ove molti aderiscono al Vangelo, si erga una chiesa dalle fondamenta, se
non abbiasi altrove dove congregarsi. Scoperto che alcuni, con denari
forestieri e favori, procuravano contrariar il Vangelo, li multammo, e
togliemmo giù da ogni voglia di nuocere. In somma, io ed i miei colleghi
adopriamo attenti per agevolar la via al Vangelo».
A ciò industriavansi moltissimo il Vergerio con prediche, lettere,
opuscoli; ed Agostino Mainardi piemontese. Questi fece un _Trattato
dell'unica perfetta soddisfazione di Cristo, nel qual si dichiara, e
manifestamente per la parola di Dio si pruova che sol Cristo ha
soddisfatto per gli peccati del mondo, nè quanto a Dio c'è altra
soddisfazione che la sua o sia per la colpa o sia per la pena_ (1551, 18
pagine in-8º), dove si lamenta che «oggidì alcuni, che fanno professione
di predicar Cristo, sotto pretesto di tal nome scorrono in orribili
bestemmie, pubblicamente ed in pulpito innanzi agli popoli predicando
apertamente, e come dir si suole a piena bocca, e per essere meglio
intesi spesso replicando il medesimo, dicono che alla salute nostra non
basta la soddisfazione, la quale ha fatta Cristo per noi, ma è
necessario di altra soddisfazione per gli peccati nostri che quella di
Cristo».
Egli passava pel campione di questa dottrina, e l'Ochino essendo
imputato d'averne sostenuta una diversa e diffusala in Valtellina,
affrettavasi a dichiarar la sua fede ad esso Mainardi[260]. Il qual
Mainardi credesi pure autore dell'opuscolo dell'_Anatomia della messa_,
che comparve prima in italiano come lavoro di Antonio Adamo, e per
esortazione del marchese di Vico fu tradotto in francese e a lui
dedicato, indi in latino nel 1561 con tanti errori tipografici, che
l'editore attribuisce a Satana l'avervene fatti scorrere più del
centuplo di quei che sogliano (BAYLE).
I rifuggiti d'Italia cercavano, come abbiam troppo ripetuto, piuttosto
libertà di credenze personali che professar le nuove; frati e preti
apostati i più, mossi da odio contro di Roma e de' loro superiori, e
desiderosi di sfrenarsi, riuscivano spesso irrequieti e accattabrighe,
in modo che moltiplicavansi dissensi religiosi, e formossi una mistura
incondita d'elementi biblici tedeschi, e di razionali italiani. Primi ad
apostolare dottrine ariane e antitrinitarie furono frà Francesco di
Calabria parroco di Vettis e frà Girolamo da Milano parroco di Livigno.
E dicevano, il dogma della trinità quale si insegna implicare
contraddizione e assurdo: dell'immortalità dell'anima dubitavano, nè che
essa continui attiva dopo morte, o rimanga sopita fin al giorno del
giudizio, quando sarebbero dannati da Dio coloro che colla negligenza e
la disobbedienza l'avessero demeritato; riguardo alla redenzione diceano
che noi fummo salvati non tanto per la morte di Cristo, quanto per
grazia del Padre; la giustizia di Cristo non può imputarsi ad alcuno, ma
ciascuno sarà giudicato al tribunal divino secondo le opere proprie:
nessuno esser corrotto dal peccato in modo, che non gli rimanga libero
arbitrio al vero bene; la concupiscenza non doversi noverar fra i
peccati; i sacramenti esser solo esternazioni della professione
cristiana e segni commemorativi della morte di Cristo; il battesimo non
doversi conferire a bambini, ma nell'età della discrezione. Formulare
però il costoro simbolo sarebbe difficile, perocchè ora da essi, ora da
altri usciva ogni tratto qualcosa di nuovo; chi pretendea si conservasse
l'_Ave Maria_, chi nell'eucaristia non volea si pronunziasse _Hoc est
corpus meum_, o vi s'adoprasse pane azimo; che per padrini al battesimo
non si scegliessero cattolici, come faceasi spesso: la taccia
d'ignorante e superstizioso era in pronto per chiunque li
contraddicesse.
Combinata una disputa a Süs nell'Engaddina nel 1544, vi comparvero tutti
i predicanti, Andrea Schmid, Corrado Jeklin, l'Altieri, e alla lor testa
Pietro Bardo Pretonio parroco di Tusis, e il Salutz; e dopo due giornate
di dibattimenti, il frate calabrese fu escluso dalla Rezia e dal Tirolo,
e si divisarono i modi per isbarbicare gli errori di esso.
Il Tiziano, che diffondea dottrine di quel sapore a Coira, fu carcerato,
e il popolo a furia lo volea morto. Il Salutz s'adoperò da un lato per
mitigargli i giudici, dall'altro per convertirlo, ma interrogato egli
avviluppavasi in parole, evitando di precisare le sue credenze:
finalmente si ritrattò, e fu condannato ad esser condotto per la città
flagellandolo, poi bandito per sempre dall'Elvezia (1554): primo esempio
di castigo corporale per eresia tra i Riformati di quel paese.
Per corregger Camillo Renato, che a Chiavenna sparnazzava siffatte
dottrine, il Mainardi, nel 1547, stese una confessione propria, che fu
la prima pubblicatasi ne' Grigioni. Non la possediamo, ma si può
raccoglierla da un libro italiano che nel 1561 Pietro Leoni, seguace di
Camillo, stampò a Milano, adducendo le ragioni per cui non avea voluto
sottoscriverla. In essa il Mainardi condannava gli errori degli
Anabattisti, e chi facea che l'anima, morta col corpo, col corpo
resuscitasse al finale giudizio; il negare che all'uomo resti alcun lume
naturale onde conoscer ciò che deve fare od evitare: che Cristo abbia
avuto carne di peccato o concupiscenza; che la fede giustificante abbia
duopo di conferma; che Cristo non fece veruna promessa nell'istituir la
Cena; che il battesimo e la Cena sieno semplici segni del Cristiano, ed
espressioni del passato, non del futuro; che il battesimo sia succeduto
alla circoncisione, nè con questa abbia veruna somiglianza.
Non par dunque che Camillo Renato seguisse i Soccini, anzi Lelio Soccino
potè aver imparato da esso mentre stette a Chiavenna. Certamente Camillo
ascondeva accortamente le sue opinioni; se non potesse altro, dicea
d'averle sostenute soltanto per esercizio logico; scrisse un libro
_Contro il battesimo che ricevemmo sotto il segno del papa e
dell'anticristo_, sostenendo nol si dovesse conferire se non a chi
conosceva il vangelo; e più straniava in fatto dell'eucaristia.
Lo sorreggeano Francesco Negro e Francesco Stancario, i quali teneano
dogmi ancora differenti, che fecero approvare dal Comander col ridurli a
poche parole dove la quistione era dissimulata. Su tenore somigliante
insegnavano Aurelio Sittarca, succeduto al Vergerio nella cura di
Vicosoprano, Girolamo Torriano a Piuro, Michelangelo Florio a Soglio,
Pier Leone in Chiavenna. Natogli un figlio, il Negri lo presentò al
Mainardi perchè lo battezzasse nella sua fede. Questi rispose lo
battezzerebbe nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo,
nella fede della Chiesa di Cristo. Sì, no: ne nasce litigio, e il
Vergerio presume conciliarli, se non altro conchiudendo ch'erano
quistioni di lana caprina, ed anzichè disputare per queste, conveniva
cercar la riforma della vita. Il Bullinger, il Blasio ed altri
s'industriarono a toglier via uno scisma così dannoso; infine il sinodo
impose silenzio a Camillo. Non per questo egli tacque: il Mainardi
dovette recarsi nel 1558 a Zurigo a far approvare la sua confessione;
poi tediato voleva andarsene in Inghilterra, dove era invitato
dall'Ochino.
Fra le varie lettere del Mainardi, che serbansi nel Museo Elvetico,
scegliamo quest'una al Bullinger del 15 maggio 1549.
«Ricevetti la tua con due decadi di sermoni, regalo più prezioso che oro
e gemme. Le occupazioni non mel permisero ancora, ma li leggerò, e li
declamerò dal pulpito, non potendo che esser eccellente quanto viene da
te. Io son sì piccolo, da non avere cosa a mandarti, se non tale che ti
affligga. Giocondissimo m'arrivò quanto scrivi della Sassonia, della
Pomerania ecc. D'alcune cose avevo sentore, ma a stento vi prestavo
fede: tante ai dì nostri se ne spacciano! Sopratutto gratissimo mi fu
l'udire che in Inghilterra prevalse la nostra e vostra opinione sulla
Cena, onde speriamo ciò succeda anche altrove. Della Chiesa nostra non
ti posso dir nulla che ti rechi piacere; il lator di questa te ne
informerà. Gli autori dello scisma sono anabattisti; e un di costoro che
aderivano a Camillo, in presenza di molti, trovandosi alla mensa d'un
nobile dov'era anche Pietro Paolo Vergerio, chiaramente confessò d'aver
testè preso il battesimo, e così esser divenuto un altro uomo, cioè
innovato e riempito dello spirito di Dio; col battesimo aver rinunziato
al papa o a quanto avea trovato sotto il papato, perchè quel battesimo
non era di Cristo ma dell'anticristo e del diavolo[261]; e ch'io sia un
lupo e un seduttore. Camillo, lor corifeo e piloto, non va così
precipitoso a confessar all'aperta; è più prudente, non perchè non sia
peggiore, ma perchè teme di manifestarsi: del resto bisogna stiano
avvolti nel medesimo errore quelli che son tanto amici. Io non so quello
che farò; son chiamato in Inghilterra: qui nessun m'ajuta, e resto solo
a premer il torchio. Perdonami, o Signore, giacchè ciò conviene al solo
Cristo, solo di lui voglio esser detto. Diriga il Signore i miei passi:
io non so quel che mi fare. Odo che Camillo ti scrive; tu rispondigli
secondo la tua prudenza: egli è peste della Chiesa e grande eretico.
Dicono si prepari a lasciar Chiavenna: possa altrove divenir migliore!
Così portasse seco la sua peste! ma temo ci lasci le reliquie.
«Questa ti è consegnata da Baldassare Altieri, uomo esimio e di
singolare ingegno: dàgli ascolto, poichè io non ti posso scriver ogni
cosa in tanta fretta. Egli ti aprirà i suoi concetti. Tu, uom di tanta
prudenza, se vedrai che il fatto suo sia da promuovere a gloria di
Cristo, giovagli di consiglio e di favore. Io, quanto possa capire col
mio piccolo ingegno, stimo che i voti suoi giovino sommamente ad
estender il vangelo di Cristo. Ma ai capi non sarà facile corrispondere
a' suoi desiderj. Sta bene in Cristo Gesù Signor Nostro, e prega per
me».
Si prese il partito di radunare un nuovo sinodo: quattro pastori, eletti
dal concistoro, nel dicembre 1549 vennero a Chiavenna e ospitati in casa
di Francesco Pestalozza, tennero lunghe dispute, ove si finì col
proibire a Camillo d'insegnare o predicare in privato nè in pubblico; e
si stanziarono ventuna conclusioni: dietro le quali Camillo fu
scomunicato il 6 luglio 1550. Camillo stese una professione di fede, che
in fondo è mera parafrasi in versi esametri di ciascun articolo del
_Credo_, diretta a Federico Salis, dissimulando i punti sui quali
deviava[262]; scrisse anche _Errori, inezie, scandali di Agostino
Mainardi dal 1535 e dopo_, ove lo accusava di cenventicinque errori. In
altre scritture ribatte le credenze luterane.
In quell'occasione i predicanti offrirono di venire a dibattimento anche
col capitolo cattolico di Chiavenna, che non credette dover accettare la
sfida. I dissidenti pensarono poi togliere di mezzo queste discordie nel
sinodo nel 1553 per cura del Travers, del Bullinger e d'altri,
combinando una Confessione retica, secondo aveano determinato
nell'adunanza di Chiavenna, e metter così un freno agli Italiani liberi
pensatori. Comincia essa colla professione dei tre simboli ecumenici,
poi de' meriti di Cristo, e della sola potenza di santificazione della
fede; rigetta che Dio sia la causa del male: la carne di Cristo è in
cielo, pure egli sta presente nella Chiesa; il battesimo fu sostituito
alla circoncisione, e il ribattesimo è da fuggire in ogni caso. Ogni
anno due sinodi si terranno, dove l'adunanza comincerà dalla preghiera
in ginocchio; il ministro o il seniore leggerà il 119 salmo in latino o
in tedesco; verrà dietro la profession di fede; indi, scelti il
presidente, due assessori e il cancelliere, si comincerà a trattar gli
affari. Son festive le domeniche, natale, pasqua, pentecoste; e in
ognuna si reciterà il _pater_, il simbolo, i dieci comandamenti. Il
battesimo si dà in chiesa, escludendo il sale, il crisma, la saliva, e
colla liturgia di Zurigo o di Coira; i padrini non occorre siano
conosciuti per fedeli, purchè scelti dal numero dei comunicanti; senza
cognizione del padre e consenso del magistrato nessun parroco può
battezzar un bambino. Per la comunione si può adoprar pane non lievito;
nè mai la si farà in casa. I matrimonj si celebrano in pubblico; vietato
il divorzio. Nessuno deve abbandonare la propria comunità. La scomunica
esclude uno per sempre dalla Cena, se indubitabili segni di emenda nol
facciano riammettere.
Tale Confessione fu tenuta dalla Chiesa retica, e si firmava dai
ministri; benchè, quando fu pubblicata nel 1556 la Confessione elvetica,
questa venisse adottata dai Grigioni. Ma i profughi italiani non vi si
voleano acconciare; il Vergerio, trovandola in molti punti dissona dalle
credenze sue, negò sottoscriverla, e ricordandosi d'essere vescovo,
domandava d'essere eletto visitatore della Rezia e della Valtellina,
ripromettendosi di riconciliare i dissidenti. Di ciò il Salutz lo
beffava, come si desse soverchia importanza: «Il cielo non cascherà se
anche costui nol sorregge colle sue spalle. In luogo di diffonder il
vangelo, esso ne divenne un ostacolo, giacchè i predicanti litigano fra
loro, invece di unirsi tutti contro de' Cappuccini».
I Cappuccini di fatti in Valtellina opponevansi agli eretici, come i
Domenicani stanziati in Morbegno, donde si diffondeano a predicare; e
principalmente frate Angelo da Cremona a Teglio eccitò il popolo in
modo, che prese a sassi Paolo Gaddi ed altri venuti da Poschiavo, e ne
nacque una baruffa, dove andarono di mezzo molti borghesi, che
parteggiavano pel Gaddi.
Premeva ai Grigioni d'assicurare la condizione degli Evangelici in
Valtellina, massime dacchè come capo della chiesa retica in Coira al
Comander era succeduto il Fabrizio. I predicanti v'erano sempre
considerati come persone private, maestri nelle case particolari: fin il
Mainardi a Chiavenna non era sostenuto che da Ercole Salis ed alquanti
altri, e in un salotto di questo predicava; doveansi osservar tutte le
feste antiche, massime quando uscisse commissario qualche cattolico.
Allora si decretò che gli Evangelici non fossero obbligati ad altre
feste che alle prescritte dal sinodo; a loro si attribuisse un terzo
delle entrate della chiesa di San Lorenzo di Chiavenna; non più frati
novizj ne' chiostri: ad ogni predicante si assegnassero quaranta corone
l'anno, desumendole dalle entrate in Valtellina del vescovo di Coira e
dell'abate di Sant'Abondio di Como; dove fossero più chiese, una dovesse
cedersi agli Evangelici.
Incaricato d'eseguire tal decreto, Federico Salis fu festeggiato dagli
Evangelici; e nominato commissario in Chiavenna, s'adoprò caldamente a
diffonderne le credenze. Allora Giovanni Schenardo, giurisperito di
Morbegno, sporse una supplica al granconsiglio retico contro di questi
predicanti, che disertati da Agostino e da Benedetto, sollecitan
unicamente il vantaggio proprio, non quello di Cristo. Il vero
evangelico s'attiene a san Paolo, che proibisce di far nulla per
litigio, non rivendicar neppur le cose proprie, sopportare le frodi, le
ingiurie: esso vantava di non riuscir di peso ad alcuno; costoro invece,
eccoli retribuiti lautamente. Che se non vogliono imitar Paolo, che
imitava Cristo, almeno lo stipendio chieggano da quelli per cui
militano, non da quelli a cui contrariano. Ma questi disertori servono
al ventre, non a Cristo, desiderando tutt'altra vita che quella degli
apostoli, i quali la passarono in fatica, in travagli, in vigilie e fame
e freddo e nudità. O come si dicono Evangelici se detestano una vita cui
seguirono tanti Padri del deserto, fra vigilie, digiuni, cilizj?
Evangelici come sono questi che si sfratano, mentre Cristo proclamò
beati quei che si mutilano pel regno de' cieli, e Paolo preferisce il
celibato alle nozze? Cristo e gli apostoli fecero miracoli, pei quali fu
creduta la loro dottrina; i santi, i pontefici o per miracoli o per la
pazienza de' mali si segnalarono; questi avveniticci non operano
miracoli, fuggono l'austerità della vita; sicchè non meritano fede. È
poi ingiusto ed illegale il rivolgere ad una religione ciò che era
destinato ad una opposta; i suffragi pei defunti devonsi rispettare
quanto le leggi e i testamenti; togliere ciò che altri possiede per
giusto acquisto o per usucapione è iniquità. E conchiudeva si
abrogassero quelle leggi, o almeno si sottoponessero al suffragio
universale dei Valtellinesi.
Gli fu dato ascolto come si suole dai prepotenti; e il decreto, benchè
in Morbegno incontrasse qualche opposizione violenta, fu eseguito, e
assunto l'inventario dei beni ecclesiastici in Valtellina.
Il cavalier Quadrio, medico dell'imperatore Ferdinando, destinò la sua
casa in Ponte per istabilirvi una scuola di Gesuiti: l'imperatore ne
prese tale impegno, che nella dieta di Ratisbona del 1558 ne parlò
amicalmente al borgomastro di Coira, e il Canisio provinciale dei
Gesuiti mandò lo spagnuolo Bobadilla con dodici compagni ad aprirvi il
collegio. Se ne sbigottirono i Riformati; Fabrizio vi si oppose di tutta
forza, e ottenne una decisione della dieta del 1561 contro quella
scuola.
Agostino Mainardi moriva nel 1563 l'ultimo di luglio, e Ulisse
Martinengo scriveva al Fabrizio: «La mattina, convocati i fratelli,
tenne un discorso eccellente, la cui somma è che persistessimo in quella
dottrina ch'egli per venti anni avea predicata; dottrina sicurissima e
saluberrima, perchè appoggiata alla pura parola di Dio. Al domani lo
portarono sulle proprie spalle gli anziani della chiesa con gran
mestizia; perocchè talmente a tutti era caro, che neppur gli avversarj
trovavano di che rimproverarlo».
Per succedergli si invitò il bergamasco Zanchi; bello ingegno, che
volentieri accettò per sottrarsi alle molestie che a Strasburgo davangli
i Luterani. Ma nè qui ebbe pace, mancandogli la forza di carattere
necessaria a tenere in freno i migrati. Simone Fiorillo napoletano, che
nell'intervallo aveva supplito al Mainardi, or pretendeva precedenza
sopra lo Zanchi, e rimestava le idee di Camillo. S'aggiunse nel 1564 la
peste, che in poche settimane uccise centotto persone, talchè il sermone
si faceva all'aria aperta, e ciascuno portava un ampolla di vino da
bever alla santa Cena per evitare il contagio. I preti cattolici
mostravano il solito eroismo nell'assister i malati: ma neppure i
ministri evangelici abbandonarono il posto, eccetto il Torriano di
Piuro.
Quando poi sopraggiunsero il Biandrata e l'Alciato, spargendo nuovi
errori sulla Trinità, lo Zanchi lasciolli fare: ma dopo quattro anni se
n'andò. E prima fermossi a Piuro, dove sposò una Lumaga, poi ad
Eidelberga succedette a Zaccaria Orsino.
In Chiavenna fu pastore Scipione Lentulo, già barba dei Valdesi in Val
d'Angrogna, poi ministro a Montagna sopra Sondrio; donde scriveva al
professore Wolf a Zurigo il 19 ottobre 1566: «Quasi ogni giorno devo
combattere con Italiani, e benchè italiano io pure, non mi dorrà dire
che ad essi nessuna religione piace, dacchè cominciò a spiacere la
papistica». E informava il Bullinger qualmente egli s'applicasse agli
scritti teologici di lui e di Calvino, che aveva udito a Ginevra; mentre
fu nell'Angrogna, trovavasi gravato di tanti affari, da bastargli appena
tempo di leggere la Bibbia. A Chiavenna dovendo predicare cinque giorni
per settimana, non gli avanzava tempo di leggere opere estese come
quelle di Lutero (3 giugno 1575).
Tobia Eglino di Zurigo, uno de' pochi discepoli del nostro Giordano
Bruno, del quale parla con rispetto in una dedica a Giovanni Salis, era
venuto pastore di San Martino di Coira e amministratore del concistoro
retico. A lui descrivendo lo stato della chiesa di Chiavenna, il Lentulo
fa motto d'un Salomone di Piuro fabbro ferrajo, già da dieci anni
scomunicato per ariano, che qualunque occasione gli si presenti,
professa di non credere che Cristo sia Dio, sebbene concepito di Spirito
Santo. Un Ludovico Fiero bolognese, per la stessa ragione scomunicato,
reduce testè dalla Moravia, viepiù ostenta il suo delirio: un Enrico
ferrajo non fu ancora mandato via, benchè egli lo abbia denunziato al
pretore come scelleratissimo anabattista: un Alessio trentino, infame
anabattista: un Jacobo veneziano, ex-prete, che non va mai nè al sermone
nè alla Cena, nè si piace che di conversare con eretici; vi sta pure un
costui nipote o piuttosto figlio, dichiarato dalla nostra Chiesa empio e
scellerato, e della Chiesa si ride. «Da tre anni (egli continua) qui
migrò un Pietro, che si dice romano benchè si capisca spagnuolo, che
fece retta confessione da principio, ma poi si scoperse anabattista, e
porta attorno, e dà a leggere come oracoli i libri di Giorgio Siculo.
Conta fra costoro Francesco di Bagnacavallo, che prima buon cristiano,
dopo alcun tempo d'assenza tornò, asserendo che Cristo non è Dio per
natura, ma per grazia. Aggiungiamo Giovanni da Modena, sozzo uomo il
quale a tutti ricanta che i rigenerati non possono peccare. Che dirò di
quelli che non vonno firmar la Confessione retica, nè esser interrogati
sulla loro fede dai Ministri? anzi vituperano tutto il governo
ecclesiastico e la disciplina? E v'è poco lontano chi a questi impostori
favorisce, e li sorregga come attaccatissimi fratelli. Fate dunque, o
fratelli, che dagli illustrissimi signori si mandi al pretor nostro di
cacciar tutti costoro dal territorio di Chiavenna» (7 novembre 1569). E
nuove insistenze faceva il maggio seguente, all'avvicinarsi del sinodo.
Già lo Zanchi aveva pregato il Bullinger a non ammettere verun profugo
se non facesse la sua professione sulla natura di Dio, sul peccato
originale, sulla soddisfazione di Cristo, sul futuro stato delle anime:
chè altrimenti, se Spagna aveva prodotto la gallina, Italia schiuderebbe
le ova, e già sentivasi il pigolio. L'Eglino di fatti espose il pericolo
che dagli Anabattisti derivava alla chiesa e di Coira e di Chiavenna,
onde fu decretato che ognuno dovesse professarsi o cattolico o della
Confessione retica, se no sarebbe cacciato (27 giugno 1570), e aver
licenza di predicare dal vescovo di Como o dal concistoro retico.
Ne levarono rumor grande i dissenzienti, e massime il Torriano ministro
a Piuro, e altri della Pregalia e della Valtellina, appareggiando quel
decreto all'Inquisizione romana: scrissero contro di esso Bartolomeo
Silvio, ministro a Traona, e Marcello Squarcialupo medico; e il Lentulo
vi oppose una _Responsio ortodoxa pro edicto ill. D. D. trium fœderum
Rhæticæ adversus hæreticos et alios ecclesiarum ræthicarum perturbatores
promulgata, in qua de magistratus aucthoritate et officio in coercendis
hæreticis ex verbo Dei disputatur_. Alessandro Citolino, profugo
dall'Italia fra' Grigioni poi in Inghilterra, sotto lo stemma retico
ch'era dipinto sul muro, come si suole colà, avea posto questi versi:
_Fortia signa simul connectunt armipotentes_
_Tergeminos populos sociali fœdere junctos_
_Solamen profugis. Felices vivite semper._
Lo Squarcialupo li cancellò, e vi sostituì:
_Est liber Christus et Rhætia, liber et hospes:_
_Este procul vulpes: dura catena vale._
Eglino gli replicò:
_Est liber Christus et Rhætia, liber et hospes_
_Sed grave servitium prodit ab hæreticis_
_Calcatur Christus, non hospes ab hospite tutus:_
_Rhæte, volens liber vivere, pelle lupos:_
allusione al cognome di quel dottore. Il Torriano, Camillo, Silvio
sottoscrissero la formola; disposti a violarla, e sicuri d'andarne
impuniti per denaro; ma il decreto fu applicato a un Cristoforo, maestro
a Sondrio; e i martirologi degli Anabattisti riboccano di vittime di
quelle persecuzioni.