contiamo fra gli italiani non meno del Vergerio, studiò a Loreto nel
collegio degli Illirj, poi a Padova: a vent'anni entrato ne' Gesuiti a
Verona, lesse retorica e filosofia in Brescia, matematica in Padova; ma
più volte castigato per indisciplina e superbia, uscì di quella
compagnia. Clemente VIII, su proposizione di Rodolfo II, lo pose vescovo
di Segna in Dalmazia il 1596: Paolo V lo trasferì arcivescovo di
Spalatro, cioè primate della Dalmazia e della Croazia. O credendosi non
abbastanza venerato da' suoi suffraganei, o accattabrighe per indole,
vivea scontento, pretendeva ricondurre il clero all'apostolica
semplicità; scrisse contro di Paolo V a difesa de' Veneziani, ed
avendovi mostrate opinioni eterodosse, rinunziò al vescovado, e passò a
Venezia, donde nei Grigioni, poi ad Eidelberga, infine a Londra, ove
Giacomo I gli conferì ricchi benefizj, e lo creò decano di Windsor. Egli
professava volere adoprarsi a rimettere in concordia le varie sette
cristiane, ma in realtà cercava libertà di studj e credenze.
Ivi compilò due volumi _de Republica Christiana_. La repubblica
ecclesiastica comprende la monarchia del pontefice, l'aristocrazia de'
vescovi, la democrazia di tutti i fedeli, ognuno de' quali, se lo
meriti, può divenir vescovo[242]. Gli eterodossi alterarono
quest'armonia, ed uno de' più audaci fu il De Dominis, che nella Chiesa
romana ammette un primato d'onore, non di giurisdizione; tutti i vescovi
avere egual pienezza di autorità e giurisdizione: ma nè il papa nè i
vescovi hanno il potere esplicito senza l'universalità dei fedeli:
democrazia talmente estesa, che il Concilio richiederebbe la presenza di
tutti i credenti.
Gli apostoli (a suo dire) furono eguali; nè Pietro era lor principe; ad
essi non fu conferito altro che il primo ministero della fede cristiana
onde propagare il Vangelo come ministri, non come potenti; finchè Cristo
visse, non sussistette chiesa, nè a lui venne data l'amministrazione di
essa, poichè era capo soltanto della Chiesa invisibile: negli apostoli
non fu veruna podestà, ma solo il ministero: Pietro ricevette le chiavi,
non proprio e formalmente ma parabolicamente, sicchè esso è figura della
Chiesa: gli apostoli, sono pastori di Cristo, non agnello; e Pietro
tolse a pascere solo le agnelle degli Israeliti: chiunque era fatto
vescovo dagli apostoli, subito acquistava la stessa apostolica podestà
universale nella Chiesa: non sono di diritto divino i metropoliti, i
primati, i patriarchi, e la superiorità delle chiese d'Alessandria,
d'Antiochia, di Roma deriva unicamente dall'eminenza d'esse città; la
romana è capo sol di poche chiese, nè devesi appellare ad essa dalle
altre: i cardinali non sono di prerogativa superiore agli altri; nè il
papa è successore di Pietro. Dai vescovi ai preti corre differenza
essenziale: ogni vescovo «è monarca nel suo distretto»; e la podestà
sua, com'era quella degli apostoli, non dipende dal papa, anzi è eguale
ad esso: possono andar a qualunque chiesa, nè per diritto divino sono
legati a veruna; nè papa nè vescovi hanno lo spirito, cioè il potere
esplicito, senza l'universalità de' fedeli[243]. I popoli hanno
intrinseco diritto nell'elezione de' vescovi: e questi il diritto
d'eleggersi il successore. Dio non volle obbligar il suo concorso
speciale a verun sacramento; vero sacramento non è l'Ordine, e la Chiesa
non può annettervi voto di continenza. L'istituzione de' monaci non
venne da alcun pubblico provvedimento, nè lo stato loro è distinto da
quello de' laici.
Molti il confutarono, fra cui Domenico Gravina domenicano, Filippo Fabro
minorita, Zaccaria Boverio cappuccino, Domenico Veneto vescovo di
Vercelli[244]; e la Sorbona prima, poi l'Inquisizione romana ne
riprovarono gli scritti.
Fosse ravvedimento o naturale incostanza, un giorno salì in pulpito
disdicendosi, poi la ritrattazione stampò, confessandosi ispirato da ire
e da gelosie; laonde scadde affatto di credito. Ai vescovi cattolici
mandò una sua difesa e ritrattazione[245] ove confessa non aver tra i
Protestanti veduto alcuna riformazione, bensì molte deformazioni: raro
insinuarsi l'orrore e il rimorso dei delitti ove fu abolita la
confessione: i Cattolici essere discordi e peccatori, ma pure ritengono
il fondamento unico, che i Protestanti perdettero, cioè il Cristo uno,
la Chiesa una. A Gregorio XV ch'era stato suo scolaro, scrisse: «Errai
come un agnello smarrito; beatissimo padre, cercatemi, poichè i
comandamenti di Dio e della Chiesa non dimenticai», e tornato in Italia,
abjurò in concistoro di cardinali per ricuperare il vescovado. Ma il
nuovo papa Urbano VIII accertossi che teneasi in corrispondenza con
persone sospette, e che il suo ravvedimento non era sincero, sicchè come
incostante e recidivo il fece chiudere in Castel Sant'Angelo, ove morì
di settantasette anni l'8 ottobre 1623. Correva ancora il suo processo,
onde fu deposto in terra sacra; ma da quello e dal trovatogli carteggio
apparve come tenesse corrispondenza con eretici inglesi e tedeschi, e
diffondesse un'altra eresia, di antica origine e di perenne durata, cioè
che si possa salvarsi in qualunque setta cristiana; laonde il suo
cadavere fu arso coll'opera della Repubblica Cristiana[246].
Mentre abitava in Inghilterra, il De Dominis fece stampare l'opera di
frà Paolo Sarpi col titolo: _Istoria del Concilio Tridentino di Pietro
Soave Polano, nella quale si scoprono gli artifizj della Corte di Roma
per impedire che nè le verità de' dogmi si palesasse, nè la riforma del
papato e della Chiesa si trattasse._ La dedicava a Giacomo re della Gran
Bretagna, dicendo come, «dipartendosi d'Italia per ricoverarsi sotto
l'augusto manto della sua clemenza», avesse raccolto varie composizioni
de' più elevati spiriti di quella nobilissima provincia, che potessero
venir grate a lui come vero difensore della vera cattolica fede. «Non
mancano in Italia (soggiunge) ingegni vivaci, liberi in Dio, e dalla
misera cattività coll'animo sciolti, i quali con occhio puro e limpido
veggono gl'imbrogli ch'ivi si trappongono alle cose della santa
religione; s'accorgono troppo delle frodi e inganni, co' quali, per
mantenersi nelle grandezze temporali, la Corte romana opprime la vera
dottrina cristiana, induce falsità e menzogne per articoli di fede, e
l'armi già date dallo spirito di Cristo alla sua santa Chiesa perchè le
servano a difesa e all'espugnazione delle eresie e abusi, converte
all'oppressione di essa Chiesa, per farsela schiava sotto a' piedi».
Segue meravigliandosi che una tale storia del Concilio sia «uscita dalle
mani di persona nata ed educata sotto l'obbedienza del pontefice
romano»: loda l'autore per erudizione, giudizio, integrità, rettissima
intenzione, e che «sebbene non udiva volentieri le depressioni della
Chiesa romana, abborriva quelli che gli abusi di essa come sante
istituzioni difendessero»; e paragona questo libro a un Mosè, salvato
dalle acque a cui l'autore lo destinava per riverenza al papato; Mosè
che ajuterebbe i popoli a liberare da quel Faraone, che «con li ceppi
anco di sì sregolato e fallace Concilio li tiene in cruda servitù
oppressi». E qui svergognatamente mentendo, narra le sollecitudini de'
papi a distruggere o rinserrare tutti i documenti relativi al Concilio.
Fosse sincerità, o piuttosto una finta per causare mali incontri, frà
Paolo Sarpi mostrossi addolorato di tal pubblicazione, e frà Fulgenzio
ne movea questa querela al De Dominis da Venezia l'11 novembre 1619:
«Reverendissimo signore. Io do a vossignoria reverendissima questo
titolo, perchè, sebbene sia messo nel numero de' Protestanti, però
sempre le resta nell'anima il carattere sacerdotale ed episcopale, di
cui non teme voler spogliarsene. Il mio p. m. Paolo molto si lagna di
tal suo eccesso, e moltissimo pure che, avendo a v. s. reverendissima
prestato da leggere il suo manuscritto dell'istoria del Concilio
Tridentino che guardava con tanta gelosia, ne abbia tirata una copia, e
siasene poi abusato, non solo facendola stampare senza il di lui
beneplacito, ma ponendole anche quel titolo impropriissimo e quella
dedica terribile e scandalosa, e ciò per motivo d'interesse, non già per
onorare l'autore modesto. Queste non sono le vie per acquistarsi
credito, e il p. m. Paolo ed io non la credevamo tale, nemmeno nel
momento che venne intesa la diserzione sua dalla chiesa di Spalatro, e
fu letto successivamente il manifesto che sparse per l'Europa della sua
condotta ed erronea maniera di pensare. Pregando il Signore che la
illumini, mi dichiaro ecc.».
Sia giudice il lettore sul tono di questa lettera: certo è che
l'autografo d'essa storia, che noi esaminammo nella biblioteca Marciana,
non iscatta d'un punto dallo stampato. Quando il protestante Courayer la
tradusse in francese[247], il cardinale Tencin avventò una pastorale
fortissima contro quest'opera, che giudica di vero protestante.
Pio IV aveva proibito a qualunque persona sotto pena d'interdetto e
scomunica di pubblicar commenti, annotazioni, glosse o qualsifosse
interpretazione del Concilio di Trento, foss'anche per conferma di esso:
chi bramasse chiarirne alcuna difficoltà ricorresse alla sede apostolica
che si riservava di decidere le controversie e i dubbj[248]: a tal uopo
avere istituito la Congregazione del Concilio, che interpretasse i punti
di disciplina e riforma, riservando al papa quelli che concernono la
fede.
Sarebbe dunque frà Paolo già colpevole di disobbedienza, quand'anche non
si fosse mostrato sempre contrariissimo alla santa sede. Che dunque a
Roma egli dispiacesse possiam dubitarne? Già nel 1602 gli si era
ricusato il vescovado di Nona, benchè raccomandato dalla Repubblica.
Nelle istruzioni date al nunzio al tempo dell'assoluzione è detto: «A me
pare poterle ricordare che convenga procedere con lenità; e che quel
gran corpo voglia esser curato con mano paterna... Delle persone di frà
Paolo e Giovanni Marsilio e degli altri seduttori, che passano sotto il
nome di teologi, si è discorso con vostra signoria a voce; la quale
doveria non aver difficoltà in ottenere che fossero consegnati al
Sant'Officio, non che abbandonati dalla Repubblica, e privati dello
stipendio che si è loro costituito con tanto scandalo del mondo».
L'anno dopo che la _Storia del Concilio_ era stata pubblicata, mandavasi
alla riconciliata Venezia un nunzio apostolico, nelle cui istruzioni del
1 giugno 1621 leggiamo: «Sotto il capo della santa Inquisizione pare che
si possa ridurre la persona di frà Paolo servita, della quale vostra
signoria ha piena cognizione. Io non le favellerò dei mali che faccia,
nè delle pessime dottrine ed opinioni che sparge, e de' perniciosissimi
consigli che apporta, tanto più rei e malvagi quanto più sono coperti
dal manto della sua ipocrisia, e dalla falsa apparenza della mal creduta
sua bontà, perchè il tutto è a lei manifesto; ma le dirò brevemente che
nostro signore non ha lasciato di parlarne come si conviene a' signori
ambasciadori, li quali, così in questo come nella materia del
Sant'Officio hanno sfuggito gl'incontri delle paterne[249] esortazioni
di sua santità, non coll'opporsi ma col negare il male; e però, quanto a
frà Paolo, hanno risposto non essere stimato da loro, nè tenuto in
credito nessuno appresso la Repubblica, ma starsene colà ritirato, nè
doversene poter avere ombra o gelosia veruna, benchè si sappia
pubblicamente il contrario. Vostra signoria potrà nondimeno osservare di
presso i suoi andamenti, e ce ne farà la più vera relazione che potrà
averne, perchè sua santità penserà a continuare gli ufficj od altro
opportuno rimedio; e vostra signoria successivamente ci anderà
proponendo quello che più riuscibile si potesse adoprare, almeno per
levarlo di colà, e farlo ritirare altrove a viversi quietamente,
reconciliandosi ad un'ora colla Chiesa. Ma finalmente non è da sperarne
molto, e converrà aspettarne il rimedio da Dio, essendo tanto innanzi
negli anni, che non può esser grandemente lontano dalla sua fine; e
solamente si deve temere che non si lasci dietro degli scolari e degli
scritti, e che, ancora morto, non continui ad essere alla Repubblica
pernicioso».
Che però in tempi, in cui l'assassinio politico era praticato
universalmente e lodato; in cui lo stesso frà Paolo scrive, «Tali sono i
costumi del nostro paese, che coloro che si trovano nel grado dove io
ora sono non possono perdere la grazia di chi governa senza perdere
anche la vita»[250], che in tempi tali siasi trovato chi attentasse alla
vita di lui, non è meraviglia. Cinque volte dicono si rinnovasse il
tentativo, ond'egli impetrò di farsi accompagnare per la città da un
frate col fucile: altra scena che caratterizza i tempi. Ma una volta fu
colpito da alcuni assassini. Principale di questi era un Poma, mercante
fallito, che credeva lecito qualunque mezzo per salvare la religione, e
che ad un amico scriveva: «Non è uomo del mondo cristiano che non avesse
fatto quel ch'io, e Dio col tempo lo farà conoscere»; e volea stampare
d'aver operato, non per istanza di chicchessia, ma per servizio di Dio.
Frà Fulgenzio racconta che, fatto il colpo, essi ricoveraronsi in casa
del nunzio; e vuolsi che frà Paolo, ricevuta la ferita, esclamasse:
«Conosco lo stile della curia romana». Il giuoco di parole fece fortuna,
e restò dell'assassinio incolpata Roma: forse come oggi, ne' frequenti
assassinj de' campioni del cattolicismo, vogliam ravvisare la mano de'
Protestanti. Ma il fuggire presso il nunzio potè non accadere che per
profittare delle immunità, che la casa degli ambasciadori godeva: eppure
dalle deposizioni de' gondolieri consta che ciò è falso. Gli assassini
vantavansi di aver denari a josa, e invece a breve andare si trovarono
nella miseria, poi vennero arrestati, e dove? in terra di papa; e il
Poma, il Parrasio, prete Michele Vida finirono nelle carceri papali di
Civitavecchia; uno fu decapitato a Perugia, dominio papale. Come
spiegare questa contraddittoria condotta? domandansi coloro che
presuppongono il delitto, e non se ne ricredono per quanto vi repugnino
le conseguenze. Il papa manifesta altamente il suo rammarico per quel
fatto? buttano la colpa sul cardinale Borghese, o, se altri manca, sui
Gesuiti, capri emissarj[251].
A repulsare gli attacchi di frà Paolo, altri modi pensava Roma, e
commise al gesuita romano Pallavicino Sforza (1607-67) di stendere
un'altra storia del Concilio di Trento. Già molti aveano confutato frà
Paolo, tra i quali Bernardino Florio arcivescovo di Zara in otto volumi,
appoggiandosi a documenti, convinceva il Sarpi d'infedelità nell'usarne
e nell'espor le quistioni e le decisioni: ma appena finito morì, e il
lavoro inedito rimane nella biblioteca tridentina. Ora il Pallavicino
ebbe aperti gli archivj più ricchi, cioè i romani, e a differenza di frà
Paolo, indica continuamente la natura dei documenti e i titoli; cataloga
trecensessantuno _errori di fatto_ del Sarpi, oltre infiniti altri
(dic'egli) confutati di transenna.
Quella di frà Paolo è la prima storia che si dirigesse di proposito alla
denigrazione, applicata a tutti i fatti, che il narratore non pondera,
ma accumula. Egli suppone sempre distinta la verità dalla probità, donde
bassezze e ipocrisie, e maneggi dapertutto, e sottofini; mentre il
Pallavicino ritrae caratteri nobili, salde persuasioni, generose
resistenze. Così eleva gli animi e istruisce meglio gl'intelletti: ma il
Sarpi ha i movimenti vivi e leggeri di chi assale e ferisce; l'altro,
ridotto a schermirsi continuamente, attedia col sempre ribattere le
opinioni del nemico.
Il Sarpi mostra pochissima arte di composizione; esponendo
cronologicamente, interrompe le materie, e lascerà a mezzo una
discussione per dire che entrò il tal ambasciadore e con quali
accoglienze; che si celebrò la tal festa, si spedì il tal corriere; e
d'incondite digressioni trae occasione ora dalla legazia del Morone, ora
dalla morte dei Guisa, or da quella del cardinale Seriprando o di frà
Pietro Soto. Accorgeasi che il suo libro riuscirebbe nojoso, e tanto per
difetto nelle forme, quanto per la natura della materia presto sarebbe
dimenticato come le altre opere simili (Lib. III), ma non curando
perpetuità nè diuturnità, bastavagli che l'opera facesse profitto ad
alcuni. Pure egli con quella dettatura alla mano, quantunque scorretta
di grammatica e di lingua, e col frizzo onde avviva la morta materia,
colle mordacità che solleticano i maligni istinti, fa sorridere e
alletta a continuar la lettura. Il Pallavicini appartiene alla scuola
che dissero gesuitica, dalla frase lambiccata, dalla parola pretensiva:
elabora il dettato come chi spera vivere per lo stile, e professa che
esser accademico della Crusca lo lusingherebbe quanto l'esser cardinale.
Quindi fa sentire incessantemente l'arte, rinvolge i pensieri nelle
frasi e per istudio d'armonia casca talvolta nell'oscuro, spesso
nell'indeterminato, e convince del quanto l'eleganza resti inferiore
alla naturalezza.
Nè l'uno nè l'altro hanno l'imparzialità di storici; e ai cercatori
della verità riesce doloroso il trovarsi costretti a ricorrere a due
fonti, entrambe sospette per opposta eccedenza. I papi proibirono la
storia del Sarpi: i Veneziani quella del Pallavicino. Ma questi non
dissimula le azioni biasimevoli della corte pontificia, e a chi ne lo
appuntò rispondeva: «Lo storico non è panegirista; e lodando meno, loda
assai più di qualunque panegirista»[252].
Il più vantato storico della odierna Germania, il protestante Ranke,
riscontrò le asserzioni del Pallavicino coi documenti a' quali
s'appoggia, e lo trovò di scrupolosa esattezza, benchè alcune volte
pigliasse sbagli, e, come avviene nella polemica, eccedesse nel volere
scusar tutto, perchè frà Paolo tutto accusava: dove non può negare,
almeno affievolisce; dissimula qualche objezione, qualche documento;
conchiude il Ranke che al Sarpi devono somma grazia i principi, giacchè
rinfiancò il loro assolutismo, come ai nemici del cattolicismo affilò
armi, più micidiali appunto perchè somministrate da un cattolico e
frate.
Dall'esempio di frà Paolo siamo chiariti quanto vadano collegati il
dogma e l'attuazione esterna, e come s'illudano coloro che la Chiesa
combattono a fidanza, protestando rispetto a quello; poichè egli rimase
il corifeo del partito antiecclesiastico, non per l'accannimento, anzi
per l'arte del dissimularlo, e, in abito da frate e col titolo di
teologo aguzzar le armi più fine contro la Chiesa cattolica; s'anche non
vogliasi asserire col Pallavicino che gl'insegnamenti di frà Paolo erano
semi di ateismo, togliendo la certezza di qualunque religione[253].
Monsignor Fontanini lo dà come un tipo dell'ipocrito, perchè del
carattere sacerdotale e dell'esemplarità «non volle servirsi ad altro
fine che per guadagnarsi il concetto popolare di uomo dabbene, con
disegno occulto di quindi poter seminare a man salva le sue dottrine,
senza sospetto che fossero giudicate aliene dalla vera credenza». Ma se
il Fontanini, per zelo religioso, può credersi nemicissimo di frà Paolo,
uno che, per furore anticattolico, lo ammira, dicea testè che egli
rimase nella Chiesa sino al fine come fosse un de' credenti, ma per
ispiarla, per sorprenderne gli atti, per denunziarla al mondo[254].
Ufficio deplorabile!
NOTE
[201] Appare da Paolo Sarpi, e massime dalle sue lettere al Priuli,
ambasciadore a Cesare. Egli ha un consulto «se l'eccelso Consiglio de'
Dieci, esaminando i rei ecclesiastici, deva intervenir col vicario
patriarcale»: sostiene il no.
Nella lettera LXIX: «Alcuni monaci di Padova, avendo molte baronie,
tutte possedute da loro, aveano formato una giurisdizione sopra li
contadini, la quale gli è stata levata, con disgusto del papa. Roma
sopporta ogni cosa, ma finalmente converrà ovvero rompersi, ovvero
perder tutto. Il papa ha creduto far dispiacere non facendo cardinale
alcun veneto; ma li buoni l'hanno per cosa di pubblico servizio».
Nel 1865 furono, per opera del conte Papadopulo, stampate le _Leggi
venete intorno agli ecclesiastici sino al secolo XVIII_.
[202] Venezia 1670, cap. 116.
Al tempo di Clemente VII, quando trattavasi di far guerra ai Turchi e ai
Luterani, i Veneziani si opponeano: quanto ai primi perchè temevano
eccitarli a riazioni: quanto agli altri perchè non si dessero a qualche
passo disperato: onde preferivano sempre la convocazione del Concilio, e
il nettare e purgare alla quieta gli animi dal funesto veleno (_Secreta
27 ottobre 1530 nell'Archivio di Venezia_). E passando a quei giorni don
Pietro de la Queva per andar a Roma a sollecitare il Concilio, i signori
veneziani gliene mostrarono grandissima compiacenza; perocchè «pochi
sono tra essi, che, sul fatto della riforma del clero e del togliere
l'asse ecclesiastico, non siano più luterani di Lutero stesso, dicendo
pubblicamente che il papa, i prelati, i sacerdoti devono vivere delle
sole decime». Sono parole di Rodrigo Nigno ambasciadore cesareo, nel
leg. 1308 dei _manuscritti negozj di Stato_ nell'Archivio di Simanca.
[203] Conosciamo una relazione che il vescovo, dappoi cardinale
Bolognetti, dirigeva a Camillo Paleotto intorno alla nunziatura che,
regnante Gregorio XIII, sostenne nel Veneto. Incaricato di farvi la
visita apostolica, gravissime difficoltà incontrò per parte della
Signoria, ma con modi insinuanti e prudenti riuscì a comporre le
differenze. Gliene seppero mal grado alcuni curialisti, e nominatamente
il cardinal Gallio segretario di Stato, che avrebbero voluto un
procedere più risoluto: talchè fu richiamato. Egli si giustifica
mostrando come colle cortesie, col rispetto, col temporeggiare s'ottenga
ben più che colle violenze, principalmente verso principi cristiani; e
come avesse conseguito veri vantaggi col sopprimere una scomunica,
voluta da zelanti che poco bene servivano alla causa del papa.
[204] _A Clemente VIII, ambasceria veneta straordinaria._ Pubblicato dal
Fulin, per nozze, nel 1865.
[205] _Statuti dell'Inquisizione di Stato._ Supplemento I, art. 3.
[206] WICQUEFORT, _L'Ambassadeur_, p. 416.
[207] «E se li detti doge e senato, per tre giorni dopo il fine dei
ventiquattro giorni, sosterranno con animo indurato (il che Dio non
voglia!) la detta scomunica, noi, aggravando la detta sentenza, da
adesso parimenti siccome da allora sottoponiamo all'interdetto
ecclesiastico la città di Venezia e l'altre città, pronunciandole e
dichiarandole tutte poste a detto ecclesiastico interdetto; il quale
durante, in detta città di Venezia e in qualsivoglia altra città, terre,
castella e luoghi di detto dominio, e nelle loro chiese e luoghi pii e
oratorj, ancorchè privati, e cappelle domestiche, non possano celebrarsi
messe solenni e non solenni e altri divini officj, eccetto che nei casi
dalla legge canonica permessi, e allora solamente nella chiesa e non
altrove, e in quelle con tener ancora le porte chiuse e senza sonar
campane, ed escludendo affatto gli scomunicati e gli interdetti; nè in
quanto a questo possano di altra maniera suffragare qualunque indulti o
privilegi apostolici concessi o che si concedessero per l'avvenire in
particolare o in generale a qualsivoglia chiese tanto secolari, quanto
regolari, ancorchè sieno esenti ed immediatamente alla sede apostolica
soggette, e se bene sono di jus patronato, eziandio per fondazione e
dotazione o per privilegio apostolico dell'istesso doge e senato...