morde i vizj de' Grigioni, nel che del resto va daccordo cogli storici,
anche nazionali. La religione li divideva, li divedeva la politica: non
badando alla patria, ma a donativi, pensioni, collane, decorazioni,
favorivano chi questa Potenza, chi quella; divisi in due fazioni, una
devota a Spagna ed ai Cattolici, l'altra a Francia ed agli Evangelici;
capo di quella era Rodolfo Planta, di questa Ercole Salis, le due
famiglie primarie delle Leghe. Il grosso dei Grigioni essendosi
sottratto al cattolicismo, aveva in uggia l'Austria e la Spagna, e
guardava l'amicizia dei Francesi come fondamento di libertà; sicchè
prevalsero i Salis, e venne rinnovata con Enrico IV una lega di offesa e
difesa, nella quale non facevasi eccezione veruna a favore del milanese.
Con questo ducato i Grigioni nel 1603 aveano stretto una convenzione di
buona vicinanza, per la quale il commercio non troverebbe impedimento;
essi non consentirebbero il passo ad esercito che venisse contro il
milanese; questo in compenso dirigerebbe il transito delle merci pel
paese delle Leghe. All'udire dunque della nuova convenzione coi
Francesi, gran lamento alzò il conte di Fuentes, il più memorabile fra i
governatori spagnuoli di Milano, umore guerresco, che nel cuor della
pace teneva numerosissimo esercito, e operava colle prepotenze d'un
governo militare. Egli mandò minacciando i Grigioni di trattarli da
nemici, e a nulla approdando colle parole, si pose a fabbricare un
fortalizio, detto dal suo nome, appunto là dove la Valtellina e il
Chiavennasco confluiscono al lago di Como: sicchè dominando que' passi,
poteva impedire alla Rezia i viveri ed il commercio, come chiuder
l'adito ad ogni esercito che di là venisse. Quella striscia di
territorio spettava in fatto al milanese, ma il duca Francesco II Sforza
avea stipulato coi Grigioni non si porrebbe veruna fortificazione in
quel giro. Ne mossero dunque reclamo i Grigioni, ma il Fuentes, non che
badarvi, finì e presidiò il forte, e coll'adunare genti e navi
all'estremo del lago di Como, confermò la voce che volesse ricuperare la
Valtellina al ducato di Milano[276].
Queste pratiche davano l'ultimo tuffo alla Valtellina: le Leghe vi
crebbero guarnigioni; ad ogni ombra davano corpo; e subillate e
sostenute dai novatori, lieti che i loro religionarj crescessero in
autorità, disponevano come donni e padroni, e arrogatasi la nomina degli
ufficiali, mandavano magistrati di più che bassa mano, i quali
soperchiavano, non curando d'esser amati, purchè temuti. Nuovi editti
vietavano le indulgenze e i giubilei, tacciavano di superstizioso il
culto del paese, cassavano le dispense curiali, berteggiavano i decreti
pontifizj; cacciaronsi i Gesuiti, abolendo le donazioni lor fatte;
processaronsi i miracoli di san Luigi; turbavasi la giurisdizione col
forzare i curati a celebrare matrimonj in gradi vietati, escludere buoni
sacerdoti forestieri, obbligare tutti alle prediche degli eretici: delle
quali ascoltate prima per celia, poi per curiosità, poi talvolta sul
serio, l'ornamento più consueto erano rampogne contro l'avito culto, e
il purgatorio e l'astinenza dalle carni: dietro al che la ciurma non
mancava di rubare ostensorj e sparpagliare le particole, sfregiar
tabernacoli, fare smacchi a' sacerdoti nelle processioni del Sacramento,
e in quei devoti riti della settimana santa, che l'intimo dell'animo
commovono a patetica devozione. Sotto la protezione dei signori, che
dicevano «Credi quel che ti piace, ma fa quel ch'io ti comando», ogni
tratto qualche nuovo cattolico disertava, anche preti e curati: ed
essendo ordinato che, ove fossero più di tre famiglie riformate,
convenisse accomodarle di ministro e di chiesa a spese comuni, i
Cattolici vedeansi costretti a mantenere i predicanti co' benefizj
ecclesiastici: e non compatendo la religione loro che i preti
evangelizzassero dalla bigoncia dond'era sceso dianzi il ministro
calvinista, conveniva si provvedessero di nuove chiese. Credendo
ciascuna parte essere in possesso della verità, e l'avversaria trovarsi
nell'eresia, lo zelo esacerbava gli odj da fratello a fratello,
tirandosi al peggio che si facesse. Il conte Scipione Gámbara bresciano,
per aver ucciso un suo cugino era fuggito a franchigia in Tirano, ed ivi
tenevasi attorno una masnada di bravi. Entrò sospetto nei Grigioni
ch'egli volesse dar mano a stabilire l'Inquisizione, e sbrattare la
valle dai Protestanti: onde, côltolo, e coi metodi consueti, convintolo
di tramare col cardinale Sfondrato e coll'inquisitore Montesanto, fu
decapitato a Teglio; il suo complice Lazzaroni di Tirano squartato vivo,
e le spese del processo caricate alla valle.
Peggio avvenne quando Ulisse de' Parravicini Capello di Traona, che, reo
di molto sangue, campava la vita sul bergamasco, osò una notte
ricomparire con venti sicarj in patria, e trucidare i magistrati.
L'atroce fatto seppe di ribellione ai Grigioni, e ne colsero pretesto a
spicciolare altri Cattolici.
La certezza d'esser in odio al pubblico faceva prendere provisioni, che
lo rendevano implacabile. Qualche buon ordinamento veniva talora[277],
ma di corto cadeva nell'obblio, e non rimanevano che la persecuzione,
impolitica non meno che empia, e un'opposizione non sempre generosa.
Morto il parroco della Chiesa in val Malenco e sepolto il tempio di colà
da una frana, un Tommaso paesano adoprò caldamente per indurre que'
montanari a valersi del ministro evangelico, spacciando che la parola di
Cristo predicata da questo varrebbe assai meglio che la messa dei
papisti, che orazioni recitate in una lingua non intesa, che preti le
cui dicerie riboccan di baje, di idolatria il culto. Ma Tommaso Sassi
pastore distolse i terrazzani dal cambiar religione. In Caspoggio della
valle stessa, mentre i mariti estivavano sui pascoli montani, le donne
seppero che i Riformati intendevano sepellire in San Rocco un loro
bambino allora morto, col che avrebbero preteso d'acquistare possessione
di quella chiesa. Munitesi di sassi, aspettano il funebre convoglio, e
come s'avvicina, schiamazzando alla donnesca, lo tempestano di pietre.
In Sondrio il governatore accingevasi ad entrare per viva forza nella
chiesa cattolica, e ridurla al nuovo rito; ma un Bertolino, uomo
all'antica, commise a Giangiacomo, suo figliuolo di gran cuore, che
colla daga alla mano l'impedisse. Come il governatore glie ne mosse
querela, Bertolino menosselo a casa, e gli improvvisò una lieta merenda:
fra la quale presentossi Giangiacomo, sempre accinto della sua daga, e
con un fiasco del miglior vino, che cominciò a mescere in giro alla
ragunata: e fatti comparire quindici garzoni in tutto punto d'armi,
«Ecco (disse) e me e questi pronti pel governatore e per la repubblica
fino all'ultimo sangue, solo che non ci si tocchi la religione».
Altri fatterelli rinnovavansi ogni giorno, e non sempre risolveansi in
riso quando i reciproci rancori faceano pronti a correre ai
risentimenti.
In Sondrio degli abitanti un terzo erasi sviato dall'ovile romano; così
molte delle contrade vicine; e le miste usavano due preti[278]. Dal 1520
al 1563 v'era stato intruso come arciprete Bartolomeo Salis, che
contemporaneamente era arciprete di Berbenno e di Tresivio e curato di
Montagna, e in nessun luogo risedeva, lasciando il gregge a pascoli
infetti: de' benefizj valevasi per dotare nipoti; portò anche le armi;
il che tutto agevolava la diffusione dell'eresia. Di quel tempo venne a
predicarvi un frate, in aspetto di somma dottrina e pietà; e il popolo,
che da gran tempo non udiva più prediche, accorse alle sue: ma ben
presto egli si scoperse eretico. Se ne levò tumulto, ed egli rifuggì ai
Mossini in casa i Mignardini, donde seguitava a sermonar ai nuovi
convertiti. L'arciprete Salis non se ne dava pensiero, tutto blandizie
verso i Grigioni nella speranza di esser assunto vescovo di Coira. E vi
fu assunto, onde rinunziava i tanti benefizj in Valtellina: ma poichè
l'elezione non fu confermata, si trovò sprovisto, e morì poveramente in
Albosaggia.
Ben altrimenti si era comportato Nicolò Pusterla, ma con sei zelanti
Cattolici rapito in prigione, colà vollero dire fosse avvelenato dal
governatore.
Gli succedette Nicolò Rusca, nato in Bedano terra del luganese, da
Giovanni Antonio e Daria Quadrio. Avea studiato a Pavia: indi nel
collegio Elvetico di Milano, ove a san Carlo ne parve sì bene, che
postagli sul capo la mano, «Figliuol mio (gli disse) combatti buona
guerra, compi la tua carriera; per te è riposta una corona di giustizia,
che ti renderà in quel giorno il giudice giusto». Fatto arciprete di
Sondrio, mostrò lo zelo del buon pastore che offre l'anima per le
pecorelle. Dotto di greco e d'ebraico, non che di latino; versato nella
storia ecclesiastica e nella teologia, spesso agitava le correnti
controversie sia in dispute coi dissidenti, sia nelle prediche dove,
tutto lume della somma verità, in prima ribatteva l'errore, poi
stabiliva la dottrina vera; ma nè usava egli, nè soffriva in altri le
invettive e le ingiurie. Trovata la chiesa sproveduta di arredi,
disusata di funzioni, muta di canti, egli rinnova tutto, introduce
preghiere e processioni, ricupera i disusati beni, ripristina la
disciplina delle monache; ottiene che i Cappuccini possano confessare.
Si oppone alle pretendenze de' novatori, i quali, oltre esigere dal
capitolo la provvigione di trenta zecchini pel ministro evangelico,
volevano ch'egli cedesse porzione del suo giardino per farsene il
cimitero: proibivano le processioni del _Corpus Domini_ e del venerdì
santo, e il suon delle campane come pubblico insulto ai magistrati
dissidenti.
Simone Cabasso curato di Tirano predicava incessantemente contro
Calvino, onde fu accusato e condannato. Egli si appella, e dal pretore
vengono invitati Antonio Andreossi ministro di Tirano, Cesare Gaffori di
Poschiavo, Antonio Mejo di Teglio, Scipione Calandrino di Sondrio,
Nicola Cheselio di Montagna, perchè tengano un colloquio sopra la fede,
e principalmente sopra Calvino. Da questo e da sè repulsarono la taccia
di eretici, mostrando (e il Calandrino principalmente) che quel dottore
non avea deviato mai dalla Chiesa quanto alla divinità di Cristo e alla
sua eccellenza come mediatore, anzi l'aver egli perseguitato gli Unitarj
e scritto contro Valentino Gentile. Non bastando il primo, si venne a un
secondo colloquio il 1 marzo 1596; poi ad un terzo il 7 agosto; dopo il
quale gli oratori grigioni sentenziarono che il Cabasso aveva
calunniato, e perciò pagasse centrentadue coronati.
Fra' Cattolici primeggiavano, oltre questo di Tirano, il parroco di
Mazzo e Nicolò Rusca, il quale del colloquio diede a stampa una
relazione (1598 Como, pel Frova). Questa parendo aliena dal vero e
calunniosa quanto alle persecuzioni che gli ecclesiastici soffrivano in
Valtellina, i signori Grigioni permisero ai ministri di rispondervi,
come fecero con uno scritto latino, il cui titolo suona, «Della disputa
di Tirano fra i papisti e i ministri del verbo di Dio nella Rezia,
tenuta gli anni 1595 e 96, quattro parti, dove accuratamente e
solidamente si tratta della persona e dell'officio di Gesù Cristo
mediatore secondo le due nature; e si vendicano le parole di Calvino
sopra la natura divina di Cristo dalle calunnie dei papisti
valtellinesi; risolvonsi i sofismi del Bellarmino, e scopronsi gli
errori de' Monoteliti, de' Nestoriani, degli Ariani, e d'altri; oltre la
storia esattissima di quella disputa: l'indice delle calunnie dei
parroci di Valtellina; la risposta ai ripetuti costoro sofismi. Autori
Cesare Gaffori, Ottaviano Mej, e gli altri ministri della parola di Dio
nella Rezia, or primamente stampati, e non solo degni di lettura, ma
giovevoli a chiunque ama la verità» (Basilea, per Waldkirch 1602 in-4º).
Nel 1596 Giovanni Marzio di Siena, pastore a Solio, avea stampato un
libro italiano della Messa, che molto si divulgò. L'_Apologia della
Messa_, che frà Giovanni Paolo Nazari cremonese domenicano vi oppose, fu
giudicata vittoriosissima dai Cattolici, ridicola dagli altri. Si
stabilì una disputa a Piuro, che fu fatta il gennajo e maggio 1597,
presenti gli arcipreti di Chiavenna e di Sondrio, il Calandrino, il
Marzio, il Mej, il quale fu trasferito allora dalla chiesa di Teglio a
quella di Chiavenna per succedere al Lentulo.
_Martello degli eretici_, quale veniva chiamato si mostrò singolarmente
il Rusca allorquando i Riformati ottennero di istituire a Sondrio un
collegio, del quale il rettore e tre dei cinque professori fossero
calvinisti. Fin dal 1563 erasene divisato, poi aperto nel 1584
accettandovi cattolici e no; ma nessun cattolico andandovi, cadde.
Quando si volle rinnovarlo, il Rusca, senza guardare in faccia nè ai
Salis che lo proponevano, nè al re d'Inghilterra che dicevasi
somministrar il denaro[279], attraversò questa impresa, e riuscì a
sventarla, ed unire anzi un'accademia che propagasse le cattoliche
dottrine.
Nel 1614 l'Archinti vescovo di Como per seicento fiorini comprava la
licenza di visitar la Valtellina, il che da venticinque anni era
proibito, e ne mandò relazione a Paolo V. Dopo estreme lodi al paese, si
consola che, in quell'esecranda libertà di vivere e dire quanto a
ciascuno piace, appena tremila persone abbiano adottato la Riforma, e i
popoli accorreano festosi e piangenti ad accompagnarlo. A Tirano trova
da cencinquanta eretici, _vil plebe_. I cattolici di Poschiavo e Brusio
tengonsi incontaminati, benchè mescolati ai Calvinisti. In Sondrio
questi erano potenti per numero e ricchezza, sicchè a fatica egli vi
ottenne accesso. Un terzo de' Chiavennaschi aveva abbracciato l'errore,
fra cui i meglio stanti, e dalla Bregalia i Riformati minacciavano
assalirlo in armi. Quando esso Archinti tenne un sinodo nel 1618, il
podestà di Traona pubblicò per editto terribili pene contro qualunque
ecclesiastico spedisse lettere o uscisse dalla valle: cento scudi di
multa o tre tratti di corda a chi conoscendolo nol denunziasse.
Perpetuo e vivo contraddittore de' loro disegni com'era il Rusca, gli
acattolici miravano a torselo d'in su gli occhi. Dapprima Giovanni Corno
da Castromuro, capitano della valle, lo condannò in grave multa perchè
avesse rimproverato un giovane suo popolano d'aver assistito a un
sermone dei Calvinisti. I Sondriesi presero le armi, e si fu ad un pelo
di far sangue: onde il capitano denunziò l'affare a Coira; dove il Rusca
fu assolto, ed il capitano ammonito.
Vivo contraddittore gli era il molte volte nominato Calandrino, del
quale nell'archivio di Zurigo conservasi un autografo, ove racconta «la
lunga e costante persecuzione» dei Valtellinesi contro degli Evangelici
e massime dei ministri, gli assassinj tentati, specialmente sopra di
lui, imputandone chiaramente il Rusca, benchè non lo nomini. In fatto a
questo apposero d'aver fatto trame con un Ciapino di Ponte per ammazzare
o tradurre all'Inquisizione esso Calandrino. Il Ciapino fu messo a morte
dopo orride torture, nelle quali disse aver avuto consiglio dal Rusca,
cui perciò fu aperto processo. Egli ricoverò a Como; poi giustificatosi,
tornò più glorioso, aggiungendosi alla virtù il lustro della
persecuzione. Tanto più bramavano i nemici suoi di metterlo per la mala
via, e la fortuna vi mandò tempo.
Tra le brighe di Potenze straniere, ne' Grigioni pigliavano il
sopravento i predicanti, e intendendosela con Zurigo, Berna e Ginevra,
non cessavano di gridare doversi far nello Stato una sola religione;
essere violate le costituzioni pei bocconi stranieri; bisognare qualche
efficace provedimento per rintegrare la libertà, riformare il governo, e
simili frasi, che sempre titillano le orecchie della plebe. Fidati nel
favore di questa, sotto Gaspare Alessi di Gamogaso, da Ginevra venuto
predicante a Sondrio, e destinato rettore del seminario, accozzarono un
loro concilio, prima a Chiavenna presso Ercole Salis, uomo per servigi
ed ingegno in gran nome, poi a Berguns, paese romancio alle falde
pittoresche dell'Albula. Ivi dichiararono la fazione spagnuola funesta
alla Rezia ed alla religione, micidiale l'alleanza di Francia, buona
quella sola di Venezia: gridarono contro gli Austriaci, e che v'erano
maneggi per quelli, e che il governatore di Milano sparnazzava denari
per la Valtellina, e che per reprimerli si doveva stabilire il tribunale
inquisitorio, il quale correggesse la costituzione, venuta omai in gran
punto. Il popolo gli ascolta: Ercole Salis se ne fa capo: l'Engaddina e
la Bregalia levansi in arme: i castelli dei Planta fautori degli Ispani
son diroccati: uomini malfattori entrano a forza in Coira, e dispersi o
carcerati come ribelli i preti e persone di gran bontà, conduconsi a
Tusis, paese romancio a piè del fertile Heinzenberg fra il Reno
posteriore e la formidabile Nolla: ed ivi stanziando le venticinque
bandiere con un migliajo e mezzo di soldati, proclamano tredici capitoli
per conservare la libertà, e piantano lo _Straffgericht_, aggiungendovi
un consiglio di predicanti (1618).
Accintisi a rintegrare la libertà politica col solito modo di togliere
ogni libertà legale, una furia d'accusatori sbuca addosso a quanti erano
sospetti. Le prime sette sentenze furono pubblicate da' giudici stessi
con prefazione apologetica; e subito tradotte in italiano, francese,
olandese, vennero dapertutto esecrate per atrocità. Giambattista
Prevosti detto Zambra, di settantaquattro anni e podagroso, quasi avesse
favorito l'erezione del forte di Fuentes fu decapitato: una taglia su
Rodolfo e Pompeo Planta, Lucio da Monte, Giovanni Antonio Gioverio, il
Castelberg abate di Dissentis, e se possano cogliersi vengano fatti in
quarti: Daniele Planta, nipote dei predetti, Antonio Ruinello, Pietro
Leone di Cernetz, Teodosio Prevosti della Bregalia, Giuseppe Stampa e
suo figlio Antonio, Agostino Traversi e il padre Felice di Bivio,
all'esiglio per tutta la vita; per quattro anni Andrea Jennio console di
Coira, Antonio Molina e Gianpaolo interprete del re di Francia, Andrea
Stoppani prete di Ardetz; tolti i beni e la mitra a Giovanni Flug
vescovo di Coira, e ucciso se sia côlto: multata di ventimila fiorini la
città di Coira, come ispanizzante; il pastore di essa Giorgio Salutz
escluso dal sinodo; e tacendo varj multati, dannato a morte in
contumacia il capitano Giovanni De' Giorgi; fra i Valtellinesi, Anton
Maria e Giovanni Maria Parravicini e Giovanni Francesco Schenardi a
morte; a quattro anni di esiglio Nicola Merlo di Sondrio e Giovanni
Cilichino parroco di Lanzada, perchè avea sonato a martello quando fu
arrestato il Rusca: al cavaliere Giacomo Robustello e ad Antonio Besta
bando per un anno e mille zecchini: due anni e seimila zecchini a
Francesco Venosta; minor pena a Giovanni Battista Schenardi e Francesco
Paravicino d'Ardenno, che settagenario e infermiccio non potendo esser
alzato sulla corda, ebbe serrati i pollici in un torchietto; ma stette
saldo a negare. Il dottore Antonio Federici di Valcamonica, mutatosi per
opinioni religiose in Valtellina, ove prese moglie a Teglio e si fe
protestante, diede voce che Biagio Piatti, cattolico infervorato di
questo paese, avesse subornato un fratello di lui ed altri della
Valcamonica, perchè venissero e uccidessero i Protestanti di Boalzo
mentre assistevano alla predica. Il Piatti fu arrestato con supposti
complici; e messo alla tortura, confessò quanto si volle e fu
decapitato: intanto che un fratello di esso uccideva Paolo Besta che
aveva recato l'ordine dell'arresto: mandaronsi uffiziali che cacciassero
di Valtellina gli oratori quaresimali, assistessero i pretori
nell'applicare gli editti de' signori, istituissero processi di maestà.
Marc'Antonio Alba di Casal Monferrato, predicante di Malenco, a capo di
quaranta satelliti, la notte del 22 giugno avea côlto il Rusca nella sua
arcipretura, e per l'alpestre via di Malenco e dell'Engaddina lo
strascinò a Tusis. Nel primo furore i Sondriesi per far rappresaglia si
voltarono addosso a Gaspare Alessio predicante, ma s'era ridotto in
salvo: diressero una deputazione a implorare per l'arciprete, e non fu
ricevuta: i Cantoni cattolici e Lugano sua patria mandarono Gian Pietro
Morosini a perorarne la causa; ma il tribunale gli rinnovò l'accusa
dell'attentato contro il Calandrino; poi di avere subornato il popolo a
non ubbidire alle Tre Leghe: cercato tornar al cattolicesimo i
Riformati, tenuto carteggio col vescovo e con altri; esortato in
confessione a non prender servizio contro il re cattolico; aver
istituita la confraternita del Sacramento, che sotto le devote cappe
portava micidiali armi.
Invano gli avvocati suoi lo scolpavano: aver operato bensì che si
mitigassero i decreti pregiudizievoli alla cattolica religione, non però
tramato mai contro il governo: col Calandrino non aggrezze, ma aver
usato cortesie, visitandolo talora, e prestandogli anche libri. Qual pro
delle difese quando già è prestabilita la condanna? Il ben vissuto
vecchio, disfatto di forze e di carne, fu messo alla tortura due volte,
e con tanta atrocità, che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, fra
i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere
a seppellir sotto le forche, mentre egli dal luogo, ove si eterna la
mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà pe'
suoi[280].
Ciò avveniva il 4 settembre 1618; e quel giorno fu segnalato da un
gravissimo disastro naturale, la distruzione del bello e ricco borgo di
Piuro, sepolto da una frana con tutti gli abitanti. Pensate se si mancò
di vedervi un'immediata punizione del Cielo. Poco poi il tribunale a
Coira cassò gli atti di quel di Tusis, ma i morti non tornano più.
Il popolo dal terrore alla pietà, poi allo sdegno passò; e prima
parlottar segreto, poi aperte querele, e venire pel più leggero appicco
a parole, a sassi e coltelli. Avendo voluto i Grigioni impiantare una
chiesa evangelica in Boalzo e Bianzone, s'opposero di forza i Cattolici;
e per vendetta di Biagio Piatti, ammazzarono un Riformato di Tirano,
maltrattarono il predicante di Brusio, _primizie de' martiri_[281].
Anche al Calandrino, mentre predicava a Mello, una banda s'avventò, e lo
ferì gravemente[282]. Anzi avendo i predicanti, dopo la pasqua, tenuto
la solita loro accolta in Tirano, i terrieri in armi s'erano rimpiattati
al ponte della Tresenda per trucidarli; ma essi ne sentirono a tempo per
ripararsi. Così i signori vivevano timorosi e tremendi; nei sudditi
covava un'irosa speranza, e fra il silenzio della paura udivasi quel
sordo rumore dello sdegno di Dio che si appressa.
I colpiti dal tribunale di Tusis empirono di lamenti il mondo, e più la
Svizzera e la Lombardia, e com'è stile de' profughi, trescavano per
introdur armi straniere nella Valtellina non solo, ma nella Rezia. Dal
duca di Feria, nuovo governatore del milanese, e dal Gueffier
ambasciadore di Francia ricevevano subdoli incentivi: cercavano muover
l'irresolutezza delle Corti d'Austria e di Spagna; al papa inviarono non
una sola volta, ed esso li confortava ad una pazienza che pareva omai
intempestiva ai fuorusciti, i quali, gridando giunta al colmo
l'oppressione della patria, confortavano i Valtellinesi a levarsi una
volta per la causa santa.