Nel _Catalogus testium veritatis_ (Basilea, 1556) il Flacio schierò le

persone e scritture che prevennero o sostennero il protestantesimo.

Incitatissimo contro il papato, però nelle opinioni non sempre si

conformava ai capi, che lo diceano accattabrighe, intollerante: causò

disordini, e parea che di questi si giovasse per tener in freno i

principi. Mentre Melantone, che all'amor della pace avrebbe sagrificato

tanto, scrisse un libro delle cose indifferenti (_De adiaphoris_), ove

vuole non s'abbia a ostinarsi nel ripudiar riti e cerimonie, purchè non

inchiudano idolatria, Flacio furibondo urlava si dovrebbero devastar le

chiese, minacciar i principi d'insurrezione, piuttosto che tollerare una

sola cotta[200]. Sosteneva in tutta forma che il peccato originale è la

sostanza dell'uomo decaduto; sublimazione dell'errore, che eccitò

moltissimi contraddittori.

NOTE

[149] Campo dicesi a Venezia quel che altrove piazza o largo.

[150] Terrazzino.

[151] Diarj manuscritti, T. XXIX, pag. 126 e 482.

[152] LUTHEBI, _Op. compl. edit. Walch._ XXI, pag. 1092.

[153] Ecco la parte, quale sta nella biblioteca di Brera a Milano, fra

avanzi di carte tolte a Venezia nelle depredazioni del regno d'Italia.

«E' stà sempre instituto del religiosissimo Stato nostro insectar li

heretici et estirpar così detestando crimine, sicome nella Promission

del ser. Principe et capitolar di Conseglieri nei primi capituli si

legge, dal che sine dubio è processa la protetione che sempre il Sig.

Dio ha havuta della Repubblica nostra, come per infinite esperientie di

tempo in tempo si è veduto, onde essendo in questa materia dei strigoni

et heretici da proceder con gran maturità, però.

«L'anderà parte, che chiamando nel Collegio nostro il reverendissimo

legato, intervenendo i Capi di questo Consiglio, gli sia per il

Serenissimo Principe nostro, con quelle gravi et accomodate parole

pareranno alla sapientia de sua Serenità, dechiarato quanto l'importi

che questa materia sia con maturità et giustitia trattata et terminata

in forma, che, giusta l'intention et desiderio nostro, tutto passi

giuridicamente et con satisfation dell'honor del Signor Dio et della

fede cattolica. Et però ne par debbino esser deputati a questa

inquisitione uno o doi Reverendissimi Episcopi, insieme con un

venerandissimo inquisitor, i quali tutti siano di dottrina, bontà et

integrità prestanti _ac omni exceptioni maiores_, acciò non s'incorri

nelli errori vien detto esser seguiti fin questo giorno: et unitamente

con doi eccellentissimi dottori di Bressa habbino a formar legitime i

processi contra detti strigoni et heretici. Formati veramente i

processi, _citra tamen torturam_, siano portati a Bressa, dove per i

predetti, colla presentia et intervento di ambi li Rettori nostri et

colla corte del podestà et quattro altri dottori di Bressa della qualità

sopra deta, sieno letti essi processi fatti, con aldir etiam i rei et

intender se i ratificheranno li loro ditti se i vorranno dir altro: nec

non far nove esaminationi et repetitioni et etiam torturar, se così

giudicheranno espediente. Le quali cose fatte con ogni diligentia et

circonspetione, si procedi poi alla sententia per quelli a chi

l'appartien, giusta il Consiglio delli sopra nominati, all'esecution

della qual, _servatis omnibus praemissis et non aliter_, sia dato il

brachio seculare. Et questo anche si ha a servar nelli processi formati

per avanti, nonostante che le sententie fossero sta fatte sopra di

quelli. Praeterea sì efficacemente parlato con ditto Reverendissimo

legato et datoli cargo che circa le spese da esser fatte per

l'inquisitione, el facci tal limitation che sia conveniente et senza

estorsion o manzarie, come si dice esser sta fatte fino al presente, sed

imprimis si trovi alcun espediente che l'appetito del denaro non sia

causa di far condannar o vergognar alcuno, senza over con minima colpa,

sicome vien dimostrato fin hora in molti esser seguito. Et dee cader in

consideratione che quelli poveri di Valcamonica sono gente semplice et

di pochissimo ingegno, et che hariano non minor bisogno di predicatori

con prudenti instrutioni della fede catholica, che di persecutori con

severe animadversioni, essendo un tanto numero di anime quante si

ritrovano in quelli monti et vallade. Demum sia suaso il Reverendissimo

legato alla deputation di alcune persone idonee, quali habbino a riveder

et investigar le mancanzie et altre cose malfatte, sindicare et castigar

quelli che havessero perpetrati di mancamenti che si divulgano con

mormoratione; universale et questo sia fatto de presenti senza

interposizion di tempo per bon esempio di tutti. _Et ex nunc captum sit_

che, da poi fatto la presente essecutione con il Reverendissimo legato,

si venga a questo Consiglio per deliberar quanto si haverà a scriver

alli Rettori nostri de Bressa et altrove, sicome sarà giudicato

necessario, et sia etiam preso che tutte le pignoration ordinate et

fatte da poi la suspension presa a 12 dicembre pross. praet. in questo

Consiglio, siano irrite et nulle, ne haver debbano alcuna essecutione».

[154] _Monumenta Vaticana_, XCII e XCVIII. In quel tempo v'era famoso

predicatore frà Zaccaria da Luni, che nel 1534 ottenne dal senato

l'isola di San Secondo, ove molti concorsero sotto la regola di san

Domenico. Vedi CODAGLI, _Hist. dell'isola e monastero di San Secondo_.

Questo frà Zaccaria scrisse una _Defensio qua tuetur H. Savonarolam,

sociosque ab hæresi immunes esse_; manuscritto già nel convento di San

Marco di Firenze.

[155] _Epistolæ_, col. 150 e 154, ediz. di Londra.

[156] Vedi _Lettere d'uomini illustri conservate in Roma_. Parma 1853,

p. 181.

[157] Secondo LEBRET, _Staatsgescichte von Venedig_ II, parte II, pag.

1168.

[158] MELANCHTONIS _epist._, T. I, pag. 100, e vedi ALLWOERDEN, _Hist.

M. Serveti_, p. 34.

[159] Pier Filippo Pandolfini, residente di Toscana a Venezia, ai 17

giugno 1546 scrive d'aver raccomandato al senato M. Francesco Strozzi, e

n'ebbe in risposta dal principe che quei signori erano certificati esser

lui innocente, e falsamente imputato d'eresia. E in altra del 23 luglio,

che lo Strozzi avea detto villanie al legato e minaccie, e con ciò

ritardato la decisione. Più tardi annunzia che fu liberato. Lo stesso

scrive, ai 7 maggio 1547, che i Signori hanno creato tre uomini dei

primi della città, che insieme col nunzio procedano contro a' Luterani.

_Arch. Dipl. di Firenze._

[160] _Lettera di Valerio Amanio, 30 maggio; ibid._

[161] Cioè di Padova, Brescia, Cividal di Belluno, Vicenza, Bergamo,

Feltre, Verona, Treviso, Udine, Chioggia, Adria, Capodistria.

[162] _Giudizio sopra le lettere di XIII uomini illustri._

[163] Manuscritto nella libreria di Zurigo.

[164] Il Romanin, nel vol. V, pag. 328 della sua _Storia di Venezia_,

rimprovera me dell'aver detto che Venezia fu _severa e fino atroce_ nel

punire gli eretici. Parli il fatto. Il Romanin era ebreo, e non poteva

intender bene l'organamento cristiano, troppo poco conosciuto anche da'

nostri. Egli dunque, a mostrare la mitezza del Governo veneto, cita i

molti riguardi usati agli Ebrei. Che ci ha a fare? gli Ebrei non cadeano

sotto la giurisdizione dell'Inquisizione o della Chiesa cattolica (lo

dicemmo) se non in quanto tentassero fare proseliti.

[165] Questo dispaccio dell'ambasciatore Matteo Dandolo, da Roma, 15

giugno 1550, trovasi nella Biblioteca di Brera.

«_Excellentissimi Domini._ Lunedì poco dopo vespero, venne a me il

reverendo Mignanello, già legato de lì, che è quello che, fuor che di

cose di Stato, fa per la santità sua più che alcun altro, e mi disse,

che ella me lo avea mandato per farmi intendere che quella mattina in

concistoro quattro reverendissimi cardinali de' più vecchi e più gravi

gli erano andati alla sedia a far grave querimonia de Luterani, che si

trovano per il stato dell'Ecc. vostra, e della poca cura che se gli

mette, proponendogli et eccitandola a volerne far lei qualche gagliarda

provisione con mandargli un legato a posta per questo, o tutto quello,

che gli parrà, per non lasciare andare più innanti in simili luoghi sì

propinqui, tanta peste; che lei gli avea promesso e la buona diligenzia

di quell'eccellentissimo domino, et ogni provisione necessaria o

conveniente, ma che me lo avea voluto mandare a far intendere per lui,

pregandomi a scriverne in calda forma, offerendogli l'opera sua, e di

mandargli Legato o Prelato a posta, e qual altra cosa se gli saprà

dimandare; ricordandogli, per il grande amore che porta a quel Stato,

oltra il debito suo servizio al Signor Dio, quanto che gli può nuocere

indubitatamente del particolare e temporale, et a non volersi fidare in

questo de' suoi cittadini delle sue terre, perchè si può ben dubitare

che l'Ecc. vostre non siano amate da tutti. Io per risposta gli dissi di

quelle cose che altre fiate a Sua Santità ho detto, e di quel dignissimo

Magistrato contro Luterani, e di quanto se gli opera con l'assistenzia

de' suoi legali et auditori di essi; che sua signoria che gli è stata,

ben lo potea giustificare: che di Venezia io ne ero quasi sicuro, ma di

altri luoghi di quel Stato non sapevo altro, salvo che mi pareva di

poter prometter, che da quell'amplissimo Magistrato non se gli manchi,

nè se gli sia per mancare, sì che non potrà essere bisogno nè di Legato,

nè di altro prelato; che l'Ecc. vostre non mancheranno del debito e

solito loro verso il Signor Dio e cose sue, ma che io non mancherei di

scriverglielo per il primo corriero; del che, se ben me ne avea fatta

pressa, mostrò di contentarsi che io non glielo avessi ad espedire

altrimenti a posta. Da buona via poi ho inteso, buona parte causa di

questo essere stato alcuni frati inquisitori, che qui riferiscono cose

grandi di Bressa, e forse anco maggiori di Bergamo; tra le quali di

alcuni artesani, che vanno la festa per le ville, e montano sopra i

alberi a predicar la setta luterana a popoli e contadini, e dicono

esserne un processo da Bergamo già più di un anno mandato all'Ecc.

vostra giustificatissimo contra simili, i quali non ne sentendo alcuna

contraddizione, non che castigo, si sono invaliditi, e vanno continuando

al peggio che ponno..... Nel fine mi disse, che quasi si era scordato di

parlarmi di cosa molto importante. E mi entrò in questa, ma con gran

dolcezza e dimostrazione di amorevolezza, con dire che gli convenia ben

quest'ufficio per l'amor di Dio, ma lo facea anco per amor di quel

Stato, pregandolo a voler avvertire in ogni modo, perchè gli ne potrebbe

andar assai, e che quando gli vorrebbe provveder poi non potrebbe.

Allegando l'Imperatore, che con un segno di croce nel principio si

sarebbe potuto provvedere, e con non se ne aver curato, si può dire ne

sii venuto a perder l'imperio, ch'el non sa che fare, nè che dire lì ove

si attrova, nè come partirsi; che è pur più grande Stato assai quello

che gli ubedia, che non è quello dell'Ecc. vostra replicandomi dirlo con

non manco amore verso di quelle, che del suo debito verso il Signor Dio.

Devenendo ai particolari massime di Bergamo e poi di Bressa, che di essa

sa esser noto a quelle. E poi disse anco di Padoa, che quasi non ne può

aver pazienzia, che in quel studio, ove sono tanti scolari teneri e

nobili, si possono fornire di questa detestanda dottrina; della qual

Padova io gli dissi, per haverne molta pratica come privato e in

Reggimento che gli son stato, non ne aveva mai sentito parola. Mi disse,

Non la trovareste così ora; so ben quel ch'io mi dico, ma per il vero di

quel studio qui per molti è diffamato di tal setta un dottor piemontese,

conduttovi già non molto tempo a uno de' primarj luoghi di legge. E lei

continuando mi disse: Offerite a quei signori se gli paresse, che gli

mandassamo o qualche prelato espresso per questo, o qual provisione che

vogliano, che non ci sparagnino in quel che potemo, che noi non se gli

sparagnaremo punto. Pregateli per l'amor di Dio, in nome nostro, per

l'amor di Dio e per l'amor di loro, che sapemo ciò che gli dicemo. E per

non mancar di quel tanto che per ora potemo, facevo ritornar il vescovo

di Verona, che a nostro servizio stava in Alemagna, a custodire quella

terra, che non s'infetti anche essa tra tante tanto infette. — Io laudai

la santità sua del paterno e debito affetto alla religione, e la

ringraziai di quello che la dimostrava a quell'inclito Stato,

replicandogli le cose sopra dette di quel dignissimo Magistrato, e della

diligenzia che in quell'alma città si usa, e che io non credevo si

mancasse di usarla anco in quelle altre città sue; nondimeno che io non

mancherei di scriverglielo diligentemente come la mi commettea,

promettendogli diligenzia tale dell'Ecc. vostra che non gli sarebbe

bisogno di altro Prelato per questo; ma gli offrirei quelle paternali

offerte che la gli facea; e così me ne pregò di novo».

[166] Da carte 139 del vol. I, Parti et decisioni del Consiglio dei X e

maggior consiglio, segnato n. LIX del catalogo presente. Altre leggi si

hanno sullo stesso argomento, del 29 dicembre 1550, del 13 marzo 1555.

[167] Cod. DCXCVII, classe VII ital. nella Marciana.

[168] Dispaccio da Roma, Cod. MCCLXXIX della Marciana.

[169] _Archivio di Stato di Firenze_, filza 4898.

[170] Cod. CCCLXVII, Classe VII ital.

[171] Cod. Urbin. 859, fol. 325.

[172] Vedi il nostro vol. I, pag. 176. A Riva di Trento, nel 1560 fu

stampato un compendio della logica d'Averroè; molte volte ristampato,

rimase classico fra gli Israeliti fino a questi ultimi tempi.

[173] Ecco il preambolo del suo Trattato sull'anima, giusta il

manuscritto della Marciana, classe VI, n. 190.

_Explicaturi libros Aristotelis de anima, quamvis illis auditoribus eos

exponamus, quos a rectæ veritatis tramite, quem aperit christiana

religio, deviaturos nec timendum est, nec potest credi, ob sanctas et

religiosas institutiones in quibus vivunt, tamen, ob nostrum legendi

munus non debemus sine præfatione hujusmodi contemplationem aggredi.

Estote igitur admoniti nos in hac pertractatione vobis non dicturos quid

sentiendum sit de anima humana, illud enim sanctius me, et vere

præscriptum est in sancta Romana Ecclesia: sed solum dicturum quod

dixerit Aristotelis. Per sapientiam enim certe insipientiam

assequeremur, si magis Aristoteli quam sanctis viris credere vellemus.

Aristoteles enim unus est homo, et dicit Scriptura, Omnis homo mendax,

Deus veritas; quare veritatem ex Deo ipso et ex sanctis hominibus, qui

ex Deo locuti sunt, accipere debemus, atque illam semper et constanter

anteponere omnibus aliorum sententiis, quamvis viri qui illas

protulerint sint apud mundum in existimatione. Rationes omnes quibus

Aristoteles, de anima loquens, videtur esse veritati contrarius solvunt

præcipue theologi, ex quibus S. Thomas et alii ipso recentiores. Quare

quotiescumque continget ut aliquid dicatur minus consonum veritati,

habebitis apud istos quid sit respondendum, et ego illud opportune

memorabo, quandoquidem in his libris hanc sum expositionem scripturus,

ut nihil dissimulem eorum quæ ab Aristotele dicuntur, et dictorum

fundamenta, prout ex ingenio potero, aperiam; quandocumque tamen aliquid

accidet, quod a veritate christiana sit remotum, illud admonebo, et

quomodo allata fundamenta sint removenda declarabo. Scitote tamen quod

non sunt multa in quibus Aristoteles dissentiit a veritate, et illa non

sunt ita demonstrata, ut non possint habere demostrationum resolutionem.

Hic igitur est modus nostræ expositionis, quam non aliter facere debemus

ex sacrorum canonum decreto._

[174] Sta nella biblioteca di Monte Cassino, n. 483.

[175] _Selectarum disputationum theologic._, vol. I, p. 206.

[176] _Elogi d'uomini letterati_, T. II, p. 124.

[177] VIVES, _De veritate fidei_, lib. II, pag. 264.

[178] _Bullarium Romanum._

[179] _Defensione al serenissimo doge Donato._ «Un certo Muzio, la cui

professione è dettar cartelli e condurre gli uomini ad ammazzarsi negli

steccati, è fatto teologo papesco in tre giorni, e di più bargello de'

papisti. E se ne domandi il signor castellano di Milano se è vero che

colui avesse preso la corte e la sbirreria, e fosse andato _cum fustibus

et gladiis_ per prender quel buon servo di Cristo M. Celso Martinengo, e

darlo in man degli Scribi e Farisei». Negli archivj di Ginevra è notato:

«Il conte Celso Massimiliano Martinengo di Brescia arrivò in questa

città nel mese di marzo 1552, e poco dopo fu stabilito ministro della

Chiesa».

[180] Filippo Gallizio scrive al Bullinger da Coira, l'ultimo di

febbrajo 1552.

«Celso Martinenghi, passando di qua, mi sostenne che non si può colle

scritture canoniche provare la parola di trinità e di persone; e che noi

non dobbiamo usar voci non usate da' Padri: che la verginità di Maria

dopo il primo parto non ci è accertata dalle Scritture: che il

battistero deve escludersi dal tempio... Comander si meraviglia che cosa

vogliano: io credo rechino in petto cose che poi oseranno versar

fuori..... Dall'Italia s'ode esservi chi non teme dire che Cristo nacque

dal seme di Giuseppe, e quel che Matteo e Luca narrano della concezione

di Cristo per opera dello Spirito Santo, non è altrimenti appoggiato al

vangelo. Quelle teste ambiziose non possono requiare».

E il Comander al Bullinger, 5 aprile 1552: «L'Italia è sbranata dagli

Anabatisti, ed anche la nostra Valtellina. Il Martinengo, infetto di

questa macchia andò in Inghilterra: mettansi in avvertenza i buoni

contro costoro».

[181] Il Morone, interrogato se conoscesse il Soranso, rispose:

«Quest'uomo veniva qualche volta da me, e mostrava di esser riformato, e

sempre mi parlava delle cose di Cristo. Ed una volta essendo lui stato

chiamato a Roma, mi disse ch'era stato accusato in molti articoli, e lo

trovai che voleva cavalcare a spasso fuor di Roma, e cominciò a parlare

del matrimonio de' sacerdoti, e contendeva che questo si poteva fare, e

che il cardinale Sfondrato avea tollerato un prete che avea moglie. Io

non potea patir questa impudenza di parlare, e gli diceva che non era

vero, e cercava con molte ragioni persuadergli il contrario».

[182] HIERONIMI ZANCHII _Responsio ad Jo. Sturmium_. Nel tom. VIII delle

_Oper. Theol._, col. 835.

[183] MELCHIOR ADAM, _Vitæ Theol. exter._, p. 151. Vedi il nostro VOL.

II, pag. 206.

[184] Non nei Benedettini, come dice il Carrara nel _Nuovo Dizionario

istorico_, pubblicato in Bassano nel 1796. Oltre quest'esteso articolo,

del Negri parlò il Verci nelle _Notizie degli scrittori bassanesi_. Li

contraddisse il grigione Domenico Rosio de Porta, ministro riformato a

Soglio nel 1794, dirigendosi al delegato don Fedele di Vertemate

Franchi; poi più diligentemente Giambattista Roberti, _Notizie

storico-critiche della vita e delle opere di Francesco Negri_, Bassano

1839. È errore del Quadrio il farlo di Lovere.

[185] Abbiamo desiderato notizie delle persone nominate in questa

lettera; ma solo potemmo raccogliere dal sullodato signor Baseggio che

il Fornasiero era agostiniano e bassanese, come anche il Testa;

fuggirono di patria, nè più se ne seppe; nè si potè raccapezzare la

corrispondenza ch'essi tenevano collo Spiera.

[186] Il Vergerio ne fece la prefazione e alcune note nell'edizione del

1550, nella quale leggesi il nome di F. Negri. Se n'ha una traduzione

francese anonima del 1559 colla data di Villafranca, cioè Ginevra, e una

in latino dell'anno e luogo stesso.

[187]

_Esse diu mentitus erat se Papa per orbem_

_Semideumque virum, semivirumque Deum._

_At vere hunc, retegente Deo, nunc esse videmus_

_Semisatanque virum, semivirumque Satan._

_Atto_ III, sc. 4.

[188] Altri fecero composizioni teatrali intorno alle controversie

religiose. Nominatamente Tommaso Kirchmaier (_Maogeorgus_) di Staubing

in Baviera compose _Incendia, sive Pyrgopolinices tragædia, nefanda

quorumdam papistarum facinora exponens_ (Wirtenberg 1538): _Mercator,

seu judicium, in qua_ (tragædia) _in conspectu ponuntur apostolica et

papistica doctrina, quantum utraque in conscientiæ certamine valeat et

efficiat, et quis utriusque futurus sit exitus, 1539_.

Abbiamo anche una «Commedia piacevole della vera, antica, romana,

cattolica ed apostolica Chiesa, nella quale dagli interlocutori vengono

disputate e spedite tutte le controversie fra i Cattolici romani,

Luterani, Zuingliani, Calvinisti, Anabattisti, Svenfeldiani ed altri».

Romanopoli 1537.

Si hanno tre medaglie coniate al Negri, e queste opere:

_Rhætia, sive de situ et moribus Rhætorum._

_De Fanini faventini ac Dominici bassanensis morte, qui nuper ob

Christum in Italia romani pontificis jussu impie occisi sunt, brevis

historia._ Chiavenna 1550.

_Historia Francisci Spieræ civitatulani qui, quod susceptam semel

evangelicæ veritatis professionem abnegasset, in horrendam incidit

desperationem._ Tubinga 1555 (probabilmente tradotta dall'italiano del

Vergerio).

[189] Lubienecius, nella _Hist. reform. polonicæ_, 1685, riferisce che

nel 1546 si teneano congreghe a Vicenza: che un abate Bucalo fuggì di

colà a Tessalonica con quaranta compagni: Giulio Trevisano, Francesco da

Ruego, Jacobo da Chiari furono presi: quest'ultimo morì, gli altri

furono strangolati a Venezia. L'abate morì a Damasco, e i suoi compagni

si sparsero nell'Elvezia, in Moravia ecc.

[190] Quest'onorevole amico ci ha pur comunicato un atto del notaro

Bartolomeo Buzato del 29 novembre 1300, con cui il Sant'Uffizio di

Vicenza vende a Manfredino quondam Zuanetto alcune case confiscate a

Negro Misini: l'ordine dato il 20 ottobre 1227 ai frati di quella

provincia di predicar contro i Patarini, giusta la bolla di Gregorio IX;

un atto notarile del 4 dicembre 1281 con cui il vicario del vescovo di

Vicenza condanna l'usurajo Sclate; e una del 9 febbrajo 1292, con cui

l'inquisitore frà Bonagiunta di Mantova condanna Bartolomeo Spezzabraghe

di Sandrigo a pagare 200 lire veronesi al Sant'Uffizio per bestemmie

proferite contro il corpo di Cristo.

[191] _Eusebius captivus, sive modus procedendi in curia romana contra

Lutheranos; in quo est epitome præcipuorum capitum doctrinæ christianæ

et refutatio pontificiæ sinagogæ; una cum historiis de vitiis aliquot

pontificum, quæ ad negotium religionis scitu utiles sunt ac necessariæ._

Basilea 1535 e 1597. Prende il nome di _Hyeronimus Marius Vicentinus_; e

falsamente l'opera è attribuita al Curione. Vi è aggiunto un _Modus

solemnis et autenticus ad inquirendum et inveniendum, et convincendum

Lutheranos, valde necessarium ad salutem sanctæ sedis apostolicæ et

omnium ecclesiasticorum, anno 1519 compositus in M. Lutheri perditionem,

et ejus sequacium_: per V. M. S. PRIERATUS ecc. Quest'indicazione

d'autore è una falsità.

[192] LIRUTTI, _Notizie del Friuli_, vol. V fine.

[193] MORELLI, _Storia di Gorizia_, vol. I, pag. 295.

[194] «_Aloysius Mocenico, Dei gratia dux Venetiarum, nobili et sapienti

viro Danieli Priolo, de suo mandato locumtenente Patriæ Fori Julii

fideli dilecto salutem et dilectionis affectum._»

«Veduto quanto ne scrivete per le vostre dei XXI del presente e le

scritture che in esse ci avete mandato in materia della richiesta

fattavi dalli reverendi vicario del reverendissimo patriarca d'Aquileja,

e dall'Inquisitore, perchè doveste intravenire alla espedizione di

Zanetto Foresto di Brescia proclamato d'eresia, Vi dicemo con li capi

del Consiglio nostro di Dieci che essendo, come è, che il tribunale del

reverendissimo patriarca è solito tenersi in Udine, principal terra di

questa Patria; nè essendo conveniente che esso tribunale si levi per

andar a giudicar li rei ora in uno ed ora in un altro luogo, voi però

debbiate intervenire all'espedizione del prefato reo; acciocchè,

servatis servandis, sia spedito quanto prima, come parerà alla giustizia

di esso tribunale.»

«Datum in nostro Ducali Palatio, die XXVI januarii. Ind. XV 1571 (Dal

_Lib. privil. civit. Utini_; carte 137).

[195] _Monografie Friulane_, 1847, pag. 18.

[196] LIRUTTI, _Vite de' letterati del Friuli_, vol. IV, pag. 395 e 418.

[197] Reverendissime Pater et Domine Clementissime.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 21 / 101 段