Questo Gribaldo, che dal Leti vedemmo dato per milanese, ma par

piuttosto padovano, era un antitrinitario: fu dal Vergerio chiamato alla

Università di Tubinga, e mandò una confessione di fede allo Zanchi,

pregando la comunicasse anche a Pietro Martire, ma fu conosciuta

eterodossa, e il Beza la disapprovò affatto[126].

I duchi di Savoja non sapeano darsi pace di aver perduto Ginevra, e

cercavano ripigliarla, adducendo a pretesto ch'era nido d'eretici. Pio

IV incaricava il vescovo di Como della nunziatura agli Svizzeri

cattolici, onde persuadere questi a confederarsi col duca di Savoja per

recuperare Ginevra[127]. Stanno nell'archivio di Torino un breve di esso

papa a Francesco II dell'11 giugno 1560, ove l'esorta ad ajutare di

denaro e di truppe il duca per recuperare Ginevra, impresa accettevole a

Dio, e utile alla pace del suo regno, disfacendo quel ricovero de'

malcontenti di Francia: e un'altra del 13 al re di Spagna nel senso

stesso, assicurando che il re cristianissimo dalla Borgogna, esso papa

dall'Italia spedirebbero truppe all'uopo. Il giorno stesso, Carlo

Borromeo avvertiva il signor Collegno che il santo padre avea deposto

ventimila scudi in mano di Tommaso Marino banchiere a Milano per servire

ai Cantoni cattolici contro gli eretici che volessero attaccare i

fedeli; e per impedire che questi andassero a soccorso di Ginevra quando

verrebbe assalita dal duca. Il quale, allorchè muova a quest'impresa,

avrà pure ventimila scudi per le spese di un trimestre; il papa manderà

la sua cavalleria a proprio costo, acciocchè la guerra compiasi presto,

avantichè i Turchi ci molestino. Sua santità trova bene che la guerra

non si qualifichi di luterana, ma solo guerra contro di ribelli e d'una

città che appartiene al duca Emanuele Filiberto.

Forse la morte di Francesco II interruppe l'impresa, ma il desiderio non

ne cessò nei duchi; e Carlo Emanuele meditò sorprendere la città mentre

l'assicurava di pace e di buona vicinanza. È famosa la scalata sua, sì

ben ordita e sì mal tessuta. Non è mestieri dire che i Cattolici

secondavano quest'impresa di lui. Il poeta Vinciolo Vincioli lo

incoraggiava

a domar l'antico orgoglio

Del barbaro vicin, e di quegli empj,

Che fuggendo al tuo scettro, ebber ardire

Fabbricar nuova fede e nuova legge;

gli assicurava il favor di Dio che certamente destina

Che debban l'armi tue con breve guerra

Vincer tutta la terra,

La qual, vinta, che sia, dall'Indo a Tile

Sarà solo un pastor, solo un ovile;

lo esortava a far fiorire di qua dall'Alpe la pace,

Mentre di là fiera discordia ognora

Tiene in travaglio i popoli, che sono

Verso Dio divenuti aspidi e talpe.

Intanto lo sollecitava contro Ginevra, indarno difesa dal lago, dalla

palude, dai fiumi, dalle mura:

E già veder il Rodano mi pare

Portar il sangue invece d'acque al mare.

Poveri vaticinj de' poeti! Invece, la notte 12 dicembre 1602, già

ducento suoi uomini erano penetrati nella città, quando furono scoperti

e trucidati; ed egli cacciato non riportò che la vergogna d'aver

perfidiato, senza la giustificazione che suol dare la buona riuscita.

Carlo tornossene collo scorno, e le canzoni popolari a lungo fecero

risonare la sua vergogna, come un annuo digiuno e il canto del salmo 124

perpetuò la memoria dell'essere sfuggita la città al pericolo di

diventare serva e cattolica.

Nel 1609 e nel 1611 Casa di Savoja rinnovò que' tentativi, sempre col

pretesto di sostenere i pontefici, come altre volte pensò ingrandire col

pretesto di abbatterli.

San Francesco di Sales vescovo d'Annecy avea più volte insistito

sull'importanza di acquistare quella città, non però coll'armi, e la sua

speranza di guadagnarla colla persuasione andò dispersa dacchè il

Savojardo divenne esecrabile ai Ginevrini, che, coll'amor della patria,

istillarono ai figliuoli l'odio pel duca non solo, ma per tutto ciò che

fosse di Savoja.

Ginevra restò sempre la Roma degli Evangelici. La famiglia lucchese dei

Turrettino ben ne meritò e diede molti uomini di Stato e scrittori. Tali

Benedetto, autore di sermoni e dissertazioni teologiche (1631) e d'una

storia della Riforma di Ginevra, rimasta manoscritta: suo figlio

Francesco, scolaro di Gassendi e contato fra' più insigni di quella

città, che scrisse, oltre il resto, _Institutiones theologiæ elenchticæ_

(1687): Giovanni Alfonso suo figlio, più celebre degli altri

(1671-1737). Accolto con onore ne' suoi viaggi, posto a Ginevra fra i

pastori, poi in una cattedra di storia ecclesiastica, eretta apposta per

esso, tenne corrispondenza estesissima per essere informato di quanto

operavasi dai Protestanti, e cercava di mettere pace fra i dissidenti

coll'indurli ad attenersi solo a certe credenze fondamentali, e

tollerare parziali dissensi, può dirsi riformò un'altra volta Ginevra,

cancellando quanto di passionato v'aveva in Calvino; per opera sua il

concistoro de' pastori di Ginevra cessò di esigere che tutti i ministri

sottoscrivessero il _Consensus_, formulario intorno alla predestinazione

e alla grazia. Le opere di esso furono raccolte in quattro volumi a

Leuwarde 1775. Ebbe egli a scrivere che, se tante genti d'Europa, poste

sotto cielo felice e dotate di begli ingegni, nulla producono d'insigne,

n'è colpa il Sant'Uffizio, o leggi somiglianti a quelle

dell'Inquisizione, che frangono ogni vigore d'intelletto, attesochè

nessuno voglia promuovere le lettere e cercare la verità o pubblicare i

suoi trovati allorquando, invece di lodi, ottenga ingiurie, disonore

invece di applausi, pene e supplizj invece di ricompense.

Il pio quanto erudito Lodovico Muratori, che meritò il titolo di padre

della storia d'Italia, prese a confutare queste asserzioni nel libro _De

ingeniorum moderatione in religionis negotio_; ove dimostra come fra'

Cattolici sia libero il disputare di tutto quanto non intacchi la fede e

la moralità, e delle opinioni in fatto di scienze, lettere, arti, qual

sarebbe la teorica copernicana: rimanendo intero il diritto di

pubblicare la verità. Ma nel sostenerla egli raccomanda si adoperi

giustizia, prudenza, carità; non calunniare mai; temperare la mordacità;

tenersi moderati sin dove non vada di mezzo la fede; non imputare errori

che non siano ben accertati. Simili accorgimenti vorrebbe ne' censori

che rivedono libri a stampare; non irritino l'amor proprio degli autori,

col che non si ottiene che di esacerbarli; non vi mettano il puntiglio

d'opinioni personali, e l'ostinatezza a trovar errori, e la maligna

interpretazione delle intenzioni.

Tremelli Emanuele ferrarese stampò a Ginevra per Eugenio Stefano, 1569,

la traduzione latina del Nuovo Testamento siriaco. Lo tacciarono d'aver

carpita quella di Guido Le Levre, compita già, sebbene stampata solo il

1571 nella _Biblia poliglotta_ di Anversa, ma basta confrontarle per

accorgersi della falsità.

Ivi pure Vincenzo Paravicino, nel 1638 stampò _Della Comunione con Gesù

Cristo nell'eucaristia, contro i cardinali Bellarmino e Du Perron:

trattato di Giovanni Mestrezat, tradotto dalla lingua francese_.

Per uso della Chiesa italiana furono tradotti in versi i salmi, de'

quali conosciamo l'edizione del 1566, con lettera proemiale, firmata

Gio. Cal. e la professione di fede: si dice a fatta di comune

consentimento da le chiese che sono disperse per la Francia, e

s'astengono dalle idolatrie papistiche, con una prefatione la quale

contiene la risposta e difensione contro le calunnie che gli sono

imputate. Ed è _de la stampa di Gio. Batt. Pinerolo a Ginevra_.

L'edizione pur di Ginevra del 1592 li dà tradotti da Giulio Cesare

Paschali, e dedicati alla regina Elisabetta difenditrice della fede.

Spesso invece di Dio dice Giova, deducendolo dall'ebraico Iehova, e

assai si diffonde nel difendere tal novità.

Premette un sonetto all'Italia, ove conchiude:

O David degno! o te beata appieno

Italia mia, se quel secondi, or volta

Da le mondane a le celesti tempre.

Ond'io ti sveglio, deh il parlar mio ascolta:

Fuor che 'l viver a Dio tutto vien meno,

E lui sol celebrar si dee mai sempre.

Vi sono soggiunte rime spirituali, e il primo canto d'un poema

«l'Universo, o Creazion di tutto il mondo, origine e progressi in quello

della Chiesa del Signore».

In edizione del 1621 essi salmi sono sessanta. Poi, nel 1631, si

stamparono _I sacri salmi messi in rime italiane da Giovanni Diodati_,

senza data, ma coll'áncora e il delfino, consueti agli Aldi; e sono

cencinquanta. Un'edizione degli antichi sessanta salmi, del 1650,

contiene gran numero di orazioni e riti. Poi nel 1683 a Ginevra

apparvero _Cento salmi di David tradotti in rime volgari italiane

secondo la verità del testo hebreo, col cantico di Simeone ed i dieci

comandamenti della legge, ogni cosa insieme col canto_. Sono gli antichi

sessanta, con aggiunta di quaranta, di _Giovanni Diodati di benedetta

memoria_. L'epistola proemiale, colle solite invettive contro ai

Cattolici e alla consacrazione, dice aver già pubblicato un libro sulle

orazioni da farsi nelle adunanze domenicali, e sui modi di celebrare i

sacramenti e santificare il matrimonio. Loda assai gli effetti della

musica. Vi sono pure l'orazione dominicale, preghiere pel mangiare, e

così per tutte le domeniche, pei giorni della Cena, e in fine una

confessione di fede, fatta d'accordo coi fedeli di Francia. Il tutto è

in italiano; locchè proverebbe come durasse a Ginevra una chiesa

italiana. Nel 1840, dalla società biblica furono stampati i _Salmi_

secondo la versione in prosa del Diodati, con a fronte la versione _ên

lingua piemonteisa_.

Più tardi, nella _Bibliothèque Germanique_ (Amsterdam 1725, pag. 231)

leggiamo in data di Ginevra: «Nous avons ici depuis quelque tems, un

savant homme nommé M. Ferrari, italien, qui depuis longtems a embrassé

la réligion reformée, et c'est établi en Angleterre. Il cherche des

mémoires pour un ouvrage qu'il intitulera _L'Italie Reformée_, et dans

lequel il traitera des Italiens savans ou gens de considération, qui ont

embrassé la réligion protestante».

Ecco dunque uno che ci avrebbe preceduto d'oltre un secolo. Questi è

probabilmente Domenico Antonio Ferrari, giureconsulto napoletano, ajo

nella casa del conte di Leicester; quel desso che nel 1744 depose al

collegio di San Giovanni a Cambridge la copia della prima edizione del

_Trattato del Benefizio di Cristo_, che fu creduta la sola

sopravvivente. Egli stesso nel 1720 aveva mandato un esemplare delle

_Cento Considerazioni_ del Valdes a un non sappiamo chi di Neufchâtel,

che ne fece annotazione su di esso libro; unica copia arrivataci di

quell'opera, e dove il Ferrari è indicato come _original de Naples,

naturalisé anglais, et docteur en théologie de Cambridge, gouverneur de

Mr. Cock gentilhomme anglais_. Se è lo stesso, d'entrambe le due opere

del Valdes, che levarono tanto rumore allora, poi di nuovo in oggi, la

conservazione sarebbe dovuta allo stesso italiano.

Del 1705 possediamo originale questa lettera di un frate Aurelio

Ghirardini servita bolognese, in cui al governo di Ginevra offre la

propria apostasia.

«Serenissime Princeps, excellentissimi patres,

Fidem vestram tueri cupio, serenissime princeps, excellentissimi

presidenteis; sanguinem ad vestram religionem defendendam sum effusurus,

et mei ingenii tenebris splendorem ipsius adaugere peropto. Fidem,

homini contra fidei dogmata insequuti, præstate. Debito abundant rubore

characteres, licet atramenti colore funesto nigrescant; vestram enim

pietatem implorant, quæ absque dubio, quamvis in celsitudinem conscendat

humanitatis, quamvis maxima sit, tamen adeo grata est, ut absque precum

effusione ab omnibus impetretur: in hoc non recedens a solis

generositate, qui tam collium celsitudini, quam vallium humilitati lumen

suum uberrime impertitur. Vere futuro proximo, vobis annuentibus, hic

servitutem, quam verbis profero, operibus confirmabo; dummodo me vobis

gratum fore, certiorem reddatis. Hoc temporis curriculum ab hujusce

epistolæ exaratione ad discessionem intercedet, ob commoditatum inopiam,

ab ærumnis et calamitatibus a me perpessis exortam et genitam. Nullam

artem mæchanicam ob natalium modicam claritatem, calleo. Artes tantum

liberales humilitate ingenii recolo, et vestram solum humanitatem et

æquitatem summe veneror et agnosco. Vos humillime precor, ut non calamo,

sed mihi parcatis. Viginti duo anni statis meæ jam evolarunt, et

reliquum vitæ et laborum vobis, vestræ fidei consecrabo. Responsum et

rescriptionem hujusce epistolæ animo hilari expecto. Ad majorem notitiam

simul, et mei delitentiam hic titulum mihi in rescriptione adaptandum

subposui. Vobis Cœlum illos tribuat honores, quos æque meritum vestrum

appetit. Vobis, vestræ quæ religioni tribuat incrementum; reipublicæ

augmentum, nominisque vestri famam æternam. Dum in obsequii mei

evidentiam vobis me ipsum consacro.

«Dominationis vestræ serenissimæ et perquam exc.

«Ab urbe Reggio, mensis decembris, anni 1705.

_Humill^mus et obsq^mus famulus_

F. AURELIUS GHIRARDINI, ordinis Servorum».

«Titulus italo idiomate faciendus:

_Al p, f. Aurelio Ghirardini servita bolognese

della Madonna. A Reggio._

Dopo il 1725 la Chiesa di Ginevra dichiarò che non volea maestri umani,

fossero Calvino o Beza; poi nelle conferenze che l'Alleanza Evangelica

tenne l'autunno del 1861, molti pastori d'essa Chiesa affermarono non

potere aderire ad essa Alleanza perchè aveva adottato una formola

dogmatica, cioè _Credo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito

Santo_[128].

Mentre fin a ciò si spingeva la negazione, noi stessi vedemmo un

singolare ritorcimento, attuato per opera dell'abate Francesco Vuarin

savojardo, che fu curato di Ginevra dal 1808 al 1843. Trovati colà

appena ottocento Cattolici, diede opera ad aumentarli, cozzando

vigorosamente col Governo e coi ministri, scrivendo, divulgando libri,

moltiplicando opere benefiche, introducendo le Suore della carità e i

Fratelli della dottrina cristiana, che dirigessero un ospedale, una

scuola, un orfanotrofio, mentre i Cattolici restavano esclusi dalle

molte istituzioni pie di quella città. Fu ajutato da molti, e non solo

dai pontefici, ma sin da Alessandro I imperatore di Russia: pubblicò il

giubileo del 1825, e vide accorrervi cinquemila Cattolici; diecimila ne

lasciò morendo nella sua parrocchia, con scuole libere e riti pubblici e

prediche solenni, dalle quali noi fummo assai volte edificati, come

dalla devozione degli intervenienti. L'opera sua è insignemente

proseguita dal suo successore, monsignore di Mermillod, che testè

elevalo a vescovo ausiliario di Ginevra, diceva: «In nome di Pio IX e di

Gesù Cristo sono nella città, per la quale Francesco di Sales non potè

passare che travestito nè senza pericolo della vita. Ora la percorro con

tutta libertà, in abito vescovile: vi sono salutato e riverito, e sul

mio cammino benedico fanciulletti, come faceva Gesù Cristo. Ho dodici

preti: non ancora seminario nè capitolo, ma spero impiantarveli quando

che sia. I Fratelli della dottrina cristiana istruiscono liberamente la

gioventù. Le Suore della carità traversano le strade colla modestia

della loro innocenza. In questa città, che vantavasi la Roma

protestante, nel giorno di Natale contai più di tremila comunioni. Sopra

cinquantamila abitanti ha ventimila cattolici: una magnifica cattedrale

si sta elevando sopra una delle primarie sue piazze».

APPENDICE IV

Nell'archivio di Ginevra sta un _Libro di memorie diverse della Chiesa

italiana, raccolte da me Vincenzo Burlamacchi in Geneva_, MDCL. Ne

caviamo ciò che importa all'assunto nostro.

= In appresso saranno notati li nomi delle persone italiane, le quali

sono venute ad abitare in questa città di Geneva, e fatto professione

della religione reformata, e di più l'anno del loro arrivo in esso

luogo.

1550. — Giuseppe Fogliato di Cremona. Bartolomeo Roncado di Piacenza,

con sua moglie.

E qui do notizia che solo sono qui messi i nomi che sono scritti ne'

libri; essendo certissimo che solo una parte d'essi è qui registrata.

Ciò si prova perchè già l'anno 1551 furono deputati alcuni per la cura

de' poveri. Il che mostra che, già allora ed avanti, v'era numero

d'Italiani qui. La raunanza per le prediche cominciò nel 1552, che venne

Celso Martinengo da Basilea, che fu primo ministro.

1551. — Galeazzo Caracciolo, marchese di Vico nel regno di Napoli

(signor marchese), Antonio suo servitore.

Giovanello Connello di Reggio di Calabria. Lattantio Ragnone di Siena

nobile sanese. Francesco Tedesco di Messina. Paolo Buonaria. Vincenzo di

Roccia. Jacomo Tomasini di Siena, con sua moglie. Lazaro Ragazzo di

Cremona, con sua moglie. Francesco Santa di Cremona, con sua moglie.

Giuseppe Fossa di Cremona. Paolo Gazo di Cremona. Niccolò Fogliato di

Cremona. Ambrogio Varro piemontese. Michele Varro piemontese. Simone

Pauli di Fiorenza. Tomaso Pueraro di Cremona, con sua moglie.

1552. — Celso Martinengo, conte bresciano, marzo, primo ministro.

Bernardo Loda di Brescia e suo servitore. Giuseppe Fenasco di Cremona.

Alfonso Mulazzano di Ravello. Ludovico Manno di Sicilia. Giovanni Paolo

de la Motta. Giovanni Aluigi Paschale. Orsino Roccia di Capua. Francesco

Gazino di Dragonesi. Giovan Tommaso Gazino di Dragonesi. Francesco e

Sebastiano Sartoris di Chieri fratelli, con due sorelle. Bernardino

Susanno di Piacenza, con sua moglie e due figliuoli.

1553. — Francesco Marchiolo di Cremona, con sua moglie e cinque

figliuoli. Giovanni Antonio Pellissari di Mussa (moglie e quattro

figliuoli). Girolamo da Milano. Silvestro Tellio di Fuligno, con sua

moglie. Fabio Tedesco di Reggio in Calabria. Simone Fiorello di Caserta,

catechista poi ministro in Tirano (circa 1559). Giovanni Bernardino

Ventimiglia. Nicolao Giustiniano. Bottini di Genova, con sua moglie.

1554. — Andrea Rubatto di Cuneo, con sua moglie. Tommaso Portughese, con

sua moglie e cinque figliuoli. Jacomo Milanese, ecc. Georgio Miol di

Pancabero, con sua moglie e cinque figliuoli. Giovanni Paolo Alciati

piemontese. Stefano Rivorio di Cavore. Domenico Fiorentino. Andrea di

Verto di Salasco. Nicolao Carignano di Carignano. Bonifacio Morena di

Cavorre, con tre figliuoli. Giofredi Morena di Cavorre, con sua moglie e

quattro figliuoli. Giovanni Pietro milanese. Antonio Gazzino,

piemontese. Costanzo Gazzino, con sua moglie. Giuseppe Bondiolo di

Cremona, sua moglie e due figliuoli. Giulio Cesare Paschali di Sicilia,

con sua moglie. Antonio del Buono di Novara, sua moglie e cinque

figliuoli. Giovanni del Buono di Novara, calzolajo, con sua moglie e

cinque figliuoli. Gioannina Cottina di Racconigi con quattro figliuoli.

Anselmo Quaglia. Tonino Tommasini. Giofredo Mozino. Hipolito Carignano.

Giovanni Battista Guazzone. Giovan Ugali, con sua moglie di Verona.

Pietro Cierigino. Giovanni Antonio Merenda. Giorgio Scarparo. =

Seguitando troviamo nel 1555 60 persone fuggite d'Italia a Ginevra,

principalmente dalla Calabria. Nel 1556 36, fra cui sette da Lucca,

colla famiglia Balbani.

Nel 1557 son 39 gli emigrati, fra cui Gioffredo Varaglia di Bosco.

Apollonia Merenda di Cosenza. Giorgio Biandrata ben noto.

Nel 1558 son 35, di cui sette spagnuoli.

Nel 1559 son 47; 19 nel 1560, fra cui Andrea del Ponte, fratello del

doge di Venezia; 22 nel 1561; 36 nel 1562, tra' quali il Castelvetro e

Fausto Sozzino; nel 1563 son 53: così in trent'anni, circa quattrocento

persone ci vennero, la più parte italiani. Torniamo al registro del

Burlamacchi[129].

= Si è trovato memoria, come le prime catechisme furono fatte nella sala

del Collegio, nel qual si celebrava il battesimo e il mariaggio. E che

il numero delli Italiani crescendo giornalmente, il luogo d'essa sala

del Collegio non sendo bastante per celebrare la santa Cena, fu, per

arresto del Consiglio, alli 13 giugno 1555 ordinato che si predicherebbe

e celebrerebbe la santa Cena alla Maddalena, la domenica seguente quella

de' Francesi, e nell'ora solita della prima predica.

Nota di coloro che hanno esercitato il santo ministero nella Chiesa

italiana, raccolta in questa città di Geneva.

1552. — Il conte Celso Massimiliano Martinengo di Brescia arrivò in

questa città nel mese di marzo 1552, e dopo poco fu stabilito ministro

nella Chiesa. Morì alli 12 agosto 1557.

1551. — Lattantio Ragnoni di Siena, arrivato qua nel mese di giugno 1551

(prima catechista), fu ricevuto ministro nella Chiesa alli 24 ottobre

1557. Morse alli 16 febbrajo.

1559. — Non potendo ottener Girolamo Zanco, nè appresso M. Emanuelle,

dopo lunga ricerca. Niccolò Balbani di Lucca, arrivato qua in luglio

1557, fu ricevuto ministro nella Chiesa, alli 25 maggio 1561. Passò a

miglior vita alli 2 agosto 1587.

1577. — Giovan Battista Rota di.... in Piemonte fu ricevuto nella nostra

Chiesa, alli 20 agosto 1577, ne fu scaricato alli 20 luglio 1589 per

avere lui desiderato ritirarsi in Francia.

1590. — Giovanni Bernardo Bosso, di nazione piemontese, venuto in questa

città anno 1578, fu ricevuto ministro nella Chiesa italiana alli 20 del

mese di maggio 1590. Esso passò a miglior vita alli 5 decembre 1612.

1612. — Giovanni, Diodati di nazione lucchese, nato qua alli 6 giugno

1576, fu ricevuto ministro nella Chiesa italiana alli 20 decembre

1612. =

Il secolo seguente, nella successione de' pastori italiani troviamo

Benedetto Turrettini di Lucca, Giacomo Sartoris, piemontese come Giacomo

Leger. Francesco Turrettini. Fabrizio Burlamacchi, Benedetto Calandrini,

Michele Turrettini, tutti d'origine lucchese; Antonio Leger, ultimo,

durò fin al 1689: dopo di che il parlar francese divenne così comune ai

migrati, che più non fu mestieri di Chiesa distinta. Il Burlamacchi dà

pure la lista di quei che furono anziani od amministratori de' poveri.

Negli archivj del Consiglio di Stato a Ginevra stessa trovansi

quest'altre annotazioni dal registro del concistoro, che va sino al

1612.

1551. — Le marquis Galeace Caracciolo, arrivé ici 1551, travailla avec

M. Calvin pour établir l'Eglise et l'ordre de la prédication ordinaire,

y ayant dejà grand nombre de familles. Il alla querir a Bâle le comte

Celso Massimiliano Martinengo, fameux auparavant pour ses prédications

en Italie et compagnon de Martyr a Lucques, qui arriva ici en mars 1552,

et y fut etabli ministre des Italiens, etant examiné par la compagnie

des pasteurs.

1555. — On precha au commencement, et on fit les catechismes en la sale

du Collège vieux: et l'assemblée etant fort accru en 1555, par arrêt du

Conseil du 13 juin fut dit qu'on feroit le prêche italienne pour la

sainte Cène à la Madaleine, le dimanche suivant la Cène des Français à 8

heures du matin.

1556. — En l'assemblée générale de mars 1556 on établit pour adjoints du

pasteur 4 anciens, dont le dite marquis fut le premier, pour la conduite

de l'Eglise comme corps de concistoire qu'on appela Collèges, avec 4

diacres pour administrer les aumônes. Les règlements du dite College se

trouvent renouvellés le 8 mai 1564. Les dites anciens avoient charge de

visiter frequemment les familles, se partageant les quartiers. Item les

malades. Il y en avoient toujours deux, etablis sur les differences,

pour les accomoder. Un ou deux sur les écoles qu'on dressa.

On etablit pour catechiste dès devant Simon Fiorello, et on expliquait

un petit formule, et un plus grand à certaines heures. En 1556 Lattantio

Ragnone, noble siennois, faisait aussi des catechismes. Dès le

commencement on eut 50 psaumes, qu'on imprima en 1556 augmentés. Tout

ceux qui arrivoient d'Italie se présentoit au concistoire, et étant

connu de leur instruction, ils étoient incorporés en la communion de

l'Eglise, se soumettant à la confession de foi, et à l'ordre de la

discipline. Ceux qui n'étoient pas suffisamment instruits, étoient

renvoyés aux catechistes.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 13 / 101 段