Queste e altre precauzioni non tolsero che l'inquisitore di Padova, ai 3

luglio 1619, gli scrivesse per richiamargli il decreto del Concilio

Lateranense, che obbliga i professori a confutare seriamente gli errori

che espongono[174].

«La santità di nostro signore mi ha ordinato ch'io faccia sapere a

vostra signoria che nella sua Apologia non solo non ha sodisfatto alla

correzione del primo libro, inscritto _Disputatio de Cœlo_, secondo la

disposizione del Concilio Lateranense, ricogliendo la ragione

d'Aristotele, confutandolo, e manifestamente difendendo la fede

cattolica, ma d'avantaggio ha di proprio senso inventato certi modi di

dichiarazioni e distinzioni, che contengono asserzioni degne di censura,

come si può vedere dalle osservazioni che gli ho fatto avere. Per tanto

V. S. corregga per se stessa il primo libro, secondo il prescritto del

Concilio Lateranense; e essendo questo debito suo e non dei teologi e

d'altri, V. S. lo deve fare così per obbligo di coscienza, essendo quel

filosofo cristiano e cattolico che dice di essere, come per stimolo di

riputazione, volendo esser tenuto dal filosofo cristiano e non etnico. E

di più, V. S. levi dall'apologia e rivochi quei modi d'esplicare e di

distinguere che di propria mente ha rese per dichiarazione delle

propositioni che furono notate e censurate nel primo libro, perchè non

soddisfano all'ordine che li fu dato, nè si devono per se stesse

tollerare. Per tanto essendo necessario per ovviare a quei mali che la

lettura di detti libri può causare, V. S. corregga il primo libro,

secondo il prescritto che le fu ordinato in conformità del Concilio

Lateranense, e levi e rivochi dal secondo gli errori ed asserzioni degni

di censura che V. S. ha scritti di proprio senso, insieme con quei modi

che ha tenuti in dichiarare la sua intenzione in dette cose; altrimenti

mi scrivono da Roma che si verrà alla proibizione di detti libri; nè in

questo negozio si pretende altro che l'onor di Dio e la salute delle

anime. In oltre si pone in considerazione a V. S. che la retrattazione

in cose concernenti alla fede deve esser chiara e manifesta, e non

involuta nè ambigua, ed altri uomini di valore hanno esposto Aristotele

in questa Università di Padova; con tutto che tenesse l'anima mortale,

provavano non di meno insieme Aristotele essersi ingannato intorno a

ciò, e in lumine naturali, e egregiamente confutarono le sue ragioni, in

principiis philosophiæ, e tra gli altri il Pendasio a' nostri tempi,

uomo di molta dottrina e pietà. Che è quanto mi occorre farli intendere

in scrittura, oltre al ragionamento avuto seco a lungo di tal proposito.

V. S. dunque mi risponda in scrittura distintamente a quanto io le

scrivo, a fine che ne possi dar conto a Roma per venerdì prossimo

futuro. Dio la conservi».

Il Cremonino di rimando:

«Ho vista la lettera che mi scrive vostra paternità, nella quale trovo

due cose: una è l'avvisarmi, incitarmi e persuadermi a procurar di dar

soddisfazione all'osservazioni venute novamente intorno a' miei libri.

La ringrazio del buon affetto, e credo che ella sappia ch'io l'altra

volta, secondo l'ordine de sua santità, fui prontissimo, e deve credere

che ancor ora sono il medesimo ad ogni conveniente richiesta. L'altra

cosa è quello che mi propone doversi fare; del che di passo in passo le

dirò quello ch'io possa fare. Vedrò poi l'osservazioni più tosto ch'io

possa, essendo ora un poco risentito, sì che non posso attender a

studio, e farò con vostra paternità per adempimento di quanto occorrerà.

«Quanto a metter mano nel primo libro, non posso farlo assolutamente,

perchè, allora che si trattò, fu concluso di ordine di nostro signore,

che si facesse con l'occasione dell'Apologia, come s'è fatto; e ciò fu

saputo in senato, e si tien per certo, sì che io non ho autorità di

metter mano nel libro.

«Quello ch'io posso fare è questo: nell'ultima parte che darò fuori _De

cœli efficientia_, avere riguardo ad ogni cosa che accaderà, e far

quanto convenga per farmi cognoscere quel filosofo cattolico e

christiano che dico di essere, e che so che vostra paternità sa chi io

sono, che qui mi vede ogni dì essa l'esser mio, e non ha a stare a Dio

sa quali relazioni. Quanto ai modi d'esplicare che dice, credo questi

saranno a parte notati nell'osservazioni; vedrò e sarò con lei. Vedremo

anche insieme il Concilio Lateranense, e così farò quello che occorrerà.

Ma quanto al mutar il mio modo di dire, non so come poter io promettere

di transformar me stesso. Chi ha un modo, chi un altro. Non posso nè

voglio ritrattare le esposizioni d'Aristotele, poichè l'intendo così, e

son pagato per dichiararlo quanto l'intendo, e nol facendo, sarei

obbligato alla restituzione della mercede. Così non voglio ritrattare

considerazioni avute circa l'interpretazione ch'abbiate fatte delle lor

esplicazioni circa l'onor mio, l'interesse della cattedra, e per tanto

del principe. Ma vi è rimedio; ci sia chi scriva il contrario; io

tacerò, e non procurerò di respondere altro. Così al Suessano fu fatto

scrivere il libro _De Immortalitate_, contra il Pomponazio.

«Quanto alle cose dell'anima, ora non è tempo; quando farò il commento,

mi porterò da buon cattolico, e non inferiore di pietà cristiana ad

alcun altro filosofo».

Bisogna dire che, in causa delle sue credenze, nessun disturbo gli

venisse, perocchè continuò ad insegnare a Padova. Ma il suo nome restò

come tipo della dotta miscredenza, narrandosi che in modo antifilosofico

troncasse risolutamente l'accordo tra la fede e la filosofia, dicendo,

_Intus ut libet, foris ut moris_: e che, morto ottuagenario dalla peste

del 1631, anche dal sepolcro protestasse contro l'immortalità mediante

l'epitafio: _Hic jacet Cremoninus totus_.

Questo fatto è vero?

Gisberto Voet scrive[175] che _antehac ab eruditissimo viro et amico

mihi comunicatum erat epitaphium quod dicebatur sibi fecisse, Totus

Cremoninus hic jacet: sed postea ab eodem aliunde aliter informato,

monitus revocari illud_.

Ma il Balzac, raccomandando un M. Drouet, dice: «Son nom est en grosse

lettre dans les archives de l'escole de Padoue; et il sortit de la

discipline du grand Cremonin, presque aussi grand et aussi savant que

luy. Non pas que pour cela il soit partisan aveugle de feu son maistre.

Je vous puis asseurer qu'il n'en a espousé que les legitimes opinions,

et jamais fidèle ne fut mieux persuadé que luy que le Dieu d'Abram et

d'Isac est le Dieu des vivans, et non pas des morts».

E Lorenzo Crasso[176] pronunzia del Cremonino: «È veleno d'animo

contagioso l'insegnare che l'anima dell'uomo, soggetta alla corruzione,

non differisce nella morte da quella de' bruti, com'egli faceva,

ancorchè sagacemente asserisse sostener ciò solamente in sentenza

d'Aristotele»; e aggiunge che «fu ben composto di corpo, austero di

volto, brieve di sonno, ambizioso di saper molto, finto di costumi,

lontano d'ogni religione, avendo, secondo il parere d'alcuni, fatto non

pochi allievi, confidenti di questa prava sua dottrina».

Veramente reca meraviglia che il peripatismo scolastico durasse sì tardo

in quell'Università, e il Cremonino vi sponesse il trattato della

Generazione e Corruzione, e quello del Cielo e del Mondo, mentre Galileo

vi spiegava Euclide; il Cremonino che, quando Galileo scoperse i

satelliti di giove, non volle guardarli col telescopio perchè quel fatto

repugnava ad Aristotele. Ma la ruina di quella scuola non fu tanto

dovuta alla scienza seria e sperimentale, quanto al trionfo definitivo

dell'ortodossia.

Nella terraferma veneta conosciamo Paolo Lazise veronese, canonico

lateranense, che mentre insegnava il latino a San Fridiano di Lucca, udì

Pietro Martire, e gustò i dogmi eterodossi, de' quali fece professione

nel 1542. Stette alcun tempo professore a Zurigo, poi a Basilea, infine

Martino Bucer lo invitò a insegnar greco ed ebraico a Strasburgo.

È famoso nell'ampia schiera de' letterati ciarlatani Giulio Cesare

Scaligero, di Verona probabilmente, che sulle prime attaccò Erasmo per

le beffe contro i latinisti italiani, e fu sospettato d'aderire alle

opinioni nuove: consta che morì da cattolico il 21 ottobre 1558, pure

sul suo sepolcro a Agen in Francia scolpirono questa scettica epigrafe:

_J. C. Scaligeri quod fuit_.

Domizio Calderini, di Caldiero presso Verona, autore di varj commenti

sopra gli antichi, segretario apostolico a Roma, con una critica

presuntuosa si procacciò nemici, i quali dissero schivava la messa, e

quando doveva assistervi esclamava: «Andiamo all'error comune»[177]. Ciò

basta perchè l'abbiano posto fra i _testimonj della verità_.

Alessandro Citolini, di Serravalle diocesi di Céneda, oltre un'_Arte di

ricordare_, ove riduceva a certe categorie tutte le cose escogitabili,

affine di poter discorrere sopra qualunque soggetto, nel 1561 stampò a

Venezia la Topocosmia, o _il Mondo ridotto a un luogo solo_, miscuglio

di tutte le cose intelligibili e materiali; spargendovi per entro gli

errori, dai quali s'era lasciato affascinare. Rifuggì a Strasburgo, poi

in Inghilterra, e grandemente è lodato dallo Sturm.

Al 13 luglio 1528, Clemente VII dirigeva una bolla al vescovo di Brescia

Paolo Zema e all'inquisitore di quella città, congratulandoli perchè

essi e tutto il municipio, a non perdere l'ottimo nome lasciato loro da'

parenti e antecessori, con ogni diligenza vigilassero acciocchè l'eresia

non vi pullulasse, e per estirparla se ve ne fosse. E che, avendo essi

saputo come taluni, scuranti della fama e dell'onore, non si fosser

vergognati di professare la dottrina luterana, e quel che non osavano in

pubblico insegnavano in disparte, molti traviando, avevano eletto tre

cittadini, per cui cura l'eresia diabolica luterana fu quasi divelta

dalla città e dal territorio, e puniti gli autori e seminatori di essa.

Pertanto gli esorta a dar ascolto a questi cittadini, affinchè del tutto

sia sradicata la dottrina luterana e gli altri errori nella città e

diocesi; e ricordando l'accusa ch'e' mossero contro Giambattista

Pallavicino frate carmelitano, che, predicando la quaresima precedente a

Brescia, aveva enunciato alcune cose erronee ed avverse alla fede

cattolica, scandolezzando i pii, gli autorizza a proferir sentenza,

escludendo qualunque appello, foss'anche alla santa sede; obbligar colle

censure ecclesiastiche i testimonj che ricusassero; e proceder contro

chi tenga, o favorisca, o consigli le massime di frà Martino; dichiara

infami e intestabili i pertinaci, e indegni della sepoltura sacra: si

ricevano all'abjura i pentiti, e a giurare che mai più non ricadranno: e

vengano assolti da ogni inabilità o infamia[178].

Anche del già mentovato bresciano Jacopo Bonfadio, fatto morire dal

Governo genovese per delitto nefando, gli scrittori plebei vollero dire

che del supplizio fosse promotrice la corte di Roma. Al contrario

nell'archivio genovese esiste lettera di monsignor Giambattista

Lomellini, scritta da Roma a quel Governo il 1 febbrajo 1551, in cui

racconta il cardinal Crescenzio avergli detto come «sua santità restava

grandemente scandolezzata di quella Signoria, a cui si era dovuto in

poco tempo far richiamo di tre quattro casi esorbitanti, commemorando

primo il Bonfadio, il quale ancorchè allegasse esser prete, l'aveano

fatto morire senza dargli tempo di provar questo».

Nel processo del Cardinal Morone trovammo inserta questa lettera, di

nota difficile e scorretta:

«Al molto dotto predicatore e reverendo vicario generale don Polito

Crizola mio osservandissimo. Roma, alla Pace.

«Carissimo fratello, già due mie dopo la prima vi ho scritte; credo

averti scritto al mio intento e parere: non dirò altro se non che, da

Dio incatenato contro ogni mio volere e determinio, son venuto a Milano,

e ho cominciato oggi a predicar: sia fatta la volontà del Signore. Io

predicherò con quella diligenza che potrò. Nostro Signore mi guidi. Mai

fu mio intento rovinar niuno, dimandando Dio in testimonio che, se la

coscienza mi si potesse aquietare, il tutto sarebbe aquietato. Userei di

que' rimedj che voi mi scrivete. Son tanto persuaso che la libertà

cristiana deva servire alla carità cristiana, che anco questa deva

servir alla fede. Maledetta quella libertà cristiana, la quale distrugge

la carità, ma più maledetta la carità che distrugge la fede. Che se

potessi accozzar queste tre cose, io sarei il più contento uomo del

mondo, ma non posso. Io pensavo di trovar il vescovo di Bergamo, che

vedesse se mi poteva aquietar. Di grazia vi prego che richiediate il

Polo, Morone, patriarca, e vescovo di Bergamo a' quali tutti me

raccomanderete. Vedete se potete avere tanto ozio, che mi medichiate

dove mi duole. Questo mi consolerebbe. Io desidererei godere i comodi

del mondo, onesti però e cristiani, se potessi: nè mai fui tanto in

calma quanto ora che so che non mi abbandoneranno. Ma con gran mio

piacere ora finirò di predicare. Voi scrivete, ed io scriverò, fra

tanto, pregando il comun padre Gesù Cristo il quale del cuore egli solo

ne è padrone, veghi che questa è piaga del cuore. Non mancate pregare

con tutti i fedeli.

«Da Milano, la prima domenica di quaresima (1552).

«Vostro Celso.

«Salutanvi Ottaviano Pisogno, e Adiodato, che sono qui con esso meco».

Questo Celso Massimiliano, figlio del conte Cesare Martinengo di

Brescia, canonico lateranense, eccellente predicatore, chiamato a Lucca

dal Vermiglio, con esso venne nell'errore. Racconta il Vergerio che,

trovandosi questo eccellente servo di Dio presso Milano, il Muzio mandò

soldati con bastoni e spade per arrestarlo, e darlo nelle mani degli

scribi e Farisei[179]. Uscito d'Italia, il Martinengo posossi in

Valtellina, ma quivi fu sospetto di anabattista e unitario[180]; non

ostante divenne pastore della Chiesa italiana a Ginevra, dove fu

ricevuto cittadino gratuitamente il 30 gennajo 1556.

Pietro Martire, in una lettera del 1557 entrante, si conduole a Calvino

della morte della moglie del Martinengo, che era la inglese Giovanna

Strafford vedova Williams, rifuggita a Ginevra e da lui sposata il

febbrajo 1556. Egli poi morì nel 57, e gli succedette Lattanzio Ragnoni

di Siena. Ci accadrà altrove di discorrerne.

Il tante volte citato Caracciolo riconosce in Bergamo molti eretici, e

principalmente il vescovo e il suo vicario prevosto Nicolò Assonico; e

che il Ghislieri fu mandato a formarne processo, con gran pericolo,

perchè quello era favorito dai rettori e dai principali della città. «Ma

essendo alla fine scoperto, e mandato i rettori e il vescovo gente per

ritenerlo e per farlo con grande strazio morire, se ne fuggì, avvisato

ed ajutato d'alcun fautore della Inquisizione, e fu condotto in sicura

parte, e il processo tanto importante (affinchè non corresse pericolo

insieme con la persona) fu lasciato in salvo in man d'un frate di San

Francesco: non guari dopo, per mano d'amico lo riebbe, e tornossene a

Roma con molto onor suo per sì degna opera. Ove citato il vescovo,

benchè favorito e difeso da potenti uomini, comparve in persona, e posto

in Castel Sant'Angelo e convinto, sottoscrisse a molti capi d'errori

eretici e di pessimo esempio, per li quali scorgeasi lui tener modi per

infettar tutto il paese, se con l'opera di frà Michele alla ruina di

tante anime non si riparava. Il vescovo, privato della chiesa, morì poi

in Venezia infelicemente».

Sappiamo in fatti che alla sede di Bergamo era stato preconizzato il

famoso Pietro Bembo, il quale mai non vi andò; quindi gli successe nel

1547 Vittore Soranso, che ripetutamente accusato di eresia e condannato,

fu alfine cancellato di vescovo[181]. Il suo vicario prevosto Assonico,

processato, morì a Venezia.

Nel 1593 Alvise Priuli, rettore di Bergamo, scriveva alla Signoria

veneta, «non esservi in quel territorio eretici, ad onta de' molti

mercanti tedeschi che vi abitano; che però vivono senza scandalo, e ad

onta della frequente pratica de' Bergamaschi nella Valtellina: e ciò

perchè que' fedelissimi sudditi, impiegati ne' negozj e traffichi loro,

sono lontanissimi dall'ozio, dal quale infine derivano tutti questi

mali».

Che però il paese non fosse così mondo ce lo provano il medico Guglielmo

Grattarola fuggito ai Protestanti, e Girolamo Zanchi (1516-96) di

Alzano. Era egli figliuolo di Francesco e nipote di Paolo, uomo erudito,

i cui figli Basilio e Cristoforo segnalaronsi per talento. Basilio, buon

poeta e canonico lateranense, studioso di sacre scritture, sotto Paolo

IV fu per accusa d'eresia messo in prigione, e vi morì nel 1559.

Girolamo, non eremitano, ma canonico regolare, cambiò di fede

nell'ascoltare a Lucca Pietro Martire, al quale si conservò poi sempre

devoto. Uscito di patria il 1550, a Strasburgo succedette a Gaspare

Hedion nello spiegar le lettere sante, continuandovi dal 1553 al 63, e

dando anche lezioni sopra Aristotele. Secondo il genio de' nostri

italiani, non accettava integralmente la Confessione augustana, ma

moderatissimo, riprovava le esagerazioni, non oltraggiava il papa,

riconosceva molti pregiudizj ne' Riformati, e cercava conciliare le

diverse opinioni. E scriveva allo Sturmio: «Mi muove a sdegno il veder

nelle nostre chiese riformate il modo di scrivere di molti, anzi di

quasi tutti coloro, che pur vogliono passare per pastori, dottori,

colonne della Chiesa. Sovente a bella posta rendiamo oscuro il vero

stato della quistione, acciocchè non possa esser bene intesa: abbiam

l'impudenza di negare le cose evidenti, e sfacciatamente affermiamo il

falso: inculchiamo fortemente ai popoli come principj di fede dottrine

apertamente empie, e denunciamo come ereticali opinioni perfettamente

ortodosse: mettiamo a tortura le Scritture per ridurle d'accordo colle

nostre invenzioni, e ci vantiamo d'esser discepoli dei Padri, mentre

ricusiamo seguirne la dottrina. L'inganno, la calunnia, l'ingiuria sono

a noi famigliari, nè pensiamo quanto, con simili scritti, nociamo al

progresso del Vangelo, quanta rovina portiamo alla Chiesa di Cristo, e

come rassodiamo i settarj nelle loro eresie, eccitiamo i tiranni a

prender le armi contro di noi, dilatiamo sulla terra il regno del

demonio. Sia bene o male, sia vero o falso, poco ci cale, purchè

sosteniamo la causa nostra. O tempi, o costumi! Chi mai, vedendo,

leggendo, esaminando queste cose, se scintilla conserva di pietà

cristiana, non sarà profondamente addolorato ed inquieto, e, non

deplorerà amaramente le sciagure de' nostri tempi?»[182].

Ma mentre cercava metter pace, egli stesso versò in continui dissidj.

Entrato in quel capitolo di San Tommaso, per le sue divergenze intorno

alla predestinazione, alla perseveranza nella santità, all'ubiquità,

all'anticristo fu preso in iscrezio, non gli faceano di cappello, non

gli dirigevano la parola; sinchè egli, per conservar il posto, segnò un

formulario, però con riserve, e _modo ortodoxe intelligatur_.

Rinunziò poi al canonicato, e a Chiavenna stette dal 63 al 68,

_fructuose quidem, sed non absque cruce_. Avea sposato Violanta, figlia

di Celio Curione, e in lettera a Pietro Martire Vermiglio ne descrive la

morte: tutta piena di aspirazioni, prelibava il paradiso; struggeasi di

veder il Salvatore; incaricava Olimpia Morata di sepellirla: e

nell'abbraccio del marito finì esclamando, _Al cielo, al cielo_[183].

Dapoi egli sposò Livia Lumaca ricca chiavennasca, e n'ebbe molti

figliuoli. Dall'elettor palatino Federico III fu domandato a professar

teologia ad Eidelberga, e scrisse contro gli Antitrinitarj; ma alla

morte di quel suo protettore cangiatesi le credenze del paese, egli

trovossene sbalzato con tutti quei che deviavano dal luteranesimo, e

ricoverò a Neustadt finchè potesse tornar ad Eidelberg. Di settant'anni

e già cieco, stese una professione di fede per sè e _la sua famiglia_,

ove dirigendosi a Ulisse Martinengo, protesta non aver ripudiato tutti i

dogmi della Chiesa romana, ma que' soli che non erano conformi agli

insegnamenti della Chiesa primitiva; nell'abbandonare la romana, essersi

proposto di ritornarvi qualora ella si emendasse; e lo bramava di tutto

cuore, poichè il fato più desiderabile è di viver gli ultimi giorni in

seno della Chiesa in cui si fu battezzati.

Morto nel 1590, gli fu posto quest'epitaffio:

_Hieronymi hic sunt condita ossa Zanchii_

_Itali exulantis Christi amore et patria._

_Qui theologus quantus fuerit et philosophus_

_Testantur libri editi ab eo plurimi._

_Testantur hoc quos voce docuit in scholis_

_Quique audiere eum docentem ecclesias._

_Nunc ergo quamvis hinc migravit spiritu_

_Claro tamen nobis rem auxit nomine._

Le opere sue vennero raccolte in sei volumi, contandone due di Lettere

pubblicate a Ginevra il 1619. La più celebre fu _De Dei natura et de

tribus elohim Patre, Filio et Spiritu Sancto, uno eodemque Jehova_, in

due parti: nella prima espone la pura dottrina e spiega il mistero della

Trinità: nell'altra confuta gli argomenti opposti. Queste scritture lo

levarono in tal fama, che lo Sturmio diceva basterebbe egli solo a tener

testa a tutti i Padri tridentini; ma se ottennero molte lodi, ebbero

pochi lettori, e il Bayle riflette che le si aveano per un nulla, e le

compravano men tosto i teologi che i pizzicaruoli.

In non minore rinomanza salì Francesco Negri da Bassano. Per un amore

infelice entrò negli Agostiniani[184]; di nuovo l'amore lo trascinò fin

ad un assassinio, pel quale ricoverossi in Isvizzera. Legatosi con

Zuinglio e adottatone le dottrine, vuolsi l'accompagnasse alla

conferenza di Marburgo nel 1529; alla dieta d'Augusta sostenne la piena

libertà de' culti, che invece fu limitata alle due Sette principali, e

finì cogli Antitrinitarj.

Si annunziò che il suo carteggio fosse, or fa alquanti lustri, trovato

in Isvizzera e portato a Bassano, ma per quanto noi ne cercassimo, non

trovammo che due lettere, tra quelle onde il Baseggio arricchì quella

biblioteca. Una è di nessun interesse: nell'altra da Strasburgo il 5

agosto 1530 al molto reverendo maestro Paolo Rossello di Padova parla

del quanto, dopo spatriato, ebbe a soffrire per Cristo; e come la

quaresima precedente si fosse recato incognito a Venezia e in altri

luoghi d'Italia, ove trovò «diversi fratelli alli quali narrai

(dic'egli) diffusamente tutte le cose sì mie quanto dell'Evangelio. Li

nomi di essi fratelli sono questi. In Venezia parlai con prè Aloisio dei

Fornasieri di Padova, olim in monacato chiamato don Bartolomeo. In

Padova parlai con prè Bartolomeo Testa, al quale lasciai el benefizio

mio, che al presente è maestro de casa de monsignor Stampa. Deinde in

una villa sul Veronese, appresso Lignago tre ovver quattro miglia, il

nome della quale al presente non mi soccorre, parlai per due giorni

copiosamente con prè Marino Gujoto, _qui quondam monachus, dicebatur_

don Pietro de Padova. Ultimo loco, a Brescia ragionai cum don Vincenzo

di Mazi per un giorno continuo. Da questi adunque potrete intender

tutto»[185].

Dategli poi le nuove di Germania, conchiude: «Non potiamo se non

aspettar qualche gravissima croce. _Orandum sine intermissione nobis ac

vobis est, ut Dominus ipse negotium suum defendat._ In Venezia non potei

parlar con frate Alvise, come desiderava, imperciocchè l'era andato a

star a Treviso, _prout_ mi disse sua madre. Altro non mi occorre se non

instantissimamente pregarvi che vui e gli altri fratelli cristiani

preghino _enixissime_ Dio per nui».

Il Negri prese stanza a Chiavenna come maestro, ma non pare vi fosse

pastore, giacchè il primo di tal chiesa fu Agostino Mainardi, vissuto

fin al 1563, il quale anzi lo scomunicò come socciniano. Il Negri se ne

scolpò a Zurigo, poi pubblicò la propria professione di fede,

confessando la divinità e incarnazione di Cristo, e l'efficacia del

battesimo e dell'eucaristia.

Le molte opere sue lo attestano dotto di greco e d'ebraico e delle

quistioni teologiche, ma scarso di gusto e d'eleganza. È notevole quella

sulla morte del Fanino di Faenza (non Fanno, come dice il Tiraboschi) e

di Domenico Cabianca di Bassano. Quest'ultimo avea militato con Carlo V,

e delle dottrine nuove fattosi apostolo, a Piacenza le predicò

apertamente, onde arrestato e ricusando ritrattarsi, fu appiccato nel

settembre 1550.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 19 / 101 段