Del De Dominis si occupa spesso il carteggio del 1617 fra il cardinale

Guido Bentivoglio e il cardinale Scipione Borghese, insistendo

principalmente sul trovarsi quello mal provigionato dall'Inghilterra e

perciò scontento. La lettera del Bentivoglio da Parigi, 11 aprile 1617,

dice: «L'arcivescovo di Spalatro si trattiene tuttavia in casa

dell'arcivescovo di Cantuaria (_Cantorbery_), dove gli viene proveduto

quanto bisogna: ma di provisione di denari non s'intende che sinora egli

abbia più di novecento scudi. Egli sollecita l'impressione della sua

opera. Il suo senso però in materia di religione non piace del tutto,

perchè non è del tutto conforme al senso anglicano» _La nunziatura di

Francia del cardinale Guido Bentivoglio_ ecc. Firenze 1863.

E al 25 aprile: «In Inghilterra corre voce che il detto arcivescovo sia

uomo molto carnale, e che spezialmente abbia avuto a fare con una sua

propria nipote: del che mi ha detto il conte di Scarnafigi, che la

regina parlò a lui medesimo».

E al 9 maggio: «L'arcivescovo di Spalatro va stampando la sua opera, ed

è già finito di stampare il primo libro. Il re ha deputato uno dei più

eminenti fra loro in dottrina a rivedere di mano in mano quello che si

va mettendo alle stampe. Egli si trattiene tuttavia in casa

dell'arcivescovo di Cantorbery, e vien custodito affinchè non sia

ammazzato, come egli mostra di temere. Il re gli ha conferito

ultimamente il decanato di Windsor, che vale tremila scudi».

Al 27 maggio il Borghese gli scriveva da Roma: «D'Inghilterra s'intende

che quel De Dominis vada stampando quell'empia sua opera, e che saranno

tre libri. L'imperatore ha già dato ordine in Germania che non corrano e

siano proibiti, e l'istesso si spera che farà sua maestà

cristianissima».

Al 27 settembre: «In Inghilterra si mira a far che la sua opera sia

piuttosto di scismatico che di eretico, per la maggior speranza che si

ha di facilitare qui fra cattolici e altrove lo scisma, piuttostochè

l'eresia aperta».

Il 25 ottobre 1617 narra le premure da lui fatte col cancelliere e il

guardasigilli perchè i libri _De Republica Ecclesiastica_ non fossero

posti in vendita. Il guardasigilli propose che la Sorbona facesse una

censura dell'opera per venire a un'espressa proibizione, «sebben qui la

libertà è tanto grande, e sì grande l'ardire degli Ugonotti, che non si

può sperare quel frutto che si dovrebbe da così fatte diligenze».

Il 22 novembre il cardinale Borghese lo avvisa che, «sebbene il libro è

pessimo e tutto pieno d'eresie gravissime e di odio e veleno contro la

santa sede... ciò non ostante, per la gravità e importanza del negozio,

il quale sarà facilmente fomentato dal re d'Inghilterra e da' suoi

ministri, sua santità gli raccomanda stia vigilantissimo e procuri di

scoprire e sapere tutto quello che s'anderà facendo».

Il 5 dicembre il Bentivoglio annunziava che la Sorbona s'è risoluta di

fare una severa censura d'esso libro.

L'8 dicembre il cardinale Borghese da Roma fa noto essersi proibita

«l'opera _De Republica Ecclesiastica_, che il già arcivescovo di

Spalatro promise di dare in luce in un suo libretto che stampò con

l'occasione della sua andata in Inghilterra: poichè si vide chiaramente

dal contenuto dell'istesso libretto, che la suddetta opera era tutta

piena d'eresie, e di odio e veleno contro questa santa sede. E ora,

essendo usciti in luce i primi quattro libri, s'è trovato che sono

pessimi, e s'è già dato ordine di rinnovare la proibizione».

Il 17 gennajo 1618, il Bentivoglio da Parigi annunzia la censura fattane

dalla facoltà teologica di Parigi; e come questa fosse criticata per

aver censurato solo alcune proposizioni, e non tant'altre che più lo

meritavano; ma la Sorbona non avea voluto toccare i punti concernenti la

potestà temporale, per evitare cozzi col parlamento. Al 31 poi manda una

predica italiana _fatta_ dal De Dominis _nella cappella delli Mercieri

in Londra_, stampato in-16º, ch'è una rarità bibliografica, e che

attesta quanto poco valesse quell'apostata, e come ci fosse una chiesa

italiana acattolica in Londra. Il 20 giugno annunziava un nuovo libro

italiano di esso, che dev'essere _Gli scogli del cristiano naufragio_.

Al 18 luglio informa che M. De l'Aubépine, vescovo d'Orleans, piglia

l'impresa di confutare il De Dominis, «e benchè qui non si usi molto a

scrivere in latino, egli potrà essere ajutato facilmente». Non so se

l'Aubépine abbia fatto questa particolar confutazione: bensì scrisse

opere di gran pregio, e nominatamente sull'antica disciplina della

Chiesa.

[247] Nella prefazione è detto: «Tutta la fermezza della fede cattolica

sta nei Gesuiti: e però non v'è cosa più efficace onde scassinarla che

scassinare il loro credito. Rovinando questi si rovina Roma; e se Roma

si perde, la religione si riformerà da se stessa, cioè diventerà

protestante». Amsterdam 1751.

[248] Bolla _Benedictus Deus_, 7 kal. febbr. 1563.

[249] Monsignor Jacobo Altoviti patriarca d'Antiochia, stato più di

sette anni nunzio apostolico in Venezia, lasciò manuscritte varie

relazioni su quel paese, ove tra altre cose dice che, sul Sant'Uffizio,

è «inesplicabile l'ombra che prende questa Repubblica, e indicibili

essere i sospetti che ciascuno della medesima concepisce, che noi a Roma

vogliamo, per questo verso del Sant'Uffizio, entrare nel loro governo...

Chi sta sull'essere tenuto buon repubblicista, studia il capitolare di

frà Paolo per bene istruirsi» (pag. 275). Soggiunge poi, che il senato

rispettava il corso de' tribunali del Sant'Uffizio, quando fosse stato

informato dall'ambasciatore di Roma, che, per assicurazioni dirette del

papa, le cause in essi trattate appartenessero veramente alla disciplina

religiosa (pag. 276). I missionarj allevati nel collegio di _Propaganda

fide_ soleano capitare a Venezia, per quindi imbarcarsi alle loro

missioni. «Suggerii, dice, alla Sagra Congregazione di fare nella

nunziatura, come fummi promesso, quattro stanze, affinchè, capitando a

Venezia questi missionarj, in pubblici alberghi non vi smarrissero

quella buona educazione che avevano appresa nel collegio di _Propaganda

fide_, come per lo più accadeva; e vi si davano a siffatti divertimenti,

che non trovavano poi la strada di andarsene alle loro missioni» (pag.

281).

[250] Lettera CIC dell'edizione di Firenze.

[251] Secondo i documenti prodotti testè da Rawdon Brown nel _Venitian

Calendar_, sir Enrico Wolto, ambasciatore inglese, narrava al doge

Donato che il feritore di frà Paolo fu uno scozzese, che frequentava

l'ambasciata d'Inghilterra, e passava col nome di Giovanni Fiorentino

figlio di Paolo.

[252] Lettera 2 marzo 1658 a Gian Luca Durazzo. «Chi legge la storia

esattissima del Pallavicino, attonito della libertà dei Padri, saria

talor tentato di appellarla licenza; ma è tale la saldezza di forza

organica, che la Chiesa mai non teme rimostranze». TAPPARELLI, _Saggio

teoretico di diritto naturale_, n. CXXVII. E il De Maistre diceva che ai

papi non si deve se non la verità.

[253] _Vita di Alessandro VII._

[254] QUINET, _Les révolutions d'Italie_.

DISCORSO XLVII.

I GRIGIONI. LA VALTELLINA. SACRO MACELLO.

Nella parte orientale della Svizzera i Grigioni abitano il pendio

settentrionale delle Alpi Leponzie e Retiche, dalle sorgenti

dell'Hinterrheim fino all'Ortlerspitz che divide l'Italia dal Tirolo.

Suppongonsi discendenti dagli Etruschi, che, incalzati dai Galli, in

quelle romantiche valli rifuggissero secento anni avanti Cristo, sotto

la condotta di Reto, donde il nome di Rezia. Ad essi mescolaronsi Romani

che eranvi posti in colonie militari per custodire quei passi verso

l'Alemagna, o che vi si ricoverarono allo sfasciarsi dell'Impero, e vi

lasciarono dialetti somigliantissimi al latino. Tali sono il romancio e

il ladino; curiosità filologiche, che coll'idioma italico hanno

identiche le radici e le forme grammaticali, miste con tedesco, o forse

con celtico e con osco raseno, come di preferenza sosterrebbe il

Conradi.

Traggasene dunque l'origine dagli Etruschi o dai Romani, stanno in gran

parentela con noi italiani, tuttochè le loro sorti corressero diverse

dalle nostre dopo caduto l'Impero romano.

Come gli altri paesi elvetici, questi devono la civiltà a' monaci, che

in quelle solitudini cercando pace, vi piantarono romitorj e conventi, i

quali divennero nuclei di mercati, di villaggi, di città. Vi serbò

preminenza Coira, il cui nome (_Curia_) indica come originasse da un

tribunale romano ivi collocato. Il primo vescovo ne fu istituito da

sant'Ambrogio, onde è il più antico della Svizzera, com'era dei più

ricchi.

Quando san Colombano, venuto dall'Irlanda, a Bobbio fra gli Appennini

fondava un monastero, divenuto poi famosissimo e subito operoso contro

all'eresia ariana, alla rilassatezza de' monaci italiani e agli ultimi

aneliti dell'idolatria, Sigeberto suo compagno varcò quel monte che fu

poi detto San Gotardo: arrivato alle sorgenti del Reno, si fabbrica un

capannone fra quegli alpigiani ancora idolatri; col segno della croce

arresta l'ascia che un di costoro dirigeagli al capo; converte Placido,

signore di Truns, il quale, resosi frate, dota co' suoi beni il

monastero di Dissentis, piantato sul piovente settentrionale della val

Calanca, allo schermo di selve inviolate. Quivi i Benedettini fiorirono,

e crebbero di dominj, tra cui contavano anche la val Orsera, e il loro

abate fu principe del sacro romano impero, e capo della lega Grigia.

Coltivarono anche gli studj umani, e raccolsero libri e manuscritti, che

andarono dispersi quando i Francesi incendiarono la badia nel 1799.

Gli abitanti, non infiacchiti dalla civiltà e difesi dalla povertà,

viventi in capanne sospese alle nude roccie, poc'a poco si sottrassero

alle prepotenze de' signorotti, che di castelli coronavano le vette,

donde come l'aquila piombavano alla preda: e sostenuti dal clero,

costituironsi in governo libero, ove ciascun Comune restava sovrano,

uniti però in tre leghe; la Caddea (_Ca-de-Dio_), la Grigia, le Dieci

Dritture; che confederaronsi poi per la difesa comune nel 1471, sotto il

nome di Grigioni.

Le leghe son eguali fra loro: e portano un solo voto ciascuna, benchè

una sia molto più estesa di territorio e conti maggior numero di Comuni.

L'annua Dieta si avvicenda fra Coira, Ilanz e Davos. Nei casi di Stato e

nei pericoli della repubblica, i Comuni spiegano i loro stendardi, e in

qualche luogo piantano lo _Straffgericht_, tribunale straordinario, che

giudica colle forme eccezionali e spicciative, che sogliono imporre i

terrori plebei.

Appartiene alla lega Caddea l'Engaddina (_En-co-de-Inn_), valle

dell'Inn, una delle più belle della Svizzera, lunga diciannove ore, dove

un novemila abitanti, divisi in piccoli villaggi, vedono a rigidi e

lunghi inverni succedere estati deliziose. È parallela alla Valtellina,

verso la quale apre varj passi difficili, e principali quello della val

di Poschiavo che riesce a Tirano, e quello della val Bregaglia che

sbocca a Chiavenna.

I Grigioni, operosi e in povero paese, sciamavano a prestare servigi

nelle città d'Italia e di Germania, e a farsi soldati di forestieri: nel

secolo XVI armavano da cinquantamila uomini, di cui diecimila metteano a

soldo di Francia, cinquemila di Venezia, guadagnando di bei denari, e

purgandosi così (dice il Lavizzari) la repubblica di que' torbidi umori

che la potrebbero sconvolgere. Coira era il punto di riunione di quelli

che anche dal resto della Svizzera e dalla Germania scendeano a militare

in Italia; onde facilmente vi si sparse la Riforma, derivata non si sa

bene se da Lutero o da Zuinglio. Giovanni Comander, arciprete di quella

cattedrale, Enrico Spreiter, Giovanni Blasius, Andrea Fabritz, Filippo

Gallizio Salatz[255] ne furono i primi apostoli, e ben presto la

ampliarono nelle Dieci Dritture; pochissimo nella Lega Grigia; nella

Lega Caddea prosperò attorno a Coira, indi nell'Engaddina,

principalmente per opera d'Italiani.

I Riformati si valsero della lingua romancia, che allora acquistò vita e

fiore: Travers in essa tradusse il catechismo di Comander, primo libro

romancio che si stampasse a Poschiavo nel 1552; il Gallizio voltò nel

dialetto della Bassa Engaddina il _Pater_, il _Credo_, il decalogo;

Benvenuto Campell, molti capitoli della Genesi dall'ebraico, il simbolo

di sant'Atanasio, e salmi e canzoni da chiesa e un catechismo proprio;

Biveron tradusse il Nuovo Testamento nel 1560.

Ai Riformati si mescolarono Antitrinitarj; Tommaso Münzer, che a Zurigo

predicava nel 1522 il ribattezzamento, vi lanciò le dottrine

anabattiste: ma avendo esse in Germania eccitato la guerra de' paesani

contro i possidenti, qui furono repressi col tribunale straordinario.

Poi alla dieta di Ilantz del 1526 fu stabilito fosse libero professare

la religione cattolica o l'evangelica; i ministri non insegnassero se

non ciò ch'è contenuto nella Bibbia: ciascuna parrocchia scegliesse i

proprj pastori; non si ricevessero frati nuovi nei monasteri, nè si

mandasse denaro a Roma per annate o dispense o qualsiasi titolo. Questo

rimase sempre lo statuto religioso dei Grigioni; i Riformati non ebbero

vescovi, ma concistorj, sotto al sinodo nazionale che s'accoglieva ogni

mese di giugno.

Il vescovo di Coira, ch'era come il principe del paese, rimase cattolico

in una città di religione riformata, talmente che nel suo castello, cioè

nella parte elevata della città, dov'egli esercitava la giurisdizione,

verun cattolico si trovava, eccetto il suo clero; e i beni che aveva

copiosissimi perdè, a tal punto che Enrico II di Francia per

mantenimento gli assegnò un'abbazia in Picardia. Da lui dipendeva il

clero cattolico, diviso in quattro capitoli.

Paolo Ziegler vescovo, irato per quegli statuti che il privavano d'ogni

potere esterno, si ritira a Firstenburg, e maneggia la rinunzia a favore

del cardinal De Medici che fu poi Pio IV. N'era mediatore l'abate di San

Lucio Teodoro Schlegel suo vicario, caldo campione de' Cattolici alla

dieta d'Ilanz: scoperta l'intelligenza, egli fu dato al carnefice nel

1529.

Queste persecuzioni nascevano da basse passioni, anzichè da fervor

religioso; avvegnachè del 15 marzo 1530 abbiamo lettera di Valentino

Tschudi, che scrive a Zuinglio: «Vedo insinuarsi la trascuranza di Dio,

lo sprezzo dei magistrati, la violazione de' giudizj, la vita

licenziosa; esacerbati gli animi da rancori, l'equità vien meno,

s'estingue la carità, e mentre ognuno cerca soddisfare alla volontà

propria, purchè s'innalzi quel ch'egli desidera non bada a qual danno si

corre. Popolo così accannitamente diviso, che altro deve aspettare se

non desolazione?»

E Giacomo Bedroto a Giovanni Gast: «Il mondo si riempie con paradossi,

asserzioni, incriminazioni, recriminazioni, apologie, antapologie; sotto

pretesto di cercare o di asserir la verità, niuna cosa va naufraga

peggio di questa»[256].

È parallela all'Engaddina, lo dicemmo, la Valtellina, valle italiana

solcata dal fiume Adda, che, nascendo dal monte Braulio, ergentesi verso

il Tirolo, scorre per ottanta miglia da levante a ponente fin al lago di

Como, fra due schiere di monti che la separano dal Veneto a mezzodì, a

settentrione da' Grigioni. Sondrio n'è il luogo principale, poi Morbegno

e Tirano, capi di tre terzieri. All'estremità nord-est formava contado

distinto il territorio di Bormio; presso al lago di Como diramasi

l'altro contado di Chiavenna, antichissimo passo del commercio colla

Germania, che dalla val del Liro o di San Giacomo varca lo Spluga, dalla

val della Mera la Malogia o il Septimer, per raggiungere il paese de'

Grigioni.

La comodità e l'utile dei passi facea da questi desiderare di acquistare

la Valtellina; più volte il tentarono, e finalmente, con que' pretesti

che son buoni quando sostenuti dalle armi, la occuparono nel 1521,

sottraendola al ducato di Milano. Nella pace di Jante l'avean essi

ricevuta come alleata, ma presto l'ebber ridotta serva, non partecipe ai

diritti della sovranità: le Leghe mandavanle magistrati, che all'incanto

compravano dai comizj i posti di governator della valle o di podestà de'

terzieri e delle contee, poi o subappaltavano questo loro uffizio a

qualche nativo, oppure industriavansi a cavarne profitto col rivendere

la giustizia in paese, di cui non aveano nè conoscenza nè amore.

Appena si sparsero le nuove opinioni in Italia, a chi per queste era

perseguitato sembrarono comodo rifugio la Valtellina e le terre

confinanti della Rezia, interamente o a metà italiane. Già il 12 aprile

1529 il Comander scrive al Vadiano che un profugo d'Italia s'era

ricoverato in Valtellina, e non credendovisi sicuro, passò nella

Pregalia, poi in un Comune dell'Engaddina, dove sin allora non si era

diffuso il vangelo. Non è detto chi fosse, ma supponiamo Bartolomeo

Maturo di Cremona, da altri indicato come il primo che evangelizzasse

l'Engaddina. Costui, stomacato principalmente dai miracoli che vedeva

attribuirsi da' suoi frati a non so qual Madonna, fuggì, e fermatosi a

Vicosoprano nell'Engaddina, vi mutò il culto, e vi si trattenne fino al

47. Ma volendo la libertà del credere, ai simboli nuovi preferiva le

personali opinioni; e non molto erudito, pare bevesse le credenze di

Camillo Renato che facea da maestro privato in Valtellina, e pendeva

agli Antitrinitarj. Dietro al Maturo[257] vennero Agostino Mainardi,

l'Ochino, Pietro Martire, Francesco Calabrese, Gerolamo da Milano, più

tardi il Curione e lo Stancario. Bevers fu riformato da Pietro

Parisotto.

Giulio da Milano, sfuggito dalle prigioni di Venezia, fu pregato di

stabilirsi a Poschiavo, donde scorreva predicando i vicini paesi

dell'Engaddina non solo, ma della Valtellina, massime Tirano e

Teglio[258]: vi durò ben trent'anni, finchè morì vecchissimo nel 1571, e

alla sua morte quei di Brusio si tolsero un pastore loro proprio; e così

i riformati di Tirano. A Poschiavo gli succedette Cesare Gaffori

piacentino, ch'era stato guardiano dei Francescani.

Nella Pregalia la riforma era favorita dalla famiglia Prevosti: e

predicata dal Vergerio, vescovo apostata su cui versa il nostro Discorso

XXVII, scribacchiatore d'opuscoli, ove mai non si eleva alle idee che

allora dividevano il mondo delle intelligenze, ma solo sfoga i rancori

suoi colla cinica violenza d'un linguaggio triviale[259]. Per opera di

lui, nell'aprile 1551, tutte le immagini vennero abbattute in San

Gaudenzio di Casaccia, e disperse le ossa del santo patrono. Dopo di

esso furonvi pastori Leonardo eremitano, Guido Tognetta, Bartolomeo

Silvio, Domenico Genovese, Giovan Battista da Vicenza, Tommaso Casella,

Giovanni Planta di Samaden, Giovanni di Lonigo, Simone di Valle, Lucio

Planta di Samaden, Nicola carmelitano, Nicola eremitano: nel 1598 vi

predicava Giovanni Antonio Cortese da Brescia che col fratello Giovan

Francesco avea riformato Solio.

A Solio duravano cattolici potenti, pure il 1553 furono abbattute le

immagini, e vi ministrò Lattanzio da Bergamo, poi messer Antonio Florio,

indi Giovanni Marzio di Siena. A Castasegna Gerolamo Ferlito siciliano,

poi Agostino da Venezia, Giovan Battista da Vicenza che vi morì, Antonio

da Macerata, Giovanni La Marra e Giovanni Planta di Samaden. A Bondio,

Gerolamo Torriano di Cremona, Antonio Bottafogo, Giovanni Beccaria di

Locarno, Armenio napolitano, Natale da Vicenza che vi morì, Giovanni La

Marra, Giovan Battista carmelita.

Questi nomi, di cui molti abbiamo già incontrati nei discorsi

precedenti, bastano a chiarire che principalmente a italiani è dovuto

l'aver susseminato il mal seme nell'Engaddina e nella Pregalia: e più

adopraronsi, ma con minore frutto nella Valtellina. Sgomentato dai

pericoli di questa, già il vescovo di Como v'avea mandato inquisitore un

tale Scrofeo; ma avviluppato negli affari politici di Francia, badò a

questa, più che a salvar le credenze. A Chiavenna sopratutto le truppe

grigioni, acquartierate durante la guerra mossa dal Medeghino castellano

di Musso, diffondeano gli errori proprj o almeno il disprezzo delle cose

sante, ed erano favoriti da Ercole Salis, colonnello elvetico, e da

Paolo Pestalozza suo parente. Nè pochi aveva adescati la novità, fra cui

Paolo Masseranzi, il capitano Malacrida e un Alfiere. Li contrariava il

clero cattolico, e sovratutto Cesare de Berli parroco di Samòlaco,

appoggiato anche dall'essersi sparso che la Madonna apparisse a una

fanciulla, predicendole disastri per Chiavenna se non se ne estirpasse

la zizania luterana. Proruppe allora lo sdegno contro gli eretici, si

ordinarono digiuni e processioni, raddoppiaronsi i voti che quelli

repudiavano: ma presto si scoperse l'apparizione essere impostura d'uno,

che perciò fu decapitato ed arso nel 1531.

Se stiamo alle memorie d'acattolici, anche altri preti e frati vennero

condannati per colpe sudicie; come a vicenda gli acattolici erano

imputati d'incendj alle chiese e d'altre colpe. Non si costuma così da

tutti i partiti e in tutti i tempi?

Chiavenna e tutta la Valtellina erano di comodissimo rifugio a quei che

fuggivano d'Italia, sì per la vicinanza, sì perchè continuavano a

godervi il clima e la lingua della patria, insieme colla libertà di

culto. Camillo Renato siciliano, al novembre 1542 scriveva da Tirano al

Bullinger ringraziandolo delle premure che si prendeva per quelli che

fuoruscivano d'Italia; perseverasse, in modo che quanti di là migravano

per amor del Vangelo scorgessero un porto sicuro fra gli Svizzeri e i

Tedeschi: e interpone gli uffizj di Celio Curione, per riceverne

lettere.

Nel 1546 già una chiesa erasi formata a Caspàno, terra della bassa

Valtellina che diceasi la cuna di quella nobiltà; e la favorivano

Bartolomeo Parravicini e suo fratello Rafaele, uom dotto e pio, di

famiglia numerosa. Ma ecco una mattina si trovò spezzato un crocifisso;

onde i Cattolici a levar rumore contro una religione che neppur Cristo

risparmiava; non voler più soffrire che gli eretici compissero i loro

riti nella chiesa comune; il pretore dovette far arrestare il ministro,

che alla tortura confessatosi complice e consigliere del fatto, ebbe una

multa e bando perpetuo dalle tre leghe. Giunto però a Chiavenna, egli

protestò contro la violenza usatagli, asserendosi innocente, e citò a

Coira il pretore, ignoriamo con qual esito. Dissero poi che il fatto non

fosse altro che monelleria d'un figliuolo di Rodolfo Parravicini

tredicenne, il quale confessossene reo. Bei sotterfugi, che rivedemmo

all'età nostra.

Il De Porta stampò un lungo consulto di ministri evangelici al comizio

di Ilantz sopra quanto tornerebbe spediente per costringere

all'obbedienza religiosa i Valtellinesi, Chiavennaschi e Bormini, e per

isvellerne le tante «superstizioni ed empj errori»: e decidevano

mandarvi predicanti, sbandirne i frati, e massime i Cappuccini, e le

confraternite di disciplini; impedire ogni ingerenza del vescovo di

Como, e porre un maestro di scuola riformato per ciascun terziere.

Nel 1544 alla Dieta di Davos Ercole Salis avea fatto decretare che ogni

abitante di Chiavenna e della Valtellina e de' contorni, che giungesse

alla cognizione evangelica, avesse diritto di tenere insegnamento

pubblico e privato; chi per causa di religione fuggisse dalla patria, in

qualunque luogo delle Leghe trovasse sicurezza e libero esercizio del

culto.

Quanto i Salis favorivano i novatori, tanto li contrariavano i Planta,

loro emuli politici; e il prevaler dell'una o dell'altra famiglia

variava i provvedimenti. Così nel 1551 Antonio Planta governatore della

Valtellina escluse i predicanti, sicchè Ulisse Martinengo scriveva al

Bullinger, l'ultimo agosto di quell'anno: «Qui si disputa, e poichè la

legge esclude i banditi per delitto o gli omicidi, vogliono cacciati noi

pure come banditi; forse non potrò restare nelle Tre Leghe, talmente il

diavolo imperversa contro di me». Ma ai 18 aprile 1557, il Bullinger da

Samaden a Federico Salis: «Nella Valtellina, nei contadi di Chiavenna e

di Bormio molta fatica si durò, pure vinse la verità, poichè furono

espulsi i monaci forestieri, e assegnati tempj agli Evangelici, dove col

decoro conveniente predicar il Vangelo.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 28 / 101 段