l'aura era destra, calare sul Milanese, e ritogliere parte de' suoi a
chi aveva voluto occupare i possessi altrui: onde difese i passi. Poi i
maneggi diplomatici condussero una concordia, praticata in Monçon città
dell'Aragona il 6 marzo 1626, dove, per quel che riguarda la Valtellina,
si stabilì vi si conservasse la religione cattolica, ridotte le cose
allo stato del 1617; i natii eleggessero i proprj magistrati e
governatori, senza dipender dai Grigioni: toccasse però a questi il
confermare gli eletti entro otto giorni, e ricevere un annuo censo di
venticinquemila scudi d'oro: le fortezze fossero rimesse al papa da
demolire: Grigioni più non entrassero armati nella valle, nè gli
Spagnuoli tenessero forze oltre le ordinarie alla frontiera milanese.
Questo trattato salvava il decoro della Spagna, la quale pareva avere
proveduto alla religione ed alla libertà di quei popoli. Ma non era
ancor tempo. Imperocchè i Grigioni chiedevano si osservasse il trattato
di Madrid, aizzati dai predicanti, da Venezia, dalla Francia; mentre in
Valtellina il partito santo spingeva ad ordini rigorosi contro gli
eretici, pubblicava i beni dei ricaduti; e molti coperti riformati o
dall'Inquisizione o dagli zelanti erano fatti capitar male. E la natura
delle cose portava che i Cattolici, trovandosi spalleggiati,
soprusassero ai dissenzienti[294], se non altro in parole. Abbiam
lettera di frà Giovanni da Martinengo predicatore in Ponte, che a
Giovanni Bongetta e Filippo Battista detto Sfodego ed altri di Sondrio,
il 18 marzo 1627 annunziava: «Ho inteso le orrende bestemmie che voi ed
altri eretici uomini e donne che sono in Sondrio dite contro la santa
fede cattolica nostra. Ero risoluto senz'altro di venir al debito
castigo, ma voglio peccare con voi di soverchia misericordia. Pertanto
questa mia servirà a voi ed altri eretici per dolce invito alla fede
cattolica. Quando non vogliate, fate che subito tutti siate fuor della
valle e confini; altrimenti guai a voi se m'aspettate là; che al sicuro
il minimo castigo ha da essere il fuoco e fiamme. Se mi domandate con
quale autorità scrivo e minaccio, dagli effetti v'accorgerete di quello
posso e voglio fare per nettar affatto la valle di simil peste...».
Si stabilì anche il Sant'Uffizio, e nell'ottobre 1628 si decretò che
tutti gli acattolici fra due anni dovessero vender quanti beni sodi
possedessero in Valtellina, e andarsene, pena la vita. Il vescovo
Caraffino, venuto in visita, dai Protestanti trasferì in altri i livelli
della sua mensa, benchè n'avessero pagato il canone.
Nel 1631 essendo morto di peste il ministro di Poschiavo, esso Caraffino
scriveva ai signori di colà il 16 gennajo: «Nel progresso ch'ha fatto il
mal contagioso in cotesta terra e nel rimanente della mia diocesi,
intendo che sua divina maestà abbi levato di vita il predicante di
costà. Segno evidentissimo che abbiamo della sua misericordia verso di
noi. E perchè corrispondiamo tutti dal canto nostro con soddisfare al
debito, mi è parso scriver la presente alle signorie vostre, e di
avvertirle di non permetter che entri più nel contado simil peste,
opponendosi virilmente..... sicuri che, oltre l'assistenza che avremo da
Dio benedetto, io dal canto mio non solo gli porgerò tutti gli ajuti
immaginabili, anco col mandare quantità di gente ad opponersi insieme
con loro alla resoluzione d'essi eretici, ma bisognando me ne verrò in
persona, come prontamente farà anche il reverendo padre inquisitore con
tutti li suoi familiari a prendere ed il ministro e li fautori e anche
quelli che non avessero pienamente soddisfatto al debito loro in
opponersi».
Era scoppiata intanto la guerra pel possesso del Mantovano, disputato
fra i duchi di Nevers, eredi dei Gonzaga, sostenuti da Francia; i duchi
di Savoja, sempre attenti ad ampliarsi; e gli Austriaci, sempre vogliosi
d'impedirlo. Il duca di Nevers, profittando della recente convenzione di
Francia coi Grigioni, per la Valtellina passò coll'esercito sul Veneto,
e andò a toglier possesso del ducato. Da altre intanto delle valli
Alpine sbucavano soldati francesi, spagnuoli, savojardi a disputarsi il
tristo onore di spogliare ed avvilire questa povera Italia, premio
ognora della vittoria. L'imperatore Ferdinando, per fare smacco alla
Francia e sostener, egli austriaco, le austriache ambizioni, mandò
trentaseimila fanti e ottomila cavalli, guidati da Rambaldo Collalto;
truppe terribili sempre, allora viepeggio pel timore della peste che
serpeggiava. Il grosso di costoro per Lindau era venuto nel Chiavennasco
onde calarsi sul Milanese: e spargendosi per la Valtellina, oltre i
latronecci, vi diffusero la peste, flagello aggravato dai lunghi
patimenti della guerra e dalla recente carestia. Per libri altrui e
miei, divenuti popolari, sono conosciutissime quelle miserie, nelle
quali da una parte crescevano i pii legati ed i voti; dall'altra, non
che farsi migliori alla terribile voce del castigo divino, peggioravansi
i portamenti degli uomini, che, insultando al Dio che flagellava,
godeano della vita che fuggiva, del disordine che regnava, degli averi
che nei superstiti si accumulavano.
Noi ai gran savj del nostro secolo vorremmo raccomandare di non
permettere mai queste orride sciagure naturali. In primo luogo, essi
vantano l'onnipotenza dell'uomo fin a domare la natura, un avvenire di
godimenti quando esso avrà tolte le cause di distruzione, incatenati gli
elementi: ma ecco un torrente, una scossa di terre, un morbo che
s'attacca all'uomo, alla vite, alle patate, un'avversità di stagione,
dissipa le gioconde previsioni, e attesta una mano preponderante, e
quanto precario sia il possesso dell'uomo su questa crosta che copre un
incendio.
Secondariamente le gravi sventure sono il giorno del prete, del frate,
della carità; cose tutte che i gran savj del nostro secolo denno
ingegnarsi di screditare; e d'impedirne quell'ingerenza, che divien
tanto efficace quanto benedetta in simili casi.
Ed anche allora, quando il vivere era un'eccezione, quand'era un eroe
chi rimanesse al posto destinatogli dalla Provvidenza, se al male v'avea
qualche rimedio lo porgeva la carità cristiana. Al clero si erano
concesse amplissime facoltà; non pochi con ispontaneo sagrifizio
esponeano nell'assister i malati la vita temporale per acquistare altrui
l'eterna; i Cappuccini dì e notte erano ove li chiamasse il bisogno
altrui: essi ad apprestare cibi e medicine, rassettare i letti, vegliare
i moribondi, trasportarli, nettarli, profittare di quei terribili
momenti, che sogliono far trovare la coscienza anche ai più perduti
d'anima, e mandare i morenti confortati nella speranza del perdono. In
Tirano singolarmente infierì la morìa, e gli infermi si fecero collocare
in un palancato attorno al tempio della miracolosa Madonna, fidando
d'averne conforto al corpo o all'anima; consolati almeno di morire ove
bramavano. Si erano colà nel 1624 stabiliti i Cappuccini, e fin ad uno
morirono a servigio degli appestati: altri sottentrarono volenterosi
alle loro cure, a morire anch'essi. Dare la vita per fare del bene! a
queste azioni ti riconosco, o religione, che sola crei i martiri
dell'amore.
A prevenire ed a curare il malore si erano dati provvedimenti, quali
buoni, quali superstiziosi, quali esecrabili. Sequestrare i malati,
durare le quarantene, non comunicare con alcuno, portarsi in mano ruta,
menta, rosmarino, aceto, un'ampolla di mercurio, che credevasi
assorbisse gli effluvj contagiosi. E poichè ne' grandi flagelli, dove
non si osa bestemmiar la Providenza, sentesi il bisogno di sfogar contro
alcuno il brutale istinto dell'odio, e della superbia umiliata
dall'impotenza, la pubblica opinione, mostro terribile nei tempi
perversi o negli imbecilli, asseriva che uomini malvagi con malìe ed
unzioni propagassero la peste: e molti paesi soffersero il miserabile
spettacolo di untori, non solo trucidati a furia di popolo, ma
processati, convinti e mandati ai peggiori strazj.
Bormio avea posto divieto che nessuno osasse passare nell'Engaddina, ove
il contagio infieriva. Nelle guardie del cordone incappò un contadino
che l'aveva trapassato; e che confessò come, trovandosi la donna sua
inferma, e dubitandolo effetto di stregheria, si era condotto di là per
consultare coll'astrologo di Camosasco; vulgar uomo che se l'intendeva
col diavolo, e che di fatto aveagli dato a vedere in un'ampolla tre
persone, che avevano fatto l'incantesimo alla sua donna[295]. Ignorante
o maligno, il contadino nominò una povera vecchia, che catturata e
domandatane alla corda, incolpò se stessa e denunziò molt'altri. Il
giudice di Bormio istruì il processo, facendo, per sicurezza di
coscienza, intervenire l'arciprete Simone Murchio; e col consenso del
vescovo di Como furono decapitati ed inceneriti trentaquattro fra uomini
e donne[296]. Così e folli guerre, e tremendi contagi, e pazzi
pregiudizj concorrevano ad affliggere ed esterminare la miserabile
umanità.
La peste cessò, non i mali della Valtellina, corsa da soldati che
andavano alla tremenda guerra de' Trent'anni. Quest'agevolezza di inviar
truppe facea più increscere la Francia del nuovo possesso della rivale:
onde levossi alfine risoluta di liberare l'Italia, titolo solito (diceva
il Ripamonti) onde i Francesi valicano le Alpi; i Francesi (soggiunge
egli) ai quali punto credere non si dovrebbe, essendo gente inquieta, e
che vuol gli altri inquietare[297].
Il duca Enrico di Rohan, il più compito gentiluomo del suo secolo, come
capo de' Riformati aveva con forza e genio tenuto testa al Richelieu, il
quale potè fargli perdere il favor della Corte, ma non la riputazione di
capitano eccellente: colla quale e con dodicimila pedoni e
millecinquecento cavalli passò per Basilea e Sangallo fin a Coira, ed
entrato per Chiavenna, senza difficoltà occupò la Valtellina.
Tosto vengono Tedeschi da Bormio, Spagnuoli e Milanesi dal forte di
Fuentes; da' cui rincalzi il Rohan è costretto ritirarsi nell'Engaddina.
Quivi rinnovato di forze, rientra, agita terribili battaglie, vince, e
mentre avea buono in mano, precipita sopra le Tre Pievi all'estremità
settentrionale del lago di Como, e postele a sacco e fuoco, s'inoltra,
finchè nei castelli di Musso e di Lecco trovò tale resistenza, da
abbandonar l'impresa per impossibile.
Francia, smaniata di togliere all'Austria quel passaggio, sollecitava i
Valtellinesi, promettendo sottrarli affatto dai Grigioni, redimerli fin
dallo stabilito censo incaricandosene ella stessa, e concedere giustizia
propria, unica religione. Ne venne sentore a' Grigioni, i quali
altamente adontatisi che il re gli accarezzasse solo in quanto gli
giovavano contro gli Austriaci, abbandonarono di tratto l'alleanza del
cristianissimo, e si volsero a Spagna. E Spagna, non avendo maggior
desiderio che questo, non istette ad assottigliare sulla coscienza,
accettò, ebbe di nuovo in mano la fortuna della Valtellina, e non si
fece scrupolo di sagrificarla per saldare l'alleanza coi Reti. Il
marchese di Leganes, nuovo governatore del milanese, profondeva cortesie
ai Grigioni ambasciadori, niuna ai Valtellinesi: chiese al vescovo di
Como se colla religione cattolica fosse compatibile il dominio grigione,
e questi rispose del sì, nè diversamente avea deciso una congrega di
teologi in Ispagna.
Già nel castello di Sondrio s'era messo presidio grigione. Del che
fremendo i Valtellinesi, erasi da certuni proposto di avventarsi di bel
nuovo nell'armi, scannare i pochi nemici in paese, e far da sè, gettata
ogni fiducia di soccorsi da Francia o da Spagna. Pareva ottimo quel che
non era più a tempo. Perocchè non più vettovaglie, non denaro nè
credito: la peste del 30, rinnovata cinque anni dipoi, aveva decimata la
popolazione; in tutti era quella stanchezza che suole succedere alle
forti commozioni, come al delirio furente il delirio tremante; e che fa
guardare come minor male il chinar la testa, e pregare Dio che la mandi
buona.
Il governatore Leganes coi deputati reti ultimò l'affare in Milano il 3
settembre 1639, restituendo ai Grigioni la Valtellina coi patti e salvi
compresi in quaranta articoli, i cui termini principali erano questi: —
Nessuno venisse riconosciuto pei fatti corsi dopo il 1620: cassate le
procedure di Tusis; le finanze, le tratte e le consuetudini tornino come
avanti l'insurrezione: gli uffiziali, dal vicario della valle in fuori,
vengano eletti dai signori Grigioni, e la sindacatura se ne faccia in
paese: degli statuti del 1549 sono derogati nominatamente quelli intrusi
a danno della fede e delle immunità ecclesiastiche: unica religione la
cattolica, operando in ciò come gli Svizzeri ne' baliaggi italiani: non
Inquisizione: vescovo, preti, frati esercitino sicuri i loro ministeri:
non vi fermi dimora alcun Protestante, se non sia magistrato. A ciascuna
delle tre leghe dovea la Spagna pagare millecinquecento scudi l'anno, e
mantener sei giovani a studio a Milano e a Pavia: libero a soldati
austriaci il transito per la valle, e a niun altro.
Rato e stipulato, egli informò i Valtellinesi dell'accordo. Cadde il
fiato a tutti in udirlo: gridarono contro il vescovo Caraffino;
parodiavano il nome del Leganes in _liga-nos_; s'appellarono,
protestarono, ultimo rifugio dei soccombenti: il grancancelliere alle
loro lagnanze rispondeva, non essersi potuto ottenere di meglio; gli
stranieri davano ad essi ragione, ma nulla più.
Questo capitolato formò la base del gius pubblico della Valtellina verso
i suoi padroni, e la misura dei dritti e dei doveri reciproci. I
Grigioni tornarono nell'intero possesso, e dicasi a loro lode,
moderatamente. Il cavaliere Robustelli, benchè affidato di pace e di
salute, non sofferse d'obbedire cogli altri ove agli altri avea
comandato: e disse addio alla patria, cui più non poteva giovare. Non
mancò chi gli affiggesse il titolo che gli Italiani serbano a chi non
riesce, di traditore.
Le cose però non potevano passare di cheto dopo tanto astio e sangue: e
sarebbe un non finir mai il ripetere le lagnanze de' Valtellinesi per le
violate convenzioni. I Riformati, benchè avessero divieto dal paese,
crescevano di giorno in giorno: la sola piccola Mese dopo un quindici
anni ne contava cinquanta: quattro famiglie n'erano a Tirano, tre a
Teglie, altrettante a Cajolo, il doppio a Traona, nove a Sondrio, due a
Berbenno, dodici a Chiavenna, altre altrove di buona parentela, a non
contare gli artigiani e i forestieri: e questi vivere alla libera,
facendo gabbo dei divoti e de' riti: ed i magistrati ledere le immunità
del clero, proibire il ricorrer a Roma, pretendere la rivelazione delle
confessioni, tenere in palazzo a Sondrio conventicole di predicanti, e
industriarsi d'introdurli. Anzi i Riformati aveano chiesto alla Dieta
grigia di potervi avere tre chiese. Intanto i ricchi tenuti sempre in
colpa, per ismungerne denaro; assolto chi pagava; processati due
ragguardevoli sondriesi perchè avessero usato la parola eretico e lo
stesso arciprete perchè congregò alcuni caporioni a prendere partito
sopra questa cattura[298].
I Riformati però non ebbero più il vantaggio nella diocesi comense, e
libertà di riti tennero solo a Poschiavo e Brusio, terre che anche oggi
appartengono alle leghe grigie, benchè di lingua italiana e
cisalpine[299]. Ivi i Riformati sono un terzo, ed in questa proporzione
si distribuiscono gli impieghi: essendo il podestà due anni cattolico,
uno riformato, e così delle altre cariche e delle beneficenze. Vivono in
buona concordia e tolleranza, e noi vedemmo assai tra gli Evangelici
assistere ai riti dei cattolici con modestia. I pastori delle due chiese
riformate sono spediti dal capitolo dell'alta Engaddina. Nel concistoro,
che tengono ogni anno i pastori della Rezia per turno, sopravveduto dal
decano, approvansi i ministri, e si danno a vicenda consigli sulla fede
e sui costumi. Seguono la confessione retica e l'elvetica, ma ne' loro
catechismi variano assai anche in punti fondamentali; alcun che del
luterano vi s'introdusse talvolta, fin a conservarsi il sacramento e
portarlo agli infermi; s'era anche proposta la confessione auricolare,
ma tutto dipende dai ministri; laonde questi da alcuni anni ebbero
istruzione di non trattare mai di dogma, ed attenersi alle sole verità
pratiche. E deh sia presta l'ora che rinverdiscano i rami, e il sacro
sangue della redenzione unisca essi pure in un solo ovile sotto un solo
pastore.
NOTE
[255] Questi non era già da Saluzzo; ma nacque il 1504 a Puntvilla in
val di Monastero.
[256] Sono la XIV e la LIII delle _Epistolæ ab ecclesiæ helveticæ
reformatoribus, vel ad eos scriptæ; Centuria 1 ex autographis recensuit
ac edidit_ JOHANNES CONRADUS FRESLINUS. Zurigo 1742.
[257] A Vicosoprano, dopo il Maturo, troviamo registrati come parroci
Giulio da Milano, Aurelio Sittarca già domenicano, Giambattista di
Teglio, Tommaso Casella genovese, Lorenzo Martinengo dalmata, Francesco
Trana, Martin Poncera, Alberto Martinengo verso il 1600. È notevole che
gli storici della Valtellina trasvolarono queste origini del
protestantismo nel loro paese: parmi che il Lavezzari non nomini tampoco
il Vergerio.
[258] Su Giulio da Milano vedasi SCHOELHORN, _Ergötzlichkeiten_, Stück
5.
Ciò che discorriamo in questo capitolo fu da noi esposto altre volte
nella _Storia della diocesi di Como_, e nel _Sacro macello di
Valtellina_. Opera capitale in proposito è la _Historia Reformationis
ecclesiarum ræticarum ex genuinis fontibus et adhuc maxima parte numquam
impressis, sine partium studio deducta.... a_ PETRO DOMINICO ROSIO DE
PORTA, T. 2. Coira 1771. Quanta possa essere l'imparzialità si rivela
dalla dedica_ — Almæ matri — ecclesiæ J. C. — vocatis sanctis —
venerandis ampliss. ac magnificis communitatibus — in exc. trium Rætiæ
fœderum rep. — religionem — ad ss. evangelium reformatam — fidem semel
sanctis traditam — corde tenentibus — ore profitentibus — opere
defendentibus — Dominis suis clementissimis — beatæ reformationis —
historiam — in devotæ mentis monumentum — dedicat._ E nella lettera
seguente, sempre in latino, dice: «Se v'ha benefizio, pel quale noi e i
figli nostri a Dio siamo eternamente obbligati, è certo la riforma... Ad
essa dobbiamo l'aver cacciata la crassissima ignoranza che avea coperto
il nostro cielo di tenebre cimerie». E parlando delle difficoltà della
sua opera, duolsi che fossero, anche al tempo suo, negletti gli studj, e
che «i preti cattolici non intendeano altro che messe e purgatorj, cioè
quel che serve alla cocina: gli Evangelici credono aver fatto ogni
dovere quando recitarono una predica imparata a memoria».
Tali prevenzioni non promettono l'imparzialità, che in fatto si desidera
sempre. Pure quest'opera sì poco conosciuta è delle meglio importanti
del secolo passato, lontanissima dallo sprezzo che allora faceasi della
storia; cercando la verità negli archivj e ne' carteggi privati,
divisando il carattere degli attori, descrivendo i luoghi, mostrando
continuamente amore alla patria, alla religione e al proprio soggetto.
Si lagna della pochissima attenzione che gli prestarono i suoi
compaesani, del non averlo ajutato, nemmanco per la trascrizione; e non
tenuto conto del suo lavoro — modi troppo abituali anche oggi, e massime
dov'io scrivo.
[259] Del Muzio abbiamo parlato a lungo. Egli scrive che «legge alcuna
nè di patria, nè di principe, nè interesse di avere e di vita all'onore
non debbe esser anteposta», _Risposta III_.
Uno dei più assidui cercatori delle memorie istriane, il Kandler, nel
1861 mi scriveva d'aver fatto molte ricerche sul Vergerio, ed esser
venuto nella persuasione fosse «uno sfortunato, che non seppe regolarsi
nelle agitazioni mosse da quel birbo suo conterraneo e compagno di
gioventù, che fu Girolamo Muzio. Tutta quella storia mi è sembrata
guerra di Francescani, mossa al vescovo per vendetta d'avere scoperte e
punite certe irregolarità. Il Vergerio non fu preparato alle cose di
Chiesa; da più di dieci anni era vescovo, senza aver neppure la tonsura;
e contro voglia si pose al governo di chiesa, o dovette porsi; credo
avesse più udito parlare della fede protestante che della cattolica,
occupato come fu sempre in diplomazia. Nè fu miglior protestante;
incerta assai la sua fede; sol fermo nel voler conservare la dignità
episcopale, di cui il titolo mai non volle deporre; teneva, contro la
Corte romana, or coi Reti, or coi Polacchi, or coi Tedeschi, mai però
non dimenticando l'appanaggio d'un buon benefizio. Sarebbe anche
rientrato in seno della Chiesa se avesse potuto recuperare l'episcopato.
Le persecuzioni che patì furono da' suoi patrioti; dal Grisoni sopra gli
altri, dallo Stella, dal Muzio; l'Inquisizione, ch'era in mano di
Francescani, fu attivissima; processi, carcerazioni, abjure, liste di
eretici, di ereticanti, di sospetti d'eresia; si dissero infetti i
monasteri, le fraglie, i capitoli, i letterati; ma in fondo a tanto
rimescolamento rimase la credenza, fossero cattiverie ed esagerazioni;
gli esuli, o perseguitati contro ragione, od avventurieri che cercavano
con quell'abito qualche fortuna.
«Tutto questo baccano doveva, a mente dei novatori, produrre l'alzamento
della lingua slava, contando convertire gli Slavi fra la Giulia e
Costantinopoli, onde si stamparono assai cose. Ma gli Slavi non sapevano
leggere, e sol tardi lo seppero; i caratteri, fusi a spese de'
Protestanti, passarono per caso a Roma, e servirono a stampare messali e
breviarj».
Fra le opere anonime o pseudonime del Vergerio è quella _Delle
commissioni et facultà che papa Giulio III ha dato a monsignor Paulo
Odescalco comasco, suo nuncio et inquisitore in tutto il paese dei
magnifici Grisoni, 1553_.
Stampò pure _Illustri atque optimæ spei puero D. Ebherardo ill.
principis Christophori ducis Wirtembergensis filio primogenito,
munusculum, 1554_. Ma Celio Curione dice ch'è traduzione di un'opera di
Giovanni Valdes.
[260] L'attesta in una lettera da Zurigo, 4 giugno 1558 a Federico
Salis, lagnandosi che altrimenti gli avesser fatto dire i fratelli di
Lelio Soccino. Vedi DE PORTA, P. II, pag. 392.
[261] In altra lettera spiega che costui era Pietro da Casalmaggiore.
_Mus. Helv._, Parte XIX, pag. 489.
[262] Diamone un saggio:
_Remissionem peccatorum,_
_Credo etiam, certusque cano, intrepidusque repono_
_Unius haud aliis quam Christi sanguine sacris_
_Placatum semel, afflictis mortalibus ipsum_
_Condonasse Deum peccatum quidquid ubique est,_
_Christigenas ut nulla usquam fortuna moretur_
_Durior, aut trepidas tortura piacula mentes_
_Usque adeo adscribi magnum est in pignora summi_
_Chara patris, Christi auspiciis, nil tale merentes_
_Carnis resurrectionem._
_Quin fateor ventura olim nova secula, quando_
_His vetus indomitis ardescet in ignibus orbis_
_Cunctorum in pœnas et tristia fata malorum._
_Tum vero sanctorum hominum clarissima moles_
_Carnis in æthereum mutabitur altera sortem,_
_Cognatæque illis terrenæ ab origine labes_
_Seu functi repetant vitam, seu forte supersint,_
_Cunctarum omnipotens rerum quid non queat auctor._
[263] Del Castalion savojardo, l'opera principale è la traduzione latina
e francese della santa scrittura. Calvino l'ebbe amico, poi l'ingiuriò
per le sue idee sulla predestinazione, e per aver disapprovato la
punizione degli eretici.
[264] Il De Porta reca questa lettera per tutta lode del Mainardi,
_veridicum et liberalem_.
[265] Abbiamo questo curioso decreto:
«Per ordine del reverendissimo Federico Corner vescovo di Bergamo, e dei
reverendi Aurelio Odasio de' predicatori, inquisitore della città e
distretto di Bergamo, s'intimi ai magnifici cavalieri Gerolamo e M.
Antonio fratelli del N. S. Antonio di Grumello, e alla M. signora Medea
loro madre, che, tre giorni dopo fatta questa intimazione, sotto pena di
scomunica e di cinquecento zecchini da togliere a chi di loro
disobbedisca, e applicarsi alla fabbrica del Sant'Uffizio, debbano
licenziare dalle case loro il sig. Ercole Salis, che da alquanti giorni
dimora nella loro casa; e ciò per urgenti ragioni ecc.
Bergamo, dal palazzo vescovile, 18 aprile 1572».
[266] Fra altro erasi stampato Mestrezat _Sur la communion de Jésus
Christ dans la Sainte-Cène_, tradotto da Vincenzo Parravicini di Como.