Marc'Antonio De Dominis, che, come nato in Dalmazia, dominio veneto,

contiamo fra gli italiani non meno del Vergerio, studiò a Loreto nel

collegio degli Illirj, poi a Padova: a vent'anni entrato ne' Gesuiti a

Verona, lesse retorica e filosofia in Brescia, matematica in Padova; ma

più volte castigato per indisciplina e superbia, uscì di quella

compagnia. Clemente VIII, su proposizione di Rodolfo II, lo pose vescovo

di Segna in Dalmazia il 1596: Paolo V lo trasferì arcivescovo di

Spalatro, cioè primate della Dalmazia e della Croazia. O credendosi non

abbastanza venerato da' suoi suffraganei, o accattabrighe per indole,

vivea scontento, pretendeva ricondurre il clero all'apostolica

semplicità; scrisse contro di Paolo V a difesa de' Veneziani, ed

avendovi mostrate opinioni eterodosse, rinunziò al vescovado, e passò a

Venezia, donde nei Grigioni, poi ad Eidelberga, infine a Londra, ove

Giacomo I gli conferì ricchi benefizj, e lo creò decano di Windsor. Egli

professava volere adoprarsi a rimettere in concordia le varie sette

cristiane, ma in realtà cercava libertà di studj e credenze.

Ivi compilò due volumi _de Republica Christiana_. La repubblica

ecclesiastica comprende la monarchia del pontefice, l'aristocrazia de'

vescovi, la democrazia di tutti i fedeli, ognuno de' quali, se lo

meriti, può divenir vescovo[242]. Gli eterodossi alterarono

quest'armonia, ed uno de' più audaci fu il De Dominis, che nella Chiesa

romana ammette un primato d'onore, non di giurisdizione; tutti i vescovi

avere egual pienezza di autorità e giurisdizione: ma nè il papa nè i

vescovi hanno il potere esplicito senza l'universalità dei fedeli:

democrazia talmente estesa, che il Concilio richiederebbe la presenza di

tutti i credenti.

Gli apostoli (a suo dire) furono eguali; nè Pietro era lor principe; ad

essi non fu conferito altro che il primo ministero della fede cristiana

onde propagare il Vangelo come ministri, non come potenti; finchè Cristo

visse, non sussistette chiesa, nè a lui venne data l'amministrazione di

essa, poichè era capo soltanto della Chiesa invisibile: negli apostoli

non fu veruna podestà, ma solo il ministero: Pietro ricevette le chiavi,

non proprio e formalmente ma parabolicamente, sicchè esso è figura della

Chiesa: gli apostoli, sono pastori di Cristo, non agnello; e Pietro

tolse a pascere solo le agnelle degli Israeliti: chiunque era fatto

vescovo dagli apostoli, subito acquistava la stessa apostolica podestà

universale nella Chiesa: non sono di diritto divino i metropoliti, i

primati, i patriarchi, e la superiorità delle chiese d'Alessandria,

d'Antiochia, di Roma deriva unicamente dall'eminenza d'esse città; la

romana è capo sol di poche chiese, nè devesi appellare ad essa dalle

altre: i cardinali non sono di prerogativa superiore agli altri; nè il

papa è successore di Pietro. Dai vescovi ai preti corre differenza

essenziale: ogni vescovo «è monarca nel suo distretto»; e la podestà

sua, com'era quella degli apostoli, non dipende dal papa, anzi è eguale

ad esso: possono andar a qualunque chiesa, nè per diritto divino sono

legati a veruna; nè papa nè vescovi hanno lo spirito, cioè il potere

esplicito, senza l'universalità de' fedeli[243]. I popoli hanno

intrinseco diritto nell'elezione de' vescovi: e questi il diritto

d'eleggersi il successore. Dio non volle obbligar il suo concorso

speciale a verun sacramento; vero sacramento non è l'Ordine, e la Chiesa

non può annettervi voto di continenza. L'istituzione de' monaci non

venne da alcun pubblico provvedimento, nè lo stato loro è distinto da

quello de' laici.

Molti il confutarono, fra cui Domenico Gravina domenicano, Filippo Fabro

minorita, Zaccaria Boverio cappuccino, Domenico Veneto vescovo di

Vercelli[244]; e la Sorbona prima, poi l'Inquisizione romana ne

riprovarono gli scritti.

Fosse ravvedimento o naturale incostanza, un giorno salì in pulpito

disdicendosi, poi la ritrattazione stampò, confessandosi ispirato da ire

e da gelosie; laonde scadde affatto di credito. Ai vescovi cattolici

mandò una sua difesa e ritrattazione[245] ove confessa non aver tra i

Protestanti veduto alcuna riformazione, bensì molte deformazioni: raro

insinuarsi l'orrore e il rimorso dei delitti ove fu abolita la

confessione: i Cattolici essere discordi e peccatori, ma pure ritengono

il fondamento unico, che i Protestanti perdettero, cioè il Cristo uno,

la Chiesa una. A Gregorio XV ch'era stato suo scolaro, scrisse: «Errai

come un agnello smarrito; beatissimo padre, cercatemi, poichè i

comandamenti di Dio e della Chiesa non dimenticai», e tornato in Italia,

abjurò in concistoro di cardinali per ricuperare il vescovado. Ma il

nuovo papa Urbano VIII accertossi che teneasi in corrispondenza con

persone sospette, e che il suo ravvedimento non era sincero, sicchè come

incostante e recidivo il fece chiudere in Castel Sant'Angelo, ove morì

di settantasette anni l'8 ottobre 1623. Correva ancora il suo processo,

onde fu deposto in terra sacra; ma da quello e dal trovatogli carteggio

apparve come tenesse corrispondenza con eretici inglesi e tedeschi, e

diffondesse un'altra eresia, di antica origine e di perenne durata, cioè

che si possa salvarsi in qualunque setta cristiana; laonde il suo

cadavere fu arso coll'opera della Repubblica Cristiana[246].

Mentre abitava in Inghilterra, il De Dominis fece stampare l'opera di

frà Paolo Sarpi col titolo: _Istoria del Concilio Tridentino di Pietro

Soave Polano, nella quale si scoprono gli artifizj della Corte di Roma

per impedire che nè le verità de' dogmi si palesasse, nè la riforma del

papato e della Chiesa si trattasse._ La dedicava a Giacomo re della Gran

Bretagna, dicendo come, «dipartendosi d'Italia per ricoverarsi sotto

l'augusto manto della sua clemenza», avesse raccolto varie composizioni

de' più elevati spiriti di quella nobilissima provincia, che potessero

venir grate a lui come vero difensore della vera cattolica fede. «Non

mancano in Italia (soggiunge) ingegni vivaci, liberi in Dio, e dalla

misera cattività coll'animo sciolti, i quali con occhio puro e limpido

veggono gl'imbrogli ch'ivi si trappongono alle cose della santa

religione; s'accorgono troppo delle frodi e inganni, co' quali, per

mantenersi nelle grandezze temporali, la Corte romana opprime la vera

dottrina cristiana, induce falsità e menzogne per articoli di fede, e

l'armi già date dallo spirito di Cristo alla sua santa Chiesa perchè le

servano a difesa e all'espugnazione delle eresie e abusi, converte

all'oppressione di essa Chiesa, per farsela schiava sotto a' piedi».

Segue meravigliandosi che una tale storia del Concilio sia «uscita dalle

mani di persona nata ed educata sotto l'obbedienza del pontefice

romano»: loda l'autore per erudizione, giudizio, integrità, rettissima

intenzione, e che «sebbene non udiva volentieri le depressioni della

Chiesa romana, abborriva quelli che gli abusi di essa come sante

istituzioni difendessero»; e paragona questo libro a un Mosè, salvato

dalle acque a cui l'autore lo destinava per riverenza al papato; Mosè

che ajuterebbe i popoli a liberare da quel Faraone, che «con li ceppi

anco di sì sregolato e fallace Concilio li tiene in cruda servitù

oppressi». E qui svergognatamente mentendo, narra le sollecitudini de'

papi a distruggere o rinserrare tutti i documenti relativi al Concilio.

Fosse sincerità, o piuttosto una finta per causare mali incontri, frà

Paolo Sarpi mostrossi addolorato di tal pubblicazione, e frà Fulgenzio

ne movea questa querela al De Dominis da Venezia l'11 novembre 1619:

«Reverendissimo signore. Io do a vossignoria reverendissima questo

titolo, perchè, sebbene sia messo nel numero de' Protestanti, però

sempre le resta nell'anima il carattere sacerdotale ed episcopale, di

cui non teme voler spogliarsene. Il mio p. m. Paolo molto si lagna di

tal suo eccesso, e moltissimo pure che, avendo a v. s. reverendissima

prestato da leggere il suo manuscritto dell'istoria del Concilio

Tridentino che guardava con tanta gelosia, ne abbia tirata una copia, e

siasene poi abusato, non solo facendola stampare senza il di lui

beneplacito, ma ponendole anche quel titolo impropriissimo e quella

dedica terribile e scandalosa, e ciò per motivo d'interesse, non già per

onorare l'autore modesto. Queste non sono le vie per acquistarsi

credito, e il p. m. Paolo ed io non la credevamo tale, nemmeno nel

momento che venne intesa la diserzione sua dalla chiesa di Spalatro, e

fu letto successivamente il manifesto che sparse per l'Europa della sua

condotta ed erronea maniera di pensare. Pregando il Signore che la

illumini, mi dichiaro ecc.».

Sia giudice il lettore sul tono di questa lettera: certo è che

l'autografo d'essa storia, che noi esaminammo nella biblioteca Marciana,

non iscatta d'un punto dallo stampato. Quando il protestante Courayer la

tradusse in francese[247], il cardinale Tencin avventò una pastorale

fortissima contro quest'opera, che giudica di vero protestante.

Pio IV aveva proibito a qualunque persona sotto pena d'interdetto e

scomunica di pubblicar commenti, annotazioni, glosse o qualsifosse

interpretazione del Concilio di Trento, foss'anche per conferma di esso:

chi bramasse chiarirne alcuna difficoltà ricorresse alla sede apostolica

che si riservava di decidere le controversie e i dubbj[248]: a tal uopo

avere istituito la Congregazione del Concilio, che interpretasse i punti

di disciplina e riforma, riservando al papa quelli che concernono la

fede.

Sarebbe dunque frà Paolo già colpevole di disobbedienza, quand'anche non

si fosse mostrato sempre contrariissimo alla santa sede. Che dunque a

Roma egli dispiacesse possiam dubitarne? Già nel 1602 gli si era

ricusato il vescovado di Nona, benchè raccomandato dalla Repubblica.

Nelle istruzioni date al nunzio al tempo dell'assoluzione è detto: «A me

pare poterle ricordare che convenga procedere con lenità; e che quel

gran corpo voglia esser curato con mano paterna... Delle persone di frà

Paolo e Giovanni Marsilio e degli altri seduttori, che passano sotto il

nome di teologi, si è discorso con vostra signoria a voce; la quale

doveria non aver difficoltà in ottenere che fossero consegnati al

Sant'Officio, non che abbandonati dalla Repubblica, e privati dello

stipendio che si è loro costituito con tanto scandalo del mondo».

L'anno dopo che la _Storia del Concilio_ era stata pubblicata, mandavasi

alla riconciliata Venezia un nunzio apostolico, nelle cui istruzioni del

1 giugno 1621 leggiamo: «Sotto il capo della santa Inquisizione pare che

si possa ridurre la persona di frà Paolo servita, della quale vostra

signoria ha piena cognizione. Io non le favellerò dei mali che faccia,

nè delle pessime dottrine ed opinioni che sparge, e de' perniciosissimi

consigli che apporta, tanto più rei e malvagi quanto più sono coperti

dal manto della sua ipocrisia, e dalla falsa apparenza della mal creduta

sua bontà, perchè il tutto è a lei manifesto; ma le dirò brevemente che

nostro signore non ha lasciato di parlarne come si conviene a' signori

ambasciadori, li quali, così in questo come nella materia del

Sant'Officio hanno sfuggito gl'incontri delle paterne[249] esortazioni

di sua santità, non coll'opporsi ma col negare il male; e però, quanto a

frà Paolo, hanno risposto non essere stimato da loro, nè tenuto in

credito nessuno appresso la Repubblica, ma starsene colà ritirato, nè

doversene poter avere ombra o gelosia veruna, benchè si sappia

pubblicamente il contrario. Vostra signoria potrà nondimeno osservare di

presso i suoi andamenti, e ce ne farà la più vera relazione che potrà

averne, perchè sua santità penserà a continuare gli ufficj od altro

opportuno rimedio; e vostra signoria successivamente ci anderà

proponendo quello che più riuscibile si potesse adoprare, almeno per

levarlo di colà, e farlo ritirare altrove a viversi quietamente,

reconciliandosi ad un'ora colla Chiesa. Ma finalmente non è da sperarne

molto, e converrà aspettarne il rimedio da Dio, essendo tanto innanzi

negli anni, che non può esser grandemente lontano dalla sua fine; e

solamente si deve temere che non si lasci dietro degli scolari e degli

scritti, e che, ancora morto, non continui ad essere alla Repubblica

pernicioso».

Che però in tempi, in cui l'assassinio politico era praticato

universalmente e lodato; in cui lo stesso frà Paolo scrive, «Tali sono i

costumi del nostro paese, che coloro che si trovano nel grado dove io

ora sono non possono perdere la grazia di chi governa senza perdere

anche la vita»[250], che in tempi tali siasi trovato chi attentasse alla

vita di lui, non è meraviglia. Cinque volte dicono si rinnovasse il

tentativo, ond'egli impetrò di farsi accompagnare per la città da un

frate col fucile: altra scena che caratterizza i tempi. Ma una volta fu

colpito da alcuni assassini. Principale di questi era un Poma, mercante

fallito, che credeva lecito qualunque mezzo per salvare la religione, e

che ad un amico scriveva: «Non è uomo del mondo cristiano che non avesse

fatto quel ch'io, e Dio col tempo lo farà conoscere»; e volea stampare

d'aver operato, non per istanza di chicchessia, ma per servizio di Dio.

Frà Fulgenzio racconta che, fatto il colpo, essi ricoveraronsi in casa

del nunzio; e vuolsi che frà Paolo, ricevuta la ferita, esclamasse:

«Conosco lo stile della curia romana». Il giuoco di parole fece fortuna,

e restò dell'assassinio incolpata Roma: forse come oggi, ne' frequenti

assassinj de' campioni del cattolicismo, vogliam ravvisare la mano de'

Protestanti. Ma il fuggire presso il nunzio potè non accadere che per

profittare delle immunità, che la casa degli ambasciadori godeva: eppure

dalle deposizioni de' gondolieri consta che ciò è falso. Gli assassini

vantavansi di aver denari a josa, e invece a breve andare si trovarono

nella miseria, poi vennero arrestati, e dove? in terra di papa; e il

Poma, il Parrasio, prete Michele Vida finirono nelle carceri papali di

Civitavecchia; uno fu decapitato a Perugia, dominio papale. Come

spiegare questa contraddittoria condotta? domandansi coloro che

presuppongono il delitto, e non se ne ricredono per quanto vi repugnino

le conseguenze. Il papa manifesta altamente il suo rammarico per quel

fatto? buttano la colpa sul cardinale Borghese, o, se altri manca, sui

Gesuiti, capri emissarj[251].

A repulsare gli attacchi di frà Paolo, altri modi pensava Roma, e

commise al gesuita romano Pallavicino Sforza (1607-67) di stendere

un'altra storia del Concilio di Trento. Già molti aveano confutato frà

Paolo, tra i quali Bernardino Florio arcivescovo di Zara in otto volumi,

appoggiandosi a documenti, convinceva il Sarpi d'infedelità nell'usarne

e nell'espor le quistioni e le decisioni: ma appena finito morì, e il

lavoro inedito rimane nella biblioteca tridentina. Ora il Pallavicino

ebbe aperti gli archivj più ricchi, cioè i romani, e a differenza di frà

Paolo, indica continuamente la natura dei documenti e i titoli; cataloga

trecensessantuno _errori di fatto_ del Sarpi, oltre infiniti altri

(dic'egli) confutati di transenna.

Quella di frà Paolo è la prima storia che si dirigesse di proposito alla

denigrazione, applicata a tutti i fatti, che il narratore non pondera,

ma accumula. Egli suppone sempre distinta la verità dalla probità, donde

bassezze e ipocrisie, e maneggi dapertutto, e sottofini; mentre il

Pallavicino ritrae caratteri nobili, salde persuasioni, generose

resistenze. Così eleva gli animi e istruisce meglio gl'intelletti: ma il

Sarpi ha i movimenti vivi e leggeri di chi assale e ferisce; l'altro,

ridotto a schermirsi continuamente, attedia col sempre ribattere le

opinioni del nemico.

Il Sarpi mostra pochissima arte di composizione; esponendo

cronologicamente, interrompe le materie, e lascerà a mezzo una

discussione per dire che entrò il tal ambasciadore e con quali

accoglienze; che si celebrò la tal festa, si spedì il tal corriere; e

d'incondite digressioni trae occasione ora dalla legazia del Morone, ora

dalla morte dei Guisa, or da quella del cardinale Seriprando o di frà

Pietro Soto. Accorgeasi che il suo libro riuscirebbe nojoso, e tanto per

difetto nelle forme, quanto per la natura della materia presto sarebbe

dimenticato come le altre opere simili (Lib. III), ma non curando

perpetuità nè diuturnità, bastavagli che l'opera facesse profitto ad

alcuni. Pure egli con quella dettatura alla mano, quantunque scorretta

di grammatica e di lingua, e col frizzo onde avviva la morta materia,

colle mordacità che solleticano i maligni istinti, fa sorridere e

alletta a continuar la lettura. Il Pallavicini appartiene alla scuola

che dissero gesuitica, dalla frase lambiccata, dalla parola pretensiva:

elabora il dettato come chi spera vivere per lo stile, e professa che

esser accademico della Crusca lo lusingherebbe quanto l'esser cardinale.

Quindi fa sentire incessantemente l'arte, rinvolge i pensieri nelle

frasi e per istudio d'armonia casca talvolta nell'oscuro, spesso

nell'indeterminato, e convince del quanto l'eleganza resti inferiore

alla naturalezza.

Nè l'uno nè l'altro hanno l'imparzialità di storici; e ai cercatori

della verità riesce doloroso il trovarsi costretti a ricorrere a due

fonti, entrambe sospette per opposta eccedenza. I papi proibirono la

storia del Sarpi: i Veneziani quella del Pallavicino. Ma questi non

dissimula le azioni biasimevoli della corte pontificia, e a chi ne lo

appuntò rispondeva: «Lo storico non è panegirista; e lodando meno, loda

assai più di qualunque panegirista»[252].

Il più vantato storico della odierna Germania, il protestante Ranke,

riscontrò le asserzioni del Pallavicino coi documenti a' quali

s'appoggia, e lo trovò di scrupolosa esattezza, benchè alcune volte

pigliasse sbagli, e, come avviene nella polemica, eccedesse nel volere

scusar tutto, perchè frà Paolo tutto accusava: dove non può negare,

almeno affievolisce; dissimula qualche objezione, qualche documento;

conchiude il Ranke che al Sarpi devono somma grazia i principi, giacchè

rinfiancò il loro assolutismo, come ai nemici del cattolicismo affilò

armi, più micidiali appunto perchè somministrate da un cattolico e

frate.

Dall'esempio di frà Paolo siamo chiariti quanto vadano collegati il

dogma e l'attuazione esterna, e come s'illudano coloro che la Chiesa

combattono a fidanza, protestando rispetto a quello; poichè egli rimase

il corifeo del partito antiecclesiastico, non per l'accannimento, anzi

per l'arte del dissimularlo, e, in abito da frate e col titolo di

teologo aguzzar le armi più fine contro la Chiesa cattolica; s'anche non

vogliasi asserire col Pallavicino che gl'insegnamenti di frà Paolo erano

semi di ateismo, togliendo la certezza di qualunque religione[253].

Monsignor Fontanini lo dà come un tipo dell'ipocrito, perchè del

carattere sacerdotale e dell'esemplarità «non volle servirsi ad altro

fine che per guadagnarsi il concetto popolare di uomo dabbene, con

disegno occulto di quindi poter seminare a man salva le sue dottrine,

senza sospetto che fossero giudicate aliene dalla vera credenza». Ma se

il Fontanini, per zelo religioso, può credersi nemicissimo di frà Paolo,

uno che, per furore anticattolico, lo ammira, dicea testè che egli

rimase nella Chiesa sino al fine come fosse un de' credenti, ma per

ispiarla, per sorprenderne gli atti, per denunziarla al mondo[254].

Ufficio deplorabile!

NOTE

[201] Appare da Paolo Sarpi, e massime dalle sue lettere al Priuli,

ambasciadore a Cesare. Egli ha un consulto «se l'eccelso Consiglio de'

Dieci, esaminando i rei ecclesiastici, deva intervenir col vicario

patriarcale»: sostiene il no.

Nella lettera LXIX: «Alcuni monaci di Padova, avendo molte baronie,

tutte possedute da loro, aveano formato una giurisdizione sopra li

contadini, la quale gli è stata levata, con disgusto del papa. Roma

sopporta ogni cosa, ma finalmente converrà ovvero rompersi, ovvero

perder tutto. Il papa ha creduto far dispiacere non facendo cardinale

alcun veneto; ma li buoni l'hanno per cosa di pubblico servizio».

Nel 1865 furono, per opera del conte Papadopulo, stampate le _Leggi

venete intorno agli ecclesiastici sino al secolo XVIII_.

[202] Venezia 1670, cap. 116.

Al tempo di Clemente VII, quando trattavasi di far guerra ai Turchi e ai

Luterani, i Veneziani si opponeano: quanto ai primi perchè temevano

eccitarli a riazioni: quanto agli altri perchè non si dessero a qualche

passo disperato: onde preferivano sempre la convocazione del Concilio, e

il nettare e purgare alla quieta gli animi dal funesto veleno (_Secreta

27 ottobre 1530 nell'Archivio di Venezia_). E passando a quei giorni don

Pietro de la Queva per andar a Roma a sollecitare il Concilio, i signori

veneziani gliene mostrarono grandissima compiacenza; perocchè «pochi

sono tra essi, che, sul fatto della riforma del clero e del togliere

l'asse ecclesiastico, non siano più luterani di Lutero stesso, dicendo

pubblicamente che il papa, i prelati, i sacerdoti devono vivere delle

sole decime». Sono parole di Rodrigo Nigno ambasciadore cesareo, nel

leg. 1308 dei _manuscritti negozj di Stato_ nell'Archivio di Simanca.

[203] Conosciamo una relazione che il vescovo, dappoi cardinale

Bolognetti, dirigeva a Camillo Paleotto intorno alla nunziatura che,

regnante Gregorio XIII, sostenne nel Veneto. Incaricato di farvi la

visita apostolica, gravissime difficoltà incontrò per parte della

Signoria, ma con modi insinuanti e prudenti riuscì a comporre le

differenze. Gliene seppero mal grado alcuni curialisti, e nominatamente

il cardinal Gallio segretario di Stato, che avrebbero voluto un

procedere più risoluto: talchè fu richiamato. Egli si giustifica

mostrando come colle cortesie, col rispetto, col temporeggiare s'ottenga

ben più che colle violenze, principalmente verso principi cristiani; e

come avesse conseguito veri vantaggi col sopprimere una scomunica,

voluta da zelanti che poco bene servivano alla causa del papa.

[204] _A Clemente VIII, ambasceria veneta straordinaria._ Pubblicato dal

Fulin, per nozze, nel 1865.

[205] _Statuti dell'Inquisizione di Stato._ Supplemento I, art. 3.

[206] WICQUEFORT, _L'Ambassadeur_, p. 416.

[207] «E se li detti doge e senato, per tre giorni dopo il fine dei

ventiquattro giorni, sosterranno con animo indurato (il che Dio non

voglia!) la detta scomunica, noi, aggravando la detta sentenza, da

adesso parimenti siccome da allora sottoponiamo all'interdetto

ecclesiastico la città di Venezia e l'altre città, pronunciandole e

dichiarandole tutte poste a detto ecclesiastico interdetto; il quale

durante, in detta città di Venezia e in qualsivoglia altra città, terre,

castella e luoghi di detto dominio, e nelle loro chiese e luoghi pii e

oratorj, ancorchè privati, e cappelle domestiche, non possano celebrarsi

messe solenni e non solenni e altri divini officj, eccetto che nei casi

dalla legge canonica permessi, e allora solamente nella chiesa e non

altrove, e in quelle con tener ancora le porte chiuse e senza sonar

campane, ed escludendo affatto gli scomunicati e gli interdetti; nè in

quanto a questo possano di altra maniera suffragare qualunque indulti o

privilegi apostolici concessi o che si concedessero per l'avvenire in

particolare o in generale a qualsivoglia chiese tanto secolari, quanto

regolari, ancorchè sieno esenti ed immediatamente alla sede apostolica

soggette, e se bene sono di jus patronato, eziandio per fondazione e

dotazione o per privilegio apostolico dell'istesso doge e senato...

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 25 / 101 段