Viveva allora a Roma Gaspare Scioppio, famoso erudito tedesco, nato il

1576 a Neumark nel Palatinato; da Clemente VIII tratto a Roma, e

attaccato al cardinal Madruzzi, dove abjurò il protestantismo, dicendosi

convinto dalla lettura degli Annali del Baronio. Scrisse opuscoli sulle

indulgenze, sul giubileo, sulla supremazia papale ecc., e controversie

cogli abbandonati suoi correligionarj, sempre litigioso, talvolta

paradossale; difese il Machiavello: accusò Leone Alazio di aver

distratto i migliori libri della biblioteca di Heidelberg, acquistata

dal papa: e fu creduto autore dei _Monita secreta Jesuitarum_.

Era egli sui ventiquattr'anni quando il Bruno fu condannato, e

raccontandolo a Corrado Rittershausen rettore dell'Università di Altorf,

gli dà la sua parola d'onore che nella gran città nessun luterano o

calvinista è punito di morte, nè tampoco corre pericolo, purchè non sia

recidivo o scandaloso: essendo proposito di sua santità che ognuno

viaggi liberamente, e ottenga benevolenza e cortesia. Aggiunge d'un

Sassone, che un anno era vissuto familiarmente col Beza, eppure fu

umanissimamente accolto dal cardinal Baronio, confessore del papa, e

affidato, purchè non desse scandalo. Qui prosegue a narrare come il

Bruno venisse sottoposto a processo. Molti teologi recaronsi per

convincerlo, e il Bellarmino, il cardinale inquisitore, forse il papa

stesso: egli or nicchiava, or asseriva, cercava tirar in lungo, sperando

negli eventi. Finalmente il 9 febbrajo 1600 condotto avanti al palazzo

dell'Inquisizione, in presenza di teologi, consultori, persone onorevoli

per senno, età e cognizioni di diritto e teologia, e del magistrato

pubblico, a ginocchio udì la propria sentenza, motivata specificatamente

sulle azioni di tutta la sua vita: e non volendo ritrattarsi, ebbe

condanna, meritata a parer dello Scioppio, perchè ateo e apostolo di

dottrine assurde (_nugae_).

«Se voi cristiani foste in Italia (dice lo Scioppio) udreste

generalmente che fu bruciato un Luterano. Ma sappiate che gl'Italiani

non vanno molto per la sottile nel discernere gli eretici, e chiaman

tutti luterani. Del resto Lutero, questo quinto evangelista, questo

terzo Elia, sarebbe stato trattato dai Romani come adesso il Bruno.

Questi due mostri non insegnarono lo stesso genere di errori o d'orrori,

ma ciò che insegnarono è del pari falso e abominevole. Lutero sarebbe

stato arso pei pretesi dogmi e oracoli suoi: Bruno il fu per aver

sostenuto tutte le abominazioni che mai ponessero innanzi i falsi

pagani, e gli eretici antichi o moderni. L'uno il fu, l'altro il sarebbe

stato, perchè non è permesso a ciascuno di credere e professare ciò che

vuole.

«L'Inquisizione non gli imputa le credenze luterane; ma d'aver

assomigliato lo Spirito Santo all'anima del mondo; l'ispirazione sacra

alla vita dell'universo: paragonati Mosè, i profeti, gli apostoli,

Cristo ai magi, agli jerofanti, ai legislatori politeisti, levando ogni

barriera fra il popolo santo e gli etnici; ammetteva molti Adami come

molti Ercoli; credeva, o almeno (poichè amator del paradosso) sosteneva

la magia, e per mezzo di essa aver operato Mosè e Cristo. Che se egli

per magia intendea forse la cognizione delle leggi naturali,

l'Inquisizione non avea torto di dire che, elevandola così, turbavasi

l'intera società, riconosceasi a Belial il potere di sovvertir tutta la

Chiesa, attaccavasi la religione nelle coscienze».

Molte asserzioni fisiche del Bruno parvero tanto assurde, che

l'Inquisizione neppur si badò di confutarle: come quelle sugli atomi,

sulle monadi, sulle macchie del sole; la pluralità dei mondi infiniti

parve bestemmia, e l'udirgli parlare di «miriadi di mondi, un concilio

di astri, un concistoro di stelle, un conclave di Soli, un tempio

dell'universo, un libro aperto dall'oriente all'occidente, e in tutte le

lingue del creato». Udendo che la terra non dipende dalla Provvidenza,

ma da leggi impreteribili; che la nostra specie, redenta da Cristo, non

è lo scopo della creazione, ma abita un de' mille pianeti, il quale non

è centro del sistema, ma lanciato nello spazio come gli altri,

sgomentavasi l'angusta religione; scandolezzavasi quando il Bruno

sosteneva che il sistema di Tolomeo, «piccolo come il cervello d'un

peripatetico», restringe l'immensità di Dio, pel quale vuolsi un

universo «senza margine»; il cielo non esser diverso dalla terra; noi

abitanti, d'un pianeta, siam nel cielo.

Ciò significava che la Chiesa non era più unica interprete della natura,

e che le leggi di questa son impreteribili più de' suoi pensamenti; e

poichè la ragione ha la potenza e il diritto d'interpretar i fenomeni

della natura, potrà criticar pure le opinioni che la Chiesa se ne formò,

e che trae dalla sacra scrittura. Questa è un codice di leggi morali e

religiose, non un'esposizione di filosofia naturale; parlando a uomini

semplici, essa adoprò il linguaggio vulgare, e parlò delle apparenze,

non della realtà. E qui ad Aristotele e a Tolomeo, ai dettati della

Scuola e all'illusioni degli occhi opponeva Pitagora, Platone, il

cardinale Cusa che annunziò il moto della terra; Paolo III che accettò

la dedica di Copernico; e più di tutti l'intelletto, dal quale soltanto,

e non dai sensi, può esser afferrato l'infinito.

Quanto la cosmologia, altrettanto restava ampliata l'azione di Dio, non

più ristretto nella «tragedia cabalistica» ch'è la teologia del

medioevo, ma con azione viva e libera, prodotta dallo studio vero della

creazione. Eppure per tale asserzione unica il Bruno veniva dichiarato

ateo, quasi, facendo governar il mondo da leggi stabili, escludesse il

bisogno di Dio. Del che l'Inquisizione non verrà troppo incolpata da chi

veda, nel secolo successivo, fuor delle passioni del momento e fin delle

convinzioni religiose, l'erudito più spregiudicato, il filosofo più

scettico, sentenziare che «l'ipotesi di Bruno è nel fondo quella di

Spinosa: entrambi unitarj esagerati: fra questi due atei la sola

differenza consiste nel metodo: Bruno adoprando quel de' retori, Spinosa

quel de' geometri. Bruno non ridusse l'ateismo in sistema, non ne fece

un corpo di dottrina legato e intessuto al modo de' geometri: non si

brigò della precisione; si servì d'un linguaggio figurato che sottrae

spesso le idee giuste. L'ipotesi d'entrambi sorpassa il cumulo di tutte

le stravaganze possibili a dirsi; è la più mostruosa ipotesi che uom

possa immaginare; la più assurda, la più diametralmente opposta alle

nozioni più evidenti del nostro spirito»[78].

Dall'Inquisizione dato al braccio secolare _ut quam clementissime et

citra sanguinis effusionem puniretur_, fu condannato ad esser arso in

Campo di Fiore. Udendo la sentenza esclamò: «Avete più paura voi nel

proferirla che io nel riceverla». Narrano che, offertogli il Crocifisso,

ricusasse baciarlo: che ripetesse le parole di Plotino: «Fo un estremo

sforzo per ricondurre ciò che v'ha in me di divino a ciò che v'ha di

divino nell'universo»[79]. Forse sosteneva la sua costanza il pensare

quel che altrove scrisse, «Il morir in un secolo fa vivo in tutti gli

altri». E bruciò il 17 febbrajo; le ceneri ne furono disperse al vento.

Dopo così circostanziato racconto parrà strano che v'abbia chi asserisce

che sol la sua immagine fosse bruciata[80]; esser finzione la lettera

dello Scioppio, arguto grammatico ma furioso intollerante. Noi lo

brameremmo, e buon argomento ce ne darebbe il non trovare il suo

supplizio mentovato da altri. Vedemmo e vedremo come i residenti in Roma

riferissero alle loro Corti gli accidenti della gran città, nè mai

tacevano queste esecuzioni d'eretici. Ebbene, noi, per cercare, non

udimmo accennarsi del supplizio del Bruno, neppure dal ministro veneto,

che pur v'avea maggior interesse. Ma come è stranissimo che si dubitasse

del supplizio inflitto a un tal uomo, in mezzo a Roma, con formale e

lungo processo, così ci parve un fatto notevole che lo Scioppio,

virulento difensore di Roma, credesse onorarla col narrare quel

supplizio, e insultare coi sarcasmi alla vittima.

Tre anni dopo, le sue opere tutte furono poste all'Indice. Nessuno al

suo tempo vi pose attenzione, ma ai dì nostri parvero precorritrici

degli ardimenti della scuola tedesca, come ad esso aveano precorso

Parmenide e Anassagora. E per verità carattere del Bruno è l'esame

individuale, che per unico criterio accetta l'evidenza: fu il primo che

contemplasse il mondo da puro metafisico, ricercando, come oggi dicesi,

l'assoluto; senza curarsi dell'esperienza, indagò le cause de' fenomeni

non nella materia stessa, bensì nel _lume interno_, nella _ragion

naturale_, nell'_altezza dell'intelletto_, avventurandosi a divinazioni

talora anche fortunate sopra i moti delle stelle fisse, la natura

planetaria delle comete, l'imperfetta sfericità della terra, mentre

altrove divaga negli spazj infiniti, pieni di mondi splendenti di luce

propria, sognando anime del mondo, e relazioni dell'intelligenze superne

coll'universo, per istabilire l'armonia di tutte le cose fra loro. Come

Schelling coll'astrazione padroneggia le meraviglie visibili e

invisibili, dove si confondono il creato e l'increato: ma negando però

l'intuizione dell'assoluto, differisce da Schelling, il quale afferma

che l'assoluto viene nel nostro intelletto alla coscienza di sè: laonde

vuol trovare la certezza nell'unità dell'essere colla scienza, cioè

nell'identità di tutte le cose e di tutte le idee in sè e fra loro.

Mentre il Bruno non volle far che un sistema ontologico, Schelling lo

accetta, ma pretende identificarlo col pensiero, in modo che la

coscienza attesti l'identità di tutti i contrarj nell'assoluto.

Mente solitaria e passionata, il Bruno ha pensieri suoi come suo stile,

mescolato di sublime e triviale, d'inni e d'improperj. Ingegno vago,

paradossale, grande e strano, coltivando la filosofia come una

religione, combattendo la Scuola che confondea colla Chiesa, bello,

melanconico, bollente come il patrio Vesuvio, non sapea bene quel che

volesse, mancava del sentimento della realità, che fa sagrificar le

forme al fondo e non volea nascondere o temperar la propria opinione,

comunque repugnante dalla universale. Ma quando il vediamo voler fondare

una _filosofia nolana_, e prometter di svolgere tutto purchè ci abbia

tempo, siamo condotti a relegarlo fra coloro che abbandonano le leggi

universali del pensiero e le armonie di esso colla realità, per gittarsi

a quelle del senso e dell'amor proprio.

Va unito al Bruno Elia Astorini di Cosenza carmelitano, il quale dagli

aristotelici passò ai filosofi nuovi, fu inquisito come eretico e mago,

onde fuggì a Zurigo, poi a Basilea e in varj paesi di Germania, cercato

a maestro e riverito. Aderì alla protesta, ma come vide que' gran

maestri di teologia osteggiarsi e scomunicarsi fra loro, si persuase non

poter trovare riposo che nell'unità cattolica. Pertanto si diede a

combatter Luterani e Calvinisti con erudizione e solidi ragionamenti; e

assolto, fu mandato predicar a Firenze e a Pisa, poi a Roma; infine

stanco delle contraddizioni, si raccolse tutto a vita studiosa.

Tommaso Campanella, nato a Stilo nell'estrema Calabria il 1568, e

vestitosi domenicano, udendo una disputa in Santa Maria la Nuova a

Napoli, vi piglia parte, e vince tutti: donde cominciarono le

malevolenze, cresciute allorchè comparve poeta, mago, astrologo.

Perseguitato nel regno perchè difende Telesio, va a Padova dove ottien

poca fortuna; e avendovi sostenuto disputa con un ebraizzante, a Roma è

inquisito per non averlo denunziato.

Arditissimo pensatore ma disordinato, mal distingue le proprie illusioni

dalle intuizioni, e cambia facilmente secondo la passione[81]. Fissosi a

sottrarsi alle possibilità di Lullo e alle formole della scolastica,

divaga nella speculazione di principj supremi organici per riordinare

tutto il sapere e l'operare umano, e stabilir sopra l'esperienza una

filosofia nuova della natura. Volendo però combinarla colla rivelazione,

non potendo esser vero in filosofia ciò che sia falso in teologia, evita

d'affrontare con indipendenza il problema fondamentale della metafisica,

e intanto trascende i limiti teologici, per raffigurar la rinnovazione

dell'uomo mediante la scienza.

Agli scettici vorrebbe opporre un dogmatismo filosofico, atteso che la

ragione sente necessità di raggiungere il vero, a segno, che, per

impugnarlo, anche lo scettico ha mestieri di certi postulati. Al qual

vero egli suppone che l'umanità arrivi per una scala, la quale ricorda

l'educazione progressiva del Lessing. Perocchè mette che Iddio, dalla

prima antichità, parlò agli uomini mediante le varie religioni,

rivelandosi agli Assiri cogli astri, ai Greci cogli oracoli, ai Romani

cogli auspicj, agli Ebrei co' profeti, ai Cristiani coi Concilj, ai

Cattolici coi papi, dilatando la cerchia delle sue rivelazioni man mano

che lo scetticismo e l'incredulità corrompevano i popoli. Le scoperte

moderne sono l'ultimo termine di questa tradizione divina, che sempre

superiore alle operazioni deplorabili e alla gretta politica degli

uomini, finirà col congiungere tutti in una sola credenza, in

quell'unità del genere umano che Augusto intravide, e che la ragione

esige affinchè cessino i flagelli naturali, e le regioni più diverse

ricambiino fra sè tutti i beni.

Non vi pare questa una pagina de' Sansimoniani?

I suoi concetti filosofici e politici atteggiò nella _Città del Sole_,

specie di utopia, dove il frate non sa dimenticar la gerarchia e le

regole claustrali, ma che previene di due secoli i falansteri e le

fraternite de' nostri contemporanei. Vinta l'imprevidenza dell'uomo,

l'antagonismo degli Stati, sin la fatalità della natura, si formerà una

società felice, dove (tacendo il resto) un nuovo culto senza misteri

raccoglierà nel tempio medesimo le immagini di Pitagora, di Cristo, di

Zamolxi, dei dodici apostoli.

Eppure il Campanella era un intollerante. Coi novatori non vuole si stia

a disputar su minutezze di parole sacre; ma si domandi, «Chi v'ha

mandato a predicare? Dio o il demonio?» Se Dio, lo mostrino coi

miracoli: se no, bruciali se puoi, o gl'infama. In nessun modo si

facciano discussioni di grammatica o di logica umana, ma sol di divina,

e non moltiplicare parole o allungar il diverbio, lo che è una specie di

trionfo a chi sostiene il torto. Bisogna dannarli al fuoco secondo le

leggi imperiali, perchè tolgono fama e roba a persone autorizzate da Dio

con lunga successione, quali sono il papa e i religiosi. Il primo errore

che s'è commesso fu il lasciar vivo Lutero nelle diete di Worms e

d'Augusta; e se Carlo V il fece (come dicono) per tener il papa in

apprensione, e così obbligarlo a soccorrere esso Carlo di danari e

indulgenze nelle aspirazioni verso la monarchia universale, operò contro

ogni ragion di Stato, perchè snervando il papa s'indebolisce tutto il

cristianesimo, e i popoli si ribellano col pretesto della libertà di

coscienza[82]. Sulla Spagna riconosceva il marchio della predilezione

divina perchè cattolica, e destinata ad abbattere l'islam e l'eresia, e

assicurare il trionfo della Chiesa vera, quando, restaurata l'unità del

mondo, rifabbricherà il tempio di Gerusalemme. Consiglia a quel re di

remunerare i più dotti teologi; «ne' consigli supremi aver sempre due o

tre religiosi, Gesuiti, Domenicani, Francescani, per cattivarsi gli

ecclesiastici e fare che i suoi ufficiali sieno più accorti in non

errare e più autorevoli nelle loro determinazioni: e in tutte le guerre

ogni capitano deve avere un consigliere religioso, perchè i soldati

riveriranno più i precetti loro, e non si tratterà cosa senza saputa

loro, e massime le paghe che si danno a' poveri soldati debbano per mano

di religiosi passare»[83].

«Quella medesima costellazione che trasse fetidi effluvj dalle

cadaveriche menti degli eretici, valse a produrre balsamiche esalazioni

dalle rette intelligenze di quelli che fondarono le religioni de'

Gesuiti, de' Minimi, de' Cappuccini»[84].

I dominj (a dir suo) sono costituiti da Dio, dalla prudenza,

dall'occasione. La parte che vi ha Dio, mantiene il sacerdozio: i

sacerdoti riconoscono le cose che si devono fare; i governanti le

comandano; soldati e artefici le eseguiscono. «Il sacerdozio non devesi

far vulgare, perchè perde dignità e credenza; ed è ignoranza dei

Calvinisti il creder che tutti siano sacerdoti»[85].

Altrove attacca quel «tedesco luterano, che nega l'opre ed afferma la

fede»[86]: e ripetutamente combatte Lutero e Calvino, insegnatori di

dottrine avverse alla politica naturale. «La setta luterana e calviniana

che nega la libertà dell'arbitrio e di far bene o male, non si deve

mantener in repubblica, perchè i popoli ponno rispondere al predicante

della legge che essi peccano per fato, e possono osservare che non sono

liberi in questo. Oggi gli oltremontani, negata l'autorità del papa,

negarono l'opera della fede che se gli predicò; poi negarono la libertà

di far bene e male; poi negarono i santi e il peccato, e si fecero

libertini, poi negarono la providenza, poi l'immortalità, come in

Transilvania. Molti finalmente negarono Iddio e fecero un libro

abbominevole _de tribus impostoribus_»[87]. E nelle _Lettere_

professando esatta ortodossia, dice che il dogma della predestinazione

«fa li principi cattivi, li popoli sediziosi, e li teologi traditori».

S'inganna chiunque dice che il papa non ha se non il gladio spirituale e

non il temporale, perchè la monarchia sua sarebbe diminuita mancando di

questo; e Cristo Dio legislatore sarebbe diminuito; cosa imprudente ed

eretica ad affermarsi. La religione, nella quale il sommo sacerdote non

regna con le armi, non può capire più principati, se non saranno sêtte

di eresie; e però i Persiani, i Turchi, i Tartari e quelli di Fez, mori

sotto il sacerdozio di Macone disarmato, vivono ognuno con l'eresia

propria senza da un capo pendere; imperò ivi fa eresia. Ma sotto il

papato, sacerdozio cristiano armato, vi è il re Gallo, lo Spagnuolo, il

Germano, il Veneziano, potentissimi signori sotto la medesima religione

senza far eresie. La maggioranza del papa giova ai principi cristiani

temperati di signoria, perchè agguaglia le loro differenze; è arbitro

della pace e guerra giusta, e inclina colle arme alla parte che ha

ragione, ed astringe a cedere chi ha il torto, o li unisce contro li

nemici del cristianesimo, o li disunisce dai nimici; e contro ai buoni o

tristi regnatori accomoda le cose loro e del cristianesimo.... Nè può

sfrenar le sue voglie un principe che vive sotto una religione, la quale

ha il sommo sacerdote armato che tenga maggioranza sopra lui.... Dunque

la monarchia cristiana va declinando sempre, finchè arriva in man del

papa.»

Per mantenere la monarchia in questa religione, altri si sono dichiarati

del tutto ministri del papa e liberatori, come Carlo Magno e Costantino;

«ma i figli inimicandosi col papa mancaro. Altri vollero fare il papa

senz'armi temporali, e fecero rovina più che acquisto, e nacquero

Ghibellini e Guelfi, Papali e Imperiali; altri fecero eresia di Ario e

di Lutero, come Arrigo VIII, ma tutti rovinaro come Jeroboamo e Acab.

Giuliano tornò alla gentile e rovinò col vecchiume»[88].

Le stesse idee ribadisce nei _Discorsi politici_ ai principi d'Italia:

«Aggrandire ed esaltare il papato è il vero rimedio di rassicurarci di

non esser preda del re di Spagna e di sostenere insieme la gloria

d'Italia e del cristianesimo.... Talchè, per assicurarsi dal re di

Spagna, devono gl'Italiani solo attendere ad autorizzare il papato con

fatti e scritti e parole, perchè in questo sta la sicurtà loro... Per la

sicurezza dei Stati e contra interni principi, è necessario il papato

ricco e potente. Dippiù il papato non è principato peculiare d'alcuno,

ma di tutto il cristianesimo; e quanto possiede la Chiesa è a tutti

comune, e quel che donano i principi e le persone pie ai religiosi non è

dare, poichè essi e i figli loro ponno diventar padroni di quel dato; ma

è un mettere in comune e far tesoro per il bene pubblico. Il papato

dunque è il tesoro del cristianesimo; talchè gl'Italiani devono sempre

fomentar le ricchezze dei religiosi, perchè quelle sono del comune, e

fanno mancar la forza agli emuli loro.....

Ma questo principato è più proprio d'Italiani, perchè li papi e

cardinali sono per lo più italiani, e fomentano sempre la sicurtà.

Pertanto io dico che i principi italiani, non aspirando a monarchia,

tutti devono far la Chiesa romana erede de' Stati loro quando mancasse

la linea legittima di loro progenie, e con questa maniera, con successo

di tempo s'anderia acquistando la monarchia italiana e la gloria ancora,

e le repubbliche devrieno far una legge che, venendo esse in mano di

tiranno, s'intenda la signoria loro esser devoluta alla Chiesa romana; e

certo se amano il ben d'Italia questo devono fare... Intanto dovrebbe

farsi a Roma un senato cristiano, dove tutti i principi avesser voce per

mezzo di loro agenti: il papa vi presedesse per mezzo d'un collaterale:

vi si risolvesse a pluralità di voti sulla guerra agl'infedeli ed

eretici, sulle differenze tra principi, obbligando colla guerra qual vi

si rifiutasse».

Esorta l'Italia a tenersi stretta agli Spagnuoli perchè cattolici,

mentre gli altri forestieri, essendo eretici «le torrebbero l'unica

gloria rimastale, il papato». E gran rispetto si deve al papa che «solo

con la venerazione difende più gli Stati suoi, che gli altri principi

coll'armi: e quando è travagliato, li principi tutti si muovono ad

ajutarlo, altri per religione, altri per ragioni di Stato[89].»

Oh come un tal uomo vuol citarsi tuttodì come una vittima della

intolleranza cattolica e un martire della Inquisizione romana? Niente a

meravigliarsene quando si sappia che gli storici sempre scrivono a

passione, e la più parte ripetono il detto, senza vagliarlo. Il

Campanella, studiando i filosofi a paragone del senno eterno, cioè della

natura, trovò che la legge di Cristo, a fronte di tutte le altre e delle

filosofie, è identica a quella della natura, ma avvalorata dalla Grazia

e dai sacramenti. Ben nella Chiesa cristiana trovava mal osservati i

precetti divini: Lutero e Calvino però erangli l'anticristo, Aristotele

la causa del disordine scientifico, Machiavello del morale e

politico[90]. Pertanto mirava a una riforma, a un rinnovamento del

secolo, intorno al quale disponeasi a dissertare nell'anno del giubileo:

la conversione delle nazioni, profetata da santa Brigida, da Dionisio

Cartusiano, dall'abate Gioachino, da san Vincenzo Ferreri, da don

Serafino da Fermo, da santa Caterina, la quale predisse che i fratelli

di san Domenico porteranno l'ulivo della pace ai Turchi[91].

Con tali idee tornato nella Calabria il 1598, vi trovava soffogate ma

non estinte le idee dei Valdesi; bollenti le contese di giurisdizione

ecclesiastica cogli Spagnuoli, e il vescovo Montario n'era fuggito,

lanciando l'interdetto sulla città di Nicastro. «Tutte le città

principali (scrive egli stesso) oltre le discordie tra gli ecclesiastici

e i regj, erano divise in fazioni; e tutti i conventi erano pieni di

banditi, e il vescovo li dava da mangiare per zelo della giurisdizione,

mentre erano assediati dagli sbirri in sostegno delle attribuzioni

regie». Il Campanella s'intromise di pace fra il vescovo e la città;

ascoltato, dice il Naudè, come un oracolo; ma con ciò spiacque a coloro

cui le risse giovavano e la scomunica non facea paura; e viepiù quando

sostenne le pretensioni ecclesiastiche contro il Governo. Straordinarie

inondazioni, tremuoti, eruzioni di vulcani lo persuasero che il

rinnovamento fosse vicino: e doverne essere stromento lui, che sentivasi

capace «d'insegnar in un solo anno la filosofia naturale, la morale, la

politica, la medicina, la retorica, la poesia, l'astrologia, la

cosmografia e ogni altra scienza», e di render abile ogni «mediocre

ingegno a convincere in una sola disputa tutti gli eretici»: e che

cantava:

Io nacqui a debellar tre mali estremi,

Tirannide, sofisma, ipocrisia:

Stavano tutti al bujo, io accesi il lume[92].

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 8 / 101 段