti, in Lutero vedesse tre
doti:
1. D'aver voluto restituire la loro primitiva grandezza alle idee di Dio
e di Cristo, menomate dagli scolastici; 2. d'avere, non che conosciuto,
ma agguagliato il suo secolo, benchè non giungesse a superarlo, come
superollo Soccino; 3. nell'evoluzione logica dell'eresia luterana
scorgersi il predominio della ragione (_discorso_) sulle potenze
inferiori; privilegio dell'Italia, alla quale pertanto si compete
l'onore del luteranismo.
Se con ciò s'intende il libero uso della ragione, l'aveano ben prima i
nostri, e lo mostrammo; ma troppo ci corre dall'esame del vero, dallo
scherzo, dalla satira alla negazione sistematica e riottosa.
Lutero, dopo bestemmiato la cattedra pontifizia, bestemmiò il libero
arbitrio, bestemmiò la ragione, questa (a dir suo) fidanzata di Satana,
questa prostituta, mostro abominevole, che bisogna calpestare,
strangolare; essa è maledetta dalla rivelazione, e perciò ogni parte
dell'ingegno umano è menzogna e tenebra; le Università, sono invenzioni
diaboliche, deputate a convellere il cristianesimo.
Invece il Pallavicino, nell'_Arte della perfezione cristiana_,
professava che «infine tutte le altre potenze dell'uomo s'inchinano
all'intelletto; l'intelletto giudica di tutte le cose, l'intelletto
governa il mondo».
I soliti uomini di pregiudizj diranno che la restaurazione d'allora fu
un ritorno verso il medioevo[307]. Noi diremo che fu una fermata ne'
grandi progressi di quello. Il sospetto fece reprimere la cultura anche
qui dove avea preso tanto incremento; perocchè solito torto delle
violenze rivoluzionarie è il disgustare chi di queste era volenteroso, e
far che la società indietreggi davanti alle crisi dell'impazienza.