Fin qui il Borrone non è che una bassa spia; ma non manca d'arguzia ove

morde i vizj de' Grigioni, nel che del resto va daccordo cogli storici,

anche nazionali. La religione li divideva, li divedeva la politica: non

badando alla patria, ma a donativi, pensioni, collane, decorazioni,

favorivano chi questa Potenza, chi quella; divisi in due fazioni, una

devota a Spagna ed ai Cattolici, l'altra a Francia ed agli Evangelici;

capo di quella era Rodolfo Planta, di questa Ercole Salis, le due

famiglie primarie delle Leghe. Il grosso dei Grigioni essendosi

sottratto al cattolicismo, aveva in uggia l'Austria e la Spagna, e

guardava l'amicizia dei Francesi come fondamento di libertà; sicchè

prevalsero i Salis, e venne rinnovata con Enrico IV una lega di offesa e

difesa, nella quale non facevasi eccezione veruna a favore del milanese.

Con questo ducato i Grigioni nel 1603 aveano stretto una convenzione di

buona vicinanza, per la quale il commercio non troverebbe impedimento;

essi non consentirebbero il passo ad esercito che venisse contro il

milanese; questo in compenso dirigerebbe il transito delle merci pel

paese delle Leghe. All'udire dunque della nuova convenzione coi

Francesi, gran lamento alzò il conte di Fuentes, il più memorabile fra i

governatori spagnuoli di Milano, umore guerresco, che nel cuor della

pace teneva numerosissimo esercito, e operava colle prepotenze d'un

governo militare. Egli mandò minacciando i Grigioni di trattarli da

nemici, e a nulla approdando colle parole, si pose a fabbricare un

fortalizio, detto dal suo nome, appunto là dove la Valtellina e il

Chiavennasco confluiscono al lago di Como: sicchè dominando que' passi,

poteva impedire alla Rezia i viveri ed il commercio, come chiuder

l'adito ad ogni esercito che di là venisse. Quella striscia di

territorio spettava in fatto al milanese, ma il duca Francesco II Sforza

avea stipulato coi Grigioni non si porrebbe veruna fortificazione in

quel giro. Ne mossero dunque reclamo i Grigioni, ma il Fuentes, non che

badarvi, finì e presidiò il forte, e coll'adunare genti e navi

all'estremo del lago di Como, confermò la voce che volesse ricuperare la

Valtellina al ducato di Milano[276].

Queste pratiche davano l'ultimo tuffo alla Valtellina: le Leghe vi

crebbero guarnigioni; ad ogni ombra davano corpo; e subillate e

sostenute dai novatori, lieti che i loro religionarj crescessero in

autorità, disponevano come donni e padroni, e arrogatasi la nomina degli

ufficiali, mandavano magistrati di più che bassa mano, i quali

soperchiavano, non curando d'esser amati, purchè temuti. Nuovi editti

vietavano le indulgenze e i giubilei, tacciavano di superstizioso il

culto del paese, cassavano le dispense curiali, berteggiavano i decreti

pontifizj; cacciaronsi i Gesuiti, abolendo le donazioni lor fatte;

processaronsi i miracoli di san Luigi; turbavasi la giurisdizione col

forzare i curati a celebrare matrimonj in gradi vietati, escludere buoni

sacerdoti forestieri, obbligare tutti alle prediche degli eretici: delle

quali ascoltate prima per celia, poi per curiosità, poi talvolta sul

serio, l'ornamento più consueto erano rampogne contro l'avito culto, e

il purgatorio e l'astinenza dalle carni: dietro al che la ciurma non

mancava di rubare ostensorj e sparpagliare le particole, sfregiar

tabernacoli, fare smacchi a' sacerdoti nelle processioni del Sacramento,

e in quei devoti riti della settimana santa, che l'intimo dell'animo

commovono a patetica devozione. Sotto la protezione dei signori, che

dicevano «Credi quel che ti piace, ma fa quel ch'io ti comando», ogni

tratto qualche nuovo cattolico disertava, anche preti e curati: ed

essendo ordinato che, ove fossero più di tre famiglie riformate,

convenisse accomodarle di ministro e di chiesa a spese comuni, i

Cattolici vedeansi costretti a mantenere i predicanti co' benefizj

ecclesiastici: e non compatendo la religione loro che i preti

evangelizzassero dalla bigoncia dond'era sceso dianzi il ministro

calvinista, conveniva si provvedessero di nuove chiese. Credendo

ciascuna parte essere in possesso della verità, e l'avversaria trovarsi

nell'eresia, lo zelo esacerbava gli odj da fratello a fratello,

tirandosi al peggio che si facesse. Il conte Scipione Gámbara bresciano,

per aver ucciso un suo cugino era fuggito a franchigia in Tirano, ed ivi

tenevasi attorno una masnada di bravi. Entrò sospetto nei Grigioni

ch'egli volesse dar mano a stabilire l'Inquisizione, e sbrattare la

valle dai Protestanti: onde, côltolo, e coi metodi consueti, convintolo

di tramare col cardinale Sfondrato e coll'inquisitore Montesanto, fu

decapitato a Teglio; il suo complice Lazzaroni di Tirano squartato vivo,

e le spese del processo caricate alla valle.

Peggio avvenne quando Ulisse de' Parravicini Capello di Traona, che, reo

di molto sangue, campava la vita sul bergamasco, osò una notte

ricomparire con venti sicarj in patria, e trucidare i magistrati.

L'atroce fatto seppe di ribellione ai Grigioni, e ne colsero pretesto a

spicciolare altri Cattolici.

La certezza d'esser in odio al pubblico faceva prendere provisioni, che

lo rendevano implacabile. Qualche buon ordinamento veniva talora[277],

ma di corto cadeva nell'obblio, e non rimanevano che la persecuzione,

impolitica non meno che empia, e un'opposizione non sempre generosa.

Morto il parroco della Chiesa in val Malenco e sepolto il tempio di colà

da una frana, un Tommaso paesano adoprò caldamente per indurre que'

montanari a valersi del ministro evangelico, spacciando che la parola di

Cristo predicata da questo varrebbe assai meglio che la messa dei

papisti, che orazioni recitate in una lingua non intesa, che preti le

cui dicerie riboccan di baje, di idolatria il culto. Ma Tommaso Sassi

pastore distolse i terrazzani dal cambiar religione. In Caspoggio della

valle stessa, mentre i mariti estivavano sui pascoli montani, le donne

seppero che i Riformati intendevano sepellire in San Rocco un loro

bambino allora morto, col che avrebbero preteso d'acquistare possessione

di quella chiesa. Munitesi di sassi, aspettano il funebre convoglio, e

come s'avvicina, schiamazzando alla donnesca, lo tempestano di pietre.

In Sondrio il governatore accingevasi ad entrare per viva forza nella

chiesa cattolica, e ridurla al nuovo rito; ma un Bertolino, uomo

all'antica, commise a Giangiacomo, suo figliuolo di gran cuore, che

colla daga alla mano l'impedisse. Come il governatore glie ne mosse

querela, Bertolino menosselo a casa, e gli improvvisò una lieta merenda:

fra la quale presentossi Giangiacomo, sempre accinto della sua daga, e

con un fiasco del miglior vino, che cominciò a mescere in giro alla

ragunata: e fatti comparire quindici garzoni in tutto punto d'armi,

«Ecco (disse) e me e questi pronti pel governatore e per la repubblica

fino all'ultimo sangue, solo che non ci si tocchi la religione».

Altri fatterelli rinnovavansi ogni giorno, e non sempre risolveansi in

riso quando i reciproci rancori faceano pronti a correre ai

risentimenti.

In Sondrio degli abitanti un terzo erasi sviato dall'ovile romano; così

molte delle contrade vicine; e le miste usavano due preti[278]. Dal 1520

al 1563 v'era stato intruso come arciprete Bartolomeo Salis, che

contemporaneamente era arciprete di Berbenno e di Tresivio e curato di

Montagna, e in nessun luogo risedeva, lasciando il gregge a pascoli

infetti: de' benefizj valevasi per dotare nipoti; portò anche le armi;

il che tutto agevolava la diffusione dell'eresia. Di quel tempo venne a

predicarvi un frate, in aspetto di somma dottrina e pietà; e il popolo,

che da gran tempo non udiva più prediche, accorse alle sue: ma ben

presto egli si scoperse eretico. Se ne levò tumulto, ed egli rifuggì ai

Mossini in casa i Mignardini, donde seguitava a sermonar ai nuovi

convertiti. L'arciprete Salis non se ne dava pensiero, tutto blandizie

verso i Grigioni nella speranza di esser assunto vescovo di Coira. E vi

fu assunto, onde rinunziava i tanti benefizj in Valtellina: ma poichè

l'elezione non fu confermata, si trovò sprovisto, e morì poveramente in

Albosaggia.

Ben altrimenti si era comportato Nicolò Pusterla, ma con sei zelanti

Cattolici rapito in prigione, colà vollero dire fosse avvelenato dal

governatore.

Gli succedette Nicolò Rusca, nato in Bedano terra del luganese, da

Giovanni Antonio e Daria Quadrio. Avea studiato a Pavia: indi nel

collegio Elvetico di Milano, ove a san Carlo ne parve sì bene, che

postagli sul capo la mano, «Figliuol mio (gli disse) combatti buona

guerra, compi la tua carriera; per te è riposta una corona di giustizia,

che ti renderà in quel giorno il giudice giusto». Fatto arciprete di

Sondrio, mostrò lo zelo del buon pastore che offre l'anima per le

pecorelle. Dotto di greco e d'ebraico, non che di latino; versato nella

storia ecclesiastica e nella teologia, spesso agitava le correnti

controversie sia in dispute coi dissidenti, sia nelle prediche dove,

tutto lume della somma verità, in prima ribatteva l'errore, poi

stabiliva la dottrina vera; ma nè usava egli, nè soffriva in altri le

invettive e le ingiurie. Trovata la chiesa sproveduta di arredi,

disusata di funzioni, muta di canti, egli rinnova tutto, introduce

preghiere e processioni, ricupera i disusati beni, ripristina la

disciplina delle monache; ottiene che i Cappuccini possano confessare.

Si oppone alle pretendenze de' novatori, i quali, oltre esigere dal

capitolo la provvigione di trenta zecchini pel ministro evangelico,

volevano ch'egli cedesse porzione del suo giardino per farsene il

cimitero: proibivano le processioni del _Corpus Domini_ e del venerdì

santo, e il suon delle campane come pubblico insulto ai magistrati

dissidenti.

Simone Cabasso curato di Tirano predicava incessantemente contro

Calvino, onde fu accusato e condannato. Egli si appella, e dal pretore

vengono invitati Antonio Andreossi ministro di Tirano, Cesare Gaffori di

Poschiavo, Antonio Mejo di Teglio, Scipione Calandrino di Sondrio,

Nicola Cheselio di Montagna, perchè tengano un colloquio sopra la fede,

e principalmente sopra Calvino. Da questo e da sè repulsarono la taccia

di eretici, mostrando (e il Calandrino principalmente) che quel dottore

non avea deviato mai dalla Chiesa quanto alla divinità di Cristo e alla

sua eccellenza come mediatore, anzi l'aver egli perseguitato gli Unitarj

e scritto contro Valentino Gentile. Non bastando il primo, si venne a un

secondo colloquio il 1 marzo 1596; poi ad un terzo il 7 agosto; dopo il

quale gli oratori grigioni sentenziarono che il Cabasso aveva

calunniato, e perciò pagasse centrentadue coronati.

Fra' Cattolici primeggiavano, oltre questo di Tirano, il parroco di

Mazzo e Nicolò Rusca, il quale del colloquio diede a stampa una

relazione (1598 Como, pel Frova). Questa parendo aliena dal vero e

calunniosa quanto alle persecuzioni che gli ecclesiastici soffrivano in

Valtellina, i signori Grigioni permisero ai ministri di rispondervi,

come fecero con uno scritto latino, il cui titolo suona, «Della disputa

di Tirano fra i papisti e i ministri del verbo di Dio nella Rezia,

tenuta gli anni 1595 e 96, quattro parti, dove accuratamente e

solidamente si tratta della persona e dell'officio di Gesù Cristo

mediatore secondo le due nature; e si vendicano le parole di Calvino

sopra la natura divina di Cristo dalle calunnie dei papisti

valtellinesi; risolvonsi i sofismi del Bellarmino, e scopronsi gli

errori de' Monoteliti, de' Nestoriani, degli Ariani, e d'altri; oltre la

storia esattissima di quella disputa: l'indice delle calunnie dei

parroci di Valtellina; la risposta ai ripetuti costoro sofismi. Autori

Cesare Gaffori, Ottaviano Mej, e gli altri ministri della parola di Dio

nella Rezia, or primamente stampati, e non solo degni di lettura, ma

giovevoli a chiunque ama la verità» (Basilea, per Waldkirch 1602 in-4º).

Nel 1596 Giovanni Marzio di Siena, pastore a Solio, avea stampato un

libro italiano della Messa, che molto si divulgò. L'_Apologia della

Messa_, che frà Giovanni Paolo Nazari cremonese domenicano vi oppose, fu

giudicata vittoriosissima dai Cattolici, ridicola dagli altri. Si

stabilì una disputa a Piuro, che fu fatta il gennajo e maggio 1597,

presenti gli arcipreti di Chiavenna e di Sondrio, il Calandrino, il

Marzio, il Mej, il quale fu trasferito allora dalla chiesa di Teglio a

quella di Chiavenna per succedere al Lentulo.

_Martello degli eretici_, quale veniva chiamato si mostrò singolarmente

il Rusca allorquando i Riformati ottennero di istituire a Sondrio un

collegio, del quale il rettore e tre dei cinque professori fossero

calvinisti. Fin dal 1563 erasene divisato, poi aperto nel 1584

accettandovi cattolici e no; ma nessun cattolico andandovi, cadde.

Quando si volle rinnovarlo, il Rusca, senza guardare in faccia nè ai

Salis che lo proponevano, nè al re d'Inghilterra che dicevasi

somministrar il denaro[279], attraversò questa impresa, e riuscì a

sventarla, ed unire anzi un'accademia che propagasse le cattoliche

dottrine.

Nel 1614 l'Archinti vescovo di Como per seicento fiorini comprava la

licenza di visitar la Valtellina, il che da venticinque anni era

proibito, e ne mandò relazione a Paolo V. Dopo estreme lodi al paese, si

consola che, in quell'esecranda libertà di vivere e dire quanto a

ciascuno piace, appena tremila persone abbiano adottato la Riforma, e i

popoli accorreano festosi e piangenti ad accompagnarlo. A Tirano trova

da cencinquanta eretici, _vil plebe_. I cattolici di Poschiavo e Brusio

tengonsi incontaminati, benchè mescolati ai Calvinisti. In Sondrio

questi erano potenti per numero e ricchezza, sicchè a fatica egli vi

ottenne accesso. Un terzo de' Chiavennaschi aveva abbracciato l'errore,

fra cui i meglio stanti, e dalla Bregalia i Riformati minacciavano

assalirlo in armi. Quando esso Archinti tenne un sinodo nel 1618, il

podestà di Traona pubblicò per editto terribili pene contro qualunque

ecclesiastico spedisse lettere o uscisse dalla valle: cento scudi di

multa o tre tratti di corda a chi conoscendolo nol denunziasse.

Perpetuo e vivo contraddittore de' loro disegni com'era il Rusca, gli

acattolici miravano a torselo d'in su gli occhi. Dapprima Giovanni Corno

da Castromuro, capitano della valle, lo condannò in grave multa perchè

avesse rimproverato un giovane suo popolano d'aver assistito a un

sermone dei Calvinisti. I Sondriesi presero le armi, e si fu ad un pelo

di far sangue: onde il capitano denunziò l'affare a Coira; dove il Rusca

fu assolto, ed il capitano ammonito.

Vivo contraddittore gli era il molte volte nominato Calandrino, del

quale nell'archivio di Zurigo conservasi un autografo, ove racconta «la

lunga e costante persecuzione» dei Valtellinesi contro degli Evangelici

e massime dei ministri, gli assassinj tentati, specialmente sopra di

lui, imputandone chiaramente il Rusca, benchè non lo nomini. In fatto a

questo apposero d'aver fatto trame con un Ciapino di Ponte per ammazzare

o tradurre all'Inquisizione esso Calandrino. Il Ciapino fu messo a morte

dopo orride torture, nelle quali disse aver avuto consiglio dal Rusca,

cui perciò fu aperto processo. Egli ricoverò a Como; poi giustificatosi,

tornò più glorioso, aggiungendosi alla virtù il lustro della

persecuzione. Tanto più bramavano i nemici suoi di metterlo per la mala

via, e la fortuna vi mandò tempo.

Tra le brighe di Potenze straniere, ne' Grigioni pigliavano il

sopravento i predicanti, e intendendosela con Zurigo, Berna e Ginevra,

non cessavano di gridare doversi far nello Stato una sola religione;

essere violate le costituzioni pei bocconi stranieri; bisognare qualche

efficace provedimento per rintegrare la libertà, riformare il governo, e

simili frasi, che sempre titillano le orecchie della plebe. Fidati nel

favore di questa, sotto Gaspare Alessi di Gamogaso, da Ginevra venuto

predicante a Sondrio, e destinato rettore del seminario, accozzarono un

loro concilio, prima a Chiavenna presso Ercole Salis, uomo per servigi

ed ingegno in gran nome, poi a Berguns, paese romancio alle falde

pittoresche dell'Albula. Ivi dichiararono la fazione spagnuola funesta

alla Rezia ed alla religione, micidiale l'alleanza di Francia, buona

quella sola di Venezia: gridarono contro gli Austriaci, e che v'erano

maneggi per quelli, e che il governatore di Milano sparnazzava denari

per la Valtellina, e che per reprimerli si doveva stabilire il tribunale

inquisitorio, il quale correggesse la costituzione, venuta omai in gran

punto. Il popolo gli ascolta: Ercole Salis se ne fa capo: l'Engaddina e

la Bregalia levansi in arme: i castelli dei Planta fautori degli Ispani

son diroccati: uomini malfattori entrano a forza in Coira, e dispersi o

carcerati come ribelli i preti e persone di gran bontà, conduconsi a

Tusis, paese romancio a piè del fertile Heinzenberg fra il Reno

posteriore e la formidabile Nolla: ed ivi stanziando le venticinque

bandiere con un migliajo e mezzo di soldati, proclamano tredici capitoli

per conservare la libertà, e piantano lo _Straffgericht_, aggiungendovi

un consiglio di predicanti (1618).

Accintisi a rintegrare la libertà politica col solito modo di togliere

ogni libertà legale, una furia d'accusatori sbuca addosso a quanti erano

sospetti. Le prime sette sentenze furono pubblicate da' giudici stessi

con prefazione apologetica; e subito tradotte in italiano, francese,

olandese, vennero dapertutto esecrate per atrocità. Giambattista

Prevosti detto Zambra, di settantaquattro anni e podagroso, quasi avesse

favorito l'erezione del forte di Fuentes fu decapitato: una taglia su

Rodolfo e Pompeo Planta, Lucio da Monte, Giovanni Antonio Gioverio, il

Castelberg abate di Dissentis, e se possano cogliersi vengano fatti in

quarti: Daniele Planta, nipote dei predetti, Antonio Ruinello, Pietro

Leone di Cernetz, Teodosio Prevosti della Bregalia, Giuseppe Stampa e

suo figlio Antonio, Agostino Traversi e il padre Felice di Bivio,

all'esiglio per tutta la vita; per quattro anni Andrea Jennio console di

Coira, Antonio Molina e Gianpaolo interprete del re di Francia, Andrea

Stoppani prete di Ardetz; tolti i beni e la mitra a Giovanni Flug

vescovo di Coira, e ucciso se sia côlto: multata di ventimila fiorini la

città di Coira, come ispanizzante; il pastore di essa Giorgio Salutz

escluso dal sinodo; e tacendo varj multati, dannato a morte in

contumacia il capitano Giovanni De' Giorgi; fra i Valtellinesi, Anton

Maria e Giovanni Maria Parravicini e Giovanni Francesco Schenardi a

morte; a quattro anni di esiglio Nicola Merlo di Sondrio e Giovanni

Cilichino parroco di Lanzada, perchè avea sonato a martello quando fu

arrestato il Rusca: al cavaliere Giacomo Robustello e ad Antonio Besta

bando per un anno e mille zecchini: due anni e seimila zecchini a

Francesco Venosta; minor pena a Giovanni Battista Schenardi e Francesco

Paravicino d'Ardenno, che settagenario e infermiccio non potendo esser

alzato sulla corda, ebbe serrati i pollici in un torchietto; ma stette

saldo a negare. Il dottore Antonio Federici di Valcamonica, mutatosi per

opinioni religiose in Valtellina, ove prese moglie a Teglio e si fe

protestante, diede voce che Biagio Piatti, cattolico infervorato di

questo paese, avesse subornato un fratello di lui ed altri della

Valcamonica, perchè venissero e uccidessero i Protestanti di Boalzo

mentre assistevano alla predica. Il Piatti fu arrestato con supposti

complici; e messo alla tortura, confessò quanto si volle e fu

decapitato: intanto che un fratello di esso uccideva Paolo Besta che

aveva recato l'ordine dell'arresto: mandaronsi uffiziali che cacciassero

di Valtellina gli oratori quaresimali, assistessero i pretori

nell'applicare gli editti de' signori, istituissero processi di maestà.

Marc'Antonio Alba di Casal Monferrato, predicante di Malenco, a capo di

quaranta satelliti, la notte del 22 giugno avea côlto il Rusca nella sua

arcipretura, e per l'alpestre via di Malenco e dell'Engaddina lo

strascinò a Tusis. Nel primo furore i Sondriesi per far rappresaglia si

voltarono addosso a Gaspare Alessio predicante, ma s'era ridotto in

salvo: diressero una deputazione a implorare per l'arciprete, e non fu

ricevuta: i Cantoni cattolici e Lugano sua patria mandarono Gian Pietro

Morosini a perorarne la causa; ma il tribunale gli rinnovò l'accusa

dell'attentato contro il Calandrino; poi di avere subornato il popolo a

non ubbidire alle Tre Leghe: cercato tornar al cattolicesimo i

Riformati, tenuto carteggio col vescovo e con altri; esortato in

confessione a non prender servizio contro il re cattolico; aver

istituita la confraternita del Sacramento, che sotto le devote cappe

portava micidiali armi.

Invano gli avvocati suoi lo scolpavano: aver operato bensì che si

mitigassero i decreti pregiudizievoli alla cattolica religione, non però

tramato mai contro il governo: col Calandrino non aggrezze, ma aver

usato cortesie, visitandolo talora, e prestandogli anche libri. Qual pro

delle difese quando già è prestabilita la condanna? Il ben vissuto

vecchio, disfatto di forze e di carne, fu messo alla tortura due volte,

e con tanta atrocità, che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, fra

i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere

a seppellir sotto le forche, mentre egli dal luogo, ove si eterna la

mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà pe'

suoi[280].

Ciò avveniva il 4 settembre 1618; e quel giorno fu segnalato da un

gravissimo disastro naturale, la distruzione del bello e ricco borgo di

Piuro, sepolto da una frana con tutti gli abitanti. Pensate se si mancò

di vedervi un'immediata punizione del Cielo. Poco poi il tribunale a

Coira cassò gli atti di quel di Tusis, ma i morti non tornano più.

Il popolo dal terrore alla pietà, poi allo sdegno passò; e prima

parlottar segreto, poi aperte querele, e venire pel più leggero appicco

a parole, a sassi e coltelli. Avendo voluto i Grigioni impiantare una

chiesa evangelica in Boalzo e Bianzone, s'opposero di forza i Cattolici;

e per vendetta di Biagio Piatti, ammazzarono un Riformato di Tirano,

maltrattarono il predicante di Brusio, _primizie de' martiri_[281].

Anche al Calandrino, mentre predicava a Mello, una banda s'avventò, e lo

ferì gravemente[282]. Anzi avendo i predicanti, dopo la pasqua, tenuto

la solita loro accolta in Tirano, i terrieri in armi s'erano rimpiattati

al ponte della Tresenda per trucidarli; ma essi ne sentirono a tempo per

ripararsi. Così i signori vivevano timorosi e tremendi; nei sudditi

covava un'irosa speranza, e fra il silenzio della paura udivasi quel

sordo rumore dello sdegno di Dio che si appressa.

I colpiti dal tribunale di Tusis empirono di lamenti il mondo, e più la

Svizzera e la Lombardia, e com'è stile de' profughi, trescavano per

introdur armi straniere nella Valtellina non solo, ma nella Rezia. Dal

duca di Feria, nuovo governatore del milanese, e dal Gueffier

ambasciadore di Francia ricevevano subdoli incentivi: cercavano muover

l'irresolutezza delle Corti d'Austria e di Spagna; al papa inviarono non

una sola volta, ed esso li confortava ad una pazienza che pareva omai

intempestiva ai fuorusciti, i quali, gridando giunta al colmo

l'oppressione della patria, confortavano i Valtellinesi a levarsi una

volta per la causa santa.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 31 / 101 段