suddetti doge e senato di tutti i feudi e beni ecclesiastici se alcuno
ne possede in qualunque modo, dalla romana e dalle nostre o altre
chiese; e ancora di tutti e qualsivoglia privilegi e indulti, i quali in
generale o in particolare sono stati forse loro concessi in qualsivoglia
modo da' sommi pontefici nostri predecessori, di procedere in certi casi
per delitti contro i cherici, e di conoscere con certa forma prescritta
le cause loro. E niente di meno, se detti doge e senato persisteranno
più lungamente pertinaci nella contumacia loro, riserviamo a noi e
successori nostri pontefici romani nominatamente e specialmente la
facoltà di aggravare e riaggravare più volte le censure e pene
ecclesiastiche contro di essi e contro gli aderenti loro, e contro a
quelli che nelle cose suddette in qualsivoglia modo gli favoriranno o
daranno ajuto, consiglio o favore, e di dichiarare altre pene contro li
stessi doge e senato, e di procedere secondo la disposizione dei sacri
canoni ed altri rimedj opportuni; non ostante qualsivoglia costituzioni
e ordinazioni apostoliche e privilegi, indulti e lettere apostoliche
alli detti doge e senato, o qualsisia loro persone concessi in generale
o in particolare, ed in ispecie disponenti che non possano essere
interdetti, sospesi o scomunicati in virtù di lettere apostoliche, nelle
quali non si faccia piena ed espressa menzione di parola in parola di
tale indulto, ed altrimente sotto qualunque tenore e forme, e con
qualsivoglia clausola eziandio deroganti alle derogatorie, ed altre più
efficaci ed insolite e con irritanti ed altri decreti, ed in ispecie con
facoltà di assolvere nei casi a noi ed alla sede apostolica riservati, a
quelli in qualsivoglia modo, da qualunque sommi pontefici nostri
predecessori, e da noi e dalla sede apostolica, in contrario delle cose
sopradette, concesse, confermate ed approvate».
[208] _Paolo V e la Repubblica veneta. Giornale quotidiano._ Vienna
1859. È un estratto, fatto forse per uso d'uffizio, degli atti passati
in quel tempo, non già note giornaliere d'un testimonio, come parrebbe
indicare il titolo; tace quel che non fa al suo intento, come si vede da
quel che vi supplì l'editore Cornet. Nel giornale nè nei supplementi non
v'è pur cenno dei tentativi di apostasia di cui parleremo.
[209] Galileo Galilei da Venezia l'11 maggio 1606 scrive: «Jer sera
furono mandati via li padri Gesuiti con due barche, le quali dovevano
quella notte condurli fuori dello Stato. Sono partiti tutti con un
Crocifisso attaccato al collo, e con una candeletta accesa in mano, e
jeri dopo desinare furono serrati in casa, e messovi due bargelli alla
guardia della porta, acciò nessuno entrasse o uscisse dal convento.
Credo si saranno partiti anche da Padova e di tutto il resto dello
Stato, con gran pianto e dolore di molte donne loro devote».
Tutte le lettere de' residenti di quel tempo ragguagliano o di satire o
di prediche o di discorsi tenuti da Gesuiti contro la Repubblica; de'
loro sforzi per mettere un'Università a Gorizia, o a Ragusi, o a
Castiglione delle Stiviere; finchè uscirono le ducali del 14 giugno
1606, che sbandivanli dallo Stato, del 18 agosto che proibivano ai
sudditi di mandar figliuoli ai collegi de' Gesuiti, del 16 marzo 1612
che vietavano ogni corrispondenza con essi.
[210] In una cronaca citata dal Cicogna, _Iscrizioni_, tom. V, pag. 556,
leggesi al 1606: «Occorse in questi giorni che le reverende monache di
San Bernardo di Murano, persuase dal suo cappellano, furono scoperte che
osservavano l'interdetto del papa, e che non ascoltavano messa nè si
confessavano e comunicavano, avendoli detto reverendo mostrato un
giubileo che ha concesso il papa a chi osserverà l'interdetto, nè
ascolterà messa, promettendogli un paradiso di delizie fatte a lor
modo... Avendole prima persuase li suoi procuratori del monasterio e
senatori loro parenti, et anco il vicario del suo vescovo, nè per questo
avendole potute rimuover da questa loro opinione, furono immediate
mandati li capitani del Consiglio dei Dieci, d'ordine del senato, a
serrarle nel convento, ficando le finestre e porte de' fuori con buoni
cadenazzi, con pena della vita a chi s'accostasse a detto monasterio, nè
meno le soccorresse di cosa alcuna, tenendole del continuo guardie».
[211] _Raccolta degli scritti usciti per le stampe di Venezia e di Roma
e altri luoghi nella causa dell'interdetto._ Coira, per Paolo Marcello,
1607.
[212] Il Grisellini, nella vita o piuttosto apologia di frà Paolo, dice
che questo «dopo che fu eletto consultore, ad alcuna opera non diede
mano giammai senza il motivo del pubblico interesse, cioè o per
difendere il sovrano diritto del principato, o per autorizzare la
santità delle sue ordinazioni», pag. 78. E anche d'altre opere dice
sempre: «A norma delle pubbliche mire, venne dal nostro autore
intrapresa»; p. 101, e _passim_.
[213] _Opinione di frà Paolo come debba governarsi la Repubblica per
avere il perpetuo dominio, ecc._
[214] _Mem. de Duplessis-Mornay_, X, 292.
[215] FRA' FULGENZIO. — Nel lib. IV della _Letteratura veneziana_ del
Foscarini è a vedere quanti nobili veneziani in quel tempo, oltre i
prelati e i monaci, coltivassero le scienze sacre e la storia
ecclesiastica e ne scrivessero.
[216] Ricaviamo tali particolarità dalle _Memorie_ citate. Vedi pure
_Blicke in die Zustände Venedigs zu Anfang des_ XVII _Jahrhunderts_,
negli _Historische politische Blätter für das katholische Deutschland_.
Monaco 1843; e nelle _Memorie storiche e letterarie della società
tedesca di Königsberg_, G. MOHNICKE, _Versuche zu Anfang des_ XVII
_Jahrhunderts etc._, cioè _Tentativi fatti al principio del secolo_ XVII
_per introdur la Riforma a Venezia, con due lettere sinora inedite di
Giovanni Diodati per illustrare la storia e il carattere di frà Paolo_.
Queste lettere, che parlano d'una gita del Diodati a Venezia nel
settembre 1608, furono date da un suo discendente, professore a Ginevra.
Nella _Semaine religieuse_ del 1863 a Ginevra fu pubblicato dal signor
Eugenio de Buddé una _Brève relation de mon voyage à Venise en septembre
1608_, di Giovanni Diodati. Vi fu sollecitato da amici di colà, e
massime dall'ambasciatore d'Inghilterra e da un Biondi che gli scriveva
l'11 aprile 1608: «Se V. S. è disposta a venire a Venezia, ve la prego
ed esorto. Questa risoluzione sarà una consolazione per voi, un potente
sostegno allo spirito, e produrrà frutto per alcuno e gloria a Dio...
Aspettate qualche pericolo. Dite d'andar tutt'altrove che a Venezia. Se
Roma lo sapesse, potrebbe venirne qualche incaglio e scandalo: e posso
dirle che il papa è informato da tutte le parti. Rivestitevi del
desiderio di compiere un'opera così alta: se lo fate, spero che i semi
da voi gettati produrranno un albero sì grande, che tutti potranno
prosperare alla sua ombra».
Il Diodati v'andò in gran secreto, appena ebbe compita la traduzione
della Bibbia, e inviatine alquanti esemplari. Un francese Papillon,
frequentando molte case patrizie, v'aveva avuto grandi speranze di
stabilirvi un'assemblea, senza però che si desse alcuna confessione o
promessa. Frà Paolo era «la première roue instrumentale de cette sainte
affaire», ma non voleva dichiararsi coi molti gentiluomini che
dipendevano affatto da lui, «se contentant de jeter dans leurs âmes
quelques semences de vérité par des avis familiers, et les sermons de
son disciple Fulgentio, et de saper sécrétement la doctrine et
l'autorité d'un pape, ce en quoi il a extrémement été utile». Gli altri
che aveano desiderio di stabilire una chiesa, vedendo frà Paolo sì ben
dissimulare, perdeano confidenza. Di frà Paolo loda l'immenso sapere:
«Mais ce grand et incomparable savoir est detrempé en une si scrupuleuse
prudence, et si peu échauffé et aiguisé de ferveur d'esprit, quoique
accompagné d'une vie très-intègre et toute exemplaire, que je ne le juge
capable de donner le coup de pétard et de faire l'ouverture». Frà
Fulgenzio ha più zelo, e men timore e meno scrupoli politici, più forza
di corpo e facondia e gioventù, e gran reputazione come predicatore, ma
è contrappesato dalla tiepidezza di frà Paolo. Fa però molto coi
discorsi e gli avvisi e i fremiti.
Frà Paolo gli confessò più volte che ingannava se stesso, ma la
necessità lo costringeva: altrimenti gli converrebbe spatriare, e così
sarebbero divelte tutte le speranze, e rialzato il coraggio de' nobili,
contrarj al bene. E del suo non operare adduceva tre ragioni. 1. che Dio
non gli diede natura ardente quanto si vorrebbe a un tale tentativo: 2.
che gl'Italiani non pendono a queste cose celesti; e non si può
arrivarvi che lentamente: 3. che affidando a lui la repubblica gli
affari più scabrosi, avea mezzo di scalzar l'autorità del papa e
preparare i cuori, e rivolgere le deliberazioni verso il buon partito.
Il Diodati però non disperava, primo perchè vide molti bene informati su
assai punti, e disgustati degli abusi del papato, tanto che l'ultimo
giubileo fu celebrato appena da un decimo della nobiltà: secondo, per la
gran libertà di discorrere e di legger libri buoni, inclinando a
giustificare e lodare il partito: le Bibbie se le strappan di mano l'un
l'altro: l'inquisizione v'è legata. Avendo il re di Francia mosso
lamento all'ambasciador veneto a Parigi perchè si lasciassero circolare
ben 2000 Testamenti nuovi di fabbrica ugonota, quegli rispose non
saperne nulla, ma Venezia è città libera, onde i libri vi sono venduti
senza riserbo: terzo, l'ambizione di Roma che vorrebbe ricuperare di qua
dei monti ciò che perdette di là, e mentre di là riceveva tesori che
arricchivano l'Italia, or deve snervare questa colle sue esazioni.
Venezia cerca impedirlo, e all'uopo smunge gli ecclesiastici che sangue
succhiarono; onde perpetui scontenti e maliumori col papa.
Per riuscire bisogna compor libri a posta, e principalmente opuscoli. A
tal uopo egli, il Diodati, s'è messo a tradur in rima satire italiane.
Inoltre spedire in buone case mercanti fiamminghi, che v'impareranno la
lingua, e poi potranno venir buoni. Terzo trovar persone dotte, prudenti
e mature, e stipendiarle perchè tengan occhio alle opportunità. In
quarto luogo cercare che gli Stati di Fiandra domandino d'aver un
fondaco come i Tedeschi, ed esercitarvi il loro culto in lingua
francese. È poi necessario che qualche principe tedesco tenga agenti a
Venezia, e questi abbiano ciascuno con sè qualche personaggio dotto da
consultare, e che potrebbe dar consigli anche ai Veneziani ne' loro
dissidj col papa.
Tutto ciò è esposto in una lettera del 4 aprile 1608 al Du Plessis,
raccomandandogli strettamente il secreto. Averlo a ciò sollecitato
l'ambasciadore inglese, che con frà Paolo e frà Fulgenzio ha divisato
d'erigere una chiesa secreta, adoprarvi il messale corretto, e intanto
fondar la verità negli spiriti; a ciò sono comuni in Venezia il
desiderio di saper i fondamenti di ciò che si crede, e la libertà di
seguirne i mezzi particolari; cioè il volere e il potere. «Frà Paolo
predica pubblicamente i principali e generali fondamenti della verità:
questa quaresima ne ha scossi molti: è nel massimo favore, ma va cauto
per non iscoprirsi, e così prepara gli spiriti colle sue massime
irrefragabili.
«Un gentiluomo veneziano che conobbe la verità in Francia, m'ha scritto
che il desiderio d'istruzione è in molti, in tutti l'animosità contro la
tirannia di Roma sul personale».
Un signor Danquoy di Couvrelles nel 1609 scriveva altre particolarità
sopra Venezia: «Vorrei sentiste come parlano franco i padri Paolo e
Fulgenzio, che nulla meglio desiderano che di veder altri finir l'opera
ch'essi hanno sbozzata».
Della Bibbia del Diodati parlammo nella nota 11 del Discorso XXXVII.
Se gli odierni accademici della Crusca l'ascrissero fra le opere
classiche per lingua, fu per condiscendenza alle idee correnti. Vissuto
a Ginevra, e sol per poco viaggiato in Italia, avvezzo al parlare e allo
scrivere francese, nel quale tradusse la storia di frà Paolo, non poteva
usare che la lingua letteraria, con affettazioni ed arcaismi; mentre il
Martini, toscano, usò la viva e popolare. Nelle note il Diodati offre
interpretazioni di calvinisti o di dottori protestanti: mentre il
Martini pone le interpretazioni de' santi padri, quasi altro non facendo
che tradurle in modo piano.
[217] Le lettere del Sarpi pubblicaronsi a Ginevra colla data di Verona
1673, poi in calce alla _Storia arcana di frà Paolo_. Sono dirette a
Girolamo Groslot signor Dell'Isola, amico del Casaubono, al medico
Pietro Asselineau, a Francesco Castrino ugonotto, a Giacomo Gillot,
cappellano e consigliere al parlamento di Parigi. Gregorio Leti, nella
Vita di Cromwell, ne attribuisce a sè la pubblicazione. Alcuni ne hanno
impugnato l'autenticità; altri le supposero interpolate. Questa seconda
asserzione non potrebbe che provarsi coi particolari: esaminate le
ragioni contrarie, io le credo autentiche; e gran peso mi fa questo
passo del famoso Pietro Bayle, nella lettera al signor Sondré, 21
settembre 1671: _Frà Paolo a été un des plus grands hommes de son temps.
On a imprimé ici ces lettres; mais on croit qu'on en arrétera
l'impression, à cause que messieurs de Rome y verroient qu'il
entretenait commerce avec ceux de notre réligion... et qu'ainsi ils
recuseraient son témoignage touchant l'histoire du Concile, que nous
leurs opposons. Ce fut une des raisons qui obligea monsieur Dallez à
s'opposer à l'impression de ces mêmes lettres; quoique au reste il eut
beaucoup de passion pour la gloire de frà Paul, qu'il avoit autrefois
connu très-particulièrement à Venise lorsqu'il y conduisit les petits
néveux de monsieur Duplessis-Mornay_.
Non così credo autentiche le _Scelte lettere inedite_, stampate a
Capolago il 1847, essendo di stile pieno di tropi, e girato in
tutt'altro modo che quel di frà Paolo: o piuttosto sono di mani diverse.
Un'altra edizione delle _Lettere di frà Paolo Sarpi_ fu fatta a Firenze
il 1863, 2 vol. in-16º, per cura di F. L. Polidori, senza discerner le
autentiche dalle altre, con prefazione di Filippo Perfetti, il quale si
lagna che «i nemici della libertà religiosa incolpino il Sarpi d'aver
insegnato a tôrre alla Chiesa la libertà, dando allo Stato illegittima
autorità e arbitrio sopra di quella». Come si accordino questi due
membri lo spieghi chi sa. Lo loda per lo stile ironico, e dice: «Non ha
somiglianza a Lutero, non è uomo di misticismo e di sentimento, ma di
ragione ferma e tetragona; nè tampoco rassomiglia a Calvino; mancagli
l'audacia del paradosso e il furore della novità; nè il suo ingegno si
appiglia alla critica minuziosa onde scaturiva il soccinianesimo.
Insomma non era buono da farne un eresiarca; non saria stato sufficiente
a trarre dietro a sè le turbe, ma valentissimo era nei consigli di pochi
savj... E tanto difficile che Sarpi fosse un altro Lutero, quanto che
Lutero avesse ambito alla porpora de' cardinali».
[218] _Ep._ 358, p. 865.
[219] _Ep._ 574.
[220] Lettera 13 settembre 1611.
[221] Chiesto dall'ambasciatore olandese di commendatizie,
Duplessis-Mornay gli scriveva il 3 ottobre 1609: _Pour adresse, je ne la
vous puis donner meilleure qu'au vénérable père Paulo, directeur des
meilleurs affaires... auquel, avec le zèle de Dieu, vous trouverez une
grande prudence conjoincte: mais il faut l'exciter à ce que l'une enfin
emporte l'autre. Vous avez aussi le père Fulgenzio, qui n'est que feu;
précheur admirable._ Mémoires, 393. Il Bayle in _Aarsens_, riferisce che
frà Paolo imbattuto l'ambasciadore d'Olanda, gli disse che avea gran
piacere di vedere il rappresentante di una repubblica, la quale teneva
il papa per anticristo. Questo fatto venne addotto dal Pallavicino nella
prima edizione della storia del Concilio, ma espunto nelle seguenti;
segno che il conobbe falso. Vittorio Siri dice aver trovato negli
archivj di Francia moltissime traccie del favore dato dal Sarpi agli
Ugonotti, e massime ne' registri del nunzio Ubaldini, attentissimo a
sventarne le trame, e che cercò aver gli originali delle lettere per
imputarlo d'eretico avanti al senato veneto.
[222] Essa è arditamente impugnata e da Voltaire e dal Daru come viltà
indegna di Enrico IV: eppure è messa fuor di dubbio dalle Memorie di
Mornay. Inoltre nel processo contro Antonio Foscarini (sospettato
anch'egli di opinioni ereticali) è un carteggio di Pietro Contarini
ambasciadore di Venezia in Francia, del 1615, ove scrive d'aver inteso
dal nunzio pontifizio, che «vivendo il fu re, per le pratiche che teneva
del continuo a Ginevra, aveva avuto avviso ed alcune lettere, che non mi
espresse se fossero scritte da Venezia o dal signor Foscarini, con le
quali si avea fatto venir costà (a Venezia) un ministro ugonotto: del
che il re fin d'allora ne facesse avvertire la repubblica per
l'ambasciatore M. di Champigny, considerandole il pregiudizio che poteva
ricevere la religione cattolica dalle pratiche di simil gente in quella
città, e che saputosi ciò da esso signor Foscarini, ne era stato
grandemente conturbato». Vedi _Relazioni degli Stati Europei lette al
senato di Francia_, pag. 405.
Il Foscarini, condannato a morte pel noto sbaglio, in testamento
lasciava «ducati cento al padre maestro Paolo (Sarpi) servita, perchè
preghi il signor Dio». Il Sarpi saputolo, scrisse ai Dieci, che,
«conoscendo esser in obbligo per conscientia et per fedeltà di non haver
a fare con chi s'è reso indegno della gratia del prencipe nè mentre vive
nè dopo la morte, ha stimato dover rifiutare il legato assolutamente».
Un legato per pregare! e da uno che poco dopo fu dichiarato innocente!
[223] Lettera XLIV al signor Dell'Isola.
[224] Lettera LX allo stesso. Vedi pure le _Memorie di Mornay_, X, 386,
390, 443, 456, 516; e Courayer, nella vita di frà Paolo premessa alla
sua traduzione della _Storia del Concilio di Trento_, pag. 66.
[225] Lettera LI, 12 ottobre 1610. Anche pochi giorni prima
dell'uccisione di Enrico IV, il Sarpi scriveva: _Nulli dubium quin,
sicut Ecclesia verbo formata est, ita verbo rite reformetur. Attamen,
sicuti magni morbi per contrarios curantur, sic in bello spes, nam
extremorum morborum extrema remedia. Hoc mihi crede e propinquo res
videnti. Non aliunde nostra salus provenire potest._ Op. di frà Paolo,
VI, 79. Nella LIII lettera, compiangendo la morte di Sully, dice che
l'amava «per la fermezza nella sua religione». Di Giacomo I scrive: «Se
il re d'Inghilterra non fosse dottore, si potrebbe sperare qualche bene,
e sarebbe un gran principio». Lettera LXXXVIII.
[226] Lettera LXXXVIII, 29 marzo 1612 al Groslot. Di tutto ciò più
distesamente vedasi nella _Storia arcana della vita di frà Paolo Sarpi,
scritta da_ M. GIUSTO FONTANINI, _e documenti relativi_. Venezia 1803. È
opera postuma, e l'editore arciprete Ferrario l'annunzia così: «Chiunque
tu sia, che pigli a leggere questo libro, a me basta che abbi amore e
zelo di religione, che abbi fedeltà ed attaccamento ai Governi. Buon
cattolico e buon cittadino, questo libro ti piacerà. Esso leva una gran
maschera, scopre un grand'impostore, palesa un grand'empio, ecc.»
[227] Lettera 6 marzo 1611. _Memorie_, X, 169. Nelle _Lettere
diplomatiche_ del Bentivoglio, ai 27 febbrajo 1619 abbiamo: «Per via di
un ministro già ugonotto, che si è convertito poi alla religione, ho
saputo ultimamente che, nel tempo dell'interdetto dei Veneziani, alcuni
ministri eretici di Ginevra, di Berna e d'altre parti convicine
pensarono di valersi di quell'occasione per ispargere in Venezia il
veleno dell'eresia. Onde fra loro fu risoluto in particolare che si
mandasse colà, sotto nome di mercante, un certo tale dei Diodati,
italiano lucchese, che è ministro in Ginevra. Egli dunque v'andò in
compagnia d'altri mercanti eretici, i quali, anch'essi consapevoli del
disegno, avevano carico di doverlo ajutare. Giunto che fu in Venezia,
esso Diodati trattò segretamente con diversi ed in particolare con frà
Paolo, nel quale scoperse una grande alienazione dalla Corte di Roma, e
sensi del tutto contrarj all'autorità della santa sede; ma nel resto non
poteva comprendere ch'egli avesse alcuna inclinazione di voler
abbracciare assolutamente l'eresia. Il detto Diodati, insieme con quei
mercanti, oltre al parlare che fece, vi disseminò con molta segretezza
un buon numero di libri eretici, particolarmente delle Bibbie tradotte
in lingua italiana. Ciò fatto, egli se ne tornò poi a Ginevra, con
isperanza che il veleno ch'egli avea sparso fosse per fare non piccolo
progresso. Io, dopo aver inteso questo, dubitando che di quel veleno non
vi resti ancora qualche corruzione, stimai di doverne parlare, come
feci, al signor cardinale di Retz ed al signor di Pisins, e trovai che
anch'essi avevano avuto l'istessa informazione per la medesima strada, e
Pisins mi disse che si erano ricevute appunto lettere pochi dì sono
dall'ambasciadore di questa maestà in Venezia, che avvisava che colà le
cose passavano a qualche libertà pericolosa in questa materia di
religione, per rispetto della licenza che si pigliavano quelle genti
forestiere che sono state assoldate dalla repubblica, ed in particolare
il loro capo. Dopo mi ha detto il medesimo Pisins, che con altre lettere
più fresche dello stesso ambasciatore era inteso che questo disordine
non fosse di quel pericolo che si era dubitato».
[228] Allo Scaligero, _ep._ 480, 11 marzo 1607.
_Magna Deo gratia, quod mediis Venetiis virum magnanimum, magnum illum
Paulum excitavit, qui teterrimas sophistarum fraudes et paralogismos,
quibus orbi christiano illuditur, palam faceret. Puto vidisse te
opuscula hujus Pauli, meo judicio præstantissima, et dignissima quæ
legantur a te. Lætaberis scio, et magno heroi votis favebis tuis._ Ep.
474 del 7 novembre 1606. Allo Scaligero, ep. 480, 11 marzo 1607.
_Vidisti ne quæ Venetiis prodiere scripta a paucis mensibus? Ego, cum
illa lego, spe nescio qua ducor futurum fortasse illic aliquando et
literis sacris et meliori literaturæ locum. Mirum dictu quam multi tam
brevi tempore animum ad scribendum applicuerint. Atqui nemo erat qui
existimaret ex ea urbe unum aut alterum posse reperiri earum rerum
intelligentem, quæ a doctrina lojolitica abhorrent tantopere. Exitum
ejus controversiæ cum hæc scribebam, omnes μετέωροι in hac urbe
expectabant. Deus ad gratum sibi finem omnia perducat._ Nell'ep. 484 del
18 marzo a Scipione Gentile: _O viros! o exactam earum rerum
cognitionem; quas in illis oris nemini putabant plerique esse notas!
multa legi.... omnia probavi et laudavi, sed inter omnes mirum dictu
quantum judicio Paulus excellat, quem scimus virum esse doctissimum,
vitæ innocentissimæ, juditii tenacissimi. Hujus si scripta legisti,
ecquid de vestra Italia sperare incipis?_ E lo Scaligero rispondendogli
d'aver tutto letto, soggiunge: _In illis auctoribus tres palmam
obtinent: Paulus servita, Marsilius neapolitanus, Antonius Querinus
patricius. Certe quomodocumque in amicitiam coeant illæ dure partes,
nunquam coire poterunt in cicatricem illa vulnera, numquam stigmata
deleri, quæ pontifex accepit._ Ep. 131 del 22 marzo 1607.
[229] _Mémoires de Sully_, tom. III, pag. 27.
[230] «Tutta Roma ragionava dell'interdetto e del protesto de' Veneti,
ai quali davano torto... il cardinale Valier essere morto in poche ore a
quanto dicevasi, di crepacuore». _Esposiz. di Roma_ nell'Arch. de'
Frari.
[231] Il Romanin, nella _Storia documentata di Venezia_, tom. VII, p.
44, adduce un passo tratto da una miscellanea conservata da Emanuele
Cicogna, ove dice che il cardinale Baronio professava «esser del
ministero di san Pietro tanto il pascer le pecore che l'ammazzarle e
mangiarle; e tale ammazzamento non sia crudeltà ma atto pietoso, perchè,
se perdono il corpo, salvano l'anima».
È strano che così la pensasse il Baronio, generalmente lodato di
mansuetudine; e che nella sua _Parenesis ad R. P. Monetam_ conchiude:
«La Chiesa non odia nessuno; essa ci ammonisce cogli scritti e insinua
colle parole di amar i nemici, non perseguita e odia che il peccato.
Sant'Agostino a Massimino donatista ed eresiarca dà il titolo di
dilettissimo... «Io vi amo tutti nelle viscere di Gesù Cristo, e prego
per voi. L'ammonimento che vi mando siavi di correzione se l'accogliete;
di protesta se lo ricusate».
Non vi sarebbe dunque se non da imparare che bisogna andar cauti
nell'accettare scritture di contemporanei, che dalle passioni
contemporanee possono essere invelenite fino a repudiare ogni buon
senso, come vediamo tuttodì. Ma nel caso nostro v'è di peggio. La nota
da cui son tratte quelle parole sono poche pagine inserte in una
miscellanea, dove un tale, incaricato d'informar la Repubblica sopra le
opinioni manifestate nel concistoro, professa non aver potuto notare
tutte le parole, e dopo alquanti giorni essergli scomparse dalla memoria
a segno, da richiamarsele a stento. Or quelle del Baronio che adduce,
sono: _Quod occisio non debet esset nisi ex summa charitate: quod
occidit præcipit manducare; nempe per christianam charitatem in sua
viscera recondere, in se ipsum unire, ut sint simul unum et idem in
Christo._
Da questo simbolico uccidere e mangiare per carità cristiana, s'è potuto
dedurre quella strana asserzione!