La riverenza verso quel gran santo non ci terrà dal narrare come ivi

scoprisse moltissime streghe. Istituitone processo, ben centrenta

abjurarono: quelle che non vollero ravvedersi furono condannate, e prima

quattro, poi altrettante, poi tre, indi più altre vennero arse. Il

prevosto di quella terra Domenico Quattrino da undici testimonj era

stato visto, nella tregenda coi demonj, menar danze oscene in paramenti

da messa, e recando il santo crisma[111]: onde fu dannato al fuoco.

Sarebbero gettate le parole ch'io aggiungessi per compiangere che i

delirj del secolo prendessero anche anime illuminate e pie. Solo non

tacerò che i Grigioni si dolsero e protestarono contro abusi di

giurisdizione del Borromeo, ma nei loro atti non trovammo fiato di

lamento per queste procedure; tanto parevano regolari secondo i

tempi[112]. Il Borromeo nella Mesolcina all'ucciso curato surrogò

Giovanni Pietro Stoppano, autore del _tractatus de idolatria et magia_,

che poi fu messo all'Indice. Da poi il santo si mise per la val Calanca,

ove conobbe cinquanta famiglie cadute in eresia e ventidue maliarde. Pel

Lukmanier andò alla badia di Dissentis a confermar nella fede

quell'abate Castelberg, forse l'unico uom distinto che nella Rezia

zelasse la restaurazione del cattolicismo nel senso del concilio di

Trento.

Personaggio così famoso, che veniva a croce alzata, seguito da molti

ecclesiastici di virtù e di saper grande, che era incontrato

solennemente dalle autorità, che all'Ospizio dormì sulla paglia, che fe

il trasporto delle reliquie dei santi Sigisberto e Placido, dovette

lasciar viva impressione sopra quei terrazzani. Era sua mente drizzarsi

a Coira, indi nel ritorno visitare Chiavenna e la Valtellina. Per

impetrarne licenza mandò Bernardino Mora al beytag dei Grigioni: ma i

predicanti andavano spargendo sospetti sul suo conto: lui infine esser

nipote di quel Gian Giacomo Medeghino, il cui nome, dopo le acerbe

guerre lor recate sul lago e in Valtellina, era fra i Reti rimasto

terribile: vedessero quanto aveva operato in val Mesolcina, dove non

prima pose piede, che collocatosi in luogo forte, stabilì un

inquisitore, e fece ogni suo talento: assai tornerebbe sospetta ai loro

alleati Francesi la venuta del cardinale, tutto ligio alla Spagna[113].

E questi susurri trovarono ascolto; onde, non che escluderlo, i

predicanti commossero quei della val Pregalia a dare addosso ai

missionarj da lui mandati, e metterli a processo[114]. Adunque avvisato

voltò per Giornico e il Sangotardo[115] a Bellinzona. Quivi trovò folta

ignoranza delle cose di Dio, ed un vivere non punto meglio del credere;

matrimonj incestuosi, usure sfacciate, conculcati i diritti del clero,

sacerdoti simoniaci e viventi in pubblica disonestà. Ho letto omelie da

lui recitate colà, donde può trarsi argomento e dello stato di quel

paese e dello zelo che il santo vi adoprò, dimorandovi fino al 15

dicembre; ove eresse anche una prebenda per mantenere un maestro, lasciò

un catechismo, compilato a posta dal gesuita Adorno, ridusse a

compimento il collegio d'Ascona. Come avea fatto rinviare dal Governo di

Bellinzona il Beccaria e il Trontano, sperava fare di Mesocco il punto

d'appoggio del rinnovato cattolicismo nella Rezia, dicendo che, essendo

questo paese uno Stato sovrano, già feudo dei Trivulzj milanesi, ed or

liberamente collegato ai Grigioni, non andava sotto alle leggi di

questi. Dovea porvisi una stamperia cattolica, da opporre alla

protestante di Poschiavo; e il palazzo dei Trivulzj ridursi a collegio

de' Gesuiti.

Fin tra le cure che ponevangli assedio negli ultimi suoi giorni, il

Borromeo s'occupava d'ottenere, se non pace, almeno tregua ai Cattolici

di colà; e teneva corrispondenza con re Filippo II d'affari sì intimi,

che non si affidavano alle carte, ma comunicavansi a voce col Terranova,

allora governator del Milanese.

Dal 1578 in poi, un nunzio pontificio risedette sempre nella Svizzera,

per quanto se ne adombrassero le potenze alleate: si fondarono scuole di

Cappuccini ad Altorf per le classi inferiori, e di Gesuiti per le

superiori a Lucerna, ai quali Gregorio XIII assegnò seicento zecchini

annui, oltre gli allievi che manteneansi ne' collegi di Milano e di

Roma. Anzi, Lega borromea o Lega d'oro fu detta quella che i Cantoni

cattolici strinsero col re di Spagna per conservar la Chiesa e la pace;

e i membri di essa obbligavansi «di vivere e morire nella sola vera e

antica fede cattolica, apostolica, romana, essi e l'_eterna_ loro

posterità».

Anche il cardinale Federico Borromeo s'adoprò a tener in fede la

Mesolcina, e vi mandava sempre sacerdoti e maestri. Nel 1609 vi erano

pretore Simeon De Negri, e cancelliere un Sanvico, i quali, ricordandosi

che un tempo vi sedeva un ministro protestante, anche allora lo

chiamarono. Il popolo se ne indispettisce, eccitato anche da Antonio

Gioerio, e irrompendo ove quello celebrava, abbattono la campana,

insozzano il tempio, bruciano i sedili.

Come i Grigioni, così neppur Ginevra era allora membro della

Confederazione Elvetica, ma solo confederata. Questo paese formava parte

dell'impero germanico ed era spartito, siccome il resto della Svizzera,

fra molti baroni, spesso in lotta fra loro e col vescovo; coi conti del

Genevese, che allegavano il diritto imperiale; coi duchi della vicina

Savoja, che guatavanli colla cupidigia del forte. I vescovi

signoreggiavano come principi e vi batteano moneta: ma ne impugnava i

diritti la città, che pretendeasi imperiale, cioè libera, e nominava un

consiglio e quattro sindaci per amministrare insieme col vescovo. I

conti di Savoja tentarono spodestare il vescovo; di che Gregorio XI nel

1370 movea lamento ad Amedeo VI. Amedeo VIII, che fu antipapa col nome

di Felice V, tenne in Ginevra la sede del suo pontificato, dove rimasero

gli atti di esso, finchè nel 1754 quella repubblica li regalò a Carlo

Emanuele III.

Nel 1401 Villars, conte del Genevese, cedette al duca di Savoja questa

contea, e con essa i suoi diritti sulla bella città del Lemano, che così

trovossi divisa fra tre poteri; il vescovo, il duca, il municipio. Il

vescovo, proposto dal popolo, eletto dai canonici, godeva di molte

regalie, e giudicava le cause in appello. Il popolo, cioè i capicasa,

eleggevano il sindaco e il consiglio, annuali; ricevevano dal vescovo e

dal conte il giuramento di conservare le franchigie. Il duca teneva

assessori laici per eseguire ciò che i consiglieri avessero deliberato

intorno ad affari temporali; col titolo di visdomino giurava fedeltà al

vescovo e al Comune; nel suo forte, detto il Gagliardo, faceva giustizia

de' condannati dai sindaci, impiccandoli a Champel, terreno del vescovo;

teneva le prigioni nel castello dell'Isola, che aveva ricevuta dai

vescovi per ipoteca di denaro dovutogli, e più non volle restituire.

E i vescovi erano l'unico ostacolo perchè quella popolazione

avveniticcia, mista di Svizzeri, Italiani, Francesi, non cadesse in

servaggio dei duchi di Savoja. Questi dunque cercavano metter su quella

sede parenti loro, che faceano nominare da Roma, in onta ai privilegi

municipali. Tal fu Giovanni, bastardo di Savoja, eletto da Giulio II, e

che già aveva cospirato per annettere Ginevra al ducato de' suoi. Tale

Pietro de la Beaume, che gli succedette giurando non intaccare le

libertà. Ma poichè Carlo III agognava trasformare l'autorità delegata in

sovranità assoluta, la lotta fra lui e i borghesi fe nascere i partiti

de' Confederati (_Eidgenossen_ donde Ugonotti) e dei Mamelucchi; quelli

cercando, questi respingendo l'alleanza con Berna. Prevalsero i primi, e

fecero trattato di conborghesia con Friburgo il 6 febbrajo 1518, onde

schermirsi dall'usurpatore[116]. Il duca infellonito fa uccidere quanti

Ginevrini si trovano a Torino, e sorprende Ginevra; ma non potè impedire

che i confederati stringessero lega con Berna il 20 febbrajo 1526. I

Bernesi, ch'eransi fatti protestanti, vennero con lance e cannoni, per

via spezzando le immagini, e abbeverando i cavalli nelle pile

dell'acquasanta; dispersero in Ginevra i tanti monumenti del primiero

culto; vinsero i vescovi e i duchi, e per mezzo di Guglielmo Farel

introdussero la Riforma. Il gran consiglio della città, sforzatosi

invano a conservare il cattolicismo, dovette tollerare i Riformati, che

subito prevalsero, e cacciarono i Cattolici e il vescovo, il quale si

collocò ad Annecy. Poi al 27 agosto 1535 fu ordinato non ci fossero se

non Protestanti, onde i Cattolici migrarono.

Il duca di Savoja ricoverava i perseguitati, e minacciava voler ridurre

Ginevra pari a un villaggio di Savoja. Il papa gli consentiva di levar

le decime sugli ecclesiastici e gli argenti dalle chiese onde far armi,

ed esortava i principi cattolici ad essergli in ajuto. Carlo in fatti si

mosse, tenne assediata per un anno Ginevra, ma questa ebbe soccorsi più

effettivi dai Bernesi, che, oltre liberarla, tolsero al duca il

Sciablese, Gex, il paese di Vaud, e dopo sacrifizj e martirj, lo

costrinsero a firmar la pace di San Giuliano, impegnandosi a rispettare

i privilegi di Ginevra.

Così Ginevra, spinta alla Riforma per amore della libertà politica, avea

fatto due rivoluzioni; coll'una liberandosi dai duchi di Savoja,

coll'altra introducendo la Riforma. Questa fu opera di Calvino, siccome

dicemmo, il quale, mentre il protestantismo non avea che distrutto,

cercò riedificare. Spoglio di poesia e d'entusiasmo, magro, malaticcio,

a fronte di Lutero gaudente, beone, beffardo; inasprito anche

dall'abitudine della controversia, governava con una logica implacabile

e con una rigida pietà, che non perdonava nè a sè nè agli altri; fra

quel fervore ragionacchiante, quella abnegazione senza slancio, non

piegavasi mai per sensibilità; lontanissimo dalla tolleranza, cioè dal

rispettare i diritti dell'anima[117].

Allora dapertutto era considerato come il maggior dei delitti l'eresia:

solo variavasi nel giudicare eresia quello ch'era antico o quel ch'era

nuovo. Calvino, carattere inflessibile, non potea che considerare come

empio chi reclamasse la libertà della coscienza; genio organizzatore,

pretendeva l'obbedienza, e trovava legittime le ordinanze pubblicate

anteriormente contro l'eresia; nè una penalità che potea spingersi fino

al supplizio, repugnava alla sua logica austera[118]. Non si fece egli

dunque riguardo d'imprigionare, di espellere, e arrivò più in là con

Michele Serveto, medico aragonese, allievo della scuola di Padova,

ostinantesi a negare la trinità delle persone divine. L'Aleandro da

Ratisbona scriveva al Sanga il 17 aprile 1532, essersi mandato alla

Dieta un libro di Michele Serveto _De Erroribus Trinitatis_, dove «quel

traditor con ogni suo ingegno si sforza mostrar che lo Spirito Santo non

sit tertia persona in divinis, et che questo nome di Trinità sii cosa

falsa e vana, ecc. Ha ventisei anni e grandissimo ingegno, ma la

cognizione che mostra della sacra scrittura fa supporre non ci abbia

messo di suo che il nome». Esso Aleandro pensa dunque farlo condannare

da una congregazione di teologi, e «scriver in Spagna che si faccia

proclamo et incendj di quel libro et de la statua dell'eretico al modo

di Spagna....... Altro non si potrà far per hora: saria il dover che

questi eretici di Germania, dovunque quel Spagnuolo si ritrova,

mostrassero impugnarlo, se sono veri cristiani ed evangelici come si

gloriano, perchè lui è pur non meno contrario alla profession loro che

alli Cattolici, ecc. [119]».

Così fecero: Calvino volle averne il parere de' credenti, e tutte le

Chiese elvetiche risposero egualmente che bisognava impedire si

propagasse lo scandalo delle empie sue dottrine, e vietare che gli

errori e le sette fossero seminate nella Chiesa di Cristo: sicchè lo

condannarono alla morte e al fuoco. Il Serveto domandò d'esser

rilasciato perchè trattavasi d'eresia, delitto che non appartiene al

poter civile, così avendo stabilito anche Costantino a proposito di

Ario. Non ebbe ascolto. Calvino, da lui implorato di perdono, glielo

negò, consigliandolo a volgersi al Dio, che avea bestemmiato. Dal famoso

Farel esortato a disdirsi, e così impetrar misericordia, il morituro

rispose: «Non ho meritato la morte, e prego Dio di perdonare a' miei

persecutori; ma non ricomprerò la vita con una ritrattazione che ripugna

alla mia coscienza». Farel l'accompagnò tutta la via, pregandolo,

minacciandolo, blandendolo, insultandolo: sulla deliziosa collina di

Champel, tra una folla immensa, che pregava per lui, fu legato a un

palo, col libro suo, e in capo una corona di fronde, spolverata di

solfo, e messovi il fuoco, l'anima di lui comparve davanti

all'Altissimo.

Molti fremettero alla fiera esecuzione, e Calvino li sfolgorava co'

termini più bassi, e sosteneva il diritto, anzi il dovere di punire

colla spada gli eretici. Par che anche la nostra Renata di Ferrara

gliene facesse appunto, ed esso le rispondeva: «Avendovi io allegato che

David col suo esempio ci istruisce di odiar i nemici di Dio, voi

rispondete che era ancora sotto la legge di rigore. Ma questa glossa, o

signora, sovvertirebbe la Scrittura, e perciò bisogna fuggirla come

peste..... Per troncar il filo d'ogni disputa contentiamoci che san

Paolo applicò a tutti i fedeli quel passo, che lo zelo della casa di Dio

ci deve consumare. Laonde Nostro Signor Gesù Cristo riprendendo i suoi

discepoli quando il richiesero di far cadere il fulmine su quei che lo

ripudiavano, come avea fatto Elia, non allega loro che or non si è più

sotto la legge di rigore, ma solo rimostra che non sono mossi da sì viva

affezione quale il profeta. Anche san Giovanni, del quale voi riteneste

solo la parola di carità, mostra che noi non dobbiamo, sotto ombra

dell'amor degli uomini, raffreddarci sopra l'onor di Dio e la

conservazione della sua Chiesa, giacchè ci vieta perfino di salutare

quelli che ci sviano dalla pura dottrina».

Come del Serveto dicea, _Si venerit, modo valeat mea auctoritas, vivum

exire non patiar_, così d'un nostro rifuggito italiano: _J'eusse voulu

qu'il fust pourry en quelque fosse, si ce eût été à mon souhait; et sa

venue me réjouit autant comme qui m'eust navré le cœur d'un poignart...

Et vous assure, s'il ne fust si tost eschappé, que, pour m'acquitter de

mon debvoir, il n'eust pas tenu à moy qu'il ne fust passé par le feu._

Trovati alcuni scritti di quel Gruet che avea mandato a morte, li fa

bruciare dal boja, e l'autore chiama _adhérent d'une secte infecte et

plus que diabolique... degorgeant telles exécrations dont les cheveux

doibvent dresser en la teste à tous, et qui sont infections si puantes

pour rendre un pays mauldict, tellement que toutes gens ayant conscience

doibvent réquerir pardon à Dieu de ce que son nom a été ainsi blasphémé

entre eux._

Tal era dunque la tolleranza calvinica, alla quale potremmo opporre la

benignità del Sadoleto, vescovo di Avignone, benevole anche coi

caporioni della Riforma [120]. Allorquando il vicelegato Campeggi menava

l'esercito contro dei Valdesi, il Sadoleto li ricoverò nel suo

vescovado, scrisse loro una lettera, in cui, dopo riprovate le loro

dottrine, aggiungeva in francese: «Desidero il vostro bene, e sarei

amareggiato se si venisse a distruggervi, come si cominciò. Perchè

meglio intendiate l'amicizia che vi porto, il tal giorno mi troverò

presso Cabrières, e là potrete venire pochi o tanti, senza che vi si

faccia alcun disturbo, e là vi avvertirò di quel che vi sia di salute e

profitto».

Paolo III indicò conferenze a Lione, alle quali convennero il vescovo di

Ginevra, il cardinale di Tournon, gli arcivescovi di Lione, di Torino,

di Vienne, di Besançon, i vescovi di Langres e di Losanna e il Sadoleto;

molto disputarono sui modi di ristabilire il cattolicismo a Ginevra,

infine dovettero limitarsi a una lettera che il Sadoleto scriverebbe.

L'abbiamo, ed è mentosto una polemica che un'effusione di cuore paterno,

dove s'associano l'elevazione del pensiero alla tenerezza morale del

vangelo, così diversa dall'aridità a cui Calvino abituava i Ginevrini.

Insiste principalmente sul punto che commoveva i distruttori d'allora,

la perennità di questa Chiesa, con una sequela di dottori, di martiri,

di pontefici, purificata al fuoco della persecuzione, vigile a condurre

i fedeli, amorosa a correggerli, inesausta in tesori di perdono. E

quando il rigido metodismo non aveva assiderato i cuori dovea far

effetto quel suo mostrar quanto i dogmi abbiano di consolante pel cuore,

i conforti della preghiera: e lo stesso Beza nella vita di questo

confessa che, _nisi peregrino sermone scriptæ fuissent, magnum civitati

in eorum statu damnum daturæ fuisse videantur_.

I caporioni di Ginevra stettero in gran pensiero a chi affidar la

risposta, e trovarono non poterla fare se non Calvino, benchè allora

fosse allontanato dalla città. La stese egli infatto, tripla di

lunghezza, superiore in energia, poco inferiore di eleganza, come retore

consumato che era e versato ne' classici; loda la virtù e il sapere di

lui, egli sempre così acre contro i suoi avversarj, ma lo imputa di

malafede e di trascorrere fino alla villana licenza del calunniare[121].

Principalmente quanto alle tante sette, suscitatesi fra' Riformati,

riflette che, se questa fosse colpa, ne andrebbe imputato l'intero

cristianesimo fra cui tante ne nacquero; doversi anzi lodar di zelo i

Calvinisti che le combatterono mentre i Cattolici dormivano oziosi.

Quasi la Chiesa non respingesse le sette coll'autorità sua propria

inerrabile; quasi fosse merito combatter l'errore coll'errore! Finisce

professando che non vi è bene maggiore dell'unione ecclesiastica, e

invocando Cristo a riunir tutti nella società del suo corpo, per modo

che, colla sola sua parola e il suo spirito, siam congiunti in un cuore

e in un pensiero.

La risposta di Calvino è citata tuttodì come un modello di bellezza e

forza di stile; noi cattolici e italiani abbiamo dimentica affatto la

lettera del Sadoleto, che in nulla le cede.

Accennammo come fondatore della Chiesa italiana di Ginevra l'Ochino

(Vol. II, p. 62). Con esso era fuggito da Siena Latanzio Ragnoni, che

venuto a Ginevra nel 1551, fu il primo che vi prese uffizio di

catechista; poi morto il Martinengo, a' 24 ottobre 1557 fu fatto

ministro di quella Chiesa italiana, e vi morì il 16 febbrajo 1559[122].

Dapprima si adunavano gli Italiani per la preghiera comune nella sala

del vecchio collegio. Cresciuti di numero si diedero forma di Chiesa:

nel 1552 la dirigeva un pastore; nel 1556 si compose il concistoro,

formato del pastore, ch'era il Martinengo, quattro anziani e quattro

diaconi; e capo degli anziani fu il marchese Galeazzo Caracciolo per

trentun anno, in tal qualità vigilando a quanto accadesse alla Chiesa e

prendendo cura de' poveri. Egli provide ad assodarla, e dal magistrato

ottenne uno statuto che del ministro determinava venticinque incombenze.

La prima era di cominciare l'adunanza coll'invocare l'assistenza di Dio,

e finire col rendergli grazie. La seconda, di far tutto con ordine,

modestia, semplicità, carità, senza discordia nè contese. Tutti i membri

della Chiesa italiana una volta l'anno si univano in generale assemblea

per conferire sul regolamento delle famiglie, e sull'accettare nuovi

membri: locchè manteneva la moralità, tanto più che non accoglieva alla

Cena chi ne fosse immeritevole. I fedeli erano visitati di tempo in

tempo dagli anziani, e i figliuoli istruiti accuratamente. Fin dal 1551

a Nicolò Fogliato di Cremona e Amedeo Varro piemontese erasi affidata la

cura de' poveri per soccorrerli con somme raccolte. Nel 1555 il

magistrato, vedendo ben ordinata quella Chiesa, e attenta ai precetti

del Vangelo, concesse a suo uso il tempio della Maddalena, dove

amministrar la Cena alle otto di mattina della domenica dopo quella che

se n'era valsa la Chiesa francese. Per residenza del pastore fu data

un'abitazione nel chiostro di San Pietro.

Alla professione di fede ginevrina troviamo si soscrissero, degli

Italiani, Celso e Massimiliano Martinengo bresciani, Galeazzo

Caracciolo, Bernardino Ochino, i conti Giulio Stefanelli e Antonio Tiene

di Vicenza, Marco Pinelli genovese, Pompeo Avanzi veneziano, G. B.

Natan, divenutovi poi predicante, Nicolò Gioffredo di Crema, Cesare

Bollani e Pompeo Diodati di Lucca, Onofrio Marini napoletano, Carlo

Federici e Paolo Alberti romani, Pietro Muti toscano, Paolo Lazise

veronese, Matteo Gribaldi, Giorgio Blandrata e Carlo Alciati milanesi,

Bartolomeo Polentani, Agostino Fogliani, Orazio Chiavelli, Santo

Mellini, Giacomo Verna, Sigismondo Pigna, Giovanni Fecato, Andrea

Cotogni, e molti vulgari; e «preti e frati rifuggiti non per altro in

Ginevra se non perchè stracchi del rigore del chiostro e del breviario,

e trovando buono di godere il resto de' loro giorni in libertà con una

moglie in seno. Almeno così ne scrivono gli autori cattolici, e così ne

parlano i Protestanti che vogliono spacciarsi per galantuomini».

Sono parole d'un altro eretico d'età più tarda, Gregorio Leti, il quale,

nella _Historia ginevrina_[123] soggiunge che sette Italiani ricusarono

sottoscrivere, e si ritirarono dalla città; fra i quali Andrea Osselani,

Marco Pizzi, Valentino Gentile, che poi vi s'indussero; nè però

quest'ultimo desistette dal sostenere proposizioni ariane, sinchè fu

cacciato. Accenna altri che ricoveravano a Ginevra, tra' quali

Margherita Pepoli di Bologna, fuggita con un amante, bastardo de'

Bentivoglio, e colà resasi calvinista.

Altrove[124] colla abituale sua prolissità e gonfiezza declama contro

l'intolleranza di Ginevra. «Dio ne guardi che pigliasse la fantasia al

re di Francia di trattar gl'infelici Ugonotti con una particella di quel

rigore, col quale li Ginevrini trattarono nel 1536 li Cattolici a

Geneva. Dio ne guardi, dico un'altra volta: almeno il re di Francia sono

già tanti anni che li va distruggendo, togliendoli oggidì una cosa,

dimane un'altra senza sangue e senza violenza considerabile, e sono

stati minacciati prima d'esser ruinati: e se gli è lasciato il tempo

pian piano di pensare a' casi loro.... Ma i Ginevrini, subito che si

videro in mano il governo, non diedero tempo un momento ai Cattolici:

cito, cito, cito: la sentenza e l'esecuzione in un momento, e non

voglion dar tempo neanco per l'instruzione».

E qui si scaglia contro gli autori del suo tempo e cattolici e

protestanti, perchè non sanno che mentire, inveire, calunniare: e i

libri che si vendono non son che controversie e satire, critica della

critica, papismo contro papismo, calvinismo di calvinismo, e sempre

maledire, criticare, mentire. E pensa che la religione se ne vada, e

dice che metà degli uomini sono atei; che come si scandalizzano i

Cattolici andando a Roma, così a Ginevra i Protestanti.

In fatto ben provvista di spioni era Ginevra, un de' quali un giorno

rapporta ai magistrati: «Ho inteso Caterina moglie di Giacomo Copa, del

ducato di Ferrara, dire che Serveto è morto martire, e Calvino fu causa

della sua morte perchè era seco in lizza, onde i signori han fatto male

a farlo morire; che Gribaldo ha dottrina sua propria, come Paolo Alciato

e il Biandrata, e che son perseguitati a torto e per malevolenza:

ch'ella vuol andarsene perchè il procedere di questi signori le spiace

in quanto condannano chi pensa diverso da loro; e disse molte bestemmie

di cui non mi ricordo». Un altro spione rincalzava: «Ella disse che M.

Calvino non è d'accordo con Gribaldo perchè questi è più dotto: ch'ella

non ha a far se non quello che Gesù Cristo dice: che, se ella persevera

e muore qual è venuta a Ginevra, sarà martire del diavolo. Essa tien una

lettera di Gribaldo, sottoscritta da Giovanni Paolo e da Valentino».

Arrestata, si seppe ch'ella era venuta a Ginevra per compiacere al suo

unico figlio, che non voleva andar alla messa, e restò condannata a

domandare mercede a Dio e alla giustizia, e bandita, con ordine di

lasciar la città fra ventiquattro ore, o perderebbe la testa[125].

Uno fu condannato perchè possedea le _Facezie_ del Poggio: un altro

perchè leggeva l'_Amadigi_: un muratore perchè stanco esclamò, «Al

diavolo l'opera e il padrone».

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 12 / 101 段