Questo punto del diritto di perseguitar gli eretici venne discusso

acremente nel sinodo di Coira il giugno 1571: Tobia Eglino sosteneva il

sì: lo contraddiceva Giovanni Gantner anabattista. Vi si presentarono i

nostri italiani: il Torriano, che a Piuro accoglieva alla comunione

quelli che il Lentulo scomunicava a Chiavenna; Nicola Camulio,

denarosissimo mercante, che a Piuro stessa gli ospitava; Lelio Soccino,

un Sadoleto, _omnes perversi homines_ (dice il processo verbale)

circondati da quantità d'amici, e patrocinati dal medico Bellino, che ne

garantiva la sicurezza. Il padre Giulio da Milano, curato della chiesa

di Poschiavo, recò lettere del Camulio al Torriano, intercette da

nostri, dove i ministri evangelici chiamava vecchie e nuove volpi, nuovi

Farisei, uomini di sangue, papi anticristiani, carnefici; deplorava

l'esiglio dell'Ochino e la sua cacciata da Zurigo, e proponeva il modo

di metterlo in sicurezza a Piuro; dava a Camillo Soccini il titolo di

probo e santo e resistente ai nuovi Farisei: aspettava il Betti e il

Dario eretici; lodava la lunga consuetudine colla scuola senese, e

deplorava la morte del Castalion, gran cristiano[263]. Il Camulio si

scusò come mal pratico delle sottigliezze teologiche; aver largheggiato

coi rifuggiti per compassione; pure sosteneva che nessuno vorrebbe subir

pene contro la propria coscienza; laonde se pensano così, non si potea

forzarli; che del resto disputavasi di materie non essenziali alla

salute, come è il cercare, se il magistrato possa punir gli eretici. Ma

gli fecero tali minaccie, che svenne; e tutti questi italiani furono

colpiti di censura; pure colle blandizie ottennero di rimanere in paese,

e fin ne' loro benefizj.

Mino Celsi di Siena, nel 1572 scriveva: «Tre anni fa essendo sfuggito

dalle mani dell'anticristo, e stanco del lungo viaggio e de' superati

pericoli come a un porto approdando alle Alpi retiche, credevo (come

tra' fratelli nostri italiani si crede) che le chiese, le quali

giustamente chiamiam riformate, fossero legate d'indissolubile consenso

e unità di dottrina: e invece con somma afflizione d'animo trovai che,

sebben tutte consentano che il papa è vero anticristo, che la messa

sorpassa qualunque peggior idolatria antica, che gli uomini sono

giustificati non dalle proprie opere ma dalla fede in Cristo, che il

purgatorio è una bottega del papato, che i sacramenti son due, non

sette, e altri articoli pii e santi, in molt'altri discordano. E poichè

ognuno ritien la sua fede per vera e ortodossa, ove ammettasi la

persecuzione degli eretici è forza che ognuno perseguiti l'altro, e col

ferro, col fuoco, coll'acqua si tolgano di mezzo, nè più sia fine ai

supplizj».

Viepiù s'infervorò poi la disputa intorno alla predestinazione; e

l'Alciato e il Biandrata, che ritornavano nella Valtellina a confermar i

loro concredenti, ne furono sbanditi; Fabrizio Pestalozza, che

professava le stesse opinioni ariane, fu obbligato disdirle nel 1595,

gli altri o si convertirono o tacquero.

Dopo la credulità, l'altro male che cruccia i rivoluzionarj è la paura.

In conseguenza domandano persecuzioni e processi, e se con questi

legalmente non riescono a trovar rei e punirli, imputano di connivenza i

magistrati. Bucinavasi che i Domenicani di Morbegno spiassero tutto, per

tutto denunziare al Sant'Uffizio: perciò arrestavansi ai confini, e

ripeteasi che ne' loro cappucci si fossero trovate carte compromettenti,

le quali poi nel processo più non comparivano. Agostino Mainardi, lodato

di moderazione, mandava al famoso Fabrizio: «Devo scrivervi sebben

controvoglia, e quanto posso vi prego di tener a mente quel che scrivo,

ma la lettera non mostrare ad alcuno, perchè di materia odiosa.

L'altrjeri il commissario arrestò Vincenzo Stampa di Chiavenna,

nemicissimo agli Evangelici. Era amico di quel ribaldo Domenicano, che

fu assolto e rimandato impune dal podestà di Tirano. Vincenzo sapeva

tutti i secreti di esso, e una volta disse struggevasi di lavar le

braccia nel sangue de' Luterani. I più credono mandi spia

all'Inquisizione di quanto qui si fa. Io ve ne voglio avvertito,

affinchè con questi signori facciate che non se la campi. Scriverò anche

al commissario acciocchè lo _sforzi_ a confessar la verità, manifestare

le macchinazioni contro i fedeli di Cristo, i consigli de' profeti di

Baal, cioè i Domenicani, e degli altri che son nemici non solo al

vangelo, ma a' nostri signori. Quest'è l'unico corifeo da cui potrà

risapersi tutto, meglio che da qualunque altro si sia; tengasi dunque in

carcere, nè si lasci sfuggire. Credo che, se venga _forzato_ a dir la

verità contro i Domenicani, ne dirà di tali, che giustamente verran

cacciati dai signori... Ripeto che ciò scrivo malvolentieri, perchè non

vorrei nuocer a nessuno»[264].

Poco poi si lagnava perchè il pretore non volesse proferir sentenze se

non dopo udito il consiglio de' signori Grigioni.

E Tobia Eglino al Bullinger: «Questo è ben certo che molti frati

emissarj girano a Chiavenna, a Piuro e nelle vicinanze, pagati dall'oro

pontifizio, per fiutare quel che risolvano i Grigioni, e assalendo un a

uno, o per forza, o per timore, o per premj, svolgere dalla vera

religione. Se mai infuriò l'Inquisizione spagnuola, gli è adesso. Quasi

nessun mercante è più sicuro a Milano, dove i sospetti vengono con

atroce crudeltà uccisi, o mandati alle galere, o tenuti in prigionia

domestica se nobili. Testè un Giacomo Serravallense veneto, che professò

il vangelo a Chiavenna, e andava per affari in Italia, fu preso a Crema,

e tra molti strapazzi e colle mani avvinte al tergo a guisa d'un gran

birbante, fu condotto a Venezia, e quivi condannato alla galera, o

_dicono altri_ precipitato in mare. Simile beccheria e peggio a Bologna,

dandosi egual morte, eguali catene, eguali torture a grandi e ad infimi.

A Piuro capitò un frate, e fidato nella benevolenza degli abitanti

papisti e nella liberalità del pontefice, scrisse lettere proditorie,

per le quali, d'accordo coi migliori del luogo, avesse podestà

d'incrudelire contro i predicanti e gli Evangelici. Volle recarle a Roma

acciocchè il papa vedesse le facoltà attribuitegli, e profondesse denaro

per corromper altri. Ma non volendo firmar la lettera i consoli del

luogo, la cosa venne manifestata dal curato del paese, e il monaco

incarcerato e punito di ducento coronati» (29 dicembre 1567).

E si credeva! Ma l'accusa era stata data; se i due spioni fuggirono

n'avea colpa il pretore, vendereccio; su di essi accumulavansi tutte le

infamie possibili; a forza di ripeterle faceansi indubitate, e si

spediva al senato di Milano a portar lamenti e pretendere soddisfazione:

ma questo e il governatore chiedevano le prove, o assicuravano esser

affare dell'Inquisizione; sporgevansi querele alla dieta, e questa era

compra dall'oro di Roma, dalle baje de' frati, dalle decorazioni

cavalleresche. Non son gli argomenti che si ripetono anche adesso?

Non vogliam però dire che i Cattolici non s'adoprassero per salvar la

Valtellina dall'eresia; e poichè, secondo il diritto comune d'allora,

l'eretico era un nemico pubblico, si ricorreva a tutti gli spedienti che

il diritto di guerra consente, fino a staggire le merci che capitassero

in Lombardia appartenenti ad eretici, e coglier le loro persone qualora

fosse possibile, e vietare severamente il darvi albergo[265]. Più si

teneva occhio ai preti e frati apostati, procurando coglierli e

consegnarli al Sant'Uffizio. Tra questi era Francesco Cellario, della

Chiarella, figlio di Galeazzo, già minore osservante. Inquisito dal

Sant'Uffizio a Pavia, ne era stato dimesso il 1 maggio 1557 con imporgli

solo alcune penitenze. Ma presto fu denunziato di tenere e difonder

libri ereticali, nutrire opinioni fallaci e predicarle; onde messo in

prigione, confessò d'aver lodato pubblicamente il Bucero, il Calvino,

l'Ochino ed altri di quella risma. Riuscito a fuggire, ricoverossi fra'

Grigioni: prese moglie; e insegnava non darsi purgatorio, non esser

sacramento il matrimonio, nè vietato ai preti; il corpo di Cristo

trovarsi nell'eucaristia soltanto idealmente; a Dio solo doversi far la

confessione de' peccati; non venerare le immagini dei santi; Pietro non

essere stato superiore agli apostoli, nè il papa ai vescovi. Non

contento di predicar a Morbegno, qualche volta spingevasi secretamente

fino a Mantova, sicchè furono tesi agguati per coglierlo. Era andato al

sinodo di Zutz nell'alta Engaddina il 1568; ed essendo intercetto dalle

nevi il passo della Bernina, ritornò per Chiavenna, attraversando quel

lembo del Pian di Colico che spetta al Milanese. Quivi l'appostavano; e

côlto al passo dell'Adda, fu inviato a Piacenza, donde il duca Ottavio

Farnese si fece un onore di spedirlo a Roma, e quivi processato, come

apostato e relapso fu dato al braccio secolare il 20 maggio 1569. I

Grigioni strepitarono come di violato diritto pubblico, mandaron note

all'Albuquerque governator di Milano e ai principali Stati d'Italia, ma

si rispose ch'era nelle autorità del papa l'arrestar gli eretici. Essi

allora pubblicarono una taglia sopra l'inquisitore frà Pietro Angelo da

Cremona, premiando chi prendesse lui o alcun suo compagno, e il

consegnasse.

Più tardi Lorenzo Soncini, che predicava a Chiavenna, fu côlto al modo

stesso, e mandato all'Inquisizione.

Anche i vescovi di Coira vegliavano alla preservazione del cattolicismo.

Essendosi in quella cattedra preferito Tommaso Planta ad Andrea Salis,

si esacerbarono le ire fra le due famiglie rivali, e imputavasi il

Planta di mangiar grasso anche in giorni di digiuno, non dir la messa, e

andare zoppo nella fede come ne' piedi. Le accuse furono portate

all'Inquisizione, e frà Michele Ghislieri lo processò; egli

giustificossi, e d'allora raddoppiò di zelo, e in conseguenza fu odiato

dagli Evangelici, coi quali durò in continua lotta.

Era il tempo che spingevasi meglio il Concilio di Trento, e nel 1561 fu

mandato ne' Grigioni Bernardino Bianchi prevosto di Santa Maria della

Scala di Milano, col nobile milanese Giovanni Angelo Rizzi segretario

regio, che alla dieta di Coira querelaronsi perchè in Valtellina e a

Chiavenna si ricettassero i profughi, senza esaminarne i costumi e la

condotta, bastando si mostrassero nemici della fede cattolica: si

obbligassero i fedeli a spartire coi ministri ereticali i benefizj,

ajutandoli così a sparger interpretazioni del vangelo contrarie a quelle

de' Padri e de' Concilj ecumenici; invece si costringessero i

predicatori cattolici a dare sicurtà pei loro atti: si fosse vietato di

eriger chiese e conventi, e riprovato il Quadrio perchè fondò il

collegio dei Gesuiti a Ponte: a Poschiavo si tollerasse la stamperia

Landolfi, ostilissima alla sede romana[266]; si impedisse al vescovo di

Como di esercitar la sua giurisdizione, e fin di esigere i suoi livelli

e canoni; si fosse ordinato che tutte le parrocchie scegliesser il

curato a loro beneplacito, senza chiedere bolla o approvazione da Roma;

e allorchè di Roma giunga alcun breve non si pubblicasse senza

consentimento delle tre Leghe.

Eccitossi l'indignazione popolare contro questi messi, quasi

attentassero alla libertà, e Pier Paolo Vergerio venne apposta dal

Wurtenberg per contrariarli. Adunata la Dieta, vi si diedero risposte

evasive; dalla stamperia di Poschiavo non si lascerebbero uscire libri

contro la santa sede nè ingiurie al papa: non si contenderebbe al

vescovo di Como quel che gli apparteneva; nulla esservi d'ingiusto in

ciò ch'erasi disposto sul convento di Morbegno e il collegio di Ponte:

l'istanza del Bianchi perchè si spedissero legati al Concilio di Trento

ebbe il no, con gran trionfo del Vergerio. Anzi nel 1583 adunati a

Chiavenna, i capi della repubblica sancirono che, dov'erano tre famiglie

riformate, si tenesse un ministro a spese comuni, e questo potesse usar

le chiese «fabbricate dagli avi per uso de' posteri».

Abbiamo già accennato quanto san Carlo Borromeo s'affaticasse a

sostenere la causa cattolica fra i Grigioni e in Valtellina; vi spediva

catechismi; cercava ne fossero rimossi gli apostati, e vi si aprissero

scuole cattoliche; ma poco potè trarre a riva: anzi fu rinnovato

l'ordine che non predicasse se non chi approvato dal sinodo[267]. Il

Volpi vescovo di Como, che era stato spedito alla Dieta di Baden per

patrocinare davanti ai signori Svizzeri gl'interessi de' Cattolici,

invitò il cardinale Borromeo a visitare la Valtellina. In fatto egli,

trovandosi nella Valcamonica, varcò i Zapelli d'Aprica, e venne in atto

di pellegrino al celebre santuario della madonna di Tirano «per

infiammare (scrive egli) quanto potessi gli ortodossi di questa valle;

poichè giacciono dall'intollerabile giogo degli eretici quasi oppressi,

e gran pericolo reca di contagione il quotidiano convivere coi nemici

della nostra fede. Ivi predicai per dare qualche consolazione a quel

popolo, che ardentemente bramava udire la mia voce, e volentieri lo

feci, con facoltà del vescovo di Como».

Lo stesso santo fiancheggiò vigorosamente il Pusterla arciprete di

Sondrio nell'opporsi al collegio che voleva istituirsi in quel paese

sotto la direzione di Rafaello, figlio di Tobia Eglino: ne seguì una

vera sollevazione, e molti furono processati e sbanditi, fra cui il

Pusterla stesso, ma il collegio non si potè aprire. San Carlo ottenne

dai Cantoni svizzeri cattolici che inviassero deputati alla dieta de'

Grigioni per tutelare gli affari dei Valtellinesi ortodossi. Dopo il

viaggio nella Mesolcina che descrivemmo (vol. III pag. 91) avrebbe

bramato scendere in Valtellina, ma non l'ottenne[268].

Dicemmo che, quando la costituzione corra pericolo, i Grigioni erigono

un tribunale speciale (_Straffgericht_) di giudici scelti dalle

comunità, con poteri dittatorj. Allora lo piantarono per iscoprire e

castigare coloro che aveano favorito la venuta del Borromeo, al quale

attribuivano sottofini politici; tanto più che era nipote di quel Gian

Giacomo Medeghino, che viva guerra avea fatto a' Grigioni, e tentato

toglier loro la Valtellina. A quel tribunale Girolamo Burgo mesolcino

confessò alla tortura aver dal Borromeo ricevuto denari e grano da

distribuire ai fautori, nominò i complici, e tutto quel che si volle.

Certo è bene che al Borromeo i Valtellinesi recapitavano i lamenti

contro gli abusi dei loro padroni e che trattarono di ribellarsi

coll'ajuto dei governatori di Milano, non mai rassegnati alla perdita di

quell'importante valle. Don Ferrante Gonzaga governatore aveva intrigato

all'uopo fin col vescovo Vergerio[269], sebbene invano; e una lettera

del Borromeo del 1584 ci fa chiari che la cosa fu anche più tardi

discussa, e ch'egli la favoriva siccome propizia alla religione, e ne

trattava coll'ambasciador di Francia, e teneasi presso que' confini per

accorrere ad ogni moto; pur protestando «non voler tenere, per ajutar

que' popoli, altra via che la spirituale»[270].

Di quel tempo un Rinaldo Tettone, ricco negoziante milanese, avea mal

condotto i suoi affari, e come uomo che nulla aveva più da perdere, si

pose a capo d'una banda di bravacci, mestiero che allora non disonorava

se non chi non riuscisse. Dal fare preso ardimento al fare, meditò

invadere la Valtellina, e metterla a sacco; e per mantellare la

ribalderia, come si suole, avrà sparso di andarvi a rialzare la santa

religione cattolica, ed operar d'accordo col governatore Terranova, col

cardinal Borromeo, con papa Gregorio. S'avviò di fatto, ma il

Parravicino governatore di Como non permise che quella ciurma entrasse

in città, e a forza lo respinse colle armi cittadine, mandando al

supplizio quanti colse de' costui seguaci.

Ita al vento l'impresa, il governatore di Milano se ne fece nuovo

affatto, ed il Tettone fu cacciato in galera[271]. I Grigioni ne fecer

un capo grosso, e molta gente inquisirono, senza verificare d'alcuno la

colpa: ma il cardinale tennero in memoria di fazioso e brigante.

Era questi morto l'anno avanti nell'atto, dice il Calandrino, di metter

fuori il scelleratissimo suo parto[272]; la lettera addotta lo mostra

innocente di maneggi, ma conscio: e il Ripamonti e il Ballarino[273]

fanno testimonianza che colla Spagna assecondava la trama: e il suo nome

restò formidabile agli eterodossi, e da quel punto chi ad essi

opponevasi diceanlo appartener alla Lega Borromea, come ai dì nostri

dicesi della Congrega, de' Gesuitanti, de' Paolotti: e campioni n'erano

il padre Giovanni Odescalchi vescovo d'Alessandria, e Giovan Pietro

Negri domenicano.

Nè i dissidenti cessavano di sorreggere i proprj religionarj e sfavorire

i Cattolici; negli statuti di Valtellina stampati il 1549 furono intrusi

alcuni a favor di quelli: al giubileo del 1575 si pose ogni possibile

incaglio: nel 1585 trovandosi a Chiavenna unite le bandiere de'

Grigioni, sancirono di nuovo intera libertà di religione, il che allora

come altre volte, significò persecuzione della cattolica: non voleano

ricevere frati esteri, nè manco per la predicazione quaresimale; e

sopratutto non soffrivano si pregasse per l'estirpazione delle eresie,

quando non si dichiarasse non intendersi quelle professate dai signori

Reti; non potendo comportare che si facesser orazioni contro i proprj

signori. Ai predicanti riformati si assegnavano soldi[274]: le rendite

della prepositura di Sant'Orsola di Teglio già da anni eransi applicate

a mantener il predicante di colà, sorrettovi dalla famiglia Guicciardi.

Natane opposizione, e mescolatisi i partiti, si pretese che

l'onorevolissimo cittadino Tommaso Planta fosse guadagnato dall'oro

spagnuolo, e fattogli processo, venne condannato a morte.

Broccardo Borrone di Busseto parmigiano, studiando in Padova conobbe gli

scritti di Calvino, e ne fu pervertito; venne in Valtellina il 1592, e

mediante il favore di Andrea Ruinelli, medico e professore ne' Grigioni,

fu fatto predicante e maestro a Traona, donde il 1596 passò cancelliere

del commissario Giovanni Planta in Chiavenna. Accusato d'esser fuggito

d'Italia non per religione, ma per turpitudini commesse, d'aver più

volte esternato il desiderio di tornare cattolico se il papa gli

perdonasse, al qual fine cercherebbe ridurre in mano dell'Inquisizione

alcuni predicanti, fu messo alla tortura rigorosa: e non confessando, fu

dimesso pagando cencinquanta coronati per le spese di processo: poi la

Dieta lo bandì da tutto il paese, perchè temeasi meditasse vendetta. Nel

suo breve soggiorno nella Rezia, erasi egli giovato del suo posto per

raccogliere curiose notizie: perocchè nel 1601 un Giorgio Pini di Traona

scrisse da Roma che vi si trovava il Borrone, e che avea fatto un libro

ove descriveva il paese e gli abitanti: subito si cercò un tal libro,

poi si pose una taglia sulla costui testa, ma non si trovò chi la

volesse guadagnare. In realtà, per aver denaro, egli avea steso un

libello, dal quale scegliamo solo alcuna cosa di quel che concerne i

paesi italiani, de' quali dice: «Attorno al lago di Como son le

parrocchie cattoliche, di Novato, Campo, Samolago, Gardona, dove non c'è

eretici, talmente prevalse l'esempio dei vicini. Cattolica è tutta la

val San Giacomo, per la quale si passa a Coira, sempre fra cattolici. Il

contado di Chiavenna ha quindici parrocchie, tutte con preti cattolici;

ministri eretici sono a Chiavenna, Piuro, Pontilio, Mese, tutti apostati

dall'Italia. De' cinquemila abitanti, ottocento son eretici; e mille

capaci dell'armi, fra cui al più cento eretici. Non sarebbe difficile

purgar il paese dall'eresia, non mancandovi gente di cuore, che aspetta

l'occasione.

«Allo sbocco dell'Adda vedonsi gli avanzi d'una torre, dove Gian Giacomo

Medeghino avea posto campo per impedire che i Grigioni v'entrassero; e

converebbe rialzarla.

«Nella Valtellina ha 65 parrocchie, ciascuna col suo curato, ma

vorrebber essere visitate, essendovi di molti contumaci e profughi

dall'Italia senza dimissoria. Non c'è verun luogo tutto eretico, bensì

alcuno ove neppure un eretico; e i ministri son appena dodici, tutti

apostati italiani, i quali se si allettassero, credo che in breve la

valle sarebbe risciaquata dal calvinismo. De' venticinquemila abitanti

appena un decimo abbracciarono la Riforma: scrivonsi quattromila alla

milizia, tra cui ottocento eretici. Ma è da confessare che cogli eretici

stanno i principali e più ricchi, non solo di Valtellina ma di tutti i

Grigioni. I natii aborrono i dominanti, e all'occasione se ne

disferebbero. Nè difficil sarebbe il redimerli, tanto più che nella

Rezia non potrebbe entrare per soccorso alcuno de' confederati se non

per passi angustissimi che stan in mano de' Cattolici; mentre ai

Cattolici italiani e tedeschi son aperti i varchi».

Qui descrive la politica e la miseria de' Grigioni, poi vien a informare

de' pastori evangelici di Valtellina.

«Nicola da Milano, già francescano, tre anni fa recossi a Chiavenna, ove

predica il catechismo ereticale; menò povera donna, de' cui costumi è

disgustato, e n'ebbe figli che fatica ad allevare. Nè si loda della sua

chiesa perchè gli fu preferito Ottaviano Mei lucchese. Con tali

scontentezze, parmi che potrebbe guadagnarsi a promesse.

«Questo Mei, benchè nato e educato nell'eresia, è giovane, celibe, di

buona casa, dotto in latino, greco, ebraico e nelle buone arti, facondo;

e con largo promettere potrebbe trarsi alla Chiesa nostra; oppure

coglierlo presso il lago, ove si diletta della pesca.

«Michele Acrutiense, già pievano nella Rezia, poi apostata e ministro a

Piuro: di sessanta anni, abbastanza dotto, ma povero, con chiesa piccola

e sottili proventi; cuculato perchè sposò una giovinetta.

«Tommaso Capella genovese carmelita, or ministro a Poncila, sui

quarantacinque anni, con moglie sterile e sgraziata: egli dotto, ma

audace, ambizioso, pieno di sè, ricco; non credo deponesse l'amor

dell'Italia; ma non soffrirebbe mai di tornare in convento.

«Giovanni Marzio da Siena, già da trent'anni apostato, or predica a

Solio in Val Bregaglia, ha moglie una veneziana smonacata, da cui ebbe

due belle figliuole, or da marito; stampò qualche cosa contro la Chiesa,

e fu avvocato degli eretici nella disputa di Piuro. Crederei vano ogni

tentativo con lui.

«Da un anno venne dal ducato di Spoleto Ferdinando di Umbria; subito

sposò una giovinetta, colla quale vive in bizze; e non dubito cederebbe

a lusinghe.

«Marziano Ponchiera, già prete, or predicante a Vicosoprano, gran

parlatore, gran bevitore, di sessant'anni sposò una giovinetta, per la

quale è martellato da gelosia. Una volta volea rimpatriare, e si spinse

fin a Milano, poi diè la volta indietro. È povero in canna, poichè la

rendita d'un anno mangia in un mese».

Detto di Rafaele Eglino e Gabriele Gerber, segue di Giovanni Luca

calabrese, conventuale, or ministro a Dubino, di ventitre anni e di

molta erudizione, sposò una poveretta di che presto si pentirà. Se non

si può colle dolci, potrebbe farsi rapire da un pajo di armati, essendo

la sua chiesa vicinissima al lago.

Nè altro partito che di rapirlo propone per Luca Donato Poliziano, già

francescano, ora a Traona, con trentacinque anni e tre figliuoli.

«Ercole Poggio bolognese, predicante a Morbegno, ambizioso e mezzo

fatuo, ha moglie un'altra Santippe, colla quale se la passa bene benchè

sessagenario, nè saprebbe staccarsene.

«Da un anno fissossi a Caspano un frate, che dicono piacentino e dottore

in teologia; sposò una di Chiavenna, e non ne ho altra conoscenza.

«Scipione Calandrino di Lucca, ministro a Sondrio, è il più pericoloso,

e molti libri tradotti dal greco e dal latino invia e diffonde in

Italia; ha cinquant'anni, moglie nobile, e nobile vantasi egli stesso;

senza figli; gode gran credito presso gli eretici.

«Cesare Gaffori piacentino, già cappuccino, or ministro a Poschiavo, di

quarantacinque anni; con moglie e tre figli; parlatore, versatissimo

nella Scrittura, stampò contro il Bellarmino.

«Marco Eugenio Bonacino milanese e Alfonso Montedolio piacentino dianzi

a mia persuasione andarono nel Tirolo, aspettando il salvocondotto per

ricondursi in Italia.

«Altri ve n'ha che con promesse e ragioni potrebbero trarsi alla Chiesa

romana. Ogn'anno i ministri si radunan al sinodo: e per arrivarvi devono

traversare un angusto passo vicino al lago di Como, ch'è di

giurisdizione milanese. Si potrebber facilmente cogliere al varco»[275].

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 30 / 101 段