Hutten, Carlo Magno avea fondato una scuola, che Zuinglio resuscitò, e
da cui uscirono gli illustri Corrado Gessner, Gasparo Wolfio, Giosia
Simler, Enrico Bullinger. Molti riformati italiani vedremo cercarvi
rifugio. Colà erasi ricoverato Jacobo Aconzio, valoroso giureconsulto di
Trento, il quale nell'opera _De Methodo, sive recta investigandarum
tradendarumque scientiarum ratione_ (Basilea 1558) aveva ripudiata la
dialettica ordinaria, proponendo un nuovo metodo di giungere al vero
collo scomporre e ricomporre più volte la cosa, ed esaminarla sotto
aspetti diversi, passando dal noto all'ignoto. Alla _divina_ Elisabetta
regina d'Inghilterra, da cui ebbe ripetute attestazioni di stima, dedicò
gli _Stratagemmi di Satana in fatto di religione_ (Basilea 1565), libro
allora molto acclamato, e tradotto in varie lingue, ov'egli studia di
ridurre a pochissimi i dogmi essenziali del cristianesimo, nello scopo
d'indurre le sêtte a vicendevole tolleranza.
Aveva avuto per compagno Francesco Betti romano, che al marchese di
Pescara, al cui servizio stava, scrisse una «Lettera nella quale dà
conto a sua eccellenza de la cagione perchè licenziato si sia dal suo
servizio» (Zurigo 1557). Figlio dell'amministratore dei beni del
marchese, era molto in favore e in isperanza d'avanzamenti, quando lo
smosse l'amor della divina fede. Descrive a lungo la lotta coi riguardi
e coll'amor verso i superiori e i parenti. L'uccisione d'un fratello
nella persecuzione del 1555 gli diè spinta a fuggire. Professa non voler
entrare in materie teologiche che non conosce. Sa che i Luterani son
guardati in Italia come i Turchi, ma assicura che quelli che così
vengono chiamati dagli inimici aspirano solo ad esser cristiani, e qui
espone i principali articoli della loro fede, massime sulla
soddisfazione di Cristo per noi: ammette soli due sacramenti, e nella
Cena vede una solenne commemorazione della passion e morte del nostro
Salvatore, istituita da esso. Il matrimonio non è sacramento, ma i
magistrati sono stabiliti da Dio e bisogna rispettarli e obbedirli.
A lui colla solita iracondia il Muzio buttò in viso le _Mentite
Bettiniane_; molti assunsero di richiamarlo all'ovile; ma egli continuò
a Zurigo, a Strasburgo, altrove: e nel 1587 già vecchissimo stampò a
Basilea la traduzione di Galeno.
Nella biblioteca di Zurigo trovaronsi recentemente trattati dell'Ochino,
di Scipione Calandrino e di altri, e ce ne valiamo nel nostro lavoro.
Strasburgo, capitale dell'Alsazia, città libera cioè imperiale, era una
delle principali del medioevo, con quella cattedrale che nello stile
gotico primeggia come San Pietro nel romano; con immenso commercio di
libri, poi con un operoso ricambio di dispute teologiche, avendovi
portato i loro dogmi Calvinisti e Luterani, Zuingliani e Anabattisti,
applauditi a vicenda ed espulsi[105]. Aveva essa cacciato il vescovo e
il capitolo nel 1529, abjurando il cattolicismo, che poi vi fu
ripristinato nel 1681 quando si sottopose a Luigi XIV.
Fra altri italiani ivi si ricoverò il bergamasco canonico Zanchi, il
quale non era così accannito contro il cattolicismo quanto i predicanti
di quella città. Dal rettore Giovanni Sturm invitato a pranzo, si trovò
con Marbach, Herlin, Dasypodio, Sapido; e caduti a discorrere del papa,
Marbach sostenne non v'era speranza che mai conoscesse la verità, sicchè
non doveasi più pregare per esso. Lo Zanchi rispose doveasi cessar di
pregare solo per quelli che constasse avere peccato contro lo Spirito
Santo; ciò non poteva dirsi del papa, sol perchè papa, e finchè non si
fosse certi avesse commesso tal peccato, esser dovere di cristiano
pregare per esso. Se ne scandalezzarono Marbach e gli altri, che teneano
come articolo di fede il papa esser figlio di perdizione e anticristo.
Tra i seguaci dello Zanchi a Strasburgo troviamo Giovanni Angelo Odone,
dotto veneziano, amico di Ortensio Lando, e che sin dal 1534 era in
corrispondenza col Bullinger.
Una parte della Svizzera è affatto o a metà italiana; vogliam dire i
paesi che or formano il Cantone Ticino e parte di quel de' Grigioni. In
quest'ultimo si comprendono cinque valli di favella italiana; ciò sono
la Calanca e la Mesolcina o val della Moesa, protendentisi entro il
Canton Ticino; il Munsterthal presso all'eccelsa montagna dello Stelvio,
formato dal bacino del fiume Ram che sfocia nell'Adige, ed ora ha tre
parrocchie protestanti, di cui principale quella di Monastero che dà
nome alla valle, con badia un tempo signora del paese e che vuolsi
fondata da Carlo Magno: inoltre la val Bregaglia o della Mera che riesce
a Chiavenna, e la val di Poschiavo che finisce in Valtellina alla
Madonna di Tirano. Quel paese divenne poi padrone della Valtellina, e di
questa e di esso ragioneremo a lungo più innanzi.
Quel che adesso è Canton Ticino, esteso dalle falde del Sangotardo e del
Sanbernardino fino ai laghi di Lugano e Maggiore, era stato tolto al
ducato di Milano, e fatto suddito degli Svizzeri. I tre Cantoni
primitivi di Uri, Svitto, Unterwald aveano occupato i baliaggi di
Bellinzona, Blenio e Riviera, stendentisi dal Lago Maggiore alle vette
del Sangotardo: tutti i dodici Cantoni insieme tennero i baliaggi di
Lugano, Locarno, Mendrisio, Valmaggia, attorno ai laghi Ceresio e
Verbano.
Dai Cantoni dominanti venivano balii biennali a governare queste
podestarie cisalpine, comprando quella carica a denaro, e rifacendosene
col rivender la giustizia; e secondo che essi Cantoni ed i balii erano
cattolici o protestanti, davano persecuzione o favore agli apostati.
Singolarmente a questi avea giovato Jacobo Werdmuller, caldo evangelico.
I soldati che uscivano dall'interno della Svizzera in occasione della
guerra di Musso, propagarono non tanto le dottrine nuove quanto il
disprezzo delle antiche, e un Baldassare Fontana carmelitano vi spiegava
le epistole di san Paolo, e di là scriveva alle Chiese svizzere _fedeli
a Gesù Cristo_ perchè pensassero al Lazzaro del Vangelo, che desiderava
nutrirsi delle bricciole cadute dalla mensa del Signore; mossi dalle
lacrime e supplicazioni di lui, mandassero «le opere del divino
Zuinglio, dell'illustre Lutero, dell'ingegnoso Melantone, dell'accurato
Ecolampadio»: e dessero opera perchè «la nostra Lombardia, schiava di
Babilonia, acquistasse quella libertà che il vangelo impartisce».
Giovanni Orelli di Locarno, _famigliare e perpetuo commensale_ di Gian
Galeazzo Sforza, ebbe relazioni col Savonarola e con altri trascendenti,
e introdusse nella sua famiglia l'uso di argomentare sulle cose
religiose. Suo figlio Luigi militò sotto il connestabile di Borbone
nell'impresa contro Roma, vi praticò molti Luterani e nominatamente il
Freundsperg, e dal famoso saccheggio riportò diciottomila
settecennovantuno zecchini, ventisette libbre d'oro colato, cenquindici
d'argento, dodici vasi d'oro, quarantotto dorati, trentuno d'argento,
nove di cristallo, una borsa di anelli. Anche l'altro figlio Francesco
servì sotto Carlo V, ed entrambi col padre favorivano a Locarno chi
professasse le massime nuove.
Giovanni Muralto medico, loro compatrioto, inviato dal duca Sforza a
Ginevra, vi conobbe il Serveto e alcuni profughi d'Italia, ne sorbì le
idee, e le recò in patria, dove le partecipò agli Orelli e ad alcuni
italiani rifuggiti, tra' quali il conte Martinengo di Brescia, Guarniero
Castiglioni da Castiglione Varesotto, un Camozzi, un Visconti. Tutti
trovavano ospitalità presso gli Orelli, ed alcuni ottennero il diritto
di possedere e la cittadinanza. Uno speziale, che legava anche libri, ne
ebbe alcuni di senso protestante, e cominciò a parlarne con persone per
bene: poi un Piotta insegnò apertamente l'eterodossia, e divulgò gli
scritti di Serveto.
Fra i profughi nostri, che, allettati dalla vicinanza, dal clima, dalla
lingua, dai costumi ancora italiani, si fermavano nei baliaggi,
primeggiava il prete Giovanni Beccaria, nobile milanese, che ebbe
possessi e cittadinanza a Locarno. A Roma avea conosciuti l'Ochino, il
Carnesecchi, il Vermigli, e tornato a Locarno il 1534, vi diffuse
gl'insegnamenti di questi sotto il manto di una scuola di letteratura:
anzi l'arciprete, che nol sospettava, l'invitò a fare alcuni sermoni,
che piacquero assai. Legò amicizia cogli Orelli, con Giovanni e Martino
Muralti, con Lodovico Ronco, e crebbe di proseliti, massime dopo tornato
nel 1540 d'un viaggio in Francia, e fu secondato da Benedetto da
Locarno, minor conventuale, rinomato predicatore, da Cornelio di Nicosia
dell'Ordine stesso, succeduto di Sicilia il 1546, e dal commissario
protestante Gioachino Baldi di Glarona. Ma succeduto balio il cattolico
Nicola Wirz nel 1548, impedì il propagarsi delle dottrine eterodosse,
ordinò si osservassero le feste, i digiuni e le altre pratiche
ecclesiastiche: poi volle si tenesse una pubblica disputa. Il 9 agosto
1549 presentaronsi a discuter per la _Chiesa cristiana locarnese_, il
Beccaria, Martin Muralto giureconsulto, Taddeo Duni medico, Lodovico
Ronco, Andrea Girolamo Camuzzi; contro all'arciprete Galeazzo Muralto,
al cappellano della Madonna del Sasso, a frà Lorenzo domenicano,
all'arciprete Morosini di Lugano. Fra gran concorso di popolo, per
quattro ore si disputò sul testo evangelico _Tu es Petrus et super hanc
petram ædificabo ecclesiam_, poi sulla confessione auricolare, sul
merito delle opere buone, e il commissario che vi presedeva, indignato
delle risposte ambigue, finì coll'ordinare che il Beccaria fosse tratto
prigione. Ma trenta giovani suoi devoti nel cavarono a forza; ed egli
reputò prudenza ricoverare nella Mesolcina, valle italiana sottoposta ai
Grigioni; dove ammogliatosi, tenne a educazione figliuoli d'Italiani,
che li volessero allevati nella Riforma.
A Locarno dalla disputa pubblica presero animo i novatori, e vi
predicarono Leonardo Bodetto, già francescano a Cremona, che vi sposò
Caterina Appiani, egli ed ella applicandosi a fare scuola; ed altri
chiamativi da Chiavenna.
Tale prossimità turbava i sonni del papa e del re di Spagna come duca di
Milano. Pertanto Carlo Borromeo, che già aveva istituito il collegio
Elvetico a Milano onde preparare pastori a questi paesi, penetrato nella
Svizzera in qualità di legato pontifizio, vi esercitò anche
giurisdizione di sangue contro maliardi ed eretici. A sua istanza i
Cantoni cattolici posero argine a quel dilatarsi dell'eresia in Italia,
e malgrado l'ostare dei Cantoni riformati, stanziarono severi divieti
(1552) e pena dieci scudi a chi tenesse libri o scritti contro la fede
cattolica; si minacciò fin di morte chi bestemmiasse le cose sacre, la
Pasqua del 1554 si ordinò che ogni persona dovesse _effettivamente e
vocalmente_ confessarsi e comunicarsi; chi moriva senza confessione
restasse escluso dalla sepoltura sacra. Pure i novatori non desistevano;
adunavansi principalmente nelle case dei Muralti, dei Duno, degli Orelli
e del costoro cognato Francesco Bellò di Gavirate, e domandarono d'avere
un pastore riconosciuto e chiesa propria; e Anton Mario Besozzi scriveva
al Bullinger come, nel 1554, in presenza dei sindacatori usciti a
Bellinzona, si fossero battezzati fanciulli coi riti acattolici, e
predicato in pubblica chiesa.
Venuto poi commissario il zurichese Räuchlin, crebbero d'audacia, e un
catalogo del luglio 1554 novera ottantasei famiglie riformate, composte
di centrentacinque membri, oltre i fanciulli e oltre i timidi e vulgari,
che non son catalogati. L'Orelli, il Muralto, il Duno recaronsi a Zurigo
a chieder protezione dai Cantoni riformati, formolando la lor
professione di fede, per cui accettavano il _Credo_, faceano Cristo
unico mediator nostro, due sacramenti; il battesimo da conferire senza
le cerimonie papistiche; la Cena in cui è cibo e bevanda il corpo di
Cristo.
Ma insistendo i Cantoni cattolici, il sindacato raccoltosi in Locarno
decretò che i novatori dovessero abjurare, o venir multati ne' beni e
nella vita. Se n'appellarono alla Dieta generale, dove la cosa fu
compromessa ne' Cantoni misti d'Appenzell e Glarona, e questi decisero
che tornassero alla fede materna, o spatriassero coi loro averi.
Il 1 gennajo 1555 la popolazione di Locarno fu convocata nel castello
del Commissario per annunziarle questa sentenza, ed esortare i novatori
a ricredersi. Poi sul fine di febbrajo ecco i rappresentanti dei sette
Cantoni cattolici, dinanzi ai quali processionalmente, in abito festivo
e coi figliuoli alla mano, comparvero i dissidenti in numero di
cenventicinque, non contando varj assenti e i ragazzi[106], e avendo
dichiarato di restare fedeli alla loro credenza, ebbero intimazione che
pel 3 marzo si disponessero a spatriare.
Ottaviano Riperta vescovo di Terracina, nunzio apostolico, venuto colà a
salutare in nome del santo padre gli ambasciadori svizzeri, non lasciò
alcuna via intentata a convertir gli eretici, ma con poco frutto, e le
stesse donne Barbara Muralto, Caterina Rosalina, Lucia Bellò, Chiara
Toma sostenner dispute con esso. Vuolsi ch'egli insistesse per più
severo castigo; ottenne l'estremo contro il calzolajo Nicolò Greco
bestemmiatore, e che fosser arrestati i più riottosi. Barbara Muralto
doveva essere fra questi; ma la sua casa attigua al lago, in tempo delle
fazioni era stata fabbricata in modo da poterne fuggire per una porta
cieca. Comparso dunque il satellizio, ella, alzatasi di letto, chiese
d'andar a vestirsi, e fuggì. Gli altri dovettero disporsi ad abbandonare
la patria coi beni e le famiglie. Congedatisi dai lor cari e fin dai più
stretti parenti e dalle mogli, censettantatre persone d'ogni età ai 3 di
marzo varcarono il Sanbernardino, indugiandosi alcun tempo a Rovereto
nella Mesolcina finchè prendessero accordo cogli Svizzeri. I Grigioni
offerser loro libero ricetto, e in fatti l'accettarono un Besozzi,
Leonardo Bodetto, Giovan Antonio Viscardi colle loro famiglie. I più si
stabilirono a Zurigo, _tam hilares, tam læti ac si ad nuptias aut festum
aliquod properarent_, dice il Duno. Questo locarnese vi si segnalò come
medico, godette l'amicizia del famoso naturalista Gessner, stampò varie
opere, e tradusse in latino alcune dell'Ochino e dello Stancario.
Altri ne giunsero colà quando il senato di Milano, informato che alcuni
sudditi svizzeri, banditi da Locarno per causa di religione, si erano
ridotti ad abitare nel dominio milanese, ordinò fra tre giorni dovessero
abbandonarlo, sotto pena della vita.
I Zuricani fecero partecipi i poveri delle limosine pubbliche; permisero
erigesser una chiesa italiana nel tempio di San Pietro, con proprio
pastore, che fu Giovanni Beccaria, il quale si conformasse ai riti e ai
dogmi del Cantone, giurasse obbedienza al magistrato e al sinodo:
provedendolo di cinquanta zecchini, cenquindici brente di vino, diciotto
moggia di grano e due di avena; pel quale servizio mandavansi da Berna
duemila cinquantanove fiorini, censessanta da Basilea, trentatre e mezzo
da Bienne, altri da Losanna.
Pure il loro modo di vestire e il linguaggio e il vivere strano li facea
ridicoli al vulgo. Poi presto gittossi zizzania fra il Beccaria e il
Bullinger, onde quello cessò da pastore, e sottentrogli l'Ochino, che, a
poco andare, come eretico ne fu cacciato. Anche Anton Maria Besozzi nel
64 fu posto in carcere per aver enunciato dogmi contrarj ai dominanti.
Nè i Locarnesi ebbero più ministro proprio, e dovettero pagar la decima
di tutte le eredità, contro quanto erasi prima stipulato.
Sobborgo degli Italiani fu detto quello dove prese stanza la _comunità
di Locarno in Zurigo_, gli atti della quale erano tenuti da Lodovico
Ronco. A Locarno per qualche tempo nessun voleva comprare la seta,
raccolta sui poderi di questi eretici: onde Francesco Orelli ne mandò di
molta, invece di denaro, al fratello Luigi. Il quale ne aprì magazzino a
Zurigo, e introdusse telaj e stoffe non più vedute colà: donde
cominciarono il prosperamento di tale arte e le piantagioni dei gelsi.
Le case dei Duni, degli Orelli, dei Muralti, de' Pestalozzi produssero
poi personaggi benemeriti della scienza e dell'umanità.
Che la pieve di Locarno non restasse affatto mondata ce lo pruova il
vedere che, attorno al 1580, il papa trovò bisogno di commetterla alla
particolare ispezione del vescovo di Novara Speziano. San Carlo volea
fabbricarvi un seminario, e desistette solo perchè Bartolomeo Papio
d'Ascona lasciò venticinquemila scudi d'oro, in cartelle s'un Monte di
Roma, che ne fruttavano milleducento l'anno, acciocchè in Ascona si
erigesse un collegio, dove allevar _alcuni figliuoli poveri del paese_;
collegio ch'egli nel 1582 ponea sotto la tutela di Gregorio XIII, il
quale nominò suo rappresentante l'arcivescovo Borromeo[107].
Nella val Mesolcina, dov'era già stata sparsa da Giovanni Fabrizio
Montano, capo di tutta la chiesa retica, il Beccaria avea fatto
grand'opera onde stabilire la nuova fede. Fermatovisi poco, era passato,
come dicemmo, a Zurigo coi Locarnesi, ma allorchè questi preser a capo
l'Ochino, tornò a Mesocco, sotto il nome di Kanesgen. I Cattolici di
questa valle cercarono ogni modo di sturbarlo, ed egli scriveva al
Bullinger: «Le cose della religione qui son tollerabili, grazie a Dio,
benchè i papisti non cessino di tumultuare. Dai quali però io non credo
dovere temer nulla, perchè son certo d'essere curato da quello, senza la
cui volontà non si torce un capello. Quanto ai buoni, ne fui accolto
umanissimamente. Sovra tutti mi colma di cortesie il signor Antonio
Sonvico eletto console, che non immemore delle vostre esortazioni,
s'adopera a propagar l'evangelo di Gesù Cristo. Così Dio lo prosperi! Me
e la chiesa mia vogli raccomandar a Dio. Finora sono molto più coloro
che avversano il Vangelo, benchè abbiansi a dir piuttosto atei che di
alcuna religione. Potente è Iddio ad aprir i loro cuori. Mesocco, 17
maggio 1559».
A Rovereto si era messo Giovanni Antonio Viscato, detto il Trontano
dalla patria, e vi piantò una chiesa. Se ne conturbarono i Cattolici: e
i cinque Cantoni, temendo la propagazione dell'eresia, e che i Locarnesi
rimasti in patria non prendessero coraggio a rianimar la loro fazione,
instavano presso i Grigioni affinchè fossero sbanditi. Vinse la parte
contraria, e l'aprile 1560 fu legalmente permesso al Beccaria di restar
a Mesocco, e istruir fanciulli. Crebbero così quelli che, abbandonata la
messa, adunavansi in case private per udir la predica; poi pretesero due
delle cinque chiese che eran nella valle, e le ottennero dalla Dieta. Ma
i cinque Cantoni insistettero a segno, che si diede libertà ai Comuni
della Mesolcina di ritenere o rimandare il Beccaria: e in questi adunati
prevalse il voto di congedarlo, con arbitrio però d'elegger altro
ministro. Allora il Beccaria andossene a Chiavenna, e ne scriveva a
Fabrizio Montano: «Dopo lunga e grave disputa con questi nemici di
Cristo, vinse la parte di mandarmi via, patto però che i fratelli
possano aver un altro predicante. A dirti il vero, vedendo in che stato
erano le cose nostre e quanta l'ingratitudine dei più, mi rallegro che
Dio m'abbia offerto occasione d'andarmene, prima che mi vi
costringessero il bisogno e la miseria. Dopo la morte del magnifico
Antonio e del commissario suo fratello, questa Chiesa restava talmente
sprovvista d'uomini e mezzi, che a stento v'era da mantener il
pastore... Ho dunque per benefizio del Signore che m'abbia liberato da
tale trambusto e dalla misera colluvie del popolo... Mia moglie già da
sei mesi sta a Locarno, dove fu costretta recarsi per la perduta salute:
in breve tornerà, per dir addio a questo gratissimo popolo» (15 novembre
1561). Il Beccaria per altro di tempo in tempo rivedeva Mesocco, finchè
per forza ne fu cacciato a istanza di san Carlo nel 1571.
Questo santo addoloravasi del progresso dell'eresia in paesi contigui
alla sua diocesi; onde fattosi a Roma nel 1582, n'ebbe titolo di
visitatore pei paesi svizzeri e grigioni, anche sottoposti all'ordinario
di Como. Non fu autorità a cui non avess'egli ricorso per ajuto in
questa legazione: ai re di Spagna e d'Inghilterra, a Rodolfo imperatore,
ai Cantoni cattolici, al vescovo di Coira, al duca di Savoja, ai
Veneziani. Era il tempo che più ferveva la nimistà fra Cattolici e
Riformati in Francia e in Inghilterra; a Parigi prevaleva la Lega che
cacciò il re, e ch'era sostenuta dalla Spagna; per mezzo della quale il
duca di Savoja sperava in quell'occasione recuperare Ginevra e i paesi
toltigli dai Bernesi, come tentò; ma non si potè impedire che gli
Svizzeri facessero alleanza colla Francia, e vi si unissero i Grigioni,
a gran dispiacere de' Cattolici. Pertanto il Borromeo, scrivendo al
Castelli vescovo di Rimini nunzio pontifizio in Francia, perchè
intercedesse da re Enrico sicurezza e libertà a lui ed ai preti, «Fate
però (gli diceva), che i Grigioni non sentano che io ci vado qual legato
del papa; questo sol nome ogni cosa perderebbe. Si dica un privato mio
viaggio; col qual titolo, senza scemare il frutto, consolerò quei
popoli. Ben i Cattolici mi desiderano, e gli eretici stessi mi mostrano
qualche deferenza ed amore; onde nutro speranza non mi si attraversino
impedimenti; solo ho paura che i profughi dall'Italia non mi guastino
ogni cosa. Son costoro sentina di vizj, nè solo eretici, ma molti
apostati, e del resto facinorosi e perduti, che appena udranno trattasi
di sostenere la religione cattolica e vedranno maturare i primi felici
semi, temendo essere sterminati, daranno in furore, metteranno fuoco ne'
capi per ritardarmi o impedirmi ogni buon effetto.... Principalmente
sarebbe a curare che dall'intollerabile giogo degli eretici venissero
sollevati i Cattolici di qua dall'Alpi. Poichè, quando sortiscono
magistrati eretici, se anche non facciano ad essi aperta violenza, pure
mostransi vogliosi di svellere la religione; danno pessimi esempj come
scellerati ministri del diavolo, non lasciano la libertà di cercare o
ritenere probi e religiosi sacerdoti, che avviino sul calle della
salute: vietano agli esteri, tuttochè ottimi, d'andar colà, mentre fanno
arbitrio di rimanervi a uomini empj e perduti. Poichè il re può tanto
presso i Reti, gioverebbe che, senza far mostra d'essere da me
officiato, vi s'adoprasse; e la signoria vostra potrebbe suggerire ad
Enrico uno scrupolo che pungesse e lui ed i Grigioni: mostrare cioè qual
danno potrebbe uscirne se mai tanti, oppressi dalle calamità e stancati
dal giogo, macchinassero alcuna cosa e si ribellassero»[108].
Con Francesco Panigarola francescano, famoso predicatore, e col gesuita
Achille Gagliardo riassunta la visita, il Borromeo fu di nuovo a Lugano,
poi a Tesserete, consolato dalla pietà di quei terrazzani, ove di
cinquecento confessati, neppur uno trovossi in colpa mortale[109]; per
Bellinzona si condusse a Rovereto nella Mesolcina.
In questa valle trovò abbondare scolari del Vergerio e di Pietro Martire
Vermiglio, ed esservi (scriveva al cardinale Sabello) il nome di
cattolici, non i costumi, nè la credenza. V'aveano tenuto casa i
novatori Trontano e Kanesgen, pseudonimo del Beccaria; poc'anzi v'era
morto Lodovico Besozio, scolaro del Trontano migliore del maestro: era
frequentissimo il contatto colla val del Reno, tutta già calvinista.
Singolarmente vi si segnalavano per odio ai cattolici Francesco Luino,
che da trent'anni era colà: un figlio del Trontano[110] e due o tre
altri, «le cui mogli sono veri mostri d'inferno». Stava a capo delle
cose sacre un frate, disertore dell'Ordine e della religione, che seco
traeva una femminaccia e quattro suoi figliuoli: poco di meglio erano
gli altri preti. Il Borromeo coll'amorevolezza, coll'Inquisizione,
coll'insegnamento, col largheggiare, si conciliò gli animi: e Dio ne
prosperava le fatiche.