l'animavano i delirj astrologici, perocchè dic'egli stesso; «degli
astrologi un tempo fui nimicissimo, e in gioventù scrissi contro di
loro, ma dalle mie sventure imparai che molte verità scoprono essi»[93].
Computando sulle nuove scoperte celesti, avea veduto come certe grandi
innovazioni succedono nel mondo ogni ottocento anni. Una fu al tempo di
Cristo; e ora stavano per compiersi la seconda volta gli
ottocent'anni[94], sicchè si attuerebbe una civiltà religiosa, che fosse
il regno della ragione eterna nella vita dell'umanità.
Con tali persuasioni è facil credere che tentasse qualche novità: più
facile che ne venisse sospettato; novità diretta a sovvertire la
dominazione spagnuola in Calabria, benchè dappoi fosse lodatore
esagerato degli Spagnuoli: e traendo divinazioni dagli astri,
dall'Apocalissi, da varj santi, insinuava che nel 1600 accadrebbero
grandi rivolture nel regno di Napoli. Fosse egli motore o stromento, si
formò infatti una cospirazione di trecento frati e quattro vescovi.
Faceano la propaganda delle sue speranze frà Giambattista di Pizzoli,
frà Pietro di Stilo, frà Domenico Petroli di Strignano e altri
venticinque Domenicani del convento di Pizzoli, fra cui principalmente
frà Dionigi Ponzio, che smaniava di levar tumulto per ammazzare certi
frati che aveano fatto ammazzar suo zio: e che valeasi delle parole del
Campanella; poi preso, riuscì a fuggire, e si fe turco.
Costoro trovarono ascolto ne' casali e tra le famiglie di Catanzaro, di
Squillace, di Nicastro, di Cerifalco, di Taverna, di Tropea, di Reggio,
di Cassano, di Castrovillaro, di Sant'Agata, di Cosenza, di Terranova,
di Satriano, insomma in quasi tutta Calabria. Già milleottocento banditi
eransi raccolti, e ogni giorno se ne ragomitolavano di nuovi; tenevansi
intelligenze colla flottiglia turca del bascià Cicala. Trucidati i
Gesuiti e i frati che non aderissero, liberate le monache, bruciati i
libri, fatto statuti nuovi, doveano fondar una repubblica, cui centro
sarebbe Stilo, patria del Campanella; appoggiati, come sempre i
sommovitori dell'Italia, dai Francesi.
Il Governo n'ebbe notizia, e li fece arrestare, impiccare, affogare,
squartare dalle galee. Il Campanella, ch'erasi ascoso in un pagliajo, fu
denunziato, e consegnato al nobile Carlo Spinelli, eletto commissario
speciale. I frati reclamarono il privilegio del fòro, onde salvi dalla
forca, vennero dati al Sant'Uffizio. A questo spettava pure processare
il Campanella, ma si volle far prevalere il delitto di Stato, e il
fiscale Sanchez personalmente recossi a Roma onde ottenere che potesse
venir tormentato per quarantott'ore con funicelli sino alle ossa,
stirato sulla corda colle braccia arrovesciate, e spenzolando sopra un
legno acuto, e tagliatagli carne, del che stette poi lunghissimo tempo
malato. «Come s'arresterebbe il libero procedere dell'uman genere
(esclama il Campanella) quando quarantott'ore di tortura non poterono
piegare la volontà d'un povero filosofo, e strappargli neppur una parola
che non volesse?».
Tale è la leggenda. Persone, che consideravano come delitto l'apostasia
e la cospirazione, cercarono scusare il Campanella[95]: altri che
giudicavale eroismo, sostenne l'opposto[96]. Il servile Parrino, e
dietro a lui il Giannone, poi il Botta copiandoli, il fan reo di aver
cospirato contro la monarchia spagnuola con frati e vescovi. Fatto è che
si è tuttora incertissimi sul costui processo, e tre differenti ne
esistono; uno che mostra volesse ribellar il Regno per sottoporlo al
papa; uno per darlo al Turco; uno per ridurlo a repubblica eretica; poi
nel Sant'Uffizio se ne costruì un nuovo, dove i testimonj delle predette
accuse si ritrattarono. Forse alcuni, raccogliendo parole sparse e
avventate, lo denunziarono come cospiratore: lanciata una accusa, ogni
scaltrito sa come sostenerla e darle apparenza di vero, al che
singolarmente s'adoprò il fiscale Luigi Xarava, che essendo stato
scomunicato, avea preso vendetta col far un processo di Clemente VIII e
dei vescovi. L'assecondarono quei molti che sempre avversano chi ha
ingegno distinto e opinioni non comuni; e difensore del Campanella fu
sempre il papa. Il Giannone (L. XXXV, 1) sempre ricalcando il Parrino,
dice che il Campanella aveva in Roma sostenuto lunga prigionia «per la
sua vita poco esemplare, e anche per sospetto di miscredenza», dopo di
che fu rimandato al suo convento di Stilo. Nulla di ciò risulta; e il
nunzio pontifizio, dandone ragguaglio l'11 febbrajo 1600, non ne fa
cenno: bensì che a quella sua azione non avea mai voluto dar nome di
ribellione, «ma detto che volea fare repubblica la Calabria per mezzo
delle armi e delle prediche, quando però seguissero i garbugli d'Italia,
che lui si era presupposto». E in fatti, se macchinò, non dovea mirare a
sovvertimento, bensì a organar il paese al modo della sua Città del
Sole, ricongiungendo la legge di natura colla cristiana.
Chiuso in prigione, senza libri, senza comunicazione, scrisse varie
opere, lodate perchè d'un martire come l'intitolarono, ma dove la vanità
è pari all'immensa inopportunità. Per riguardo al re lodava la Spagna:
per riguardo al papa protestava della sua ortodossia; prometteva, se lo
lasciasser libero, comporre libri che convertirebbero i Gentili delle
Indie, i Luterani, gli Ebrei, i Maomettani: e in prova dice aver fatto
un'esposizione del Capo VIII dell'epistola ai Romani, della quale
moltissimo si giovano Calvinisti e Luterani.
Lettere sue ultimamente pubblicate, se nulla aggiungono alla cognizione
del suo intelletto, attestano un esaltamento che tocca alla pazzia, se
non vogliasi perdonarlo alla sua smania di liberazione, stando «dentro
una fossa puzzolente dove non vedo giorno, sempre inferrato e morto di
fame e di mille afflizioni fra cinquanta leopardi che mi guardano....
Son accusato per ribello ed eretico, per lo che otto anni cominciano che
sto sepolto.... Sono stato preso io e molti frati per ribello, quasi
volessimo ribellar il regno a favor del papa, in tempo che molti
officiali e baroni del regno erano scomunicati, e perseverano, e la
città di Nicastro interdetta, e in tutte queste cose io mi trovai, e fu
gridato in Seminaro _Viva il papa_ dal clero, che armata manu liberò un
chierico dalle carceri secolari. Furo necessitati gli amici di dire che
ribellavano per far eresie, e non per il papa: altrimenti morivano tutti
de _facto inconsulto pontifice_».
Così scrive al cardinal Farnese[97] e proseguendo, dà in delirj
astrologici, promette mari e monti a migliorar il regno di Napoli,
fabbricar al re una città mirabile, salubre, inespugnabile, che sol
mirandola s'imparino tutte le scienze storicamente; far vascelli che
senza remi navighino anche senza vento, quando gli altri stanno in
calma, con magistero facile; far camminare le carra per terra col vento;
far che i soldati a cavallo adoprino ambe le mani senza tener briglia, e
guida in bene il cavallo; e far libri contro i machiavellisti e la
dottrina greca, zizania del Vangelo, e persuadere all'unità, convertire
principi di Germania e screditare Calvino. Conchiude firmandosi _frà
Tommaso Campanella spia delle opere di Dio_.
Sul tenore stesso va una lettera latina al papa e cardinali. _Post
Lutherum triginta annos expectatur antichristus magnus, ut prophetavit
Joachinus abbas, qui etiam Lutheri adventum prædixit, et astipulantur
Ubertinus et Joannes Parisiensis, et d. Seraphinus Firmanus et alii
multi; jam præsens est, vel anno 1630 revelabitur: et hoc tempore luna
convertetur in sanguinem etc.... Dixit Dominus ad divam Catherinam
nostram, renovationem Ecclesiæ mox futuram, de qua D. Vincentius, et B.
Joannes episcopus, et B. Egidius et Savonarola, et B. Brigida et B.
Raymondus et magister Caterinus expectant, et alii innumeri, et ille
Firmanos vir prudens et spiritualis: et addidit se facturum flagellum de
funiculis creaturarum malarum ad purgandam Ecclesiam ab ementibus et
vendentibus. Quis autem non vidit illud? In Græcia invaluit, in Germania
convaluit, in Italia præsto est. Ego natus sum contra scholas
anticristi, contra Aristotelem qui dixit mundum æternum, et æquinotia et
stellas et motus semper eodem ordine et situ et modo fieri. Et ego
ostendam quod non perseverant sicut ab initio, et quod verum est quod
dicit D. Seraphinus, quod Aristoteles et Averroes sunt unum de septem
capitibus Antichristi, et phiala iræ Dei.... Machiavellus dogmatisavit
cum eo quod religio sit inventio sacerdotum et illusio populorum: et ubi
Macometus et Lutherus non habent potestatem (hoc est in Italia et
Hispania) regnant Machiavellus et Politici_.
E la tira innanzi lunghissima ed irta di citazioni; e raccomanda allo
Scioppio di presentarla: _Si porrigas pontifici literas, non malum puto.
Si de miraculis quæ policeor riserit, dicito me habere fidem, quantum
sinapis granum_.
Di simil tenore scrive al re di Spagna, all'Imperatore, agli arciduchi
d'Austria, _quoniam reipublicæ christianæ salus omnis in invictissima,
piissimaque familia vestra versatur_.
Ad esso Scioppio dicea: _Videant me non modo hæreticum non esse, sed
etiam a Deo excitum ad omnes hæreses eliminandas præcipue vero
philosophorum et astronomorum et latentium machiavellistarum, quorum
opera evangelium latet_. E lo esorta a persuader il pontefice ch'egli
non opera per magia o strologamenti, ma per vera fede, e crede che
miracoli evidenti accadranno per convertire i Tedeschi e far unire
contro i Turchi: confida che, coll'ajuto di Dio, svellerà dalla mano dei
Luterani san Paolo: con un solo argomento insegnerà anche agli
illetterati a sterminar tutte le eresie... «S'io dirò ai Luterani,
_passiamo pel fuoco, e chi sarà abbrucciato non è da Dio_, credi che
l'oseranno? ma io sì. Così il padre mio Domenico e san Francesco
sedarono le eresie: perchè non gl'imiterei?».
E miracoli proponeva, appellandosi a Pio V contro le testimonianze false
di suoi compatrioti, che erano premiati e decorati se lo avversavano,
sospettati se lo difendevano; laonde invoca d'esser tratto a Roma.
Accenna bensì che fu accusato d'eresia, ma dice la inventarono i frati
per sottrarlo al giudizio secolare di ribellione; mentre invece i
ministri del re l'accusavano di voler rivoltare il paese a vantaggio del
papa. Egli stesso avere chiesto di far rivelazioni al vescovo di Caserta
e al nunzio: ai quali mostrò come avesse tolto a paragonar la legge di
Cristo colla pitagorica, stoica, epicurea, peripatetica, telesiana, e
tutte le sêtte antiche e moderne e le leggi, e assicuratosi che la pura
legge di natura è la legge di Cristo: saper ribattere le difficoltà che
nascono sul nuovo mondo, e sull'incarnazione, sulle profezie e i
miracoli. Il vescovo trovò che aveva poca umiltà, e che avendo vagato
per tante sêtte, non era troppo ossequioso a Cristo. Se anche ciò fosse,
egli dichiara non essersi mai ostinato; altrimenti sarebbe uscito
d'Italia: e giura esser saldissimo nella fede[98].
Dotti e principi presero interesse pel Campanella; Paolo V spedì lo
Scioppio a Napoli per trattar della sua scarcerazione: e questi, se non
altro, gli ottenne di poter leggere e scrivere e carteggiare. Urbano
VIII riuscì alfine a trarlo a Roma, col pretesto che al Sant'Uffizio
competesse il giudicarlo perchè avea professato profezia: e avutolo, il
pose in libertà. Allora il Campanella passò in Francia, ove trovò
applausi come vittima della Spagna, e pensione e onoreficenze, finchè
morì il 21 maggio 1639.
Napoletano e prete fu pure Lucilio Vanini, nato a Taurisano in Terra
d'Otranto il 1586 da Giambattista intendente di Francesco di Castro,
vicerè di Napoli, e da Beatrice Lopez di Moguera. Studiò a Padova,
divenne canonico lateranense; viaggiò Europa sotto diversi nomi, e
principalmente quel di Giulio Cesare, con alquanti compagni predicando
tutt'altro che il vangelo, dicendo il diavolo esser più forte di Dio,
giacchè tuttodì intervengono cose che non potè volerle Iddio;
professandosi scolaro del Pomponazio, del Cardano, di Averroè, di
Aristotele «dio dei filosofi, dittatore dell'umana sapienza, sommo
pontefice de' sapienti». E di ridestare Averroè egli si propone, ma non
ne conosce se non le divulgate empietà, e bugiardamente ne riferisce gli
aneddoti.
«Confesso che l'immortalità dell'anima non può dimostrarsi con principj
naturali. Per articolo di fede crediamo la resurrezione della carne: ma
il corpo non risorgerà senza l'anima, e come vi sarebbe l'anima se non
ci fosse? Io di nome cristiano, di cognome cattolico, se non fossi
istruito dalla Chiesa che è certissimamente e infallibilmente maestra di
verità, a stento crederei esser immortale l'anima nostra. E non mi
vergogno dirlo, anzi me ne glorio, giacchè adempio il precetto di Paolo,
rendendo schiavo l'intelletto in ossequio della fede» (_Amphit._, pag.
164).
Se dice, «L'atto dipende affatto dalla nostra volontà; Dio opera fuor di
noi per produr fatti simultaneamente contrarj», soggiunge: «Sempre salve
le credenze cattoliche».
I martiri sono persone d'immaginazione esaltata, ipocondriaci, Cristo un
ipocrita, Mosè impostore, e parlato delle profezie prorompe: «Ma lasciam
da banda queste baje».
Nega la creazione; tratta i culti di menzogne e spauracchi inventati dai
principi per tener i sudditi, o dai sacerdoti per aver onori e
ricchezze; confermati poi dalla Bibbia, della quale nessuno vide
l'originale; e che cita miracoli, promette ricompense e castighi nella
vita futura, donde nessuno mai tornò a smentirla.
Non essendovi distanza fra il soggetto conoscente e l'oggetto
conosciuto, sono eguali fra loro, e tutti due han la medesima volontà,
uno spirito solo, e fanno un solo, Dio è la natura, la quale è il
principio del movimento (_Dialoghi_, lib. VI).
Tutto è perfettibile, anche Dio, ma più di Dio è potente il diavolo,
perchè fece prevaricare Adamo, tormentò Giobbe, perdette due terzi del
genere umano, e domina quattro quinti della terra, contro la volontà di
Dio.
Non crede finirà il mondo. Il cielo, finito di grandezza e podestà, s'ha
a dire per durata infinito, perchè Dio non potè far Dio, e l'avrebbe
fatto se l'avesse fatto infinito per podestà: onde lo fece infinito per
durata, perchè questa sola perfezione poteva appropriarsi al creato. Ma
(dice) ragioniam più sottilmente. Il primo principio non potè fare cosa
che fosse simile o dissimile a sè. Non simile, perchè ciò che è fatto
soffre: non dissimile, perchè l'azione e l'agente non differiscono.
Quindi Dio essendo uno, il mondo fu uno e non uno: essendo tutto, fu
tutto e non tutto: essendo eterno, il mondo fu eterno e non eterno.
Perchè uno, è eterno, non avendo pari o contrario: perchè non uno, non è
eterno: giacchè è composto di parti contrarie, avversantesi per mutua
corruzione: onde la sua eternità è nella sua composizione, l'unità nella
continuazione (_De arcan. naturæ Dial._).
_Nell'Amphitheatrum æternæ providentiæ divino-magicum,
christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum adversus veteres
philosophos, atheos, epicureos, peripateticos et stoicos_, pone in sodo
l'esistenza di Dio, che «è tutto, sopra di tutto, fuor di tutto, in
tutto, a fianco a tutto, avanti tutto, dopo tutto, tutto intero», e la
Providenza, il libero arbitrio, l'immortalità dell'anima, perchè la
risurrezione de' corpi è asserita dalla Scrittura: ma tutto in modo
equivoco, non provando, pure non negando la religione, confutando i
cattivi sistemi allora correnti, ma nel mostrar ribattere Cardano e gli
atei, ne mette in risalto gli argomenti; le prove della Providenza
riduce agli oracoli, alle Sibille, ai miracoli, cui descrive dal lato
debole con un'aria d'ingenuità che non può far illusione.
Poi più francamente nei sessanta dialoghi _De admirandis naturæ reginæ
deæque mortalium arcanis_, fondasi su due punti. Primo: l'intelligenza
non può muover la materia, nè l'anima il corpo: anzi è la materia che dà
impulso all'intelligenza, il corpo all'anima: in conseguenza, autor del
mondo non è Dio. L'uomo deriva dalla putrefazione e dal successivo
perfezionarsi della specie: anche in forza talora è esso sopravanzato
dagli animali, onde (quest'è il secondo punto) non può dirsi a questi
superiore in destinazione, e il meglio che può fare si è vivere e
godere: «Perduto è il tempo che in amar non si spende»; nè la morale ha
fondamento che nelle leggi. Così predica uno scetticismo immorale, un
materialismo sfacciato: ipocrito senza dignità, le maggiori bestemmie
finiva col dire, _Ceterum sacrosanctæ romanæ Ecclesiæ me subjicio_. Un
interlocutore gli domanda che pensi dell'immortalità, ed egli risponde:
«Ho fatto voto a Dio di non trattar questo punto finch'io non sia
vecchio, ricco e tedesco». Un'altra volta l'interlocutore ammirandolo,
esclama: «Se tu non fossi Vanini, saresti Dio», ed egli con aria
altezzosa risponde: «Io sono Vanini». Violente critiche del
cristianesimo pone in bocca al terzo o al quarto, fingendosi inorridito
all'udirle; come si finge encomiatore de' Gesuiti, apologista del
Concilio di Trento, e accannito contro Lutero, egli che pur al
cristianesimo muove guerra or da filosofo, ora da fisico.
Questo libro chiamò subito l'attenzione, e Gramondo presidente al
parlamento di Tolosa diceva: «Agli altri pare eretico, a me pare ateo».
In fatti è a vicenda panteista e materialista. Il Rossetto
nell'_Histoire tragique_ dice che fa rivivere l'abominevole libro dei
_Tre impostori_.
Traversata col duca d'Amalfi la Germania, praticando Protestanti,
procedette nella Boemia, semenzajo delle dottrine che cagionarono la
guerra dei Trent'anni; ivi discusse con un Anabattista, il quale
tacciava i Cristiani di disputare di lana caprina; con un ateo ad
Amsterdam; a Ginevra coi Riformati, dai quali sentendosi mal sicuro,
passò a Lione; per paura del rogo si volse a Londra, e quivi «si attirò
la persecuzione de' Protestanti, tenuto prigione quarantanove giorni,
preparato a ricevere la corona del martirio, alla quale aspirava con
indicibile ardore»[99]. Scarcerato, viene in Italia, e a Genova apre
scuola molto frequentata; ma le sue dottrine ben presto scandolezzano
sì, che deve rifuggir a Lione; in Guascogna si veste monaco, edifica
colle prediche, col confessare, colla devozione, finchè scoperto di
brutti vizj, viene espulso. A Parigi lo ricoverò il nunzio Roberto
Ubaldini, e gli aprì la sua ricca biblioteca, donde egli stillava il
peggio, e lo diffondeva tra i giovani medici e poeti, sicchè il padre
Mersenne, a lui avversissimo, assicura che cinquantamila atei contavansi
in quella città.
Nel 1616 v'avea stampati con privilegio del re, e dedicati al
maresciallo di Bassompière, di cui era cappellano, i dialoghi _De
admirandis naturæ arcanis_, e la Sorbona li riprovò pei dubbj sulla
rivelazione, e perchè altra legge non riconosce fuor quella che natura
pose nel cuor dell'uomo. Piantatosi a Tolosa, vi teneva arcane
conventicole, apostolava i giovani, ed educava i figli del primo
presidente di quel parlamento. Ma poichè a quelle dottrine cresceva
pericolo il fermentare delle guerre di religione, un Francon gentiluomo
lo denunziò nel 1618 al parlamento d'aver negato l'esistenza di Dio:
altri l'attestarono, e crebbe i sospetti l'esserglisi rinvenuto un
grosso rospo chiuso in un'ampolla. Venne dunque condannato al taglio
della lingua e al fuoco per mago e per ateo; accuse per verità
repugnanti. Durante il processo, aveva professato le migliori credenze;
condannato, si chiarì empio, ricusò i conforti della religione, si vantò
più intrepido del Cristo, il quale aveva sudato d'ambascia, e fu
giustiziato il 19 febbrajo 1618. Leibniz dice che il Vanini meritava
d'esser tenuto rinchiuso fin a tanto che divenisse assennato, invece di
trattarlo con ributtante crudeltà. Vittore Cousin, che fece una memoria
sul Vanini, prova che restò condannato dal parlamento di Tolosa perchè
nè egli nè gli amici suoi poterono ottenere fosse demandato al tribunale
ecclesiastico dell'Inquisizione, dal quale non avrebbe avuto che una
pena disciplinare[100].
Anche Ferrante Pallavicino, primogenito d'insigne casa piacentina,
canonico regolare a Milano e lodato per dottrina, avvoltolatosi in
amori, onde averne comodità finse viaggiare, e ritiratosi a Venezia,
dirigeva agli amici lettere colla falsa data di Lione, di Parigi,
d'altrove, narrando apocrifi viaggi, che lo posero di moda quando
ricomparve. Come cappellano del duca d'Amalfi ito in Germania, vide
messo alla ruota un Calvinista, col quale entrato in disputa sulle cose
dell'anima, se ne lasciò convincere, e d'indi in poi menò a strappazzo
le cose e le persone sacre. Acciabattava libri, storie sacre e profane,
novelle, panegirici, epitalamj, talvolta ascetico, sempre ampolloso,
rinvolto, bujo e mescolandovi descrizioni lascive. Per esempio, nel
trattato spirituale delle _Bellezze dell'anima_, al cap. XIII discorre
della bellezza del seno: pari contaminazioni mette nella _Susanna_, nel
_Giuseppe_, nel _Sansone_, nella _Bersabea_. Il suo _Divorzio celeste
cagionato dalle dissolutezze della sposa romana, e consacrato alla
semplicità de' scrupolosi_ (1643) fu tradotto in varie lingue dai
Protestanti, e continuato probabilmente da Gregorio Leti, dividendolo in
tre libri, _I costumi dissoluti dell'adultera_, _Il processo de'
bastardi di quella_, _Il concorso di varie chiese allo sposalizio di
Cristo_ (1679). Nel _Corriere svaligiato_ spettorò d'ogni genere
calunnie contro il papa, i cardinali, i gesuiti, tutti i governi e i
letterati, soluccherandole di lubricità. Lo stampò alla macchia, onde la
signoria di Venezia il fece carcerare; uscitone, infierì peggio di prima
contro de' principi, di papa Urbano VIII e del buon costume, e oltre _La
Buccinata per le api Barberine_[101] e il _Dialogo tra due soldati del
duca di Parma_, scrisse la _Giustizia schernita, e la Retorica delle
p.... dedicata all'università delle cortigiane più celebri_.
Un Carlo De Brèche che a Venezia faceasi chiamare Morone, figlio d'un
librajo parigino, dicono assoldato dai Barberini con 3000 pistole,
fintosegli amico, lo persuase a ridursi in Francia, dove protetto dal
Richelieu, potrebbe stampare altre opere irreligiose; e così lo menò ad
Avignone terra di papa, ove arrestato e messo sotto processo, dopo
quattordici mesi fu decapitato, avendo ventisei anni (1618-44). La sua
fine gli attirò una compassione che poco meritava. Dicono che il suo
traditore fosse poco dopo assassinato da un italiano, al quale il
Mazzarino fece grazia. Subito comparvero due dialoghi intitolati
_L'anima di Ferrante Pallavicino_, opera forse di Gianfrancesco Loredano
suo amico, ove sono malmenati alla peggio il papa, i prelati, i
letterati, i costumi[102].
NOTE