la Signoria lo fece ardere, e l'autore mandò attorno colla mitera in
capo, indi sei mesi di prigione e nulla di peggio. Viepiù tollerante era
verso gli Ebrei, come negoziatori. L'ingegnere Alberghetti nel 1490 ideò
un congegno nuovo, e per applicarlo essendosi associato ad alcuni Ebrei,
domandò al collegio se l'ordinanza 19 marzo 1414 relativa ai privilegi
fosse applicabile anche agli Ebrei. Risposto fu che quella concessione
riguardava chiunque inventasse alcuna nobile ed utile opera, non
distinguendo veneti o forestieri, cristiani od ebrei, di qual fossero
città o setta. Anche più tardi vietossi d'inveir dal pulpito contro
gl'Israeliti, nè di obbligarli andar alla predica o portar segni
umilianti.
Da una autobiografia di Giovanni Bembo veneziano, scritta nel 1536 e
dall'erudito Teodoro Mommsen pubblicata nel 1861, raccogliamo che sua
madre Angela Corner, con altre venete matrone, il nome delle quali
scomparve in una laceratura del manuscritto, assistevano alla lettura e
spiegazione del vangelo in lingua vulgare, fatta da Giovanni Maria da
Bologna medico. Questo, denunziato da Francesco Giorgio frate
Mendicante, fu posto in carcere, da cui venne liberato dopo molti anni
da papa Giulio. Ciò dovette dunque accadere ne' primi anni del secolo, e
avanti che di Germania tonassero i riformatori.
Al 26 agosto 1520 presentossi al senato il vicario del patriarca
Contarini, esibendo la bolla pontifizia che condannava le opere e le
proposizioni di Lutero, e minacciava di scomunica chi le tenesse e le
professasse; e domandò di poter mandare i famigli nella libreria del
tedesco Giordano, sita a San Maurizio per sequestrar di tali libri,
venuti di Germania. Avutone licenza, li fece solennemente bruciare, ma
già alcune copie n'erano uscite, e Marin Sanuto, autore di curiosi
Diarj, dice averne avuta una, e tenerla nello studio. Il qual Sanuto
racconta pure come «sul campo [149] san Stefano fo predicato per messer
Andrea da Ferrara, qual ha gran concorso: era il campo pien, e lui stava
sul pozuolo [150] della casa del Pontremolo, scrivan all'officio dei
Dieci; el disse mal del papa e della Corte romana. Questo seguita la
dottrina de frà Martin Lutero, ch'è in Alemagna homo doctissimo, qual
seguita san Paolo, ed è contrario al papa molto, ed è sta per il papa
scomunicato»[151].
Lamentossi il pontefice, per bocca del suo segretario Bembo,
dell'impunità concessa a questo frate, e raccomandò che la Repubblica
non permettesse di stampare un'opera di esso, di sentimento luterano:
del che venne data sicurezza al legato; e il frate fu lasciato o fatto
partire.
Quell'anno stesso Burcardo Scenck, gentiluomo tedesco, scriveva allo
Spalatino, cappellano dell'elettore di Sassonia, che Lutero godeva stima
a Venezia, e ne correano i libri, malgrado il divieto del patriarca; che
il senato penò a permettere vi si pubblicasse la scomunica contro
l'eresiarca, e solo dopo uscito di chiesa il popolo. Lutero stesso per
lettere [152] felicitavasi che tanti di colà avessero accolto la parola
di Dio, e tenea corrispondenza col dotto Giacomo Ziegler che caldamente
vi s'adoperava; come di là giungevano esortazioni a Melantone perchè non
tentennasse nella fede, nè tradisse l'aspettazione degli Italiani.
Al 21 marzo 1521 il consiglio dei Dieci deliberava intorno ad eretici di
Valcamonica, accusati di stregheria, e rammemorando lo zelo sempre
spiegato a favor della Chiesa cattolica, soggiungea doversi però in tal
materia procedere con cautela e giustizia, e affidarne la procedura a
persone di chiara intelligenza, di retto giudizio e superiori a ogni
sospetto. Pertanto ne fossero, insieme col padre inquisitore, incaricati
uno o due vescovi insigni per dottrina, bontà, integrità, e
s'accordassero con due dottori laici nella confezione del processo.
Finito questo senza tortura, i rei sarebbero sottoposti a nuovo
interrogatorio dai due rettori di Brescia colla corte del podestà e
quattro altri dottori, procedendo con ogni diligenza e circospezione
prima di passar alla sentenza, e ponendo mente che la cupidigia di
denaro non fosse causa di condannare o diffamare alcuno senza
colpa[153]. Raccomandavano poi di mandare nella valle predicatori, de'
quali que' semplici e ignoranti montesi aveano maggior bisogno che non
d'inquisitori.
Monsignor Aleandro scrive al Sanga da Ratisbona il 31 marzo 1532 d'un
frà Bartolomeo minorita veneziano, fuggito per sospetto di luterano, e
diceva, per malevolenza particolare contro lui di monsignor Teatino.
Anguillava costui, chiedendo un breve del papa che lo giustificasse in
modo da poter vivere tranquillo in patria, ma al tempo stesso parlava da
luterano, e asseriva d'aver buone offerte dagli eretici se si desse con
loro. L'Aleandro usava seco or dolci modi or aspri, ma non venendone a
capo, gli parea meglio lasciarlo andare fra tante migliaja di Luterani,
che non rimetterlo in Venezia, dove «avendo parenti e, per la tristezza
de' tempi, molti fautori _etiam de summatibus_», potrebbe disseminar
tristi germi.
Più tardi troviamo costui a Norimberga in mezzo a Luterani, «che cantava
di bello contro la Chiesa con parole donde nascea non piccol carico τῶν
ἑνετῶν». Ove l'Aleandro soggiunge: «Da Venezia messer Roberto Magio mi
stimola con lettere che io vadi colà, che è molto necessario, e grande
espettazion di tutti. In una che ebbi jeri mi è scritto, che questi sono
tempi da potersi far per me in quella città di buone opere[154]».
Baldassare Altieri d'Aquila, stabilito in Venezia, e agente di molti
principi tedeschi, ebbe comodità di diffondervi libri e idee nuove; e
tanto crebbero, che nel 1538 Melantone esortava il senato a permettere
vi s'istituisse una chiesa: «Voi dovete conceder, particolarmente ai
dotti, il diritto d'esternar le loro opinioni e insegnarle. La vostra
patria è la sola che posseda un'aristocrazia vera, durata da secoli, e
sempre avversa alla tirannia: assicurate dunque alle persone pie la
libertà di pensare, e non si incontri costà il despotismo che pesa sugli
altri paesi»[155].
La quaresima del 47 predicò in San Barnaba un giovane servita con
maggior concorso che altri mai, e parendo avesse trasgredito i modi
cattolici, fu detenuto, toltigli i libri e le scritture, dal cui esame
apparve «luterano e persona di grande scandalo e degna di castigo»[156].
A Venezia da Enrico di Salz e Tommaso Molk di Königsgratz fu fatta
stampare una Bibbia ussita, che or trovasi nella biblioteca di
Dresda[157]. Vedemmo che il Bruccioli ivi pubblicò la sua Bibbia vulgare
in senso luterano. Nelle case di Giovanni Filadelfo, il 1536 e 37, vi fu
stampato il «Commento sull'epistola di san Paolo, compuesto per Juan
Valdesio, pio y sincer theologo»; nel 46 da Paolo Gherardo il _Beneficio
di Cristo_, e per Filippo Stagnino _Le opinioni di sant'Agostino sulla
Grazia e il libero arbitrio_ nel 1545 da Agostino Fregoso Sostegno. Ivi
predicava l'Ochino; a Padova fece lunga dimora Pietro Martire Vermiglio,
e tenne scuola lo Spiera di Castelfranco (Vol. II pag. 124): a Treviso
si formò un'accolta di novatori; e in una a Venezia tennero conferenze
circa quaranta persone, che spingeansi ben oltre i confini dei
Protestanti. Di ciò prese ombra Melantone, e nel 1539 scriveva al senato
pigliasse precauzioni contro gli Antitrinitarj, nè lui confondesse con
essi; finchè n'è tempo ci proveda, perchè è fama che più di quaranta
persone nella loro città e campagne ne siano infette, persone
nobilissime e d'acuto ingegno[158].
Dicemmo di monsignor Della Casa, ito nunzio papale a Venezia nel 1544, e
della parte sua nel processo del Vergerio. Dalle sue lettere appajono le
guise che quel Governo teneva coll'autorità ecclesiastica. Al cardinale
Farnese il 29 maggio 1546 scrive: «Avendo io fatto mettere prigione un
Francesco Strozzi, eretico marcio, il quale si tiene che traducesse in
vulgare il _Pasquillo in estasi_, libro di pessima condizione e
pestifero, e sendosegli trovato adosso, quando fu preso, uno epitafio
mordacissimo e crudelissimo fatto da lui contro la persona di nostro
signore, ed avendo sua santità a Roma con l'oratore di questi signori
fatta ogni istanza necessaria, ed io qui non mancato di tutte le
diligenze possibili per potere mandare il detto Francesco a Roma, il
quale è prete e stato frate dodici anni, non si è potuto avere, e
finalmente il serenissimo mi ha dato tanto precisa negativa jeri
mattina, che giudico non sia più da tentare questa pratica; fondandosi
sopra la conservazione della giurisdizione, e mostrando quanto ciascuno
Stato debba sforzarsi di mantenerla».
Il 29 giugno: «Sopra Francesco Strozzi la illus. Signoria mi ha promesso
stamattina di darmelo in qualunque prigione io lo vorrò; e come io
l'abbia in loco comodo, farò fare quanto richiede la giustizia in caso
così atroce[159].
Il 25 agosto: «Qui son molti fautori de' Luterani che spesso spesso
levano rumori assai. I quali non avendo modo di ribattere, quantunque
questi signori siano prudentissimi, e non diano orecchio così facilmente
a ogni cosa, crescono però e si dilatano per tutto».
Il 21 maggio seguente: «Io non ho ancora potuto aver risoluzione di
quello ch'io debba fare del frate eretico, del quale io parlai mercoredì
passato in Collegio (_in senato_) bene efficacemente, mostrando a quei
signori che i rimedj ordinarj non bastavano a reprimere la malizia di
questa setta, come l'esperienza dimostra tuttavia. E perchè lor
sublimità furono di varj pareri, non ebbi risoluzione ferma: ed io ho
molto riguardo di non pronunziar cosa che non sia poi eseguita da loro,
che sarebbe poco onor di questo officio, e darebbe animo alli eretici.
Averò la resoluzione lunedì, e sono assai certo che i signori deputati
hanno novamente avuto ancora maggior autorità, e sono stati esortati
alla severità e al rigore. Per il che io spero bene».
Raccogliamo da altro luogo che quel frate fu degradato in San Marco, in
abito secolare condotto nel Forte, condannato in vita; e i suoi libri e
la scritture bruciati[160].
L'11 giugno 1547 lo stesso Della Casa scriveva: «Io credo che quello che
sua santità ha detto al signor ambasciadore abbia fatto bonissimo frutto
nella causa delle eresie, perchè due di quei signori deputati mi hanno
ringraziato molto delle buone relazioni che dicono saper che io ho fatte
a Roma delle persone loro, mostrando di averne infinito piacere: e la
causa in se va molto bene, e spero che, con qualche destrezza
necessaria, in effetto in tutta questa negoziazione di qua si sarà, con
l'ajuto del santo Dio, fatto assai opportuno rimedio a questa fastidiosa
e pericolosa malattia».
E il 3 agosto 1549: «Sopra due eretici di Padova, per aver un poco di
querela fondata contra di loro, si è commesso al vicario che faccia un
poco di esamine secreto, e si vedrà di farli venir qua».
Infine il 9 novembre all'eletto di Pola a Roma: «Facendo io jermattina
instanza in Collegio per aver il braccio secolare per il Grisonio nelle
eresie di Conegliano, il principe m'interruppe dicendo, che aveano fatto
un'esecuzione molto laudabile contra quei di Digiano ecc. e che si
avvertisse che i preti che si poneano in luogo dei contumaci fossero
buoni, e sedessero là per sanar e correggere quanto aveano infettato
questi ecc.»
Nel 1546 Baldassare Archiew inglese domandava al senato licenza di
rimaner in Venezia come residente per la sua nazione, e presentar
lettere di cui lo aveano incaricato i principi di Germania. Sul
consentirglielo si disputò per molti giorni. Michele Barozzi sostenea
che in paese cattolico non poteasi tollerare un residente eretico, per
cui favore l'eresia troverebbe modo d'insinuarsi: ma il Pesaro riflettea
trattarsi di Stato, non di fede: i Protestanti erano grandi principi,
occupavano mezza Europa, si opponevano all'imperatore, di che tornava
vantaggio a Venezia: se poi si volesse aver riguardo alla fede, ben
altri rigori occorrerebbero per reprimere la simonia. Il Barozzi
replicava che la domanda dell'Archiew riguardava appunto la fede, poichè
tendeva a procacciarsi stabile e riconosciuto dominio in Venezia, e
perciò arbitrio di parlar liberamente, spacciare suoi libri, e
scandolezzare i Cattolici coi liberi modi di protestante. Il Trevisan
insisteva, i Protestanti non mandare certo a trattar di fede, bensì di
Stato: i principi tedeschi non cercare che la conservazione della
propria libertà e degli interessi religiosi: solo per questi, dopo
ventinove anni che professavano la nuova fede, essersi ora uniti in lega
spedendo nunzj alle diverse potenze, fra cui anche a Venezia,
dirigendole per mezzo dell'Archiew una lettera alla quale sarebbe
scortesia il non rispondere: come sarebbe improvido il non tenersi amica
una Lega tanto potente. In fatto la lettera fu ricevuta, e datavi
risposta evasiva; e l'Archiew rimase come residente d'Inghilterra. Del
che lagnandosi il papa, gli fu risposto esser ciò necessario per le
continue comunicazioni con quel regno; del resto sua santità non poter
dubitare della devozione della Repubblica.
Nessun però creda che i Veneziani s'allentassero nel perseguitare
l'eresia; sì perchè ve li portava l'indole dei tempi, sì perchè essa
turbava la quiete pubblica, primario intento di quel Governo. Fin dal 22
aprile 1547 erasi data questa commissione agli assistenti del
Sant'Uffizio.
«_Nos Franciscus Donato dux Venetiarum, ecc._ Conoscendo, niuna cosa
esser più degna del Principe Cristiano, che l'essere studioso della
Religione e difensore della Fede Cattolica, il che etiam n'è commesso
per la promissione nostra ducale, e stato sempre istituito dalli
Maggiori nostri; però ad onore della Santa Madre Chiesa avemo eletti in
questi tempi col nostro minor Consiglio voi, dilettissimi nobili nostri,
Nicolò Tiepolo, dottor Francesco Contarini e Marco Antonio Venier
dottore, come quelli che sete probi, discreti e cattolici uomini, e
diligenti in tutte le azioni vostre, e massimamente dove conoscete
trattarsi dell'onore del Signore Iddio. E vi commettemo, che dobbiate
diligentemente inquirere contro gli eretici, che si trovassero in questa
nostra città, e etiam ad mettere querele contro alcuno di loro, che
fossero date; e essere insieme col reverendissimo Legato e Ministri
suoi, col reverendo Patriarca nostro e Ministri suoi, col venerabile
Inquisitore dell'eretica pravità, sollecitando cadauno di loro in ogni
tempo e in ogni caso che occorrerà, alla formazione de' processi: alla
quale etiam sarete _assistenti_, etiam procurando, che siano fatte le
sentenze debite contro quelli, che saranno conosciuti rei. E di tempo in
tempo ne avvisarete tutto quello che occorrerà, perchè non vi mancheremo
d'ogni ajuto e favore, secondo la formola della promozione nostra ecc.».
Il 21 ottobre 1548 fu presa questa _parte_, cioè determinazione nel
Consiglio dei Dieci:
«In esecution della Promission del serenissimo principe nostro e del
capitular di conseglieri, furono da Sua Serenità con il consenso loro
deputati tre delli primarj nobili nostri ad inquirir e accettar denunzie
contra eretici in questa città e ducato solamente. I quali essendosi
ridutti insieme con l'auditor del reverendissimo legato e con
l'inquisitor tre fiate alla settimana dal mese di aprile 1547 in qua,
hanno fatto quel buon frutto che a cadauno è noto. Imperochè sono
cessate le conventicule che prima si facevano in diversi luoghi publici
e privati di questa città, e molti immersi in tale diabolica pravità si
sono abjurati publicamente; la qual bona opera quando si facesse nelle
altre città del Stato nostro, nelle quali vi regna questa detestanda
setta, si come da diversi Rettori nostri per molti casi d'importanzia
siamo stati ricercati a fare, e anco dal reverendissimo legato
apostolico, non ha alcuno che non conosca quanto si faria cosa grata
all'onnipotente Dio e Signor nostro Jesù Cristo, però,
«L'anderà parte, che la deliberazion di questo Consiglio del 21 marzo
1521 in materia de strigoni e heretici, sia, quanto spetta ad eretici
della fede catolica e di sacramenti della santa Chiesa, riformata, e da
novo sia dechiarito che si abbi ad osservar quanto si osserva in questa
nostra città, cioè:
«Che li rettori delle infrascritte città, debbano primamente far
elezione de dui dottori, over persone intelligenti, catoliche e di bona
vita, e poi ridursi in qualche loco commodo con il reverendo vescovo
over suffraganeo o vicario suo, e con il venerando inquisitor, e tutti
insieme inquirir et accettar denunzie contra cadaun eretico sottoposto
alla città, alle castelle e a tutta la diocese sua; assistendo
continuamente li rettori e li dui per loro ut sopra eletti al accettar
delle querele e alla formazione di processi e non altramente, prestando
il consiglio e favor suo fino alla compita formazione di essi: e che per
i ditti reverendi ecclesiastici siano fatte le sentenzie contra quelli
che sarano conosciuti rei secondo il tenor di sacri Canoni. Al far delle
qual sentenzie debba sempre intervenir il Consegio e li dui per loro
eletti, si come è ditto di sopra e non altramente, e similmente assister
e prestar il loro consegio in ogni cosa pertinente a questa materia.
Fatte veramente le sentenzie, debbano li rettori darli la debita
esecuzione. E se per qualche justo impedimento non potessero assister
ambidue li rettori alle cose sopra ditte, vi debba almeno intervenir uno
di loro, insieme con li dui qualificati ut sopra. E ove si attrova uno
solo rettor, quello debba assister personalmente, avendo sempre appresso
di sè li altri dui a questo deputati da lui. E questo ordine sia posto
de cætero nelle commissioni di essi rettori, acciò ch'el sia del tutto
osservato.
«Li processi veramente che sin ora fussero sta fatti in questa materia
senza la presenzia di rettori nostri, s'intendino nulli, ma ben si
possano da novo formar nel modo sopra ditto.
«Sia etiam commesso alli predetti rettori, che, subito receputo il
presente ordine nostro, debbano far pubblicamente proclamar nella città
a loro commessa e in tutte le castelle sottoposte alla sua jurisdizione,
che se alcuno averà libri proibiti dalla santa Chiesa Catolica, possino
e debbino presentarli ad essi rettori fra quel termine che li parerà
statuirli, senza incorrer in pena alcuna, ma ben i libri siano brusati
publicamente. Passato veramente il termine, si procederà contra li
inobedienti come parerà alli rettori esser conveniente.
«E da mo sia preso che alli stessi rettori nostri [161] insieme con la
deliberazion soprascrita, sia scrito a parte secretamente quanto si
contiene ut infra:
«Istruzione secreta.
«Averete veduto quanto vi avemo commesso con il Consegio nostro di Dieci
e zonta, in materia di proceder contro eretici con l'assistenzia e
consiglio nostro, e di quelle due persone qualificate da esser per voi
elette, la quale deliberazion volemo che eseguiate. Ben vi dicemo con
l'istesso Consegio e zonta che quando si trattasse de qualche persona
dalla quale vi paresse poter provenir qualche scandalo per alcuno
rispetto, debbiate, avanti che si devenga a retenzione o sentenzia, dar
avviso alli Capi di esso Consegio con dichiarir particolarmente la
qualità della persona, li parenti ed aderenti, e facoltà soa, e ogni
altra cosa e rispetto che ve paresse degno de considerazione, e il
simile servarete avanti l'esecuzion delle sentenzie contra ogni altra
persona quando abbia intervenir pena de vita o membro, overo di
confiscazion di beni, perchè poi vi si darà commissione di quanto ne
parerà convenirse.
«Questo ordine nostro essendo importantissimo, volemo che teniate
secretissimo apresso di voi soli, sì che nè alcun ministro vostro nè
alcun altro, sia chi esser se vogli, lo possa saper, e consignarete le
presenti alli vostri successori in propria mano con la istessa
secretezza, i quali facino il medesimo a quelli che si succederanno di
tempo in tempo».
Lo stesso Consiglio dei Dieci colla sua Giunta, a' varj rettori delle
provincie scriveva:
«Averete veduto il modo col quale s'abbia proceder contro li eretici
luterani, dell'esecuzion del quale credemo ve sarà cura diligente. Ben
vi dicemo col detto Consegio e zonta, per conveniente rispetto, che
quando ve paresse la cosa redutta in termine ch'el se dovesse venir a
sentenzia contra alcuno de vita over de membro o de confiscazion de
beni, vediate de intervenir, sì che abbia star suspeso il proceder più
oltre, e debiate scriver alli Capi di esso Consiglio, mandando il
processo formato sotto sigillo e espettando ordine nostro».
Al 29 novembre 1548 il doge Francesco Donato scriveva al rettore di
Bergamo:
«Avemo inteso con grandissimo dispiacere nostro, che in questa città si
ritrovano alcuni eretici, i quali non solo non vivono cattolicamente, ma
pubblicano, disputano e cercano di persuadere agli altri le opinioni
luterane, cosa che non volemo comportare per modo alcuno». Ed essendosi
il papa doluto che il capitano e podestà di Vicenza lasciassero
predicare liberamente l'errore, la Signoria, conforme ai detti ordini
severi, cominciò supplizj. Guido Zanetti fu consegnato all'Inquisizione
romana; Giulio Ghirlanda trevisano e Francesco di Rovigo condotti a
Venezia e di subito strozzati; così Antonio Ricetto vicentino, Francesco
Spinola prete milanese e frà Baldo Lupetino: Francesco di Ruego fu
affogato nel 1546. Alquanti approfittarono del terribile avviso per
fuggire, tra cui Alessandro Trissino con altri riparò a Chiavenna, donde
a Leonardo Tiene suo concittadino scrisse, eccitandolo ad abbracciare
una volta la Riforma, con tutta la città.
L'Altieri suddetto, il 24 marzo 1549, scriveva al Bullinger da Venezia:
«Qui la persecuzione si fa ogni dì più insolente: molti son presi, e
condannati alle galere o a carcere perpetuo, alcuni s'inducono a
ritrattarsi per timor della pena, talmente ancora è debole Cristo: molti
son proscritti colle donne e i figli, altri provedonsi colla fuga. Tra
questi il pio e dotto vescovo Vergerio, il quale se viene a voi,
accoglietelo bene e favoritelo cortesemente. Io pure sarò ridotto alla
condizione stessa, giacchè Dio vuol con queste tentazioni provar la fede
de' suoi».
Esso Altieri procurò che i Tedeschi e Svizzeri facessero ritirare il
decreto del senato: ne scrisse al duca di Sassonia; andò in Isvizzera:
protestava i Veneti esser tutti favorevoli ai Francesi e perciò nemici
dell'imperatore, e in conseguenza dovere i principi di Germania tenerli
in conto, come opportuni ai loro divisamenti: ma non potè ottenere se
non lettere commendatizie, e reduce ebbe intimazione di professar il
culto romano, o andarsene. Così in fatto fece, passando per Ferrara a
Firenze, poi tornando nel Bresciano, donde scriveva ad esso Bullinger,
il novembre 1549, trovarsi in gran molestie e pericoli della vita, nè
scorger luogo in Italia ove stare sicuro colla moglie e il figlio: «nè
avran posa gli empj finchè non mi assorbano vivo».
Più violento il Vergerio scriveva: «Se sarebbe crudeltà, barbarie ed
asineria a voler impedire che fosse restituita la purità e bellezza
della lingua volgare, perchè non è da dire che sia infinitamente maggior
barbarie, crudeltà, asineria l'aver mandato un Archinto milanese legato
in Venezia, il quale non pensa ad altro tutto il dì che di far
strascinare in prigione e cacciar in bando gli uomini da bene, solamente
perchè si dimostrano bramosi di veder restituita alle Chiese quella
purità e bellezza dell'evangelo, che Gesù Cristo venne ad insegnarci, e
la quale era stata sconcissimamente contaminata e vituperata?[162]»
E al Dolfin vescovo di Lésina: «La ingiustizia e crudeltà è grandemente
cresciuta d'un tempo in qua appresso de' vostri, perciocchè a' tempi
nostri i papi fan annegare i nostri fedeli di notte segretamente, senza
che possano prima esser le loro difese ascoltate, almen in luogo
pubblico, come s'è fatto novamente di que' due santi martiri di Cristo
frà Baldo Lupetino d'Albona, di cui fu nipote e discepolo M. Mattia
Flacio Illirico, ben conosciuto dal mondo, e M. Bartolomeo Fonzio, tra
gli altri dico che di notte furon fatti annegare, nè vogliono i medesimi
papi che i rei in questa causa possano essere ascoltati, se non appena
da qualche diabolico inquisitor in un cantone _Sed tu Domine
usquequo?_».