alla nuova religione la valle, scrittori cattolici lo affermano; e che
il governatore di Sondrio si fosse lasciato sfuggire di bocca, non
andrebbe molto che sarebbero tutti d'una fede. Nelle suppliche sporte
dal clero e dal popolo di Valtellina al re cattolico ed al
cristianissimo si asserisce questa congiura; possibile ardissero mentire
così sfrontatamente in faccia a quelle corone? Parrebbe anzi che alle
suppliche ne unissero le prove[283]. Ma perchè, mentre si conservarono
esse suppliche, perì il documento? come, fra tanti fasci di carte, che
ad altri ed a me non parve fatica rovistare, questa non si rinvenne? Ben
si ragiona di qualche lettera, ma vaga e d'incerto autore e scoperta
miracolosamente, e che, piuttosto d'acquistar fede a questa congiura, la
fa credere uno spediente, consueto anch'oggi, quello d'accusare la parte
che soccombette, coprendo l'atrocità colla calunnia, e ammantando di
difesa il misfatto. Era tempo di rivoluzioni; e se queste non misurano
mai i mezzi, allora ancor meno, quando la discordia religiosa aveva
abituato ai delitti: la Francia, dopo il macello della notte di san
Bartolomeo, erasi agitata fra guerre terribili, che appena allora
avevano posa: l'Olanda scotevasi sanguinosamente dal giogo della Spagna
in nome della religione: in nome di questa la Boemia rompeva guerra
all'imperatore: tutta Germania era sossopra per quella che poi si chiamò
guerra dei trent'anni. Quanto l'esempio ecciti la passione della guerra,
delle stragi, delle rivolte non fa mestieri ch'io 'l dica; nè dovette
essere allora inefficace sui Valtellinesi.
Giacomo Robustelli di Grossotto, parente dei Planta perseguitati,
perseguitato egli stesso, nobile, agiato, d'animo gagliardo, e di
quell'ambizione che de' sagrifizj altrui sa fare vantaggio proprio,
servendo nell'armi, era da Carlo Emanuele di Savoja stato fatto
cavaliere dei santi Maurizio e Lazzaro e molt'aura si era acquistato
tra' suoi coll'affabilità e la splendidezza, sicchè parve opportuno
centro alle trame per liberare la patria.
Accozzati nella propria casa a Grossotto alcuni Valtellinesi di maggior
recapito e di spiriti più vivi, ai quali pareva lodevole il far libera
la patria, o utile il comandarla, o santo il purgarla dalla eresia,
esclamavano essersi sofferto abbastanza: dai padri nostri ne fu lasciata
una patria da amare, un patrimonio da difendere, leggi da conservare. E
la patria e i beni e le leggi e, che più monta, la fede, ci hanno
codesti stranieri tolto o contaminato. Chetare le speranze in Dio è
lodevole quando cresca stimolo alle forze, non quando sia pretesto a
cessar dalle opere. Centomila cattolici, quanti ne abitano dalle fonti
del Liro a quelle dell'Adda, elevano un voto solo; ducento milioni di
cattolici in tutto il mondo aspettano da noi esempio, e ci preparano
applausi e soccorsi. Noi dunque concorde volere; noi sdegno generoso;
noi magnanime speranze: noi armi giuste perchè necessarie, formidabili
perchè impugnate per la patria e per gli altari. Il papa ci benedice:
Spagna ci appoggia: la discordia de' Grigioni ci favorisce. Se
l'occasione fugga, chi più la raggiungerà? Torna meglio morire una
volta, che tremar sempre la morte. Cadremo colle armi alla mano? il
mondo ci compassionerà, ci ammirerà come martiri, come eroi.
Sopravviveremo alla ben condotta impresa? quanto sarà dolce nei tardi
nostri anni dire ai figliuoli: Noi pugnammo per la patria e per la fede:
se liberi, se cattolici voi siete, è merito nostro.
Così prevalendo i consigli esagerati, giurarono ridurre le vendette ad
un colpo, e fare a pezzi quanti eretici natii o stranieri respirassero
nella valle. Il capitano Giovanni Guicciardi di Ponte, spedito per
amicare il cardinale Federico Borromeo, il duca di Feria[284] e gli
altri magnati del governo milanese, ne ottenne tremila doppie[285] con
cui assoldò esuli e gente d'ogni risma pel primo sforzo. Traverso alle
penose incertezze che dividono una fiera risoluzione dal suo attuamento,
ed a quei casi che sempre vi si interpongono, venne la terribile alba
del 19 luglio 1620, quando a Tirano cominciossi a scannare e fucilare, e
ben sessanta persone vennero in diversa foggia tolte dal mondo, fra cui
tre donne; le altre ed i fanciulli perdonati se abbracciassero la
cattolica fede. Il Robustelli, entrato a Brusio in val di Poschiavo,
schioppettò da trenta riformati, poi mise fuoco al paese; falò, diceva
egli, per la ricuperata libertà di religione[286].
Guai se il popolo comincia a gustare il sangue! I Venosta, i Quadri, i
Besta, i Torelli, i Parravicini scannavano intorno a Teglio, a Ponte, in
Val Malenco, a Sondrio; sopratutto infierivano coi predicanti e i
rifuggiti. Bortolo Marlianici, Giovan Battista Mallery di Anversa,
Marcantonio Alba predicante in Malenco perdettero la vita; l'Alessio
campò con Giorgio Jenatz predicante di Berbenno ed altri. Francesco
Carlini vicentino, da frate mutato in predicator calvinista, fu mandato
all'Inquisizione ove abjurò: Paola Beretta, ottagenaria già monaca,
inviata anch'essa a quel tribunale, resistette e fu arsa viva. Anna di
Liba da Schio vicentino, fu trucidata con un bambino alla mammella:
altre donne ancora e nella florida e nella cadente età, furono passate
per le spade. Giovan Antonio Gallo di Gardone, fabbricatore di schioppi,
per due giorni si difese, poi côlto nella fuga, venne attaccato a un
albero e preso a fucilate. Andrea Parravicini da Caspano, preso dopo
molti giorni, fu messo fra due cataste di legna e minacciato del fuoco
se non abjurasse: durando costante, fu arso vivo: e si videro spiriti
celesti aleggiargli intorno a raccoglierne lo spirito[287]. Nè fu questo
il solo prodigio, onde le due parti pretesero che il Cielo ad evidenti
segni mostrasse a ciascuna il suo favore.
Ignobili affetti presero il velo della religione; contadini e servi
piombarono sui loro padroni, i debitori su cui dovevano, i drudi sui
cauti mariti. Poi per molti giorni, come bracchi entrati sulla traccia,
mettevansi fuori all'inchiesta i villani con forche e picche e moschetti
e crocifissi tutt'insieme. Non moveali religione, bensì quel furore che
accompagna le fazioni, iniquamente incitato da fanatici capi, che
pretessevano a questi orrori il nome del Dio della pace, il sostener una
religione, che deve essere propagata con armi incolpate, colla santità
degli esempj, coll'efficacia della parola e della grazia, col morire non
coll'uccidere. Fanatici frati e sacerdoti, l'arciprete Parravicini di
Sondrio aizzavano la moltitudine. Battista Novaglia a Villa tre di sua
mano ne scannò: frate Ignazio da Gandino venne a posta da Edolo: il
Piatti curato di Teglio attaccò il dottor Federici di Valcamonica _e
fatto il segno della croce quale portava nella mano sinestra e una spada
nella destra, ammazzò detto dottor calvino con altri seguaci_[288]: il
domenicano Alberto Pandolfi da Soncino, parroco delle Fusine, con uno
spadone a due mani guidava il suo gregge a trucidare i fratelli di quel
Cristo, che aveva detto _non ucciderai_.
Molti per forza si apersero il varco e fuggirono; alcuni giunsero a
Zurigo, dove ebbero chiesa particolare, e rimane la nota delle persone
che vi si salvarono, cioè una di Tirano, due di Teglio, sedici di
Sondrio, fra cui padovani e vicentini, sei dai monti vicini, fra cui
Marta vicentina, due di Berbenno; di Caspano e Traona novantatre, fra'
quali un Sadoleto; una di Mello, quattro di Dubino. Vincenzo di
Bartolomeo Paravicini di Caspano fu ministro di quella chiesa, alla
quale si aggregarono i profughi di Val di Monastero; approvata dal
senato, ottenne d'adoprar la lingua italiana finchè al senato paresse:
nelle sole domeniche tenessero prediche in italiano, e in ore diverse
dalle tedesche; i sacramenti e la benedizione del matrimonio non si
facessero che nelle ordinarie congregazioni tedesche; le preci si
formassero e recitassero secondo il rito zuricano. Poi nel decembre 1621
ottennero di ricever la Cena da ministri esuli di Valtellina e
Chiavenna; di tenere due sermoni la settimana, ma non, come domandavano,
di elegger due anziani valtellinesi e due chiavennaschi per assister i
poveri, nè d'avere un custode proprio della chiesa: raccomandavasi di
acquistar l'uso del tedesco, come pare facessero, giacchè dopo tre anni
la chiesa italiana vi cessò.
Degli uccisi l'appunto non si può dire; essendo chi li scema e chi
d'assai li cresce oltre i seicento: poche decine erano grigioni, gli
altri indigeni o rifuggiti d'Italia, il che mostra come tanto meno fosse
necessaria la strage. Ma di tempo in tempo gettasi tra' popoli un furore
simile alle epidemie, durante il quale ogni riparo di ragione, ogni
consiglio di prudenza esce indarno: quasi per una adamantina fatalità
bisogna che si compia il reato, che si colmi la misura, che trovi chi
l'ecciti prima, l'applauda poi, per lasciar in appresso il pentimento
quando dalla colpa e dal delirio germogliano inevitabili la miseria,
l'oppressione, il tristo disinganno e il tardivo pentire.
Ma sulle prime non si ebbe che l'esultanza del trionfo e le
congratulazioni di popoli e principi, come poi di storici[289]. I
Valtellinesi, scancellate le impronte della retica dominazione, si
diedero un governo provvisorio, e cominciarono a far decreti: pigliare
al fisco i beni de' Grigioni, restituire la patria agli sbanditi, i
possessi alle chiese, i conventi alle monache, chiamare il vescovo a far
la visita, e frati a predicare e confessare: accettare il calendario
gregoriano, la bolla in _Cœna Domini_, il concilio di Trento,
l'Inquisizione contro gli eretici; levare il seminario acattolico e le
ossa di eretici dai cimiteri; e prometteano soffrir tutto, anzichè
tornare alla scossa dominazione. Il contado di Bormio era stato immune
dalla strage: ma per essere _quella santa risoluzione a Dio
dedicata_[290], anch'esso venne a quel che chiamavasi il partito santo,
il partito di Dio.
Quei di Poschiavo non aveano preso parte al macello, ma più tardi
vedendo non potere altrimenti liberarsi dai Protestanti, meditarono
scannarli: e Claudio Dabene, cameriere del Robustelli, fiero di lingua e
di mano, entratovi uccise quanti potè sorprendere: del che domandato in
giudizio, fu sostenuto a Tirano, ma ben presto dimesso. Leggo nello
Sprecher e nel Quadrio che il curato fosse complice dell'assassinio; ma
più volentieri credo al cronista Merlo, il quale racconta che esso
curato Beccaria aprisse il presbitero per ricoverarvi gli eretici
cercati a morte.
I Valtellinesi in generale ragunata sortirono al grado di capitano della
valle e governatore Giacomo Robustelli, con ducento scudi il mese «per
aver cominciato l'impresa di nostra libertà con sue gravi spese e
danno»: suo luogotenente il Guicciardi; e sentendo imminente il
pericolo, sfondarono i ponti, bastionarono borgate, steccarono accessi,
fecer uomini, armi, denaro; mandarono ambasciadori ai Cantoni Svizzeri,
al nunzio apostolico in Lucerna, al papa, all'arciduca Leopoldo
d'Austria, e lettere a tutti i popoli cattolici, per loro mentosto
giustificazione che vanto. Più tenevano raccomandati al duca di Feria i
soccorsi che diceano promessi: ma mentre gli altri governi temeano da
questo sangue la prevalenza di Spagna, il duca spagnuolo stava colle
mani giunte o non volesse far manifesto d'aver intesa coi Valtellinesi
in quel che la coscienza riconosceva per gran misfatto, o attendere
finchè avessero dato segno di valore, prova di fermezza, speranza di
esito prospero, e mostrato se dovesse il mondo chiamarli ribelli od
eroi.
I Grigioni, che in Chiavenna stavano in grosso numero, come intesero la
strage, ebbero tempo di pararsi in difesa, e farsi dai natii giurar
fedeltà; onde quel contado rimase immacolato di sangue. Il governo
grigione, si affrettò alla vendetta, e chiesto l'ajuto de' confederati,
tremila uomini spedì per la Spluga a Chiavenna e per Chiavenna in
Valtellina[291], e schivando o sperdendo le opposizioni, grossi ed
impetuosi voltarono sopra Sondrio, dove altri giungevano da val Malenco.
Fuggiti i natii, essi v'entrarono, uccisero due infermi trovati, e
n'ebbero i mirallegro da alcune donne, le quali, salvatesi col fingersi
cattoliche, ora gettavano a' loro piedi i rosarj e gli scapolari, di che
s'erano fatto scudo.
Ho sempre creduto il più inutile uffizio della storia il divisare per
minuto i casi delle guerre; tanto, mutati i nomi, è uniforme questa
scienza de' figli di Caino: dapertutto invasioni e fughe, incendj di
paesi, racquisti, vittorie, sconfitte alterne, furti, violamenti,
sangue, lacrime, terrore, desolazioni dei vincitori non men che dei
vinti; e la forsennata umanità applaudire a chi più versa sangue.
Lasciando dunque le particolarità al vulgo degli storici, e cogliendo i
sommi capi, diremo come il Feria, veduto che ai Grigioni davano soccorso
e i Cantoni protestanti e la repubblica di Venezia, in modo che la
guerra minacciava i confini della Lombardia, mandò giù la visiera, gravò
il Milanese in novecenmila lire, ottenne che Madrid dichiarasse la valle
sotto la protezione reale, e bandì guerra ai Riformati. Paolo papa offrì
ottantamila scudi d'oro, bramoso di mettere una barriera all'eresia; i
predicatori in Milano esortavano i fedeli all'impresa che denotavano col
titolo così spesso e stranamente abusato di crociata.
Tutta Europa si mise in ragionamenti di politica per quell'angolo
d'Italia, piccolo sì, ma che per la sua postura faceva gola a troppi
potentati. Imperocchè la Valtellina, come dicemmo, dall'estremità
occidentale tocca il Milanese, dall'opposta il Tirolo; gli altri due
lati confinano il meridionale coi Veneziani, l'opposto coi Grigioni; ed
è noto che allora un ramo austriaco imperava in Germania, un altro nella
Spagna, nel Nuovo Mondo e in tanta parte d'Asia; possessi nella cui
immensità andavano smarriti il Milanese e il Napoletano. Cadeva la
Valtellina alla Spagna? ecco aperto e spedito un passo, onde tragittare
qualunque esercito dalla Germania in Italia, assentissero o no gli
Svizzeri ed i Grigioni. Che se in tal modo si fossero dato mano i dominj
austriaci dalla Rezia fino alla Dalmazia, avrebbero tolto in mezzo la
Venezia e gli altri Stati italiani, impedendo a questi i soccorsi
esterni, e rendendosi arbitri della penisola. Il papa sperava in quel
torbido pescare grandezza alla Chiesa od ai nipoti: la Francia, come
sempre, agognava di surrogar la sua alla potenza austriaca. Dall'altra
parte i Riformati della Rezia, di Svizzera, di Germania, d'Olanda, fin
d'Inghilterra sostenevano gli antichi dominatori, loro correligionarj; i
predicanti in ogni paese narravano con esagerazione l'assassinio,
chiedendone vendetta, a nome non solo della fede, ma dell'umanità. Non è
dunque meraviglia se per la Valtellina si travagliassero tanti Stati con
tutto lo sforzo dell'imperio e dell'autorità.
I Grigioni, respinti sulle prime, calarono più grossi e accanniti sopra
Bormio; ed unendo cupidigia e crudeltà al fanatismo religioso,
piacevansi profanare quanto i Cattolici avevano in venerazione; nella
marcia vestire piviali, tunicelle e cotte; sfregiare e bersagliare le
immagini devote; illaidire i lavacri battesimali ed il sacro pane; coi
crismi ungersi gli stivali; mutilare sacerdoti, menar danze nelle chiese
al profanato suono degli organi, usare a desco i calici e le patene. Poi
grossa e brava battaglia a Tirano l'11 settembre 1620, durò otto ore,
finchè i Valtellinesi ebbero la migliore; più di duemila fra Grigioni ed
ajuti si dissero periti chi di ferro, chi nell'Adda, e fra essi il
colonnello Florio Sprecher e Nicola da Myler, capo degli ausiliarj
bernesi, che in sul partire per la guerra, toccando i bicchieri co' suoi
amici, avea promesso di riportar loro tante chierche di papisti, quante
anella contava una sua lunga collana d'oro. Ucciso lui, quella collana
fu mandata in trofeo al governatore Feria. La vittoria, anzichè al valor
confidente di chi combatte per la patria e per la religione volle
ascriversi a prodigio, asserendo che la statua dell'arcangelo Michele
posta versatile sul pinacolo del santuario della Madonna, per quanto
durò la pugna, contro ai Grigioni si tenesse rivolta, benchè contrario
spirasse il vento, minacciosamente vibrando la spada. Il Feria fece
stampare tal prodigio, e mandollo a Madrid insieme con un'immagine dei
santi Gervaso e Protaso, che sulla facciata della chiesa di Bormio,
fatta bersaglio delle fucilate, n'era rimasta illesa.
La vernata chiuse di nevi e ghiacci i passi: onde sostando il pericolo,
si venne in quel secondo stadio delle insurrezioni, dove gl'intriganti
sottentrano ai convinti. Agitavasi il destino della valle da politici,
da giureconsulti, da teologi; e mentre tanti ponevano in campo ragioni
sopra di essa, la Valtellina mandava al papa, ai re, alle repubbliche,
affinchè la conservassero indipendente. Più che i soccorsi e la
diplomazia a gran vantaggio di essa tornavano i lunghi odj civili delle
Tre Leghe, ove Cattolici e Riformati, Salis e Planta si contrastavano
fieramente, men per fede e patria che pei raggiri di Spagna e di
Francia. A maneggi e ad armi soprastettero in fine i Cattolici, ed il
Feria usò questa sbattuta a pro della sua corona, lasciando i fiacchi
nelle peste, e conchiudendo in Milano una perpetua lega (1621 6
febbrajo), a condizione che la Valtellina tornasse ai Grigioni con buoni
patti, e i Grigioni concedessero libero passo alle truppe spagnuole.
Veneziani e Francesi sbigottironsi di questo incremento della Spagna,
onde s'accingeano a rialzare i Grigioni, e restituire loro la valle in
piena signoria. I potentati e Gregorio XV, succeduto papa e subillato da
persone gelose dell'austriaca potenza, scrissero al re di Spagna, quasi
fosse turbatore della comune pace, e supplicandolo perchè rendesse le
cose di Valtellina in punto di comune soddisfazione. E l'imbelle Filippo
IV, per non aver aria d'invadere l'altrui, nè soperchiare la libertà
italiana, stabilì in Madrid che la valle ritornasse ai Grigioni
nell'antico assetto di cose, demoliti i forti, levati i presidj,
perdonata la ribellione: il re di Francia, gli Svizzeri e i Vallesiani
stessero mallevadori pei Grigioni. Ne fremettero gl'insorgenti,
gridandosi traditi da chi gli aveva mossi, e l'accordo non ebbe luogo
perchè gli Svizzeri ricusarono farsi garanti. Si fu dunque di nuovo
sulle armi; dodicimila Grigioni irrompono nel Bormiese, saccheggiando da
barbari e fanatici. Ma il governatore Feria erasi accontato
coll'arciduca Leopoldo, e mentre questi invadeva i retici confini, egli
veniva su per la Valtellina, accolto a stendardi sciorinati, a saluti di
trombe, d'artiglierie, di campane, acclamato il protettore, il
liberatore.
All'ancipite pericolo i Grigioni eransi ricoverati in casa, e gli
Spagnuoli inseguendoli, aveano messo il fuoco a Bormio, di settecento
case sol tredici lasciando illese; tanto e amici e nemici parevano in
gara di far male. Anche da Chiavenna snidolli il Feria, e gli incalzò
per la val del Reno e per la Bregalia. Il generale Baldiron con
diecimila Austriaci occupa l'Engaddina e Coira stessa; d'ogni parte
cacciati gli eretici, presa vendetta delle antiche ingiurie, respinti i
Salis; e dopo scene compassionevoli di assassinj fraterni, le Dritture
furono staccate dalla Rezia e poste a dominio austriaco. Tal frutto
coglieano delle loro dissensioni.
I Grigioni ai cenni del vincitore stipularono in Milano una perpetua
confederazione colla Spagna, concedendo passo libero alle truppe di
questa; quanto alla Valtellina, godesse piena ed assoluta libertà civile
e religiosa, pagando il tributo di venticinquemila scudi: acattolici non
vi potessero dimorare, e dentro sei anni dovessero vendere quanto vi
possedevano: l'arciduca manderebbe alla valle un commissario per rendere
la giustizia. Chiavenna, sgombrata dagli Spagnuoli, fu ceduta ai
Grigioni: ma poichè questi non mandavano ufficiali che tenessero
ragione, si provide d'un governo suo proprio.
Così parevano rassettate le cose: ma gli emuli dell'Austria, che
contavano come perdita ogni guadagno di essa, e quelli che sempre in lei
videro la più pericolosa nemica dell'italiana libertà, mal soffrivano
acquistasse alla cheta un passo così ambito all'Italia; mentre dalla
Rezia poteva, per l'Alsazia e pel Palatinato del Reno, conquista sua
recente, spedire qualunque esercito nelle Fiandre ove la guerra
imperversava. I principi italiani ne tremavano per la propria
indipendenza: al duca di Savoja rincresceva che più non fosse mestieri
ricorrere a lui per ottenere un passaggio ch'e' sapea farsi pagare: ai
Veneziani il vedersi rapito il frutto di un'alleanza comprata a peso di
zecchini: tutti gridavano contro gli Spagnuoli quasi, col titolo di
religione, insidiassero gli altrui possedimenti.
Col vezzo antico degli Italiani di ricorrere alla Francia ne' loro
frangenti, e dei Francesi di professarsi tutori delle italiche libertà,
questi con Savoja e Venezia, formarono una lega contro casa d'Austria
per sostenere il trattato di Madrid, e rimettere i Grigioni in possesso
della Valtellina. Il re di Spagna, per non crescersi altri nemici, calò
ad un di mezzo, cioè di consegnare i forti della valle al papa, il quale
dovesse custodirli con genti proprie, ma a spese della Spagna, finchè le
due corone vi prendessero un partito decisivo. Orazio Lodovisi duca di
Fiano, nipote di Gregorio XV, occupò i forti co' Papalini, cioè con una
mano di banditi e di ribaldi, il 29 maggio 1623.
Ne seppe assai male al _partito santo_, che vedeva prepararsi lo
sdrucciolo per restituire la Valtellina, salvo il decoro della Spagna;
ma misero chi non ha dal canto suo che la ragione, e commise le proprie
sorti a fede di re e a maneggi di diplomazia! Sapeva pur male ai
Veneziani che ingrossassero o il re o il papa, il quale lasciava
trapelare l'idea di costituirne un principato ai suoi parenti. Ma
successo Urbano VIII, propenso alla Francia, in Avignone si combinò lega
tra Francia, Inghilterra, Danimarca, Venezia, Olanda, Savoja ed i
principi di Germania a danno della Spagna e dell'imperatore,
singolarmente per costringerli a restituire il Palatinato del Reno e la
Valtellina[292]. Una consulta di teologi aveva proferito che il papa non
poteva in coscienza rimettere i Cattolici sotto eretici, con urgente
pericolo delle anime; ma il re cristianissimo gli intimò che o demolisse
i forti della valle, o li restituisse alla Spagna, affinchè egli
potesse, senza offesa delle sante chiavi, entrare armatamano in quel
paese, per richiamare a libertà i Grigioni, e sottrarli dal giogo
austriaco.
I Grigioni si trovavano all'ultimo tuffo. Gli Austriaci vi avevano
perseguitato i Riformati, singolarmente i ministri, rapite le armi;
mandato colonie di Cappuccini tedeschi nel Pretigau, a Tavate, a Coira,
di milanesi nella Pregalia, di bresciani in Val Santa Maria,
sostenendone l'apostolato colla forza: molti rimasero martiri fra
questi, molti martiri fra i Protestanti. Quando si volle a forza
costringere quei del Pretigau ad usare alle chiese cappuccine, ruppero a
schiamazzi: e «Questo è troppo; morremo senza patria, senza libertà, ma
salviamo almeno le anime nostre». Fuggirono dunque nelle selve: donde
con falci e coltella e sassi e mazze precipitaronsi addosso agli
Austriaci il giorno delle palme 1622, esultando fin le donne allo
sterminio dei tiranni della patria loro[293].
Le armi del Baldiron e del Feria ricomposero per allora la quiete: ma il
Feria, alla Corte di Madrid era scaduto di credito come primo autore di
questo moto della Valtellina, che alfine non partoriva che guai; ed il
papa, i timori dicendo sottili invenzioni spagnuole, non volle ricevere
in Valtellina guarnigione austriaca. Se così pensava da vero, il fatto
lo disingannò, avvegnachè il Cœvres, che fu poi maresciallo d'Estrée,
spiegata bandiera francese, entrò in Coira, così ordinato dal Richelieu
ministro di Luigi XIII; restituì a libertà le Dritture, cacciò il
vescovo, rimise il primiero stato, e difilossi sopra la Valtellina,
donde i Papalini si ritirarono. Quivi conchiuse un accordo coi deputati
della valle, promettendo gli alleati la proteggerebbero, i Grigioni non
entrebbero nei forti, solo restandovi sinchè fosse stabilito un
ragionevole governo: intanto si solleciterebbe una decisione finale. Il
Robustelli, adoprato invano a difesa della patria, che avea tratta in
così infelice ballo, si ridusse sul milanese; la valle tutta fu occupata
dai Francesi, fra l'esultanza dei tanti che chiamano liberazione il
cambiar di signori.