[232] Nicolò Contarini, poi doge, grand'amico di frà Paolo, eletto

storiografo pubblico, tirò la storia dal 1597 al 1603: ma il Consiglio

dei Dieci dopo la sua morte ritirò il manuscritto, e parendo troppo vivo

nelle quistioni con Roma, non lo lasciò pubblicare.

Una buona _Historia dell'Escomunica_ fu fatta e non stampata dal

senatore Antonio Querini, che la chiude con dodici ammaestramenti.

Eccone alcuni:

II. La guerra ove si tratta di religione, anche in maschera o apparenza,

è sempre pericolosissima, perchè mette sue radici nelle parti più vitali

dello Stato.

III. Il pontefice in tutte le sue contese, per esorbitanti che siano, ha

grandissimo avantaggio, avendo sempre molti principi temporali che lo

favoriranno, e per acquistarsi merito con esso, e per opprimer gli Stati

contrarj sotto titolo di zelo religioso.

IV. Nessuna cosa può metter in maggior pericolo la libertà pubblica che

il non aver buona intelligenza col pontefice.

VI. La riuscita di questo negozio non deve dar norma nè esempio per

regolar nell'avvenire le nostre azioni in simili accidenti; perciocchè,

oltre il proverbio che non è deliberazione più pericolosa di quella che

vien regolata coll'esempio, perchè basta un minimo accidente per rendere

il successo differentissimo, non si avrà sempre un pontefice di animo

così incostante e timoroso, nè un re di Spagna anzi retto che rettore

dei suoi regni, ecc.

VIII. Se la Repubblica non ha perduto di riputazione in queste

controversie, perchè non ha abolito nè sospeso le leggi contenziose, ha

però conceduto i due prigioni; e i due maggiori re del mondo hanno per

lei dato parola al pontefice che non farebbe uso di dette leggi.

[233] Bossuet, se pur è sua la _Difesa della Dichiarazione del clero

gallicano_, volendo sostenere l'indipendenza dei principi della Chiesa,

adduce che Paolo V non depose il doge e il Governo veneto, come avea

fatto Gregorio VII con Arrigo IV; che il doge e il senato protestarono

non esser la podestà de' principi sottomessa se non a Dio; che tutti i

Veneziani obbedirono al doge e non badarono a decreti di Roma; che

rimasero saldi gli editti e le leggi del senato, ancorchè concernessero

beni e persone ecclesiastiche; fu tenuta per nulla la scomunica

pronunciata col pretesto dell'immunità ecclesiastica, e il senato fu

considerato ancora come cattolico benchè nè chiedesse perdono nè

ottenesse l'assoluzione; che l'accordo si fece per mediazione della

Francia e della Spagna, nè alcuno prese a difendere l'impegno di Paolo

V, nè ad impugnar l'editto del senato: donde si deduce che, contro

pontefici veementi ed esorbitanti si possono difendere i diritti regj

senza ledere la religione.

Si risponde, primo, che il caso di Arrigo IV era ben diverso da questo,

dove non interveniva delitto che portasse la deposizione, nè

disobbedienza minacciosa o professata eresia. Il senato non negava

l'indiretta podestà del papa sul temporale, bensì contendea del fatto e

della materia di tal podestà, e se ingiuste o no le leggi per cui Paolo

V interdiceva Venezia; sul che non era avvenuta alcuna canonica

definizione. Laonde il Donato dichiarava il breve di Paolo ingiusto,

indebito, _nulloque juris ordine servato_, e perciò nullo; non mai

perchè il papa non n'avesse diritto.

Se, come le giudicava il senato, le leggi sue erano giuste e competenti,

il papa avrebbe esercitato un potere diretto sopra uno Stato

indipendente, il che eccedeva le sue attribuzioni, atteso che il potere

spirituale del papa riguarda le cose temporali unicamente per ragione

del peccato. Ecco perchè il senato vi si oppose, nè per questo Paolo V

volle obbligarlo a ritrattarle.

Che i Veneziani tutti obbedissero al Senato, sarebbe a provarsi: gli

Ordini religiosi intanto soffersero piuttosto l'esiglio: quanto agli

altri, il timore e la riverenza potè indurveli, come vediamo tuttodì

sottoporsi i nostri a leggi evidentemente irreligiose dello Stato. La

stessa persuasione del principe che esse leggi non fossero contrarie

alla Chiesa, dovette entrare nei più.

Nella riconciliazione poi dicemmo come si procedesse in modo che, nè da

una parte apparisse ostinazione puntigliosa, nè dall'altra

insubordinatezza.

Che se Francia e Spagna avessero veduto nel senato veneto una rivolta

contro al pontefice, un atto scismatico, si sarebbero elle interposte

per un accordo? Eppure in questo si volle un atto di devozione.

[234] MOROSINI, _Storia_, lib. 18, p. 699. Nel 1657 fu legalmente

riconosciuta una comunità evangelica della Confessione Augustana, esente

dalla giurisdizione del Sant'Offizio, e con diritti che durarono quanto

la Repubblica, e furono confermati dai Governi successivi. Prima tenne

cappella nel fondaco de' Turchi: dopo il 1812 esercitò libero culto in

quella che già era scuola dell'Angelo Custode ai Santi Apostoli. V'è

stabilito l'ordine presbiteriale. Il predicatore o pastore, dipendente

dal concistoro di Vienna, è eletto a maggioranza di voti, e così gli

anziani che presiedono all'amministrazione della Chiesa, del culto,

delle limosine. Le spese sostengonsi con un'imposta ai capi famiglia.

[235] Lettera LXV, 5 luglio 1611 e LV e XI, XII al signor dell'Isola.

[236] I _Monita secreta_ si supposero scritti dallo Scioppio, ma pajono

piuttosto di Girolamo Zaorowsky, polacco, espulso dalla Società il 1611;

certo sono anteriori al 1613, in cui ne fu stampata una confutazione del

padre Jacobo Gretzer. Del satirico Scoti nella _Monarchia solipsorum_,

che è il libello più accannito contro i Gesuiti, non accenna i _Monita

secreta_: eppure nel capo X tratta delle _Leges solipsorum_, e dice

queste _in quinquagena volumina ingentia excrescere, abitura in

infinita, nisi moderatio interest. Continent autem varia decreta, tum ad

universam monarchiam spectantia, tum monarcarum_ (cioè i prevosti

generali) _singularia rescripta, admirandarum plena industriarum et

præceptionum circa singula genera rerum, numerum personarum, et quæ sub

generibus sunt singularum_. E ne riconosce come fondamenti, 1º il

venerar il loro prevosto generale più di qualsiasi persona; 2º

l'affaticarsi per soggiogargli l'intero mondo.

[237] Nelle lettere informa ogni tratto de' ripullulanti litigi di

giurisdizione di Roma colle varie Potenze. Per es. nella LXV: «In

Sicilia è occorso, che volendo il vicerè punire un prete non so per che

delitto, egli si salvò in chiesa, e l'arcivescovo lo difendeva e per

esser prete e per esser in chiesa. Le quali cose non ostanti, il vicerè

lo fece levar di chiesa e impiccare immediato. L'arcivescovo pronunciò

il vicerè scomunicato, e il vicerè fece piantar una forca innanzi la

porta del vescovato, con un editto di pena del laccio a quelli ch'erano

di fuora se entravano, e a quelli di dentro se uscivano fuora. Di questo

è stato mandato corriere espresso a Roma, dove non hanno molto piacere

che si parli di successi di questo genere; atteso che per queste cause

di giurisdizione ecclesiastica pare che in tutti i luoghi nascano

controversie, e che essi per tutto le perdono».

Nella LXXIV: «Trattano gli Spagnuoli di fortificar Cisterna, ch'è un

luogo confine tra il ducato di Milano e il Piemonte, e quello che

importa, è feudo del vescovato di Pavia, onde dispiacerà e al duca e al

papa. Questo lo sopporterà, e quello non può resistere».

Nella LXXV: «Si è abboccato il duca di Savoja in Susa con monsignor

Lesdiguières, e quel principe tratta continuamente con capitani di

guerra. Che disegni egli possa avere, qua non è ancora penetrato, nè io

posso pensar altro, salvo che voglia dare qualche gelosia a Spagna. È

andata attorno una certa voce, che il suo primogenito voglia vestirsi

cappuccino. Io non posso assicurare questo per vero: ma questo so ben

certo, che sua altezza ha comandato alli Cappuccini, che nelli luoghi

del suo dominio non tengano frati, se non sudditi suoi naturali. Ha

ancora quel duca fatto spianare una rôcca nella terra di Vezza, feudo

della chiesa d'Asti; nè per questo il pontefice fa quel tanto rumore,

che s'avrebbe potuto credere. Li Spagnuoli hanno fatto quattro richieste

al papa: una, che non si metta pensione in capo di Spagnuoli per

Italiani; la seconda, che le cause anche in seconda instanza siano

giudicate in Spagna; la terza, che il re abbia la nominazione di tutti i

vescovati delli Stati suoi d'Italia; e la quarta, che, in luogo delle

spoglie di Spagna, si statuisca un'intrata annuale ordinaria, e non si

faccia più spoglie. Pareva che sopra le tre prime si fosse posto

silenzio; nondimeno tornano in trattazione, e di Spagna si aspetta

persona espressa, che viene per sollecitar l'espedizione, e di Roma

mandarono in Spagna il padre Alagona gesuita, per mostrare che le

dimande sono contra coscienza».

«L'altro giorno è stato carcerato per il Sant'Officio l'abbate di Bois

francese dell'ordine de' Celestini per ordine della regina, per esser

quest'uomo sedizioso, e che dopo la morte del re abbia predicato

pubblicamente cose in pregiudicio della religione: e quello che gli ha

cagionata questa risoluzione, è stato per avere sparlato alla gagliarda

de' Gesuiti, e detto pubblicamente ogni male. E volendo il consiglio e

la regina farlo carcerare, fu deliberato a non venir a simile

risoluzione, dubitando di qualche sollevamento, avendo quest'uomo gran

seguito, ma con intenzione di mandarlo a trattar certo negozio per

servizio della regina a Fiorenza: ed in questa corte l'hanno benissimo

trappolato, e sì bene, che la passerà male, non avendo alcun appoggio, e

malissimo veduto dall'ambasciatore di Francia; e li Gesuiti faranno

ancor loro quanto potranno acciocchè non abbia più modo di sparlar di

loro: perchè tra le altre cose si affatica a più potere a dare da

intender alli Francesi in Parigi, che detti Gesuiti avevano cagionata la

morte del re; del che persuasi quelli popoli, un giorno avrebbono potuto

fare qualche segnalato risentimento contra di loro. Io pronostico, che

questo pover'uomo debba correr la fortuna di frà Fulgenzio cordeliere, e

prego Dio che gli abbia misericordia».

Nella LXXVI: «Già diedi conto a vostra signoria della cattura

dell'abbate di Bois successa in Roma. Debbo dirli di più cosa che allora

non sapeva, che il pover'uomo, forse dubitando di quello che gli è

avvenuto, non volse partir da Siena se non avesse prima un salvocondotto

del pontefice; con quello se ne andò, e si credette esser sicuro; ma nè

è il primo, nè sarà l'ultimo, che si fiderà di chi professa non esser

obbligato a servar fede. La cattura si scusa dalla Corte con dire, che

il salvocondotto pontificio non si cura dell'Inquisizione. Fu preso il

dì 10, e il 24 fu impiccato pubblicamente in campo di Fiore; ma la

mattina per tempo fu immediate levato dalla forca, e portato a

sepellire, senza che si possa penètrare che cosa significhi questa

mistura di pubblico e d'occulto. Certo è che l'ambasciadore del re ha

parte in quella morte».

«Altro non abbiamo in Italia di nuovo se non che il Piemonte è pieno di

soldati, ma però con certezza che in Italia non debba esser nissuna

novità, e che tra tanto quel paese si rovina. In Torino è avvenuto un

accidente considerabile. Il vescovato d'Asti ha alcune terre, delle

quali più volte è stata controversia tra il duca e gli ecclesiastici,

pretendendo questi che la sopranità sia del papa, e il duca come conte

pretendendo che debbano esser riconosciute da lui. Finalmente in questi

tempi essendosi fatta una fortificazione e reparazione, il nuncio del

pontefice ha fulminato una scomunica contra il presidente Galleani; però

l'ha pubblicata solamente in scritto. Li ministri del duca veduto

questo, hanno fatto una dichiarazione di aver il decreto del nuncio come

nullo ed ingiusto, comandando che senza averli risposto si proceda

all'esazione: e sono passati anco a usar queste parole, che non

solamente il tentativo intrapreso dal nuncio è nullo, ma ancora quando

venisse dal papa medesimo. Si aspetterà di vedere dove terminerà questo

principio assai considerabile, e che un giorno sarà fatto dalla

repubblica per Ceneda, massime che molte turbolenze sono pei confini».

[238] Lettera LXIX dell'edizione Lemonnier, ma non mi sa di genuina.

[239] _Ibid._ Lettera CXXVIII.

L'edizione più completa ch'io conosco è «Opere di frà Paolo Sarpi

servita teologo e consultore della serenissima repubblica di Venezia. In

Helmstat, per Jacopo Mulleri 1765». Sono sei volumi in-4º cui se ne

aggiungono due di supplemento, colla data vera di Verona, stamperia

Moroni, con licenza de' superiori e privilegio, 1768.

Il sesto tomo comprende un'amplissima vita, poi le sue lettere latine e

italiane.

Nelle lettere al Gillot lo loda immensamente de' suoi studj sul Concilio

di Trento. Narra le cure che egli stesso prese onde radunar documenti su

questo, ma che i Gesuiti con immensa attenzione tirano a sè gli atti che

vi si riferiscono, levandoli di mano a chi li possiede, fin con minaccia

dell'inferno. Lo esalta del difendere che fa le libertà gallicane; per

lo che è dannato dai Gesuiti, le cui accuse colgono ogni uom dabbene e

amator del giusto: dichiara d'aborrire più la superstizione che

l'empietà; sempre ribatte l'eccessiva potenza degli ecclesiastici e del

papa, che ormai non ha solo il _primato_, ma il _tuttato_; se in Italia

alcuna libertà si tiene o si usurpa, è merito affatto della Francia, che

insegnò a resistervi: ma gli scrittori nostrani non sono che compilatori

(_consarcinatores_), che giudicano le opinioni dal numero, non dal peso.

Loda smisuratamente il Barclay, ma se ne scosta in ciò, che egli crede

che Chiesa e Stato siano due cose distinte, che devono sorreggersi e

difendersi ciascuna coi mezzi proprj. «Arbitror ego Regnum et Ecclesiam

duas republicas esse, constantes tamen ex iisdem hominibus; alteram

prorsus cœlestem, alteram terrenam omnino; easque subesse propriis

majestatibus, defendi armis et munitionibus propriis, nihil habere

commune, neque unam alteri bellum ullo modo inferre posse. Cur enim

arietari possent, in eodem loco non ambulantes?... Ambiguitas subest

huic vocabulo _Ecclesiastica Potestas_: si enim ea intelligatur qua

regnum Christi, regnum cœlorum administratur, ea nulli potestati subest,

nulli imperat, ad aliam non potest arietari, præterquam ad satanicum,

cum quo assidue illi bellum. Si vero qua disciplina clericorum regitur,

ea non est potestas regni cœlorum; ea pars est reipublicæ» (pag. 9).

In una lettera latina del 12 maggio 1609 di frà Paolo al Lescasserio,

leggiamo:

«Fulvio Sarcinario di Rieti uccise un suo concittadino nemico. I figli

dell'ucciso, da Clemente VIII ottennero un breve ove dichiara che ad

essi e a chichessia è lecito in buona coscienza e in qualunque luogo e

per qualunque strada, sia giudiziale o comunque, procurar la morte

dell'uccisore. Questo Breve fu divulgato con iscandalo di molti, e come

avviene, vi s'aggiunse che gli uccisori avranno indulgenza plenaria;

mentre nel Breve non è detto se non che questo può farsi in buona

coscienza, e senza tema di irregolarità. Posso aver copia del Breve; è

autentico in pubblico: ma non essendo del tenore che a costui fu

riferito, soprassedo: se vorrai, tel manderò. Io non approvo che possa

il pontefice, nella giurisdizione d'altro principe, fino ad autorizzare

ad uccidere in buona coscienza: perocchè esso principe non potrebbe

punir l'uccisore, il che vale quanto far il papa signore e principe

supremo».

[240] Trajano Boccalini da Roma scriveva a frà Paolo che era tenuto in

conto di Lutero o Calvino; e le sue opere v'erano cercate dagli zelanti

per darle al fuoco, mentre gli altri ne faceano ricerca colla lanterna

di Diogene. GREGORIO LETI, _Bilancia politica_, Lett. XVII.

_Cum ille frater Paulus calvinianæ hæresi, quam cucculatus favebat, per

eorum dissidiorum occasionem aditum aliquem quærens, nullum invenerit,

aut senatus inducere ausus sit, insidiosissimus licet, ad infringendam

sedis apostolicæ majestatem. Bossuet, Defensio declar. cleri gallicani._

T. I, p. 2, lib. 8, c. 12. E nella _Histoire des variations_: «Sous un

froc il cachait un cœur calviniste, et il travaillait sourdement à

décréditer la messe, qu'il disait tous les jours».

Il Courayer dice che, come Erasmo, era _catholique en gros et protestant

en détail_.

Calorosissimo sostenitore dell'autorità temporale de' papi fu ai dì

nostri l'abate Gioberti. Sul bel principio del suo _Primato_ stabilisce

che la debolezza degli spiriti italici viene dall'aver separato la

nazionalità dal principio religioso: errore già balenato nel medioevo,

più applicato al risorgimento, e nei tentativi _sconsigliati e spesso

colpevoli_ di Crescenzio, Arnaldo, Cola Rienzi, Porcari, Baroncelli,

come nell'_eroico sogno_ di Dante, e nella _folla di scrittori_ che

tanto _nocquero allo spirito patrio, fra' quali Machiavello e Sarpi son

principali_. Questi due scrittori, entrambi uffiziali civili di una

repubblica, in ciò consentono che reputano il papa per un fuordopera

della civiltà italiana, anzi per un impedimento, per non dir un

flagello: ma in ciò si dividono, che l'uno aspira a ricomporre una

Italia unita, forte e nazionale, ma animata dagli spiriti gentili, e

fondata principalmente sul ferro, come ai tempi di Cammillo e di

Scipione: l'altro (per quanto si può conghietturare il suo pensiero) par

voglia una Italia cristiana, ma protestante, divulsa e al più

confederata, come la Svizzera e l'Olanda, non informata da un principio

unico, e signoreggiante le ambizioni parziali. Il primo ammira un

modello antico e grande, ma pagano; il secondo vagheggia un esemplare

coetaneo, ma acattolico e forestiero (p. 30). La Providenza suscitò

contro i Ghibellini la sètta dei Guelfi, (p. 34). L'idea guelfa è in sè

stessa giusta e santa, e io la tengo come la sola soluzione ragionevole

dell'intricato problema agitato tante volte intorno all'essere nazionale

degli Italiani. Essa è... praticamente la sola che si possa effettuare

senza colpa e senza delirio (p. 35). E vedasi il seguito di tutta

quell'opera, che, eliminandone la retorica, sarebbe utile a difondere.

[241] Abbiamo _Frà Paolo Sarpi giustificato, dissertazioni epistolari

di_ GIUSTO NAVE. Colonia 1752, che credonsi del veneziano Giuseppe

Bergantini, e stampate a Lucca; come pure _Justification de frà Paolo

Sarpi, ou lettres d'un prêtre italien à un magistrat français, etc._

Parigi 1811, che sono del genovese Eustachio Degola, in senso

giansenistico.

_Del genio di frà Paolo Sarpi in ogni facoltà scientifica e nelle

dottrine ortodosse tendenti alla difesa dell'originario diritto de'

sovrani ne' loro rispettivi dominj ad intento che colle leggi

dell'ordine vi rifiorisca la pubblica prosperità._ Venezia 1785, due

volumi s. n. d. ma è di Francesco Grisellini, e fu dilapidato dal

Bianchi Giovini. L'autore dicea avere Bouschet raccolte le opere tutte

di frà Paolo a Losanna, poi a Venezia, donde tre traduzioni francesi, ad

Amsterdam, Londra, Ulma, e da Lebretin in tedesco. Costui è un

ciarlatano: finge che un incendio gli abbia guaste molte carte: in fatto

adulava ai papofobi del secolo passato, e fu premiato e impiegato a

Milano. Agatopisto Cromaziano lo confutò nel lavoro _Della Malignità

storica_.

Fu poi stampata a Lugano una vita del Sarpi, che fu de' primi esercizj a

cui si provò uno che dovea riuscire fra' più ribaldi pubblicisti

dell'età e del paese nostro. Credo di costui mano anche la vita premessa

all'edizione delle _Scelte lettere inedite_ del Sarpi (Capolago 1847),

repugnante al buonsenso e alla creanza, e tutta ingiurie da taverna

contro Roma e i preti in generale. Quattro sole pagine (dalla 108 alla

112) di queste _Lettere inedite_ contengono contro i Gesuiti più infamie

e stolidezze che non sapesse diluirne il Gioberti in cinque grossi

volumi. Perocchè, come se parlasse alla gente più ignorante del globo,

quel brutale editore assicura essere «dottrina insegnata concordemente

dai Gesuiti, approvata dai loro teologi e generali, che è lecito

l'assassinar l'accusatore e il giudice, lecito il furto, il giuramento

falso, la simonia; che l'onania, il procurato aborto, la bestemmia, la

ribellione contro il principe, il contrabbando, l'omicidio, il suicidio,

il parricidio, il regicidio, e mille altre abominazioni sono o

giustificate o dichiarate lecite, od anche in certi casi obbligatorie; i

precetti di Dio e della Chiesa non obbligano alcuno, la rivelazione, i

profeti, i vangeli si possono credere e non credere; anzi son cose

credibili sì ma non evidentemente vere...» Di mezzo alle quali gli

sfugge la confessione che non conveniva abbattere la dominazione della

Chiesa: «È vero che la politica romana si mostrava oscillante e

malferma; pure era necessaria al contrappeso politico della penisola,

contribuiva a conservare l'agonizzante indipendenza dei governi

nazionali d'Italia. Lo Stato pontifizio era un governo nazionale, buono

o cattivo che fosse, ma per quei tempi più buono che cattivo, e sotto

cui i popoli viveano men peggio che altrove, massime che sotto il

dominio de' forestieri; nè si sarebbe potuto abbatterlo senza far

sorgere gravi disordini».

Del Sarpi è annunziata una nuova vita, scritta da una signora inglese

dopo che ebbe spogliato gli Archivj di Venezia. Contro le opinioni del

Sarpi dicesi facesse una protesta l'Ordine dei Serviti ai quali

apparteneva: certo molti di essi tolsero a confutarle. Principale fra

essi fu Lelio Baglioni _De potestate atque immunitate ecclesiastica_;

per la qual opera gli fu da Paolo V data la commissione di confutare il

De Dominis, il che non potè fare per morte. Esso Baglioni mosse ogni

pietra per far tornare frà Paolo alla verità, e alfine, come generale,

lo citò a Roma, senza frutto. È pur notabile la _Difesa delle censure

pubblicate da n. s. Paolo V nella causa delli signori Veneziani, fatta

da alcuni teologi serviti in risposta alle considerazioni di frà Paolo e

al trattato dell'interdetto_ (Perugia 1707).

Il Sarpi aveva avuta molta mano nel compilare le costituzioni de'

Serviti, e suo fu il capo _de judiciis_, molto lodato. Il rigore di cui

lo imputammo era forse reso necessario dal disordine in cui era caduto

quell'Ordine, prima che con vigorosa mano lo riformasse il generale

Jacobo Tavanti.

[242] È la definizione del Bellarmino, _De romano pontifice_, I, 3, e

vedi la nota 40 al nostro Discorso XXX.

[243] De Republica Ecclesiastica, L. I, c. 8, n. 13: e c. 12 n. 42: Lib.

II, c. 1, n. 9.

[244] Per la bizzarria del titolo menzioneremo _Daniel Lohetus, Sorex

primus, oras chartarum primi libri de Republica Ecclesiastica

archiepiscopi spalatensis corrodens, Leonardus Marius coloniensis in

muscipula captus_.

[245] _M. A. De Dominis arch. spalatensis, sui reditus ex Anglia

consilium exponit._ Fu poi stampata dal padre Zaccaria nella raccolta

delle ritrattazioni col titolo THEOTIMI EUPISTINI, _De doctis catholicis

viris qui cl. Justino Febronio in scriptis suis retractandis ab anno_

1580 _laudabili exemplo præiverunt_. Roma 1791.

[246] È anche indicata col titolo _Papatus romanus, liber de origine,

progressu atque extinctione ipsius_.

Il processo del De Dominis è riferito dal Limbroch nella _Storia

dell'Inquisizione_.

Col De Dominis era fuggito in Inghilterra un Benedettino, che vi si fece

protestante. Tornato con lui, si rimise cattolico, e faceagli da mastro

di casa. Invaghitosi d'una vicina, ne uccise il marito, e fe sposar la

druda a un servo del De Dominis. Ma quando il denaro gli venne meno,

cominciò a uccidere e rubare. Stava allora in Roma il padre Bzovio

domenicano polacco, che scrivea la continuazione del Baronio; colui

entrò a forza nella camera di questo, e ucciso il servo, rubò quanto

potè. Alfine scoperto, fu impiccato. NICIUS ERYTRAEUS, _Pinacoth_, I, p.

200.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 27 / 101 段