Sotto il 24 aprile 1551 racconta: «C'è di nuovo in Italia che i signori

Veneziani avean fatto un decreto che niun legato papale nè vescovo nè

inquisitore potesse procedere contro alcun suddito, senza la presenzia

ed intervento di alcun magistrato laico; ed ora il papa freme, ed ha

fulminato una sua bolla, che sotto gravissime pene niun principe

secolare possa impacciarsi nè molto nè poco nelle materie degli accusati

per conto di religione, e staremo a vedere se i Veneziani vorran

obbedire. Buona cosa sarebbe se per questa via entrasse discordia tra

loro e l'anticristo»[163].

Poi al Bullinger da Tubinga il 6 settembre 1554: «Ho qui con me Gerolamo

Donzelino medico, cacciato or ora da Venezia pel Vangelo; uom prudente,

che sa molto di ciò che si fa in Italia; e m'afferma che la peste

servetana più che mai serpeggia, e ch'egli fu tentato dal Gribaldo per

accedere a quella opinione. Certo è che da alcuni di Basilea si fe, con

alquanti italiani, una cospirazione che, se non venga compressa, ci

partorirà qualche gran male». E negli ultimi suoi giorni (1562) scriveva

informando _Venetos impios sœvire, quod antea non fecerunt; nec dubium

est quin cum papa sint confœderati contra, ut ajunt, Lutheranos.

Florentiæ ibidem; imo una vice propter religionem XVIII captos et in

carcerem conjectos fuisse. Theologum, qui diversam de Trinitate

sententiam pro concionibus defendere voluerit, Genevæ esse decolatum;

quod factum non omnes approbant._

Aveasi dunque a Venezia libertà di costumi, non libertà d'opinioni, che

spesso con quella è confusa[164]. Vero è che i Tre Savj dell'eresia,

istituiti nel 1551, erano uno spediente per vigilar l'azione del

Sant'Uffizio. Gli Esecutori sopra la bestemmia doveano approvare le

stampe, vigilare sopra gli eretici, i bestemmiatori, i violatori di cose

sacre, coloro che celebrassero messa non ordinati.

Ed è pur vero che i papi querelavano la Signoria di troppa mitezza; e

segnatamente Giulio III nel 1550 ne mosse vive rimostranze all'oratore

Matteo Dandolo[165], anche perchè i laici fossero chiamati a giudicare

cogli ecclesiastici in materia di fede; contro la qual pratica esso

pontefice pubblicò una bolla.

Fu forse per le instanze del papa che, il 3 novembre 1550, fu emanata

questa provigione:

«_Franciscus Donato Dei gratia dux Venetiarum etc. Nobilibus et

sapientibus viris Francisco Venerio, de suo mandato potestati, et

Hieronymo Grimani capitanio Veronæ, et successoribus suis, fidelibus

dilectis salutem et dilectionis affectum._ Avendo noi esistimato cosa

equa e conveniente, che contra li imputati d'eresia da per tutto nella

giurisdizione del Dominio nostro si abbi a procedere ad un modo istesso,

avemo deliberato nel consilio nostro di Dieci e Zonta, che, nelli casi

occorrenti e che occorreranno di essa eresia, si debba osservar la

medesima forma di procedere che è statuito si servi in le città nostre

di Bressa e di Bergamo, come in le lettere scritte alli rettori di

quelle per il ditto Consilio di X con la zonta, sotto li 29 di novembre

1548 si contiene in tutto e pertutto, cioè: che ritrovatevi con quel

reverendo Vicario, over con quel reverendo Episcopo se si troverà

presente de lì, e l'inquisitore, debbiate insieme con loro e doi dottori

delli primarj di quella città, che a voi pareranno prediti di bontà e

dottrina, non ostante alcuno altro ordine, formar diligente processo in

questa materia: nel qual vi troverete presenti in tutto quello che si

opererà; ovvero, se qualche fiata per alcun necessario impedimento non

poteste voi intervenire, farete che vi si ritrovi il Vicario di voi

Podestà, appresso alli sopradetti, e usarete ogni diligenzia acciò che

il processo sia formato di quel modo che si conviene, e noi possiamo

intendere con bon fondamento come passano le cose nella prefata

importantissima materia, e finito che sarà, lo mandarete alli Capi del

Consilio preditto immediate, il quale poi che averemo veduto, vi daremo

avviso di quello ch'occorrerà. Pertanto con l'autorità del preditto

nostro Consilio di Dieci e Gionta vi commettemmo che debbiate così

osservar e far osservare, facendo registrar queste lettere in quella

cancellaria vostra per memoria de quelli che di tempo in tempo vi

succederanno a effetto di tal osservanzia»[166].

Pio IV nel 1564 si doleva coll'oratore Marco Soranzo perchè la Signoria

non operasse abbastanza severa ne' casi d'eresia, che si verificavano a

Venezia, Verona, Vicenza. «Bisogna che si mostrino più severi, e che

facciano migliori rimedj che non han fatto finora. Lo Stato loro da più

bande è vicino ad eretici; è necessario che facciano buona guardia che

questa peste non vi entri, e che, quando alcuno vien scoperto d'eresia,

lo puniscano acerbamente. Il che non hanno fatto fin adesso in quel modo

facea bisogno, e noi sapemo che anco in Padova hanno tollerato delli

scolari tedeschi apertamente eretici, li quali hanno infettato degli

altri»[167].

In conformità, il Consiglio dei Dieci emanò un'ordinanza, ove professava

non potersi fare a Gesù Cristo e a tutti i fedeli cosa più grata, che il

cercar tutti i mezzi d'allontanare que' mali uomini, i quali in materia

di religione seguono opinioni particolari: pertanto ingiungevano ai

rettori di sbandirli da tutte le terre della repubblica fra quindici

giorni dalla pubblicazione del decreto, con minaccia che, se tornassero,

verrebbero chiusi in prigione sicura, appartata da quella pe' delitti

ordinarj, e sottoposti a grave multa.

Ciò non tolse che l'anno medesimo scrivessero a' Grigioni di venir pure

a negoziare in Venezia senza paura dell'Inquisizione, sicuri sulle

promesse già date anche per tutto lo Stato, purchè vivessero modesti e

non recassero scandali.

Sollecitato da Pio V perchè la Signoria applicasse rigorosamente

l'Inquisizione, l'ambasciatore veneto Paolo Tiepolo scrive avergli

risposto si farebbe, ma guardando «troverebbe che in quel dominio si

vive più religiosamente e cattolicamente che forse in qualsivoglia altra

parte; e non sapeva dove più si frequentassero le chiese e i divini

uffizj che in quella città. Di che rimase alquanto sopra di sè, forse

per l'informazione avuta del contrario».

E altra volta: «Venne a trovarmi l'inquisitore di Brescia, e mi disse

che il papa l'aveva lungamente esaminato sopra le cose di quella città,

e che egli, che conosceva che con sua santità non era bisogno di sperone

ma di freno, avea fatto ogni sorta di buon officio, scusando e

raddolcendo quelle cose che erano venute alle orecchie della sua

santità, affermando che da quei clarissimi rettori gli erano prontamente

prestati tutti quegli ajuti e favori che sapea desiderare. Mi soggiunse

aver detto a sua santità d'aver sentito che non era ben disposto verso

quel serenissimo dominio: ma come devoto della sua santità volea dirle

che non sapea Stato che facesse più di quello per la santa sede; che,

sebbene in una moltitudine grande si trovasse qualcuno che non avesse

mente del tutto retta, non bisognava fare mal concetto di tutta una

repubblica così degna e così buona come quella».

Altrove narra come rassicurasse il santo padre che la Signoria vigilava

occulatissima sugli eretici, non solo per zelo religioso, ma per la

concordia e unione de' cittadini, la quale ne rimarrebbe turbata; e che

«le cose erano in buono stato, e forse migliori che in altra parte della

cristianità, non ostante che quel dominio avesse per più di trecento

miglia continui confini colla Germania, e per questo rispetto convenisse

aver molto commercio con Tedeschi». Aggiungeva «che noi usiamo più

effetti che dimostrazioni, non fuochi e fiamme, ma far morire

segretamente chi merita... Quelle dimostrazioni palesi, più grandi,

severe e terribili, portavano maggior danno che utile, e poteano

piuttosto confermar quei che seguirono i loro umori che spaventarli: in

Francia e ne' paesi di Fiandra si eran fatte ammazzare le decine di

migliaja di persone, non solo senza frutto, ma con vedere ogni giorno

moltiplicar la gente nell'opinione dei morti; che il Consiglio dei Dieci

aveva ultimamente fatto legge, che, chiunque fosse bandito da qualsiasi

città per conto di religione, s'intendesse bandito da tutto il dominio,

cosa che forse non si avrebbe potuto fare per gli ordinarj termini di

giustizia».

Quella terribile frase del Tiepolo «far morire segretamente chi merita»

speriamo fosse una di quelle diplomatiche, ove la seconda parte

distrugge l'effetto della prima, e che si usano da chi cede nelle forme

per conservare il fondo. Chè, se vi furono supplizj segreti, dovettero

essere eccezionali, non mai per sistema. Ed anche nel 1588 querelandosi

Sisto V de' portamenti della Repubblica, il cardinale Farnese replicò

sorridendo: «Padre santo, que' signori governano lo Stato colle regole

di Stato non con quelle del Sant'Uffizio; e se devesi aver occhio

sincero alla religione, bisogna averlo anche ad altro»[168].

Nelle carte Medicee cogliemmo una lettera del cavaliere Nobili

ambasciadore di Toscana, il quale da Madrid scrive, l'8 giugno

1568[169]:

«Io ho ritratto dall'ambasciadore di Venezia, com'egli è qua un

Italiano, il quale è stato molti mesi in terra di Svizzeri e Grigioni là

al confine di Milano, ed è venuto in notizia di molti vassalli del re,

che tengono intelligenza con Luterani di que' paesi; ed è venuto alla

Corte per manifestar a sua maestà questi tali infetti d'eretica

opinione. E costui medesimo ha parlato con l'ambasciatore di Venezia,

dicendogli che nel trattare questo negozio ha trovato molti delle terre

de' Veneziani, uomini di qualità, di questa mala intenzione: e che se la

Signoria vorrà remunerarlo, andrà là, e darà conto di tutte queste cose

con molta giustificazione e verità. Onde l'ambasciadore s'è mosso a

scrivere alla Repubblica, esortandola a volerne veder il vero, e

castigar severamente chi tenesse queste pratiche nello Stato loro, e

massime in Bergamo e Brescia, terre dove costui accenna esser seminata

questa infezione».

Poi il 30 luglio: «Sopra quello che per lettera delli 11 aprile passato

scrissero il duca mio signore e vostra eccellenza a sua maestà Cattolica

del pericolo che sovrastava all'Italia da' Franzesi e dalli eretici

quando si fossero volti a tentar questa provincia, sua santità ancora

n'ha scritto in conformità, e particolarmente s'ingegna di mostrare in

qual sospetto si doveano tenere il duca di Savoja e i Veneziani; l'uno

per l'infezione ch'è nello Stato suo di questa peste dell'eresia e per

la vicinità con Francia, e questi per tener poco conto come ciascun viva

o cattolicamente o altrimenti; e con l'ajuto o pur con la sola

permissione di questi duoi pare che possino derivare tutte le turbazioni

che altri disegni per Italia: e contro quel duca e quella Repubblica s'è

disteso, caricandoli molto appresso sua maestà, come quelli dei quali è

molto dubbiosa la volontà in servizio della fede cattolica e di sua

maestà».

Jacopo Brocardo veneziano (secondo altri, piemontese) seguì Calvino, e

pretese confermare colla santa scrittura le visioni che dicea d'avere:

nel 1565 ritiratosi nel Friuli, scrisse di fisica, ma scoperto fu

arrestato dai Dieci: rilasciato, andò vagando a Eidelberga, in

Inghilterra, in Francia, in Olanda, ove pubblicò libri sostenendo che i

profeti aveano vaticinato gli avvenimenti particolari del secolo XVI: e

gli applicava ai fatti venturi, a quanto accadrebbe a Filippo, a

Elisabetta, al principe d'Orange. Il sinodo di Middelburg disapprovò

questa guisa d'interpretar la Bibbia. Segur Pardalliano bretone credette

che il personaggio, designato in queste profezie come destinato ad

abbatter l'idra papale, fosse Enrico IV, e indusse questo a spedirlo ai

principi protestanti per tal oggetto; ma divenne ridicolo quando palesò

donde traeva tali persuasioni.

Un commento del Brocardo sulla Genesi fu condannato dal sinodo nazionale

della Rocella nel 1581. Ritrattò poi i suoi libri mistici e profetici,

pure fu sbandito dall'Olanda, e campò miseramente fin dopo il 1594.

Il modo di procedere in fatto d'eresie a Venezia appare da questa

istruzione:

«_Modus qui servatur in tribunali nostro in procedendo contra

hæreticos._

«Et primo, porrecta querela, sive denuntia contra aliquem per judices

ecclesiasticos, videlicet reverendum dominum Auditorem reverendissimi d.

Legati apostolici et per patrem inquisitorem hæreticæ pravitatis, cum

assistentia clarissimorum dominorum deputatorum contra hæreticos, ex

offitio super ea testes assumuntur et examinatur; et si faciunt inditia

aut probationes, ita quod deveniri possit ad capturam denunciati, tunc

Judices ecclesiastici, accedente consilio prædictorum clarissimorum

dominorum deputatorum, dictam capturam decernunt; sin autem, eundem ad

comparendum personaliter citari mandant, qui si non comparuerit,

proclamatur in scalis publicis, et contra ipsum proceditur, ejus

contumacia non obstante. Si vero comparuerit, judices ecclesiastici cum

assistentia prædictorum clarissimorum d. deputat. ejus rei recipiunt aut

constitutum, et eo recepto, decernunt (accedente consilio ut supra) quod

incarceretur aut consignetur in aliquo loco quem ei deputant pro

carcere, cum fidejussione de se præsentando et de non recedendo, et

successive ad ulteriora proceditur, examinando testes et contestes, et

constituendo inquisitum qui confitetur se errasse, et qui se remittit

sanctæ matris Ecclesiæ correctioni. Tunc formata abjuratione illa, reus,

ore proprio, si scit legere, sin autem notarius reo præsente et omnia in

eadem abjuratione confitente, recitat die statuto per judices. Deinde

ipsi judices ecclesiastici, habito colloquio de pœna sive pœnitentia, ad

quam reus veniat condemnandus, cum prædictis clarissimis dominis

deputatis, et citato reo ad audiendiam sententiam, illam in scriptis,

accedente consilio ut supra, proferunt et promulgant, et in ipsius

sententiæ fine serenissimi principis pro executione ipsius sententiæ

brachium humiliter implorant. Si vero reus negaverit delicta, de quibus

in inquisitione, perpetrasse, tunc in arctiori carcere detrudi mandatur,

ut eo mediante, delicta per se perpetrata confiteatur. Si vero illa

confiteri negaverit, tunc et eo casu utatur deductis in processu et

attestationibus testium, dummodo videantur esse conformes et sine aliqua

inimicitiæ suspicione, ac tales quod in juditio fides eisdem adhiberi

possit: et sic ad sententiam condemnatoriam, prout juris fuerit ut supra

proceditur. Si vero testes examinati non plene probaverint, ita quod

tantummodo inditia fecerint, aut semiplene probaverint, tunc et eo casu

proceditur ad torturam, licet hactenus in tribunali nostro hujusmodi non

evenerit casus, et ita hactenus fuit servatum et processum, cum

assistentia prædictorum clarissimorum domin. deputatorum et eorum

accedente consilio decretum et sententiatum».

L'archivio del Sant'Uffizio di Venezia, or riunito agli altri nel

convento de' Frari, consta di cencinquanta cartelle. Eccetto un processo

del 1541, la serie regolare non comincia che al 1548. Secondo il

Romanin, fra quest'anno e il 1550 si fecero sessantatre processi sia

nella dominante o nelle provincie; diciannove di essi vennero sospesi:

gli altri riuscirono a condanne di multa o bando; alcuni di carcere

temporario, uno di galera, uno di morte. Gl'imputati sono preti o

artigiani: pochi civili, nessun nobile. Solo alla Marciana[170] esiste

la sentenza contro Francesco Barozzi per stregheria, seduzione,

apostasia ostinata: egli acconciossi a confessar tutto, purchè gli si

lasciasse salva la vita e non confiscati i beni: restò alcun tempo in

carcere, pagò cento ducati di cui fare due crocifissi d'argento, e

s'obbligò a certe preghiere e a confessarsi regolarmente.

Nè scarseggiarono nel Veneto i processi di streghe; e ne' Diarj di Marin

Sanudo ne occorrono varj, coi soliti abusi delle procedure d'allora, e

con evidenti prove di superstizione, di delirio, di allucinazioni. Dagli

_Annali di Brescia_, manuscritti alla Quiriniana, raccogliesi che nel

1455 frate Antonio inquisitore invocava il Governo contro eretici nella

pieve di Edolo, che ricusavano i sacramenti, immolavano fanciulli,

adoravano il diavolo. Nel 1510 a Edolo e Pisogne essersi bruciati da

sessanta streghe e stregoni, che confessarono aver ammaliato uomini,

donne, animali, seccato prati ed erbe: e menati al fuoco, non si

mostravano sbigottiti, nella certezza che il demonio avrebbe fatto

miracolo per salvarli. Nel 1518 essersi bruciate da settanta streghe in

Valcamonica, togliendone i beni: e di quell'anno stesso una lettera da

Orzinovi denunzia come infetti di stregoneria molti preti, che non

battezzavano, e che dicevano la messa _come Dio vuole_.

Il dottor Alessandro Pompejo, in lettera da Brescia del 28 luglio 1518,

racconta come sul monte Tonale si raccogliessero fin duemilacinquecento

persone alla tregenda: e Carlo Miani patrizio veneto con maggiori

particolarità riferisce che, sollecitate dalle madri, le fanciulle fanno

una croce in terra, poi la calpestano, e sputacchiano; ed ecco

presentarsi loro un cavallo, sul qual montato, subito si trovano sul

Tonale alle turpi nozze. Introdotte in magnifica sala tutta a seta,

vedono un signore, assiso in tribunale d'oro e gemme, che le fa

scompisciar la croce, indi le accoppia a giovincelli bellissimi. Anche

sul monte Crocedomini fra la val Sabbia e la Camonica teneansi di tali

congreghe, testimonio il Gàmbara nelle note alle sue _Geste de'

Bresciani durante la Lega di Cambrai_.

Per l'Inquisizione de' libri proibiti Venezia volle salve le ragioni del

principato, e affidò tal materia al Consiglio dei Dieci, il quale, con

decreto del gennajo 1526, comandò non si stampasse nulla senza licenza

dei tre capi del Consiglio: poi passò tal cura agli Esecutori contro la

bestemmia. L'Indice di Clemente VIII non fu ricevuto che con certe

restrizioni, e nel concordato del 1596 si stabilirono nove capitoli: 1º

i libri sospesi dal nuovo Indice per doversi espurgare, possano vendersi

a chi abbia licenza dal vescovo o dall'inquisitore: 2º se gli stampatori

volessero ristamparli, potran essere corretti dal vescovo o

dall'inquisitore, senza mandarli a Roma; 3º de' libri nuovi si

consegnerà l'originale al segretario de' riformatori dello studio di

Padova o al cancelliere del capitano delle altre città; 4º sui libri si

stamperà la licenza avuta e il nome di chi gli ha riveduti: 5º non si

pongano figure disoneste; 6º i libraj per questa sola volta presentino

all'inquisitore l'inventario dei libri che hanno, per espurgare i notati

nell'Indice; 7º vescovi e inquisitori possano proibire solo per titolo

di eresia o per falsa licenza: 8º non son obbligati gli stampatori a

dare il giuramento; 9º gli eredi libraj diano all'inquisitore la nota

de' libri proibiti che trovassero nell'eredità.

Siffatti rigori non tolsero che la tipografia fosse una delle principali

e nobili industrie di Venezia, segnalata dagli Aldi, dai Baglioni, dai

Comini, dagli Zatta: anzi i Baglioni ottenero la nobiltà veneta, e gli

Albrizzi la dignità di procuratori di San Marco.

Ogni capoluogo del Veneto aveva il suo tribunal d'Inquisizione,

organizzato a immagine di quel di Venezia; e d'accordo coi riformatori

dello studio di Padova, facea la revisione de' libri e delle stampe; e

la licenza dovea registrarsi dal magistrato degli Esecutori contro la

bestemmia. Un consultore ecclesiastico ed uno secolare venivano

interrogati nelle differenze fra gli avvedimenti religiosi e i politici;

un Revisore dei brevi esaminava tutte le bolle e carte che venissero da

Roma.

Quanto dicemmo nel Discorso IX sulla scuola di Padova vuolsi inteso per

Venezia, di cui quella città era il ginnasio. Il Caracciolo denunzia

Padova come «ricetto di eretici; vi furono per alcun tempo non solo il

Vergerio, ma Enrico Scotta, Sigismondo Gelvo, Martin Borrao, il Gribaldo

e lo stesso Calvino, quando, fuggito di Picardia, venne in Italia e

arrivò sino a Firenze. Chioggia aveva il vescovo molto sospetto

d'eresia, sicchè poi al Concilio non fu arrestato sol per la protezione

del cardinale di Trento. In universale di tutta questa provincia di

Venezia quanto fosse macchiata di eresie, si può scorgere dalla

relazione fatta di lei a papa Clemente VII dal vescovo Teatino».

Fra le lettere del Bullinger n'ha una del 30 marzo 1543, dove Osvaldo

Miconio parla d'un decano di Padova, il quale parea voler combinare i

riti cattolici colle nuove credenze; e d'un altro, non nominato, che in

colloquio sosteneva volersi un solo pastore e un solo ovile, si

osservasser la quaresima, il digiuno, le feste, l'intercession dei

santi, insomma (dice) connettere Cristo e Belial. Accenna pure d'un

altro italiano, che cattivossi Calvino in modo, da ottenerne una

commendatizia; eppure venuto ad Arovia, palesò di non credere nello

Spirito Santo.

Anche Bernardino Tomitano di Padova, che stampò una _Esposizione

letteraria del testo di Matteo evangelista_ (Venezia 1547), che

probabilmente è tradotta da Erasmo, fu accusato d'eresia, ma se ne

scolpò colla «Orazione I e II ai Signori della Sant'Inquisizione di

Venezia»; (Padova 1556).

Nell'archivio vaticano si trova una «Scrittura fatta sotto Federico

Cornaro vescovo di Padova circa il tollerare o non tollerare la licenza

della nazion germanica»[171], dove si muove lamenti perchè anche in

questa Università si esiga altrettanto che in quelle d'Inghilterra, di

Ginevra, di Germania, «che vogliono che tutti li forestieri dopo tre

giorni siano obbligati, lasciando il proprio rito, accomodarsi all'abuso

e licenza loro».

L'insegnamento degli Averroisti[172] sopravvisse nella scuola di Padova

anche dopo che di quelli la barbara forma era condannata dagli umanisti,

e il fondo dai Cattolici. Zabarella, Zimara, Federico Pendasio, Luigi

Alberti ed altri proseguirono quella tradizione, benchè repudiassero

tutti l'unità dell'intelletto. Francesco Ludovici veneziano, in una

delle tante continuazioni del poema dell'Ariosto, intitolata il _Trionfo

di Carlo Magno_, canta di Rinaldo, che penetrato nelle viscere del monte

Atlante, si trova nel tempio della Natura, e là vede dar l'esistenza a

quanto vegeta e respira; la quale Natura v'è collocata al posto di Dio,

come l'intelligenza e la ragione tengono luogo dell'anima. Interrogata

da Rinaldo perchè gli uomini abbiano anima più intelligente che le

bestie e immortale, la Natura risponde:

Nell'uom ne pon'io più (_d'intelletto_) ch'è mio volere;

E tanto è quel, che d'ogni altro animale

Eccede di lontan vostro savere.

Quell'altro poi, che in voi dici immortale,

Io non lo fo. Se Dio lo fa, sel faccia:

Che cosa ella si sia non so, nè quale.

Puote esser molto ben che a lui ne piaccia

Far, quando i corpi io fo, qualcosa in voi

Che torni al vostro fin nelle sue braccia;

E questo, se a te par, creder lo puoi.

Ultimo rappresentante di quella scuola ci appare Cesare Creminino da

Cento, che professò diciasette anni a Ferrara, poi quaranta a Padova. Le

poche cose sue stampate non ne giustificherebbero l'alta reputazione; ma

sussistono molte copie de' corsi che spiegava agli scolari. Egli non

accetta l'unicità dell'intelligenza: pone per intelletto attivo Dio

stesso, distinto dalle potenze dell'anima, sussistente per se stesso,

vita dell'universo, il qual universo non è, ma diventa (_mundus nunquam

est, nascitur semper et moritur_). Distingue sempre la verità filosofica

dalla teologica, e specialmente nell'aprire il trattato dell'anima dice

agli uditori: «Io non pretendo insegnarvi quel che hassi a credere

dell'anima, ma solo quel che disse Aristotele. Ora tutto quanto è in

Aristotele è contrario alla fede, e i teologi vi han risposto ad

esuberanza. Una volta per sempre ne siate avvertiti, acciocchè, se

udrete qualche proposizione di mal suono nel mio corso, sappiate ove

trovarne la risposta»[173].

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 18 / 101 段