Duplessis-Mornay, detto il papa de' calvinisti francesi, avea fatto il

_Mistero d'iniquità_ e la _Istituzione, uso e dottrina del santissimo

sacramento dell'eucaristia nella chiesa antica; come, quando e per quali

gradi la messa s'è introdotta in sua vece_ (La Rochelle 1598), opera

dove i Cattolici verificarono quattrocento false citazioni, su di che si

tenne una famosa conferenza a Fontainebleau il 4 maggio 1600, dopo la

quale egli ristampò quel libro a Saumur il 1604, con meno infedeltà.

Egli zelava la conversione di Venezia, e a lui il Diodati porgeva

contezza come già da due anni ne stesse in pratica: da lettere di colà

venir reso certo che il paese è rinnovato; liberissimi discorsi

tenervisi, massime da frà Paolo, da frà Fulgenzio, dal Bedell, in modo

che uno crederebbe esser a Ginevra; il mal umore contro il papa non

acchetarsi; e tre quarti de' nobili aver già raggiunta la verità. De

Liquez, compagno del Diodati, soggiungeva: «Frà Paolo mi assicura che

nel popolo conosce più di dodici o quindicimila persone, le quali alla

prima occasione si volterebbero contro la Chiesa romana. Son quelli che

da padre in figlio ereditarono la vera cognizione di Dio, o resti degli

antichi Valdesi. Nella nobiltà moltissimi hanno conosciuto la verità, ma

non amano esser nominati finchè non venga il destro di chiarirsi. E una

prova si è che frà Paolo, quantunque scomunicato, ebbe ordine dal senato

di continuare a celebrar messa». Aggiunge che, avendo i preti esatto

che, prima di ricever l'assoluzione, i loro penitenti promettessero

obbedire al papa nel caso d'un nuovo interdetto, il Governo gli ha

arrestati, _et mis en lieu où depuis ne s'en est oui nouvelles;

tellement que, depuis l'accord, ils ont plus fait mourir de prètres et

autres ecclésiastiques, qu'il n'avoyent fait en cents ans auparavant_.

Anche Link, emissario dell'elettor palatino, del quale si legge la

relazione negli _Archivj storici_ del professore Lebret, parla di oltre

mille persone aspiranti alla Riforma, fra cui trecento distinti patrizj:

s'avrebbero dunque trecento voti nel gran consiglio, che di rado

eccedeva i seicento; se vi si aggiungano quelli che voterebbero per la

costoro influenza, facilmente potevano conseguire la maggiorità, e

quindi l'effetto de' loro desiderj.

Con quale asseveranza ciò è raccontato! Eppure, non che risoluzione,

nemmanco proposta di ciò trovasi mai negli Atti verbali. E come saria

stato possibile? In Venezia tutto era cattolico; l'origine, il patrono,

le feste nazionali, le belle arti: ivi sfoggiatissime le solennità; ivi

antica l'inquisizione contro l'eresia; ivi sulla religione innestata la

politica per la crociata perenne contro gl'Infedeli: ivi aggregati quasi

tutti alle confraternite, dove anche il plebeo trovavasi non solo pari,

ma fin superiore al nobiluomo e al senatore: chi ha occhio dica se fosse

culto che perisce quello che fabbricava allora tante suntuosissime

chiese. Dove lo spirito pubblico era così identificato al cattolicismo,

un Governo eminentemente conservatore potea mai pensare alla rivoluzione

più radicale? Moltissimi atti noi scorremmo a proposito dell'interdetto,

e in tutti gran franchezza e dispetto ci apparve, ma sommessione

cristiana e desiderio di riconciliarsi.

Il Diodati stesso nel 1608 venuto a Venezia, trovò assai meno che non si

fosse ripromesso; nè però deponeva le speranze: quei due frati adoprarsi

a tutt'uomo, ma ancor troppo radicata esservi la riverenza pei

monaci[216]. Soggiunge che frà Paolo non vuole svelarsi, allegando che

così potrebbe meglio _saper secrètement la doctrine et autorité papale,

en quoi il a extrêmement profité_: quanto a frà Micanzio, _sans doute il

aurait effectué quelque notable exploit, s'il n'était continuellement

contrepesé par la lenteur du père Paul_. E altrove confessa avere «a

fondo scoperto il sentimento di frà Paolo, e ch'ei non crede sia

necessaria una precisa professione, giacchè Dio vede il cuore e la buona

inclinazione». Anche l'apostato De Dominis a Giacomo I d'Inghilterra

scriveva che il Sarpi «non udiva volentieri le soverchie depressioni

della Chiesa romana, sebbene aborriva quelli che gli abusi di essa come

sante istituzioni difendessero».

Ma il Sarpi accettò la confessione protestante? Oltre la storia sua,

azioni e lettere fanno della fede sua molto dubitare[217]. Avendo Nicola

Vignerio stampato una dissertazione contro il Baronio, Filippo Canaye

ambasciatore di Francia in Venezia e amico di frà Paolo scriveva al

signore di Commartin, da quell'opera tenersi offesa la Signoria veneta,

perchè vedeasi noverata fra quelli che si smembrarono dalla Chiesa.

Eppure a quell'opera del Vignerio e all'esposizione sua dell'Apocalisse,

ove riscontra l'anticristo nel papa, diede applausi e forse ajuti frà

Paolo. E da questo crederonsi esibiti i materiali al libello inglese di

Eduino Sandis sullo stato della religione in Occidente, ove non ravvisa

che superstizione e inezie nella pietà dei Cattolici, e massime degli

Italiani. Ugo Grozio, lodando grandemente quel libro, scriveva: _Sandis

quæ habuit scripsit ipse, sed ea ex colloquiis viri maximi fratris Pauli

didicerat. Item ad quædam capita notas addidit, jam egregias in

defæcando lectorum judicio_[218].

Esso Grozio, stando ambasciadore in Isvezia, ebbe in mano, e trascrisse

a varj amici questo passo di lettera 12 maggio 1609 del Sarpi al Gillot,

canonico della santa Cappella di Parigi, che scrisse sul Concilio di

Trento e sulle libertà gallicane; _Si quam libertatem in Italia aut

retinemus aut usurpamus, totam Franciæ debemus. Vos et dominationi

resistere docuistis, et illius arcana patefecistis. Majores nostri pro

filiis habebantur olim, cum Germania, Anglia et nobilissima alia regna

servirent: ipsique servitutis istrumenta fuere. Postquam, excusso jugo,

illa ad libertatem aspirant, tota vis dominationis in nos conversa est.

Nos quid hiscere ausi fuissemus contra ea quæ majores nostri

probaverant, nisi vos subvenissetis? Sed utinam omnino subsidiis vestris

uti possemus!_[219].

Quando il Priuli ambasciatore veneto tornava di Francia, moltissimi

libri ereticali furono imballati da Francesco Biondi suo segretario, il

quale poi passò col De Dominis in Inghilterra, e apostatò. Successe

ambasciatore in Francia quell'Antonio Foscarini, che finì decapitato per

isbaglio, e ch'era molto legato cogli Ugonotti. Poi diè luogo al

cavaliere Giustiniani, che frà Paolo indica come _papista_, soggiungendo

che perciò «conviene servirsi di quello di Torino per far qualche cosa

di bene per la religione»[220].

Questo residente a Torino era Gregorio Barbarigo, tutta cosa di frà

Paolo, che lo giudicava «una delle più tranquille anime che abbia non

solo Venezia ma forse l'Italia»; ma presto fu spedito in Inghilterra ove

morì, surrogandogli il Gussoni, col quale frà Paolo avvertiva il Groslot

di non comunicare «le cose di evangelio, se non in quanto fossero

congiunte con quelle di Stato e di governo». E sempre con questa

bilancia pesa egli i differenti ambasciatori.

Coloro che si lusingavano di ridur Venezia protestante ebbero per buon

sintomo il vederla legare accordi coi sollevati dei Paesi Bassi e

riceverne un ambasciatore[221], ma era un espediente politico per

avversare la Spagna. Confidavano che Enrico IV, per la sua nimistà con

casa d'Austria, vi favorirebbe le innovazioni; ma, qualunque fossero le

costui credenze religiose, egli, come tutti i re del suo tempo, riteneva

che il Governo ha podestà d'intervenire nelle pratiche religiose de'

suoi sudditi; e nello stesso editto di Nantes, di cui gli si fa tanto

merito, non concedeva libertà di ogni culto, ma del solo calvinistico.

Inaspettatamente egli trasmise alla Signoria veneta una lettera del

Diodati, il quale al Durand, pastore in Parigi, esponeva per filo e per

segno quant'erasi tramato in Venezia; nominava come consenzienti i

principali; che fra poco le fatiche sue e di frà Fulgenzio

conseguirebbero l'intento; e se il papa si ostinasse, Venezia romperebbe

definitivamente colla Chiesa cattolica, di che già il doge e alquanti

senatori erano in desiderio.

Questa diretta denunzia[222] costringe la Signoria a provedere; i

papalini prevalgono; il Sarpi se ne scoraggia, e geme, ed «È incredibile

quanto grande sia stato il male fatto con quella lettera. Se sarà guerra

in Italia, fia bene per la religione, e per questo Roma la teme;

l'Inquisizione cesserà, e l'evangelio avrà corso»[223]; e si duole che

«le occasioni sono smarrite, dirò morte e sepolte, e solo Dio può

eccitarle, al quale se piacerà così, ho materia accumulata e formata

secondo le occasioni»[224]. Come ogni altro mestatore, desiderava dunque

la guerra, e invocava gli stranieri; ora Enrico, da cui «unicamente

potea venirci salute», ora Sully, ora il re d'Inghilterra, od altri

nemici della Spagna; si duole che il papa proceda lenemente, sicchè i

politici s'acconciano alla pace, tanto più che i Turchi minacciavano; e

«Non vedo altro rimedio per conservare e nutrire quel poco che resta, se

non venendo molti agenti de' principi riformati e massime dei Grisoni,

perchè questi farebbero l'uffizio in italiano[225]. Spagna non si può

vincere se non levato il pretesto di religione: nè questo si leverà se

non introducendo Riformati in Italia. E se il re di Francia sapesse

fare, sarebbe facile e in Torino e qui. La Repubblica negozia lega coi

Grisoni; per questa strada si potrebbe far qualche cosa, se dimandassero

esercizj di religione in Venezia»[226]. Del suo scoraggiarsi lo

rimbrottava Mornay, soggiungendogli che, di tal passo, morrà prima di

vedere compiuta la sua opera[227].

Con questa disposizione di cose e di spiriti, il litigio col papa poteva

incancrenirsi. Ne esultavano i Protestanti, e il Casaubono rallegravasi

di essere stato dall'ambasciatore Priuli invitato a Venezia, dove

conoscerebbe _magnum Paulum, quem Deus necessario tempore ad magnum opus

fortissimum athletam excitasset_; invitava Giuseppe Scaligero e Scipione

Gentile a rallegrarsi che in mezzo a Venezia fosse sorto un sì magnanimo

oppugnatore dei sofisti per manifestare i paralogismi con che illudono

il mondo[228]. Ma gli uomini positivi vedeano altrimenti, e il famoso

Sully, benchè ugonotto, compiangeva che il Sarpi svertasse l'autorità

del pontefice fra i Veneziani, i quali, se avessero dato segno

d'apostatare, subito avrebbero avuto in soccorso Turchi, Greci,

Evangelici, Protestanti d'ogni paese, rattizzando un incendio, quale al

tempo di Leone X e Clemente VII. Laonde egli si concertava coi cardinali

di Giojosa e di Perrone per impedire che tali semi si sviluppassero in

Italia, e per rimettere in concordia Venezia col papa[229].

Un tale pericolo viepiù affliggeva le anime pie[230]; e il Bellarmino

lasciò da banda le controversie cogli eretici per ribattere i libelli

de' _sette teologi_ veneziani. Oltre le ragioni di che la francheggiano

esso e il Baronio[231], Roma minacciava anche coll'armi, finchè

l'imperatore e i re di Spagna e Francia e i duchi di Savoja e di Firenze

interpostisi, ripristinarono la pace. Nell'aprile 1609 il nunzio

pontifizio fu mandato con istruzioni moderatissime, abrogando gli atti

lesivi, rimettendo alla quieta i frati, eccetto i Gesuiti, non

obbligando Venezia a verun atto d'umiliamento o ritrattazione, solo che

usasse temperamenti. Il doge Lionardo Donato annunziava a tutti gli

ecclesiastici che, «colla grazia del Signore, s'è trovato modo col quale

la santità del pontefice ha potuto certificarsi della candidezza

dell'animo nostro, della sincerità delle nostre operazioni e della

continuata osservanza che portiamo a quella santa sede, levando le cause

dei presenti dispareri: noi, siccome abbiamo sempre desiderato e

procurato l'unione e buona intelligenza colla detta santa sede, della

quale siamo devoti ed ossequentissimi figli, così ricevemo contento di

aver conseguito questo giusto desiderio»; e perciò ritirava la protesta

che avea fatta contro l'interdetto. I due prigionieri furono messi in

due gondole, consegnati all'ambasciatore di Francia cardinale Giojosa

che era stato incaricato d'interporsi, e che assicurava Enrico IV

aveagli sempre scritto di ricordare ai Veneziani _di star bene con il

papa_[232].

E il papa ricevette cortesemente l'ambasciatore Contarino, dicendogli

che «dalla buona intelligenza fra la santa sede e la Repubblica dipende

la conservazione della libertà d'Italia; che non volea ricordarsi delle

cose passate, ma _nova sint omnia et vetera recedant_»[233].

Sarebbe contro natura se all'abbaruffata sottentrata fosse così subito

la cordialità. Venezia, che che gliene dicessero, capiva d'essere la

vinta; il papa non potea dimenticare con quei modi gli si era resistito:

pure smetteano i puntigli, col che ripianavansi le differenze. Giacomo I

d'Inghilterra, re teologastro, avendo pubblicata allora _l'Apologia pro

juramento fidelitatis_ in senso ereticale, e mandatala a tutte le Corti,

il re di Spagna e il duca di Savoja negarono riceverla; il granduca di

Toscana la fe bruciare: i Veneziani combinarono fosse presentata

dall'ambasciatore in Collegio, e dal doge ricevuta come segno della

benevolenza reale, poi trasmessa al grancancelliere, che la riponesse

sotto chiave. Il nunzio apostolico Gessi presentò al Collegio la censura

che Roma aveva proferito contro quel libro, e domandò venisse proibito:

e il Collegio gli espose l'operato, e al capo degli stampatori comunicò

verbalmente di non venderlo. Se ne indispettì l'ambasciatore inglese

tanto, che fu duopo spedir apposta in Inghilterra Francesco Contarini,

il quale sì ben ne ragionò, che il re ebbe a lodare il cauto procedere

de' Veneziani[234].

Colla lite dileguarono le speranze d'apostasia, e frà Paolo si moderò,

benchè non cambiasse sentimenti. Invero egli fu nimicissimo ai Gesuiti:

non è male che non ne dica in ogni occasione: non lasciò via intentata

perchè fossero esclusi prima, non riammessi poi dalla Repubblica:

procacciavasi sollecitamente i libri contrarj ad essi, e «Non c'è

impresa maggiore (scriveva) che levare il credito ai Gesuiti. Vinti

questi, Roma è presa; senza questi, la religione si riforma da sè». «È

sicuro (soggiunge) assolverebbero d'ogni colpa anche il diavolo, quando

con loro volesse accordarsi»; e «si vantano di dovere fra poco potere

tanto a Costantinopoli quanto in Fiandra»[235]; e al signor Dell'Isola

scriveva: «De li Gesuiti ho sempre ammirato la politica e massime nel

servar li secreti. Gran cosa è che hanno le loro istituzioni stampate,

eppure non è possibile vederne un esemplare. Non dico le regole che sono

stampate in Lione; quelle sono puerilità; ma le leggi del loro governo,

che tengono tanto arcane. Sono mandati fuori, ed escono dalla loro

compagnia ogni giorno molti e mal soddisfatti ancora, nè per questo sono

scoperti li loro artifizj. Non vi sono altrettante persone nel mondo che

cospirino tutte in un fine, che siano maneggiate con tanta accuratezza,

ed usino tanto ardire e zelo nell'operare».

Il buon senso non accecato da passione avrebbe dovuto conchiuderne che

non è vero esistessero queste regole secrete; pure la vulgarità le

voleva: ma se si trovò chi stampolle col nome di _Monita secreta_,

l'accannimento non toglieva al Sarpi il lume della ragione fin al punto

da non avvertire l'assurdità di quel libercolo. «L'ho scorso, e m'è

parso contenere cose sì esorbitanti, che resto con dubitazione della

verità: gli uomini sono scellerati certo, ma non posso restare senza

meraviglia che tante ribalderie sarebbero tollerate nel mondo. Al

sicuro, di tali non abbiamo sentito odore in Italia; forse altrove sono

peggiori; ma ciò sarebbe con molta vergogna della nazione italiana, che

non cede a qual altra si voglia». Ci voleva la depressione più

mortificante della ragione umana perchè quel libretto fosse aggradito e

ristampato dai nostri contemporanei, per pascolo della spensante

Italia[236].

A chi dunque fa tutt'uno Gesuiti e santa Chiesa non può che puzzare

d'inferno frà Paolo: ma altri vorrà solo in lui vedere un patrioto

infervorato, perciò nimicissimo alla Spagna, e in conseguenza a'

Gesuiti, che credeva incarnati con questa; mentre ben sentiva de'

Protestanti perchè, nelle guerre d'allora, contrabilanciavano Casa

d'Austria. Alla curia romana, che, in ogni caso, bisogna ben distinguere

dalla Chiesa, frà Paolo professava un'ostilità esacerbata da puntiglio:

sempre acerrimo contro le pretensioni di essa[237], applaudiva alle

libertà gallicane, e «se briciolo di libertà noi abbiamo o ci

rivendichiamo in Italia, è tutto merito della Francia: a resister a una

sfrenata signoria voi (francesi) c'insegnaste... e come giunger al

termine che il supremo potere di stabilire la disciplina ecclesiastica

risegga nel principe... e il segnar le norme a bene usare dell'autorità

della Chiesa»[238]. Ciò lo portava all'assolutismo, asserendo che «se

v'ha alcuna cosa che alla sovranità del principe si sottragga, quel

principe da quell'ora rimansi esautorato di fatto». Repugna dal Baronio

e dal Bellarmino, celia sui miracoli, mentre applaudisce agli Ugonotti:

il durar di Roma giudica che «dipende da un sottil filo, cioè dalla pace

d'Italia... Vogliate credermi; una volta messa la guerra in Italia,

vinca il pontefice o sia vinto, non importa, la cosa è spacciata»[239].

Ma da questi pensamenti corre ancora un gran tratto all'apostatare. La

riforma ch'egli bramava consistea nella disciplina più che nei dogmi,

intorno ai quali, è mai probabile si lusingasse di impegnare

l'attenzione d'una Signoria tanto positiva, tanto nemica dei

cambiamenti? Giurisprudente nel senso antico della parola, non

paradossale come Calvino, non sottile come Soccino, eresiarca non poteva

riuscire, giacchè considerava la religione come inviolabile

nell'essenza, purchè non abbia parte alcuna nel poter dello Stato.

Eccedono dunque e detrattori[240] e panegiristi[241], e degli uni e

degli altri abbondò. Anzi che luterano o calvinista, potremmo

qualificarlo razionalista, venerando, la propria ragione più di

qualsiasi autorità, in traccia della verità, senza voler mai trovarla

ove riposa. Ai carteggi suriferriti non si può scemar forza, se non

imputandoli all'opportunità politica, e al voler carezzare le opinioni

degli adulatori, come allorchè la Chiesa chiamava _meretrix, bestia

babylonica_ e simili titoli.

Ben a questa recò un colpo micidiale colla _Storia del Concilio di

Trento_. Da fanciullo dovette sentire, da chi vi prese parte, discorrere

di quel fatto capitalissimo nella Chiesa; a Mantova usò famigliarmente

con Camillo Olivo segretario al cardinale Gonzaga, uno de' presidi al

sinodo; in Venezia con ambasciatori di principi: e parendogli che le

storie già stampate, fin quella di Giovanni Sleidan che a tutte

antepone, non dessero sufficientemente a conoscere _l'Iliade del secol

nostro_, si propose di raccontare «le cause e i maneggi d'una

convocazione ecclesiastica, nel corso di ventidue anni per diversi fini

e con varj mezzi da chi procacciata o sollecitata, da chi impedita o

differita, e per altri anni diciotto ora adunata, ora disciolta, sempre

celebrata con varj fini, e che ha sortito forma e compimento tutto

contrario al disegno di chi l'ha procurata e al timore di chi con ogni

studio l'ha disturbata; chiaro documento di rassegnare li pensieri a

Dio, e non fidarsi della prudenza umana. Imperocchè questo Concilio,

desiderato e procurato dagli uomini pii per riunire la Chiesa che

incominciava a dividersi, ha così stabilito lo scisma ed ostinate le

parti, che le ha fatte discordi e irreconciliabili; e maneggiato dai

principi per riforma dell'ordine ecclesiastico, ha causato la maggior

diformazione che sia mai stata da che vive il nome cristiano: dalli

vescovi sperato per riacquistar l'autorità episcopale passata in gran

parte nel solo pontefice romano, l'ha fatta loro perdere tutta

intieramente, riducendoli a maggior servitù. Nel contrario, temuto e

sfuggito dalla Corte di Roma, come efficace mezzo per moderarne

l'esorbitante potenza, da piccioli principj pervenuta con varj progressi

ad un eccesso illimitato, gliel'ha talmente stabilita e confermata sopra

la parte restatale soggetta, che non fu mai tanta nè così ben radicata».

Il Sarpi vi lavorò con attentissima pazienza; come costumavasi allora,

copiò a man salva gli storici precedenti, Giovio, Guicciardini, De Thou,

Adriani, e sovente non fa che tradurre lo Sleidan, ostilissimo a Roma:

ma li completò con qualche documento e colle relazioni de' legati

veneti; rialzò i fatti con osservazioni proprie; ma non guardandone che

il lato esterno, fa la parodia anzichè la storia della più insigne

assemblea che si fosse mai veduta; vuol ridurre alle proporzioni d'un

intrigo la decisione delle cose superne, e farle dipendere da una

manovra, da un'infreddatura, da un'arguzia felice, da un discorso

eloquente, da un'infornata di cardinali, dalla pronunzia strana d'un

prelato forestiero, dall'artifizio de' presidenti a soffogar la

questione o prorogarla, come succederebbe in un parlamento d'oggi;

anzichè dallo Spirito Santo, che, come empiamente dice, viaggiava in

valigia da Roma a Trento.

Come nella vita, così nell'opera non abbracciò risolutamente un simbolo

protestante, eppure staccasi dal dogma cattolico volendo la personale

interpretazione delle sacre scritture; ripudiando i libri

deuterocanonici; disprezzando la vulgata; separando l'esegesi dalla

dottrina patristica; riguardo al peccato originale, alla grazia, alla

giustificazione, ad altri dogmi, copia alla lettera il teologo Martino

Chemnitz, uno de' più avversi al Concilio.

Non solo i polemici, ma gli annotatori più benevoli ed assenzienti lo

convincono di grossi errori; senza contare la sistematica finzione di

lunghi discorsi, che mai non furono recitati o da tutt'altri che da

quelli, in cui bocca li pone. Il quale vezzo retorico, se è brutto nelle

storie profane, sta ben peggio qui, dove si discutono punti di fede. Ma

appunto uno de' molti artifizj di frà Paolo è il non asserire in testa

propria, ma o far dire da altri ciò che sarebbe evidente eresia, o

narrarlo come dottrina nè approvata nè riprovata, oppure confutarlo con

ragioni che ne crescono la forza.

In tempo d'impetuose diatribe conservava un'apparente calma, quasi non

riferisse che fatti e documenti: e coll'aspetto d'imparzialità cattivava

gl'inesperti, e mascherava le ignoranze e contraddizioni sue, mentre

tutto disponeva non per chiarire la verità, ma per ottenere effetto, sin

alterando i documenti perchè servissero alla sistematica sua opposizione

e agl'interessi politici del suo paese.

Quanto non si raffina nell'interpretare le intenzioni, sempre in

sinistro qualvolta trattasi di Cattolici! Si bruciano in Francia i

Protestanti? compassiona «quei miseri che di nessun'altra cosa erano

colpevoli se non che di zelo dell'onor divino e salute dell'anima

propria» (Lib. V). Parlando dell'Indice, conchiude che «non fu mai

trovato il più bell'arcano per adoperar la religione a fare insensati

gli uomini» (Lib. VI) ed aggrandir l'autorità della Corte romana col

privarli di quella cognizione ch'è necessaria per difendersi dalle

usurpazioni. Alla Chiesa primitiva, nella quale soltanto egli vuol

incontrare il vero cristianesimo, revoca sempre la credenza o la

disciplina, condannando come intrusioni umane tutte le istituzioni che

essa trae dalla sempre fresca sua vitalità. E come ne' primi tempi, vuol

la Chiesa sottomessa alla territoriale direzione; ne' quali tempi le

relazioni della Chiesa collo Stato, o pagano o giudaico, troppo

differivano da quando essa giunse a compiuto sviluppo. Perciò nè

storica, nè ecclesiastica è la sua intuizione della gerarchia, della

giurisdizione spirituale, del primato, della scolastica, del monachismo,

e via discorrendo. La gerarchia non fa consolidata che per ambizione de'

papi, e debolezza e ignoranza de' principi; nè fruttò giovamento ai

popoli, bensì oppressione e tirannia: non che il clero favorisse il

sapere, l'arte, l'umanità nel medioevo, usufruiva a puro suo vantaggio i

collegi e le scuole. Nel ribatter ostinato le pretensioni della Corte

romana, neppur s'avvide che il rinnovamento di esse era un'espressione

dell'iniziato restauramento religioso.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 24 / 101 段