La congrégation générale se tenoit, dès l'an 1557, après les catechismes

italiens, au temple ou auditoire de S. Marie, dont il y eut quelques

démélés avec les Anglais pour l'heure et tout fut remis à M. Calvin. Dès

cette année on fit la depense du plancher pour la dite auditoire par

resolution du 3 mars 1557, et de quelques bancs pour les femmes in

novembre 1558, et de plancher les chapelles y mettant des bancs, janvier

1559.

1551. — Dès le commencement de 1551 jusque au fin de 1553, furent élus

entre les Italiens pour le soin des pauvres qu'ils assistoient de leurs

déniers, Niccolò Fogliato de Cremone et Amedeo Varro piémontois.

1554. — Pour les pauvres en l'assemblée générale du 4 janvier 1554,

furent députés Simon Fiorillo et Niccolò Fogliato, et en janvier 1555

leur fut adjoint Jean Paolo Alciati.

1556. — Pour l'entretien des ministres et des pauvres, il y avoit une

regle dressée de ceux qui volontairement s'y obligeoit selon leur

pouvoir, et depuis ceux de la nation y ont toujours pourvu à ses frais,

comme aussi pour les maîtres d'écoles et un chantre à gages. Le chantre

pour 8 écus. =

Nell'archivio stesso trovasi questa nota del maggio 1558. «Sur ce qu'on

decouvrit que Valentino Gentili, Giovanni Paolo Alciato, Giorgio

Biandrata et d'autres soutenaient des discours comme ne sentant pas bien

des trois personnes en une seule divinité essentielle, et troubloient la

paix de l'Eglise sémant des opinions erronées, par l'avis de M. Calvin

et des pasteurs de la ville, et du pasteur et consistoire italien fut

dressée une confession de foi special là dessus, étendant ce qui est

plus reservé en la confession ordinaire de Genéve, laquelle fu souscrite

en une congrégation générale le 18 de mai en presence du quatrième

sindyque M. Chevalier (commis au nom de la seigneurie des pasteurs

français) par la plus part des membres de l'Eglise, et par le reste en

d'autres jours suivants; et le 23 mai par six de ceux qui y faisaient

difficulté, Silvestro Teglio, Filippo Rustici, Francesco Porcellino,

Nicolò Sardo, Valentino Gentili, Hyppolite Gallo».

NOTE

[103] Della battaglia di Cappel il cardinale Accolti mandava una lunga

descrizione al Sadoleto in lettera del 4 dicembre 1531, fra il resto

dicendo che _ceciderunt quamplurimi sacerdotes qui, abjurato veræ

religionis cultu, sese in Satanæ famulatum conjecerant; repertusque est

multis vulneribus confectus Zuinglius, qui primus ad Helvetios attulit

pestifera Lutheranorum dogmata, eisque, ob singularem qua maxime inter

Helveticos florebat opinionem virtutis, doctrinæ et sapientiæ, assidue

imperitorum animos imbuebat_. J. SADOLETI Ep. lib. VII.

[104] JO. TONIOLAE _Cœtus italici qui Basileæ colligitur_. Basilea 1661.

Del Toniola abbiamo pure _Basilea sepulta, retecta, continuata, hoc est

tam urbis quam agri basileensis monumenta sepulchralia_.

[105] Nel 1860 fu pubblicato a Parigi _Mathieu Zell, le premier pasteur

évangélique de Strasbourg_ (1477-1548) _et sa femme Catherine Schutz:

étude biografique et historique par_ ERNEST LEHR. E ad Erbelfeld in

tedesco: _Capiton e Butzer, riformatori di Strasburgo, secondo le loro

lettere inedite, gli scritti stampati ed altre fonti contemporanee_, per

J. G. BAUM.

[106] Eccone la lista:

Muralto nobile signor Martino e Lucia Orella sua moglie con quattro

figliuole.

Duni nobile Taddeo, Elisabetta sua moglie e due figliuole, e Giangiacomo

fratello.

Ronco nobile Lodovico, Maria sua moglie e tre figli.

Appiano Francesco Michele con una figlia.

Cozolo Battista e Bernardino suo figlio.

Postcollonia Protaso, Franceschina sua moglie e una figlia, e Bartolomeo

suo fratello.

Zareto (o Cereto) Giovan Giacomo, Caterina sua moglie con tre figliuoli,

e Caterina madre di lui.

Orelli Luigi di Gioaneto; Apollonia sua moglie e tre figli.

Rossalino Giovan Antonio, Elisabetta sua moglie, Girolamo, Lorenzo e tre

altri figli.

Toma Pietro di Giovan Maria: Franceschina sua moglie e cinque figli.

Toma Sebastiano, Clara sua moglie con due figlie, Marta sorella:

Giovanni.

Raffagno Zannino e Caterina sua moglie.

Raffagno Evangelista, Margherita sua moglie e una figlia.

Raffagno maestro Francesco, e Caterina madre dei Raffagni.

Riva Giovanni Antonio, Maddalena sua moglie, maestro Nicolò, Bernardino

e Anna lor figli con tre altri.

Lucia, moglie del signor Francesco di Gavirate.

Cereto Maestro Battista.

Verzasca Francesco, Caterina sua moglie e una figlia.

Verzasca Giovan Antonio e Bartolomeo, due sorelle e tre figlie di

queste.

Appiano Filippo con tre figli: Parisio con moglie e quattro figli:

Caterina con tre figli: Sebastiano con moglie o due figli.

Appiano Francesco di Nicola con moglie e due figlie. Carlo Appiano suo

fratello con moglie.

Fasolo Andrea.

Muralto Giovanni: Barbara sua moglie: Giangiacomo loro figlio e tre

figliuole. Andreolo Andreoli con moglie e due figli.

Giambattista de' Baddi con moglie, e Tommaso.

Trovano Alberto con moglie, e Albertino; e Pietro Paolo con moglie e tre

figli.

Pairano maestro Giovanni Antonio, Bernardina sua moglie e due figli.

Orello Bartolomeo e Filippo; Francesco di Guffrino Orelli: Margarita sua

moglie e una figlia: Francesca sorella.

Orelli Battista di Alessandro con moglie e quattro figli.

Cattaneo Bartolomeo di Orello.

Albrizzi Battista, Giovannina sua moglie e due figli.

Muralto Giovan Antonio, Lucia moglie e Maddalena figlia: Catarina: Anna

moglie di Paolo Orelli.

Riva Giovanni di Franceschino.

Francioso Giovanni Luigi e figlio.

Lancelotto Giovanni Angelo: Susanna sua moglie con cinque figli.

Romerio Francesco e sua madre.

Rozzolli Francesco di Antonio.

Gordulino Giovanni.

Taddei Maestro Giovanni Pietro di Giovan Antonio.

Porcio Damiano.

Mercazio Filippo con moglie e figli.

Giovannina moglie di Giovan Battista Rabazotini.

Pebbia Stefano con moglie e tre figli.

Giacobina moglie di Pietro Ragazzi con un figlio.

Albertini maestro Francesco con moglie e quattro figli.

Antonia di Bernardo Benada di Gavirate.

Margherita moglie di Luigino Ronchi, e Lodovica sorella di questo.

[107] Dagli annali di Gregorio XIII pubblicati dal p. Theiner, raccolgo

che, al congresso dei signori Svizzeri tenuto a Lugano nel 1584,

l'arciprete di San Lorenzo pregava esso papa di concedere a que' preti

di dire due messe ne' luoghi di più difficile accesso, siccome già

n'aveano avuta la concessione dai vescovi di Como, allora tolta dal

visitatore Bonomo.

[108] _Ep. apud_ OLTROCCHI, _notæ ad vitam sancti Caroli_, lib. VII, c.

4.

[109] _Compertum est nullum ferme ex quingentis et amplius, qui labes

apud nos suas deposuerunt, lethalis culpæ reum fuisse auditum._ Lettera

del padre Gagliardo, da cui togliamo la descrizione di questo viaggio.

[110] Samuele, figlio del Trontano, ed un Brocca con tutta la sua

famiglia si resero cattolici nel 1584, come abbiamo dai manuscritti del

Borromeo.

[111] Vedi OLTROCCHI, ib. 684-694. RIPAMONTI, _Hist. Patr._, Dec. IV,

lib. V, e qui sopra vol. II, pag. 386.

[112] Tobia Eglino racconta con gran dolore questi atti del Borromeo

nella Mesolcina, e che colà un frate che da tre anni vi dicea messa,

annunziò di farsi evangelico. E narra d'aver lungamente in Roma servito

il cardinale Araceli genovese, che venuto a morte, si pentì d'avere

scritto molto contro il Vangelo, e confidar della misericordia di Dio;

assai cose favellò con lui sulla giustificazione e sul purgatorio,

contro le opinioni papistiche, ond'egli pensò uscir da quelle tenebre.

Venuto a Milano, cacciò un ghiro nel tabernacolo, acciocchè rodesse il

sacro pane, e così corbellare i frati che lo credeano Dio. Quinci

pericolo, ma coll'ajuto d'amici cremonesi campato, fuggì in Mesolcina.

Ora voler consacrarsi a Cristo, ed esservi molti desiderosi di lasciar

la messa ecc. La lettera del 9 giugno 1571 è in HOTTINGER, _Helv. Kirch.

Gesch._, tom. III, pag. 900.

[113] GIUSSANO, _Vita ecc._

[114] Erano l'Adorno, il Grattarola, il Boverio. Il Grattarola in una

lettera descrive il processo fattogli in un'osteria, presenti quindici

giudici insigniti della collana d'oro, i quali alfine dovendogli impor

una multa, s'accontentarono che pagasse da cena a tutti.

[115] Il passaggio del Sangotardo era allora une de' più formidabili,

pure fin dal 1374 l'abate di Dissentis vi avea posto un piccolo ospizio.

Nel suo viaggio san Carlo determinò porvi una fabbrica solida; ma morì

prima d'eseguirla, e Federico Borromeo vi collocò nel 1602 un prete con

casa. L'ospizio fu poi eretto nel 1683 dall'arcivescovo Visconti, con

due frati cappuccini per assistere i viandanti. Si sa come soccombette

nella guerra contro il Sunderbund.

[116] Appartiene a quel tempo l'avventura del prigioniero di Chillon,

che nei fasti della Casa di Savoja figura come quella del Giannone.

Francesco di Bonivard, priore di San Vincenzo a Ginevra, di gran nobiltà

savojarda e coltissimo, inchinava a' Riformati, e molto cooperò a

spinger Ginevra nell'alleanza con Berna. Perciò dal duca di Savoja era

odiato. Volendo egli andar a trovare sua madre ammalata a Seyssel,

domandò un salvocondotto, ma nel ritorno fu côlto e gettato nel castello

di Chillon, ove stette quattro anni finchè i Bernesi lo liberarono.

[117] Le ultime opere che conosciamo intorno a Calvino sono:

BUNGENER, _Calvin, sa vie, ses œuvres et ses écrits_. Ginevra 1862.

_Geschichte des französichen Calvinismus bis zur national Versammlung in

Jahre_ 1789 _von_ GOTTLOB VON POLENZ. Gotha 1857 e seg.

MAGNIN, _Hist. de l'établissement de la réforme à Genève_.

CH. CHARRONNET, _Les guerres de réligion et la société protestante dans

les Hautes Alpes_ (1560-1789). Gap 1861.

P. CHARPENNE, _Hist. de la réforme et des réformateurs de Genève, suivie

de la lettre du cardinal Sadolet et de la réponse de Calvin_. Avignone

1860: è in senso cattolico.

J. GABEREL, _Hist. de l'Eglise de Genève depuis le comencement de la

reformation jusqu'en 1815_. Ginevra 1855, 1858 e 1862.

[118] Non facea che dar aspetto legale a queste dottrine Rousseau,

allorchè sosteneva che tocca al Governo stabilir la religione civile:

che il sovrano, senza poter obbligare nessuno a creder gli articoli

della fede civile, può bandire chiunque non li crede. Se alcuno, dopo

riconosciuti pubblicamente questi dogmi, si conduce come se non li

credesse, sia punito di morte. _Contrat Social_, liv. IV, c. 8.

Giudicando l'opera di Bonnet sopra Calvino, Ernesto Renan parlò

lungamente di questo, trovando affatto naturale la sua intolleranza. Ne

leviamo alcune linee: «Quella inflessibilità che forma il carattere

dell'uomo d'azione, Calvino l'ebbe più d'ogni altro. Non so se si

troverebbe un tipo più compiuto dell'ambizioso, geloso di far trionfare

il suo pensiero perchè lo crede vero. Niuna cura di ricchezze, di

titoli, d'onori: non fasto: vita modesta: apparente umiltà; tutto

sagrificato al proposito di formar gli altri a sua similitudine. Solo

Ignazio di Lojola potrebbe disputargli la palma: ma il Lojola vi metteva

un ardore spagnuolo e un impeto d'immaginazione che hanno la loro

bellezza: restò sempre un vecchio leggitor dell'_Amadigi_, che dopo la

cavalleria mondana, seguiva la cavalleria spirituale, mentre Calvino ha

tutte le durezze della passione, senza averne l'entusiasmo... Fa

meraviglia che un uomo sì poco simpatico, sia stato al suo tempo il

centro d'un movimento immenso... e che una delle donne più illustri del

suo tempo, la Renata di Francia, nella sua Corte di Ferrara circondata

dal fior de' letterati, s'invaghisse di questo maestro austero, e

s'avviluppasse per lui in una strada così spinosa...

«Conseguenza inevitabile del carattere e della posizione di Calvino fu

l'intolleranza... Pare una contraddizione che Calvino, reclamando

focosamente la libertà per sè e suoi, la ricusasse poi agli altri.

Eppure ciò va di suo piede: credea diverso dai Cattolici, ma assoluto

quant'essi. La libertà di credere, il diritto di formarsi un simbolo da

sè, non era apparso ai Protestanti del XVI secolo... Quello zelo

violento che trae l'uomo convinto a procurar la salute delle anime con

mezzi poderosi e senza badare alla libertà, traspira da tutte le lettere

di Calvino... Come i Cattolici, reclama la tolleranza non a nome della

libertà, ma della verità. — Le violenze sue contro Serveto, Bossec,

Gruet, Gentile ed altri non faceano meraviglia; erano di diritto comune.

«La moderazione e la tolleranza, virtù supreme d'età critiche come la

nostra, non istarebbero in un secolo dominato da convinzioni ardenti e

assolute. Era la fede che in Ispagna e ne' Paesi Bassi accendeva i

roghi, e alzava patiboli: quelle ecatombe offerte alla verità (cioè a

quel che credeasi tale) hanno la loro grandezza, e non s'ha da esagerare

nel compianger coloro che soccombettero in questa lotta grandiosa, dove

ciascuno combatteva pel suo Dio: la fede gli immolò, siccome la fede li

sostenne... Come creder a mezzo quello per cui si è perseguitati? Qual

fede vacillante non diverrebbe fanatica colla tortura? La gioja di

soffrir per la sua fede è talmente grande, che più d'una volta si videro

nature passionate abbracciar opinioni pel gusto di sacrificarvisi».

[119] _Monumenta Vaticana_ LXXXIV.

[120] Delle buone relazioni del Sadoleto con Melantone e delle speranze

della costui conversione è curioso testimonio una lettera del nunzio

Girolamo Rorario al cardinal Verulano, da Pordenone il 21 febbrajo 1539:

«Scrissi alli 17 del presente al reverendo Sadoleto e a vostra signoria

illustrissima significandole come don Michele Brazetto mio compatriota,

già mesi tre, partì da qui per Vittemberga, dove si è con gran

familiarità intrinsecato con Filippo Melantone, di modo che gli ha

aperto tutto il cor suo, ed ha fatto conoscere la bona mente sua verso

la sede apostolica: e di ciò etiam ne porta testimonio con una sua,

scritta al reverendo Sadoleto in risposta d'una di sua santità

reverendissima. Ed io ne tengo fermezza grande, fondata sopra un natural

presupposito, che essendo lui il più dotto di Germania; e in altri

luoghi ancora avendo pochi pari, è da giudicare che lui conosce la via

della verità: la qual conoscendo, e ritrovandosi in povertà grande, ed

aver un figlio, non è da credere che lui voglia viver povero e dannato,

e lasciar il suo figlio in la medesima e maggior dopo lui povertà e

dannazione, possendo provveder all'uno e all'altro. E tanto più quanto

da chi l'ha conosciuto è stato conosciuto per modestissima persona: e

Dio volesse gli altri arrabbiati d'Alemagna fossero stati simili a lui!

E io mi ricordo in Augusta all'ultima Dieta, Melanton cercando poner

pace e riconciliar la Germania alla sede apostolica, scrisse una sua,

ancorchè fosse presente a M. Luca Bonfilio, allor secretario del

reverendissimo Campeggio, ricercando gli fosse concesso tre cose:

comunicare _sub utraque specie_; matrimonio de' sacerdoti; del terzo non

mi ricordo, ma mi par era cosa più leggiera di ciascuna di queste due: e

prometteva che del resto s'aquieteriano, ed io parlandone col reverendo

Campeggio, mi rispose in conclusione che conosceva le domande non esser

tali che la sede apostolica gliele potesse senza scandalo concedere: ma

che li conosceva ghiotti, e che quando avesse concesso questo, non

stariano contenti, e domanderiano etiam delle altre cose, persuadendo

alli popoli che, così come erano stati gabbati in queste, non altrimenti

erano nel resto....» (_Archivio vaticano, Nuntiatura Germaniæ_, VIII).

[121] _Comme ainsi soit que par ton excellente doctrine et grace

merveilleuse en parler tu ayes (et à bon droit) mérité qu'entre les gens

savans de nostre temps tu sois tenu comme en grande admiration et

estime, et principalement des vrais sectateurs des bonnes lettres, il me

desplait merveilleusement qu'il faille que, par cette mienne

expostulation et complainte qu'à présent pourras ouir, soye contraint

publiquement toucher et aucunement blesser icelle tienne bonne renommée

et opinion._

Vedasi il nostro vol. III, p. 153, e JOLY, _Étude sur Sadolet_. Caen

1856.

[122] Registro della Chiesa italiana.

«Bernardino di Seswar, uomo dotto, desidera predicar pubblicamente la

parola di Dio in italiano, si risolve di dargli posto nella cappella del

cardinale a San Pietro per un po' di tempo, poi potrà esser messo a San

Gervaso». _Registri_, 13 ottobre 1542. Troviamo questo passo in Picot,

_Istoria di Ginevra_, ma noi, alla nota 17 del Discorso XXIII,

supponemmo deva dire Bernardino di Siena. L'errore stesso tornerebbe ove

Calvino dice: _Bernardinus de Seswar, primus pastor ecclesiæ; italicæ,

quæ Genevæ, mense octobris_ 1542, _erecta est in gratiam Italorum qui se

huc, evangelii causa, receperant_; e lo loda per la vigorosa guerra che

moveva all'anticristo. _Epistola Calvini Vireto._

[123] Amsterdam 1686, parte III, lib. III.

[124] Parte III, lib. I.

[125] Dai registri di Stato copiati da Galiffe, _Notices généalogiques_.

[126] Fra i tanti libri di colà conosciamo _Antithesis Christi et

Antichristi, videlicet papæ, versibus ac figuris venustissimis

illustrata_. Genevæ 1578, in-8º piccolo con 36 figure in legno.

[127] Bolla _Dilectum filium_, 14 giugno 1560.

[128] Nel 1865 a Uster, canton di Zurigo, il pastore Vögelin scandalizzò

gli ortodossi co' suoi ardimenti, sicchè sessanta ministri zuricani gli

opposero una dichiarazione pubblica, dove lo accusano di non aver nè

predicazione, nè dottrina cristiana evangelica; di scalzare l'autorità

della sacra scrittura e il rispetto dei popoli pei documenti sacri della

rivelazione; di negar la divinità e santità assoluta di Gesù Cristo e i

miracoli; di indegnamente abbassar gli apostoli; di far uso arbitrario

delle dichiarazioni del Salvatore; di caratterizzare la dottrina in un

modo leggero e irriflessivo, ecc., e invocavano i superiori della Chiesa

a frenarne la parola.

Questi superiori sono il Consiglio comunale di Uster, il quale rispose

che essi pastori non aveano autorità di dichiarar false le dottrine di

Vögelin; usar esso della libertà sua, com'essi della loro: badassero ai

doveri del loro ministero, e non a dar consigli.

[129] La lista è stampata, ma con moltissimi errori, nell'opera del

Gaberel, vol. I, p, 211 delle note, e va sino al 1612, in cui è notato

Giovanni Lodovico Calandrini figlio di Giovanni. Per dire d'alcuni, al

1563 abbiamo Battista Curti del lago di Como, Pietro Casale e Andrea

Casale di Gravedona, Giovanni Andrea Rocca di Brescia, Stefano Barbieri

di Soncino, Antonio Capellaro di Modena. Nel 1564 molti di Montacuto di

Calabria, e varj Piemontesi. Nel 1565 Evangelista Offredi di Cremona,

nel 1567 e 68 Pietro Duca d'Alba, Francesco Micheli di Cremona, Gotardo

Canale di Conegliano: nel 1573 Nicolò Tiene di Vicenza, Galeazzo Ponzone

cremonese: nel 1577 Giacomo Puerari di Cremona: nel 1580 Giuseppe

Giussani milanese: nel 1582 Giulio Paravicino pur milanese: nel 1587

Giacomo Antonio di Gardone bresciano: nel 1589 Giovanni Giorgio

Pallavicino, Ippolito e Lodovico Sadoleto di Valtellina.

DISCORSO XLIV.

CONFLITTI GIURISDIZIONALI. POLITICA CATTOLICA. IL BELLARMINO. ERESIA

SOCIALE.

Oltre i canoni fondamentali, quali la trasmissione del carattere

sacerdotale mediante una cerimonia sacra in cui è l'azione divina; la

subordinazione a un capo infallibile; l'indissolubilità del matrimonio,

e tutto quanto concerne la vita eterna, dove la Chiesa non bada a tempi

o a luoghi, sempre identica nell'evangelizzare Cristo e il regno de'

Cieli, essa ha una legislazione in ordine alla ragione civile, che

tempera all'indole dei popoli e alla loro età morale.

Fra tanta divergenza d'accidenti e di dogmi, unico proposito conforme

dei dissidenti era l'abolire le centralità pontifizia, opponendo le

nazionalità alla cattolicità, le opinioni individuali alla unità della

fede, subordinando la potestà ecclesiastica alla civile, cioè la

coscienza al decreto, il diritto al fatto, la libertà alla permissione,

il fòro interno all'esteriore.

Aveano tutto il torto?

Che l'autorità deva governare le opere, non già possedere i popoli, di

modo che rimangano indipendenti i due poteri nell'ordine della propria

competenza, l'aveva mal compreso il medioevo quando il potere, che unico

sopravvisse della società, e che unico potea frenare la prepotenza de'

Barbari e proteggere il popolo era l'ecclesiastico: onde ne nacque un

diritto, assentito anche da quelli cui ponea limiti, e che difendeva i

deboli o per podestà immediata e diretta, o per derivata dal

pontefice[130]. Questo elevarsi de' pontefici sopra i sovrani anche pel

temporale parve trascendesse il precetto del «Rendete a Cesare quel ch'è

di Cesare»; i cesaristi non negavano il diritto canonico, bensì

discutevano se dovesse essergli subordinato il diritto pubblico: e

Dante, un de' monarchici più assoluti, prescriveva che _illa reverentia

Cæsar utatur ad Petrum, qua primogenitus filius debet uti ad patrem_.

Via via però che i governi ripigliarono ordine e vigore, andavasi

ritogliendo alla Chiesa quel che la necessità dei tempi v'aveva aggiunto

di là dalla sua competenza essenziale divina: ma l'atto effettivo della

Riforma consistette nel fare l'opposto, sovrapponendo il temporale allo

spirituale fin a dimenticare di render a Dio quel che è di Dio. Le

nazioni, cioè quei pochi che arrogansi di parlar in nome d'esse, non

volevano più l'unità teocratica; volevano costruire lo Stato

indipendentemente dalla Chiesa; e la protesta sembrò un legittimo sforzo

per isvolgere l'inviolabilità della coscienza dal diritto ancora oscuro

dalla società moderna. L'errore consistette non nell'emanciparsi dai

vincoli curiali, bensì nell'istituire Chiese distinte, nazionali,

foggiate secondo il bisogno civile. Era un frantendere la gran lite fra

la Chiesa e lo Stato; tanto più che non trattavasi d'affrancar l'anima

del cittadino, bensì di ridurlo più servo, retrocedendo fin al

paganesimo.

Di primo acchito i principi s'accorsero qual partito potessero trarre

dalla Riforma, concentrando in sè i poteri della Chiesa, e incamerandone

i beni; fra i Luterani restò convenuto dover un paese avere la religione

che volesse il principe; Grozio assegna come primario diritto maestatico

l'imporla: _in arbitrio est summi imperii quænam religio publice

exerceatur; idque præcipuum inter majestatis jura ponunt omnes qui

politica scripserunt_. Ciò importa, secondo il Böhmer, il diritto di

costituire i dottori, di prescrivere i riti, di riformar le cose sacre e

la disciplina, di dirigere l'insegnamento e la predicazione, di usar

nelle cose sacre la giurisdizione criminale e civile e penale, di

decider le controversie religiose, di convocare i concilj, di designar

le diocesi e le parrocchie. Tirannide la più completa se mai fosse stata

applicata nella pienezza delle sue conclusioni e non ristretta dalle

costituzioni scritte, alle quali fu duopo ricoverarsi dopo tolto quel

supremo custode della verità, della giustizia, del diritto. Così alla

monarchia cattolica del medioevo sostituivasi la monarchia politica

moderna, coll'unità e universalità del pubblico potere.

Quel che i Protestanti avevano conseguito di colpo coll'aperta

ribellione, i Cattolici s'ingegnarono ottenere con mezzi termini,

accordando la coscienza coll'ambita onnipotenza. Principi che avevano

declamato contro gli abusi non sapeano acconciarsi ai rimedj, e contro

le decisioni tridentine accampavano le ragioni del principato: onde

nuovi dissensi vennero a turbare il seno della Chiesa romana.

Quanto ai dogmi, nessun Cattolico poteva impugnare l'autorità

irrefragabile del Concilio; ma v'aveva articoli che toccavano la società

secolare. Perocchè i prelati tridentini poco si curarono della parte

legittima spettante alla politica, e presero per ribellione a Dio ciò

ch'era una riscossa contro l'arbitrio dei poteri umani. Sbigottiti

dall'attacco recato all'attribuzione loro più sublime, i papi non

pensarono più che a difendersi, tantochè, invece di continuare a capo

del progresso come erano stati fin allora, parve si atteggiassero in

opposizione o almeno in sospetto di esso, dacchè vedevanlo staccarsi da

loro; severità affatto precarie, e volute dalle circostanze, presero

l'aria d'una missione sacra e durevole: e l'Italia, nel punto che

cessava di essere il centro dell'unità religiosa, scadde da maestra

delle civili dottrine.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 14 / 101 段