Il clero indistintamente era tenuto sottoposto alla giurisdizione dei

Dieci ed escluso dagli uffizj civili: qualora si recassero in

discussione affari relativi a Roma, venivano rimossi dal Consiglio i

_papalisti_, vale a dire che avessero aderenza con quella Corte, o

soltanto parentela negli Stati pontifizj: e il 9 ottobre 1525 i Dieci

risolsero, chi avesse figli o nipoti negli Ordini fosse escluso nel

trattar qualunque affare concernente Roma. Allegando che il custodire

Corfù e Candia, antemurali della cristianità, costava più di

cinquecentomila scudi l'anno, Venezia ottenne dal papa un decimo delle

rendite ecclesiastiche, non escluse quelle de' cardinali. Alle

trentasette sedi vescovili l'investitura era data dal doge stesso, in

nome di Dio e di san Marco; ma dopo la lega di Cambrai la curia romana

n'avea tratto a sè la collazione, lasciando alla Signoria solo un quarto

delle nomine, sebbene le altre non potessero cadere che in sudditi

veneti. Quando Innocenzo VIII pretese l'incondizionata elezione dei

vescovi di Padova e d'Aquileja, la Signoria si oppose, com'anche alle

decime ch'e' voleva levare sopra le istituzioni di beneficenza. Pio IV

nomina vescovo di Verona Marcantonio da Mula, allora ambasciatore a

Roma; e la Signoria ricusa riceverlo; così fa quando lo elegge

cardinale, e ai parenti suoi vieta d'assumere la veste purpurea di seta

in segno di festa; e ne manda scuse al papa, scrivendo: «Noi siamo

schiavi delle nostre leggi, ed in ciò consiste la nostra libertà». Nè

volle che il Vendramin, eletto patriarca, dovesse subire l'esame a Roma;

proibì di ricevere o pubblicare la bolla in _Cœna Domini_.

Gregorio XIII, quando volle ordinar la visita generale delle chiese

venete, come erasi fatto di tutta la cristianità, trovò somma

opposizione: in nessun tempo essersi ciò praticato nel dominio: ne

sarebbero scompigliati i paesi di rito greco o confinanti coi Turchi: si

arrivò fin a minacciare di unirsi alla Chiesa greca; e solo con somme

precauzioni nel 1581 fu lasciata operare, ma da prelati indigeni[203].

Quando gli ambasciadori veneti andarono a Ferrara a congratularsi con

Clemente VIII dell'acquisto di quella città nel 1598, il papa chiese

loro, che anche la Repubblica ajutasse a quel ch'egli faceva cogli

infedeli convertiti, procurando ad essi modo di vivere, impiegandoli o

come palafrenieri e cavalleggieri, o a cavar terra o pietre o altro; che

non lasciassero vivere in ghetto gli Ebrei fatti cristiani; che molti

vivendo in bigamia, sebben questo reato spettasse al Foro laico, se ne

lasciasse il giudizio all'Inquisizione senza ledere la giurisdizione

civile; che si procedesse con dolcezza nell'esigere le taglie de' beni

ecclesiastici[204].

Della giurisdizione sovra persone ecclesiastiche Venezia era tanto

gelosa, che gl'Inquisitori di Stato, avuto spia come in casa del nunzio

si discorreva «che l'autorità del principe secolare non si estende a

giudicar ecclesiastici se questa facoltà non sia concessa da qualche

indulto pontifizio», stabilì che i prelati paesani, i quali tenessero

simili discorsi, fossero notati su libro apposito come «_poco accetti_,

e si veda occasione di farne sequestrare le entrate; e se perseverino,

si passi agli ultimi rigori, perchè il male incancrenito vuol al fine

ferro e fuoco». Quanto ai curiali del nunzio, se tengono di tali

propositi fuori della Corte, «sia procurato di farne ammazzar uno,

lasciando anche che, senza nome di autore, si vociferi per la città che

sia stato ammazzato per ordine nostro, per la causa suddetta»[205].

Nel 1603 il nunzio movea querela perchè l'ambasciadore d'Inghilterra

facesse tener pubbliche prediche in sua casa: vero è ch'erano in

inglese, ma potrebbe anche presto voler farle in italiano. La Signoria

rispose che, trattandosi di re sì grande come l'inglese, e del quale è

preziosa l'amicizia, non poteasi impedir al suo ministro d'esercitare il

proprio culto; vorrebbero però pregarlo di non ammettere altra

gente[206].

Un frate a Orzinovi pubblica un libello contro un magistrato veneto, e

questo lo fa arrestare, togliendogli di mano il Santissimo, ch'egli avea

preso per garantirsi. Condannato un prete marchigiano, la Signoria manda

al patriarca che lo sconsacri; e poichè questi esitava, alcuni in

Consiglio propongono di dargliene ordine preciso; altri soggiungono che

con ciò s'impiglierebbe in futuro il corso della giustizia, e perciò si

mandi al supplizio senza degradazione. Egualmente la Signoria fa

carcerare Scipione Saraceno canonico di Vicenza e l'abate Brandolino di

Narvesa nel Trevisano, imputati di nefandità, e rinnova l'antico decreto

che gli ecclesiastici non possano acquistare beni stabili, e devano

vendere quelli che ricevessero per testamento, nè si fondino nuove

chiese senza beneplacito del senato.

Se n'adontò Paolo V. Era egli stato Camillo Borghese, e salito papa

senza brighe, si credette eletto dallo Spirito Santo per reprimere gli

abusi che aveano abbassato la Santa Sede. Di rigorosa virtù, erogava

dodicimila scudi l'anno in limosine e doti; censessantamila ne spese in

erigere quel maestoso tempio ch'è Sant'Andrea della Valle, e moltissimi

in doni a Loreto e ad altre chiese e santuarj. Degli affari decideva

egli stesso, anzichè riferirne in concistoro; insistette perchè i

vescovi risedessero; voleva istituir una congregazione per istudiare i

mezzi di ampliare l'autorità ecclesiastica e _mortificar la presunzione

de' governi secolari_, e ripeteva: «Non può darsi vera pietà senza

intera sommessione alla podestà spirituale». Per questa lottò con Malta,

con Savoja, col senato di Milano, coi governi di Lucca e Genova non

solo, ma con Francia e Spagna, e sempre prosperamente.

Col doge si trovava già in iscrezio per affari di decime, di franchigie,

di commercio, di guerra coi Turchi; e guardava di mal occhio questa

Potenza, oculatissima ad escluder gli ecclesiastici da ogni maneggio

d'affari, a non mantenere pensionarj a Roma, a esiger tasse anche dai

beni ecclesiastici, allegando ch'erano un terzo dell'intero territorio;

a voler giudicare anche i preti per le colpe ordinarie: e anticipando

una qualifica che Federico di Prussia applicò a Giuseppe II, diceva al

Contarini: «Signor ambasciatore, con nostro grandissimo dispiacere

intendiamo che i signori capi dei Dieci vogliono diventar sagrestani,

poichè comandano a' parocchiani che all'_Ave Maria_ serrino le porte

delle chiese, e a certe ore non suonino le campane».

Nato quell'aperto «pretesto di spiritualità» che dicemmo, scrisse

minaccie al doge, e non ascoltato, radunò un concistoro, nel quale

quarantun cardinali, eccetto un solo veneziano, convennero non potersi

spingere più oltre la tolleranza: sicchè il papa mandò monitorj il 25

dicembre 1605, poi la scomunica, espressa con una severità che ripugna

ai tempi[207]. La Signoria se ne mostrò addolorata, ma non cambiò

tenore. Potea facilmente rassettar la cosa col consegnare al Foro

ecclesiastico uno dei due arrestati; ma prevalse il puntiglio e il voler

braveggiare contro la maggiore autorità; ed avviluppandosi nelle

meschinità consuete a chi fa guerra ai preti, intimò guai a chi

«lasciasse pubblicare il monitorio»; impose che gli ecclesiastici

continuassero le uffiziature pubbliche e ad amministrar i sacramenti:

dietro ciò guerricciuole contro chi disobbediva; ai vescovi di Brescia,

e di Treviso, al patriarca di Udine minacciar confisca e peggio; si

citino l'arcidiacono Benaglio e l'abate Tasso; si puniscano preti e

frati d'Orzinovi e il Lana arciprete del duomo di Brescia, renitenti; si

obblighi ai divini uffizj l'inquisitore di Brescia, che se ne astiene

allegando le sue molte occupazioni: e perchè reluttò, sia bandito; si

scarceri il priore dei Domenicani, dacchè promise obbedire al Governo;

s'arrestino i commissarj apostolici: lamenti contro i frati di Rodengo,

contro i rettori di Verona per renitenze di que' preti: lode ai rettori

di Bergamo per aver ingiunto ai cappelletti e soldati côrsi d'impedire a

qualsivoglia curato di partirsi dai luoghi, nello spirituale sottoposti

all'arcivescovado milanese; suggerir che il conte Martinengo generale di

cavalleria, sotto pretesto d'andare a caccia, vada a rinfrancare que'

curati nell'obbedienza; i rettori _così alla sorda_ chiamino due o tre

per volta i confessori, scandaglino le loro opinioni in materia

d'interdetto, e i renitenti puniscano a loro arbitrio; si sorveglino le

monache che stavano in carteggio con Roma e non andavano alla

messa[208]. Al vicario del vescovo di Padova, che rispose farebbe quanto

lo Spirito Santo gl'ispirasse, il podestà soggiunse: «Lo Spirito Santo

ispirò ai Dieci di far impiccare chiunque recalcitra».

Bandironsi Gesuiti, Teatini e Cappuccini, i quali, tenendosi obbligati

d'obbedire al papa anzichè al principe secolare, andarono via

processionalmente dallo Stato, con un crocifisso al collo e una

candeletta in mano[209]; e restò proibito di scrivere e ricevere lettere

a e da' Gesuiti, pena il bando e la galera come pel lasciare figliuoli

ne' loro collegi.

Sarebbe bizzarro e, mutati i costumi, avrebbe riscontro in altri tempi

il descrivere le intime dissensioni delle terre e delle famiglie

sull'obbedire o no al pontefice; ne' conventi, monache le quali di

soppiatto scrivono a Roma: frati che tirano a sorte chi dovrà pubblicare

le bolle dell'interdetto; altri che vengono di nascosto a infervorare

alla resistenza: e chi a dispetto suona le campane: e chi procura venga

celebrata la pasqua[210]: pure la Signoria, più civile e più accorta che

alcuni Governi sparnazzanti il preteso progresso, non soffrì venisse

insultata la religione, nè calpesta l'autorità, ch'è il fondamento

d'ogni viver civile: e quando un Servita in pergamo si permise acerbe

parole contro il pontefice, sin a dire che Paolo era divenuto Saulo,

essa lo disapprovò.

Tesi, apologie, consulti furono scritti e contro e in favore dai meglio

reputati giuristi[211], e singolarmente dal celebre Menocchio,

presidente al senato di Milano; i più sostenendo ne' governi il diritto

di esaminar i motivi delle scomuniche e delle ordinanze pontifizie. Quel

che ne sentissero i libertini ci appare da Gregorio Leti che nella _Vita

di Sisto V_ scrive: «I frati veneziani hanno tanto a cuore la

riputazione della loro repubblica, che in servizio di questa

rinuncierebbero, per maniera di dire, Dio, non che il papa e la

religione; ed io trovo che tutti gli altri frati devono fare lo stesso

in servizio del loro principe, quantunque si veggano molti esempj

contrarj e scandalosi».

Durava ancora il tempo vagheggiato da Giulio II, ove non si mandasse

scomunica che sulle punte delle lancie: onde il papa faceva armi; armi

facea la repubblica, e al litigio prese parte tutta Europa, in tutta

ritrovandosi persone e cause interessate. La Spagna, che, attenta a

ribadire il suo predominio in Italia, guatava in sinistro questa

republica che gliel contendea, soffiava nel fuoco; rifiutò

l'ambasciadore veneto come scomunicato; il duca d'Ossuna diceva a Paolo

V che i Veneziani non bisognava contarli per cristiani, giacchè spesso

aveano conchiuso trattati coi Turchi, espulso i Gesuiti, cozzato col

papa, parteggiato cogli eretici di Francia e d'Olanda. Di rimpatto

Enrico IV stimolava i Veneziani a suscitare disordini ne' dominj

spagnuoli. Più li favorivano l'Inghilterra, l'Olanda, il conte di

Nassau, i Grigioni, avversi al papa, e spinti dai predicanti, che

speravano in quei dissidj un'occasione di impiantare la Riforma in

Italia, cioè proprio nella sede del cattolicismo.

La franchigia di commercio, per cui Armeni, Turchi, Ebrei v'erano

egualmente i ben venuti, favoriva a Venezia l'indifferenza religiosa.

L'autore del _Discorso aristocratico sopra il governo dei signori

Veneziani_ assicura che, venendo a morte un Luterano o Calvinista,

permetteasi fosse sepolto in chiesa, e i parroci non se ne faceano

scrupolo; aggiunge però: «Non ho mai conosciuto alcun veneziano seguace

di Calvino o di Lutero od altri, bensì d'Epicuro e del Cremonini, già

lettore nella prima cattedra di filosofia nello studio di Padova, il

quale assicura che l'anima nostra provenga dalla potenza del seme, come

le altre dell'animal bruto e per conseguenza sia mortale. Seguaci di

questa scelleratezza sono i migliori di questa città, ed in particolare

molti che hanno mano nel governo».

La proibizione de' libri rovinava le stamperie, che a Venezia erano in

gran fiore. Le idee democratiche, diffuse dalla scuola gesuitica,

disturbavano la dominante aristocrazia, che in conseguenza parteggiava

pel potere assoluto de' principi, e favoriva i Protestanti contro i

Cattolici.

Campione del partito principesco ci si presenta Paolo Sarpi, frate

servita, uno de' migliori ingegni di quell'età anche nelle scienze

positive. Teologo della Repubblica, in quel litigio fu condotto ad

esaminarne i titoli, e con ragioni ed autorità sminuire l'ingerenza del

papa ne' civili negozj, e contro le dottrine democratiche de' Gesuiti

sostenere che il poter de' principi deriva immediatamente da Dio, e non

è sottoposto a nessuno: il papa non aver diritto di esaminare se le

azioni d'un Governo siano colpevoli o no, poichè ciò porterebbe a

indagini incompatibili colla sovranità principesca. Sebbene scrivesse

per comando e «a norma delle pubbliche mire»[212], venne ad

infervorarsene per modo, che suo distintivo rimase l'avversione alla

santa sede. Stampò allora (se pur è sua) la _Consolazione della mente

nella tranquillità di coscienza, cavata dal buon modo di vivere nella

città di Venezia nel preteso interdetto di papa Paolo V_, ove propone

tali quistioni: 1º nel pontefice e nella Chiesa v'è autorità di

scomunicare? 2º quali persone sono soggette a scomunica, quali le cause

di applicarla? 3º la scomunica è appellabile? 4º è superiore il

pontefice o il Concilio? 5º per ragion di scomunica il principe

legittimo può essere privato de' proprj Stati? 6º per impedire la

libertà ecclesiastica s'incorre giustamente nella scomunica? 7º qual è

questa libertà? e si estende solamente alla Chiesa, ovvero anche alle

persone di questa? 8º il possesso delle cose temporali spettanti alla

Chiesa è di diritto divino? 9º una repubblica come un principe libero

può restar privata dello Stato per causa di scomunica? 10º il principe

secolare ha legittima azione di riscuotere le decime, e legittima

potestà d'ordinare ciò che giovi alla repubblica sopra i beni e le

persone ecclesiastiche? 11º ha per se stesso autorità di giudicare gli

ecclesiastici? 12º quanto si estende l'infallibilità del pontefice?

E rispondeva in somma, che la potestà del santo padre si limita a

procurare la pubblica utilità della Chiesa: il Cristiano, non che a

quello dover obbedienza cieca, pecca se la presta, ma deve esaminare se

il comando è conveniente, legittimo, obbligatorio; e quando il pontefice

fulmina scomunica o interdetto per comandi ingiusti e nulli, non s'ha a

tenerne conto, essendo abuso di podestà: la scomunica è ingiusta e

sacrilega quando lanciata contro la moltitudine; non può sussistere se

non s'appoggia a peccato, anticipatamente minacciato di scomunica: il

Concilio di Trento, fuoco di Sant'Elmo apparso nelle maggiori burrasche

della Chiesa, ingiunge estrema circospezione nell'infliggerla, ma erra

quando vuole che, chi vi persevera un anno, sia dato all'Inquisizione

come sospetto d'eresia; e quando vieta al magistrato secolare d'impedire

al vescovo di pubblicarla: le immunità ecclesiastiche non sono di

diritto divino. La Chiesa greca, sempre povera, patì minori scandali che

la latina. È patto tra il popolo e i ministri della Chiesa che questi

somministrino la parola e i sacramenti, quello il pane corporale. I

papi, non che la temporale, neppur sempre ebbero la sopreminenza

spirituale, e la usurparono favorendo principi usurpatori. Mentre le

cose umane col tempo svigoriscono, nella monarchia ecclesiastica cresce

l'autorità, non già la santità e la riverenza. I principi temporali non

dipendono che da Dio: nè Cristo poteva trasmettere al suo vicario la

potestà temporale ch'egli non esercitò. Il papa non ne ha veruna sui

principi, non può punirli temporalmente, non annullarne le leggi, o

spogliarli de' dominj. A rincontro gli ecclesiastici non han nulla che

resti esente dalla podestà secolare, e il principe esercita sulle

persone e i beni altrettanta autorità che sugli altri sudditi.

L'impugnar Roma era prova di tutt'altro che d'eroismo in una repubblica

sempre ricalcitrante alle pretensioni curiali; e frà Paolo,

sbraveggiando il papa, umiliavasi a Filippo II, preconizzandogli

ridurrebbe schiave Europa ed Africa, e muterebbe Parigi in un villaggio;

porgevasi sommessissimo ai nobiluomini del suo paese, e blandendo ad

essi ed all'opinione interessata, usurpavasi gli onori del coraggio.

Come sentisse in fatto di libertà cel dicono certe costituzioni da esso

ideate pel suo Ordine, ove non dubita ricorrere fin alla tortura; e

l'insinuare alla Repubblica provedimenti tirannici: dai giudizj

escludere il dibattimento[213]; tenere ben depressi i nobili poveri;

opprimere le colonie levantine; ai Greci, come a belve, limar i denti e

gli artigli, umiliarli spesso, toglierne ogni occasione d'agguerrirsi,

trattarli a pane e bastonate, serbando l'umanità per altre occasioni;

nelle provincie d'Italia industriarsi a spogliar le città dei loro

privilegi, fare che gli abitanti impoveriscano, e i loro beni sieno

comperati da Veneziani; quei che nei consigli municipali si mostrano

animosi, perderli se non si può guadagnarli a qual sia prezzo: se vi si

trova alcun capoparte, sterminarlo sotto qualsiasi pretesto, cansando la

giustizia ordinaria, e il veleno tenendo come meno odioso e più

profittevole che non il carnefice. Suggerisce una legge rigorosa contro

le stampe, atteso che «da pochi anni in qua escono quotidianamente a

stuolo libri, che insegnano non esser da Dio altro governo che

l'ecclesiastico; il secolare esser cosa profana e tirannia, e come una

persecuzione contro i buoni da Dio permessa: che il popolo non è

obbligato in coscienza obbedire le leggi secolari, nè pagar le gabelle e

pubbliche gravezze, e basta che l'uomo sappia far di non essere

scoperto: che le imposte e contribuzioni pubbliche per la maggior parte

sono inique ed ingiuste, ed i principi, che le impongono scomunicati:

insomma i principali magistrati sono rappresentati e posti in concetto

dei sudditi per empj, scomunicati ed ingiusti; e se è necessario tenerli

per forza, in coscienza è lecita ogni cosa per sottrarsi dalla loro

soggezione».

Contro il papa e contro Gesuiti e Cappuccini predicava pure frà

Fulgenzio Manfredi minorita, il quale poi andato a Roma con

salvocondotto, ottenne ricevimento cortesissimo e l'assoluzione: poi

repente fu arrestato dal Sant'Uffizio, e trovatogli libri proibiti,

scritture ereticali e carteggi d'intelligenze col re d'Inghilterra, fu

appiccato ed arso.

Secondava al Sarpi frà Fulgenzio Micanzio da Passirano presso Brescia,

predicando con tale franchezza, che il medico Pietro Asselineau

d'Orleans, dimorante in Venezia e caldo in quei maneggi, per cui spesso

scriveva consulti invece di frà Paolo, ebbe a dire: «Pare Dio abbia per

l'Italia suscitato un altro Melantone o Lutero»[214]. Fece egli il

quaresimale nel 1609 «con libertà, verità e gran concorso di nobiltà e

popolo, a dispetto del nuncio e delle sue rimostranze», come scriveva

Duplessis-Mornay.

Alle scritture che, in occasione dell'interdetto, pubblicavansi contro

Roma, esultavano i Protestanti; Melchiorre Goldast, Gaspare Waser,

Michele Lingeslemio, Piero Pappo ne esprimevano congratulazioni,

faceanle tradurre e divulgare; lo Scaligero viepiù, il quale scriveva:

«Il signor Carlo Harlay di Dolot m'ha detto di aver portato libri di

Calvino a diversi signori di Venezia, dove già molti hanno la cognizione

degli scritti nostri»; e divulgavasi la profezia di Lutero

nell'esposizione del salmo XI: «A Venezia sarà ricevuto il vangelo: e i

poveri e gli oppressi cristiani liberamente si sostenteranno e

nutriranno, sicchè la Chiesa si moltiplichi».

Chi abbia vissuto appena questi ultimi anni, sa come le controversie con

Roma o l'avversione ad un papa infondano ardire e lusinghino speranze di

rompere colla Chiesa. Chi ciò cercasse non difettava in Venezia, quali

Ottavio Menino di San Vito, legale lodato e poeta latino, che molto

scrisse in proposito dell'interdetto, ed eccitava il Casaubono a fare

altrettanto; Antonio Querini, autore _dell'Avviso pernicioso_; l'erudito

Domenico Molino; Alessandro Malipiero, «uomo d'una pietà senza fuoco e

senza superstizioni, che era solito ogni sera accompagnare il Sarpi, a

cui portava un amore e venerazione singolare, che era tra loro

vicendevole»[215]. Aggiungiamo don Giovanni Marsilio, gesuita napoletano

apostato, che colà rifuggito, continuava a celebrar messa, benchè

sospeso dal pontefice. «Jeri morì don Giovanni Marsilio, (scriveva frà

Paolo, di Venezia il 18 febbrajo 1612). Li medici dicono, che sia morto

di veleno; di che io, non sapendo innanzi, altro non dico per ora. Hanno

bene alcuni preti fatto ufficio con esso lui che ritrattasse le cose

scritte; ed egli è sempre restato costante, dicendo avere scritto per la

verità, e voler morire con quella fede. Monsieur Asselineau l'ha molte

volte visitato, e potrà scrivere più particolari della sua infirmità,

perchè io non ho possuto nè ho voluto per varj rispetti ricercarne il

fondo. Credo che, se non fosse per ragion di Stato, si troverebbono

diversi, che salterebbono da questo fosso di Roma nella cima della

Riforma: ma chi teme una cosa, chi un'altra. Dio però par che goda la

più minima parte de' pensieri umani. So ch'ella m'intende senza passar

più oltre».

Questi, e Leonardo Donato, Nicola, Pietro, Giacomo Contarini, Leonardo

Mocenigo ed altri aveano ritrovi in casa d'Andrea Morosini, ove

dibatteano le controversie d'allora circa l'autorità regia e la papale,

avversi del pari alle esorbitanze romane come alla prevalenza spagnuola.

Vi davano appoggio ed incitamento l'ambasciatore d'Inghilterra ed il

famoso Bedell suo cappellano, il quale tradusse da frà Paolo la Storia

dell'Interdetto e quella dell'Inquisizione, e studiavasi d'introdurre la

Riforma, continuando la pratica anche dopo che Venezia si fu rassettata

col papa. Il nunzio Ubaldini nel novembre 1608 avvisava il cardinale

Borghese come fossero partiti per Venezia due predicanti ginevrini,

sicuri di avervi liete accoglienze da alcuni nobili, ma poi aveano

ricevuto ordine di tornar indietro.

Giovanni Diodati, che menzionammo discendente da profughi lucchesi,

dalla Chiesa di Ginevra deputato al sinodo di Dordrecht nel 1618, ed

eletto, benchè straniero, a redigerne le deliberazioni, avea procurato

la versione della _Storia del Concilio di Trento_ di frà Paolo; e a lui

di queste intelligenze dando informazione, il Bedell soggiungeva:

_Ecclesiæ venetæ reformationem speramus_, e lo esortava a recarsi colà,

dove lo sospiravano l'ambasciator suo e frà Paolo. Fu per tal occasione

che il Diodati pubblicò la sua versione italiana della Bibbia, e

scriveva: «Non istò senza speranza di farne entrare e volare degli

esemplari in Venezia, dove la superstizione ha già ricevuto una breccia,

per la quale è entrata la libertà, cui Dio santificherà per la sua

verità quando ne sia il tempo». E pochi mesi dopo: «A Venezia ne ho già

spedito qualche numero di esemplari, e spero ben tosto maggior

commissione. Per suggerimento dell'ambasciatore d'Inghilterra in

Venezia, io fo adesso stampare il Nuovo Testamento a parte, in piccola

gentilissima forma, perchè serva agli avventurosi principj che Dio vi ha

fatti apparire. E forse il meno sarà questo servirli con la penna

solamente; poichè bisognerà intraprendere altra cosa più forte ed

espressa, e belli e formati sono i progetti, i quali il tempo è vicino

molto a metter fuori, siccome io spero in Nostro Signore».

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 23 / 101 段