Dopo che avea professato a Brunswick, a Helmstadt, a Francoforte,

Giovanni Mocenigo per imparar da esso i segreti della memoria, lo

invitava a tornar in Italia, per mezzo di Battista Crotti librajo che si

recava alla fiera di Francoforte sul Meno, ove il Bruno dimorava allora

nel convento dei Carmelitani, i quali comprendeano lui essere un

bell'ingegno e uomo universale, ma non aver religione alcuna.

Liberamente venuto a Venezia, si pose ad educare il Mocenigo, che allora

avea trentaquattro anni e abitava in calle San Samuele, e che vano e

fantastico, presto si disgustò del Bruno, cui diceva indemoniato: e

infine lo consegnò al Sant'Uffizio il 22 maggio 1592. Apertosi il

processo coll'assistenza dei savj dell'eresia, furono citati quei che

l'aveano conosciuto e praticato a Francoforte o a Venezia. Il Bruno,

oltre narrare tutta la sua vita, confessò che la sua filosofia repugnava

indirettamente alla fede, come quelle d'Aristotele e di Platone, ma ciò

esser comune a moltissime altre scuole; non aver egli però insegnato o

scritto cosa che direttamente vi contradicesse: ammetter egli un

universo, infinito per grandezza e per moltitudine di mondi, ove tutto

vive e si muove: dubitare dell'incarnazione del Verbo, cioè

dell'Intelletto; tenere lo spirito divino come anima dell'universo; ciò

peraltro come filosofo; del resto credere quel che la Chiesa, e dolersi

di non averne osservato i precetti, o parlatone con leggerezza; detesta

e abborre i suoi errori, e vuole nel seno della Chiesa cercare i rimedj

opportuni alla sua salute.

Chi vorrà tener conto di ritrattazioni e pentimenti espressi in tal

posizione? Nessuna sentenza pronunziò il tribunale veneto contro di lui,

ma col consenso del senato, che riconobbe «esser le costui colpe

gravissime in proposito d'eresia, sebbene uno de' più eccellenti e rari

ingegni, e di esquisita dottrina e sapere», fu consegnato nelle carceri

di Roma il gennajo 1593.

Il Bruno supponeva dovervi essere una filosofia e una teologia nuova,

dacchè v'era una fisica e un'astronomia nuova, diversa da quella che

suole andar congiunta con la cattolica teologia, e che si crede meglio

accomodata alla pietà e semplicità cristiana.

Grand'ammiratore de' Tedeschi, che preconizza saranno Dei, non uomini, e

cultori della filosofia, esalta Lutero, nuovo Ercole che atterrò le

porte adamantine dell'inferno, e penetrò nella città superando la

triplice mura e i nove giri dello Stige; altrettanto vitupera il papa, e

forse da ciò fu detto che fece il panegirico di Satana, che in qualche

luogo chiama di fatti quel dabben uomo di diavolo.

Il signor Berti sostiene vero il supplizio del Bruno. Pure nè dal

Ciacconio, nè dal Sandini, nè da altri scrittori di storia ecclesiastica

se ne parla, nè dall'Alfani o da Marco Manno nella _Storia degli Anni

Santi_, nè dal cardinal d'Ossat, di cui si hanno le lettere di

quell'anno; neppure dal martirologio de' Protestanti. L'Archivio del

Vaticano contiene il processo, non la condanna e l'esecuzione.

Al 6 dicembre 1611, frà Paolo, che pur conobbe il Bruno a Venezia,

scrive al Leschasserio di due supplizj avvenuti a Roma. Uno di Guglielmo

Rebaul, che abjurata la religione riformata, visse a Roma scrivendo

contro ai Protestanti e al re d'Inghilterra: arrestato per avere scritto

contro un ministro di Francia, gli si trovò un libro violento contro il

papa, onde fu decapitato. L'abate Du Bois che avea scritto contro i

Gesuiti, poi n'era stato guadagnato, domandò di poter andare a Roma e

n'ebbe licenza, ma preso, fu strozzato in Campo di Fiora, adducendosi

che dall'Inquisizione nessuna autorità può esimere. _Et tamen sicut is

non est primus, deceptus fide romana, ita nec ultimus decipiendus._ Il

Sarpi sparla assai dello Scioppio, e dice che vorrebbe punirsi

_majoribus remediis quam cartaceo igne_. Sarebbe stato il luogo di

mentovare il supplizio del Bruno.

J. E. Erdmann nel 1864 stampò a Berlino una lezione popolare sopra il

Bruno e il Campanella, col titolo _Zwei Martyrer der Wissenschaft_.

Alle _Opere di Giordano Bruno, ora per la prima volta raccolte e

pubblicate da_ ADOLFO WAGNER (vol. 2, Lipsia 1830) precede una costui

vita, dove son mentovati tutti quelli che prima n'aveano scritto, e

mostrasi quanto mal lo facessero. Non si sa quando nacque: posto che

cominciasse a scrivere a vent'anni, e avendo scritto, al più, per

tredici anni, poi passatene sette in prigione, dovea esser giovane

allorchè morì nel 1600. Col repudiare le dottrine peripatetiche si fe

molti nemici, per sottrarsi ai quali gittò l'abito di domenicano, ed

uscì d'Italia come il figliuol prodigo, dic'egli, per poi tornarvi.

Arrivava a Ginevra quando vi moriva Francesco da Porto; ma coi discepoli

del defunto Calvino e con Beza non aveva comune se non l'avversione a

Roma: e risoluto a sciogliere colle proprie forze i problemi che

tormentano l'umanità, non potè reggere all'intolleranza religiosa, che

diveniva anche intolleranza filosofica a favore di Aristotele. A Tolosa,

che titolavasi la Roma della Garonna, egli eccita rumore colle sue

dottrine: ond'entra in Parigi nel 1579, e partecipa a quei _Galliæ

tumultus_ suscitato per motivi religiosi. Ad Enrico III profonde lodi

servili; e così alla Sorbona, ove dà lezioni pubbliche e private, e in

disputa solenne proclama un suo sistema di logica universale,

somigliante all'_Arte_ di Raimondo Lullo[64].

Migliori accoglienze ottiene in Inghilterra, dove stampa gran parte

dell'opere sue. Vi regnava allora Elisabetta, e le prosperità politiche

del costei regno distesero un velo sovra le persecuzioni di cui essa lo

macchiò, ben più cupe e calcolate che quelle d'Enrico VIII, il quale,

_per abolire la diversità d'opinioni_, avea moltiplicato i casi di

Stato, accumulando le pene di tradimento a quelle d'eresia. L'aver il

papa ricusato di riconoscer il divorzio di questo facea che Elisabetta

venisse considerata come bastarda, donde un'ira personale contro del

pontefice e de' Cattolici. È però falso che il papa ne irritasse gli

sdegni, anzi Pio IV cercò ogni via di calmarla, e mandò Vincenzo

Parpaglia, uom d'ingegno, favorevolmente conosciuto alla regina per

esser dimorato in Inghilterra sotto il regno precedente; il quale dovea

portar una lettera tutta affetto, promettendole non solo tutto quanto

potesse contribuire alla salute dell'anima sua, ma pur quanto ella

desiderasse per assodare la sua dignità regia, conforme al ministero

affidatogli da Dio. «Se ritornate in sen della Chiesa, come desideriamo

e speriamo, saremo pronti a ricevervi coll'amore e la gioja onde il

padre del Vangelo accolse il reduce figliuolo: tanto più che voi

ricondurreste tutto il popolo inglese».

Il legato non potè tampoco arrivare in Inghilterra; Cecil e gli altri

consiglieri di Elisabetta ne aizzarono i rancori, ne sbigottirono

l'ambizione, e proruppe una persecuzione, ove eroicamente sepper

resistere alcuni Cattolici, che formano una nuova serie di martiri[65].

Re e parlamento sancirono leggi d'un'intolleranza, qual mai non si era

veduta ne' paesi cattolici, e che è bene ricordare quando colà sono

abolite, mentre s'impiantano o s'invocano in paesi cattolici, a nome

della negazione e d'una bugiarda libertà. A qualunque ecclesiastico usi

altro rituale che l'anglicano, carcere a vita, come a chi assista a

preghiere o riceva sacramenti con rito diverso: la morte de' traditori e

la confisca a chi sostenga la giurisdizione spirituale d'alcun prelato

straniero: incapacità d'ogni officio a chi non giuri la supremazia

spirituale del re: chi dalla anglicana trae taluno alla Chiesa romana è

reo di tradimento; di complicità chi non le rivela. L'assistere alla

messa porta la multa di ducento marchi e dodici mesi di prigione.

Chiunque, compiti i sedici anni, non interviene all'uffiziatura

anglicana, paghi venti sterline per mese: ducento se persiste, e la

prigione: anzi dappoi vi si aggiunsero l'esiglio e la confisca.

Qualunque prete entri nel regno, s'abbia per traditore e mandisi a

morte. La dichiarazione contro il papismo sia mandata a tutti i papisti,

e devano sottoscriverla, pena il bando o la prigione a vita. Cento lire

sterline di premio a chi arresta un prete o vescovo papista, o lo

convince d'aver detto messa, o fatto altro atto di quel culto[66].

Alla memoria di Elisabetta o della sua gran nemica e vittima Maria

Stuarda annettesi quella di David Rizio. Questo torinese, ito a

Edimburgo col conte della Moretta rappresentante della Casa di Savoja

presso la regina Maria Stuarda, acquistò le grazie di questa, e la

serviva da segretario, confortandola a perseverar nella religione

cattolica. In conseguenza dava uggia al partito protestante, che

desiderava la dominazione dell'Inghilterra su tutta l'Isola; e volendo

perderlo cominciò, dal calunniarlo, dicendo fosse amante della regina.

Lo credesse o no, Enrico Darnley, marito di essa e d'accordo cogli

acattolici, lasciò che il duca di Rothsay e Ruthwen lo pugnalassero,

invan rifuggito dietro alla regina, gravida. Si moltiplicarono romanzi e

tragedie sugli adulterj della infelice Stuarda: essa la più bella regina

d'Europa, il Rizio piccinacolo e contraffatto: lo stesso Ruthwen le

dichiarò averlo ucciso perchè fautore dei Cattolici[67]. Così col

corrompere l'opinione preparavasi l'assassinio legale che della Stuarda

fece la superba Elisabetta.

A questa Elisabetta retoriche adulazioni prodiga Giordano Bruno,

chiamandola «unica Diana, qual è tra noi quel che tra gli astri il

sole». Ad Oxford egli sostenne l'immutabilità dell'anima e il moto della

terra, che allora era rifiutato dalla patria di Newton; ma quella

Università avversava pur essa i liberi lanci dell'immaginazione, talchè

il Bruno non potè durarvi. Recatosi in Germania, s'indugiò a Wittemberg,

già palestra di Lutero e di Melancton, il quale vi avea tornato in onore

Aristotele. Il Bruno loda la tolleranza di que' professori anche ver

lui, benchè diverso di fede[68]; e sfrenatamente esalta Lutero. «Il

vicario del tiranno dell'inferno, volpe e leone, armato delle chiavi e

della spada, di astuzia e di forza, di finezza e violenza, di ipocrisia

e ferocia, aveva infetto l'universo d'un culto superstizioso e

d'ignoranza brutale, sotto il titolo di sapienza divina, di semplicità

cara a Dio. Nessuno osava opporsi a questa belva vorace, quando un

novello Alcide si levò per riformar il secolo indegno, l'Europa

depravata a stato più puro e più felice; Alcide superiore all'antico

perchè più grandi cose compì con minori sforzi, uccise un mostro più

potente e pericoloso degli antichi: e sua clava fu la penna. E donde

venne questo eroe se non dalle fiorenti rive dell'Elba? Qui il cerbero

da tre teste, cioè dal triregno, fu tratto dal tenebroso orco, costretto

a guardar il sole, e vomitar il suo veleno.... Tu vedesti la luce, o

Lutero, tu intendesti lo spirito divino che ti chiamava, e gli

obbedisti, e corresti, debole e senz'armi, contro allo spaventevole

nemico de' grandi e dei re; e coperto delle sue spoglie, salisti al

cielo»[69].

Questi vanti a Lutero non significano gran cosa per chi abbia letto le

putide lodi che il Bruno sparpagliò lungo tutto il suo viaggio. Pur la

leggenda popolare ritenne che a Wittemberg egli avesse fatto l'elogio

del diavolo, e patteggiato con esso. Aveva in fatti parlato spesso del

diavolo con una famigliarità, che dovea scandolezzare quando tutti il

temevano; chiamatolo _uom da bene_; trovatolo accorto perchè mostrò i

regni della terra non dall'antro di Trofonio, ma dal vertice d'una

montagna; e sperare che anche i demonj sarebbero salvati, non potendo nè

Dio restar eternamente implacabile, nè essi aver luogo in un mondo

perfetto[70]: e chi sa che non abbia voluto di sottilità dialettica e

oratoria far prova coll'elogio del diavolo? Mal conchiusero si fosse

fatto luterano, perchè nella _Oratio consolatoria habita in ill.

Academia Julia_ di Helmstedt accenna essere stato _ad reformationis

ritus exhortatus_.

In realtà, con ardore d'apostolo predicò nelle varie Università e Corti

d'Europa la teoria di Lullo, il sistema mondiale di Pitagora, il

panteismo eleatico, vestito di forme neoplatoniche; or applaudito ora

scomunicato; non rassegnandosi alle dottrine legali, sempre irrequieto e

in battaglia cogli emuli, coi Calvinisti a Ginevra, coi Cattolici a

Tolosa e Parigi; sempre geloso della libertà del filosofare, nella quale

non conosce punti di fermata; sempre guidato da una superbia fin

ridicola[71]. Vantavasi d'esser esule dalla patria per gli onesti

argomenti e studj suoi sulla verità, pei quali di rimpatto trovavasi

cittadino tra gli stranieri; ivi esposto alla vorace gola del lupo

romano, qua libero; ivi morto dalla violenza de' tiranni, qua vivo per

la giustizia e cortesia d'ottimi principi. E spesso si lagna, come han

dovuto far tutti gli Italiani, di persecuzioni e invidie patrie.

«Bisognava che fosse un animo veramente eroico per non dimettere le

braccia, disperarsi e darsi vinto a sì rapido torrente di criminali

imposture, con quali a tutta possa m'ha fatto impeto l'invidia

d'ignoranti, la persecuzione di sofisti, la detrazione di malevoli, la

mormorazione di servitori, li sussurri di mercenarj, le contraddizioni

di domestici, le suspizioni di stupidi, gli scrupoli di riportatori, gli

zeli d'ipocriti, gli odj di barbari, le furie di plebei, furori di

popolari, lamenti di ripercossi, e voci di castigati».

In fondo di quella dottrina, rispondente all'indole ontologica del

pensiero italiano, egli era assolutamente panteista, facendo il mondo

animato da un'intelligenza onnipotente, causa prima non già della

materia, ma delle forme tutte che la materia può assumere, e che vivono

in tutte le cose, anche quando non sembrino vivere.

La sua dottrina appare specialmente dalla _Cena delle Ceneri_, e nei

libri della _Causa, principio ed uno_, dell'_Infinito, universo e

mondi_. Il suo primo reale è un'unità infinita eterna, sottoposta al

multuplo e al visibile, identità degli opposti come coincidenza del

tutto, e fuor della quale non può darsi nulla. Nell'uno van confusi

finito e infinito, spirito e materia: l'unità è Dio, essenza di tutte le

cose: tra l'uno minimo e il massimo è tutto indifferentemente: Dio si fa

tutto; è tutto quello che può essere, universo, mondi, monade, numero,

figura[72]; è potenza di tutte le potenze, atto di tutti gli atti, vita

di tutte le vite, anima di tutte le anime, essere di tutto l'essere.

S'egli manifestasi nella pluralità è il mondo, sicchè il mondo è Dio,

animale santo, sacro, venerabile[73]. La natura è Dio che si estrinseca,

ed eternamente ritorna in sè; talchè natura naturata e natura naturante

son tutt'uno, e ogni cosa ha in sè latente la divinità, la quale può in

una sfera infinita amplificarsi. Nell'essere non manca mai nulla: tutto

è buono in sè: la morte è tramutazione: il male è apparenza soltanto.

Come si concilii il finito coll'infinito, l'ideale col reale, la libertà

colla necessità, è l'indagine sua, e proponeasi quello cui non riuscì,

cioè di non volatilizzar la materia ed intirizzire lo spirito, ma

verificar la natura, e non dividere colla ragione ciò ch'è indiviso

secondo natura e verità. L'atto assolutissimo e l'assolutissima potenza

non possono intendersi se non per modo di negazione; e a conoscer i

misteri della natura occorre indagare il massimo e il minimo, le

opposizioni e le repugnanze, attesochè la differenza nasce dall'unità e

a quella ritorna. Per mantener dunque quest'intima unità della natura e

della mente, eliminò quanto vi era di finito nel concetto dell'infinito;

quello a cui non s'attaglino nè tempo, nè spazio, nè moto, nè quiete, se

non in quanto tali categorie s'identifichino nell'universo ed uno. E

l'universo è uno, infinito, immobile, essendovi una sola potenza

assoluta, un solo atto assoluto, una sola anima del mondo, una materia

sola, una sola sostanza; che è l'altissimo ed ottimo, incomprensibile,

indeterminabile, senza limiti nè fine, non generabile, non

distruttibile. Esso non è materia, perchè non ha forma determinata; non

è forma, perchè non costituisce una sostanza particolare; non è composto

di parti, perchè è il tutto e l'uno. Nell'universo, tutto è centro, e il

centro è dapertutto, e in niun luogo la circonferenza, e così viceversa.

La sostanza prima e suprema non è cognoscibile, bensì l'anima del mondo,

che il Bruno chiama artefice interno, ed è il formale costitutivo

dell'universo e di quanto vi si contiene. Sua prima e reale facoltà è

l'intelletto universale.

Tre sorta d'intelletto si danno; il divino che è tutto; il mondano che è

fatto; i particolari che si fanno tutto, e questa è la vera causa

efficiente, non solo estrinseca ma anche intrinseca.

Nella natura vi ha due generi di sostanza: una ch'è forma, l'altra ch'è

materia, potenza e soggetto: nell'una è la facoltà del fare, nell'altra

la facoltà d'esser fatto. Nella natura, per quanto si varii in infinito,

la forma è una materia medesima; come si succedono seme, erba, spica,

pane, chilo, sangue, seme, terra, pietra ecc. Sole le forme esteriori si

cambiano ed anche s'annullano, perchè non sono sostanze, ma accidenti di

queste. Ogni cosa è in ogni cosa, poichè in tutte essendo l'anima o la

forma universale, da tutto si può produr tutto. Secondo la sostanza, il

tutto è uno. Nessuna cosa è costante, eterna, eccetto la materia, unico

principio sostanziale, che sempre rimane.

Questo principio, detto materia, può esser considerato come potenza e

come soggetto. In quanto potenza, non v'è cosa in cui non possa

trovarsi, come attiva o come passiva. La passiva può considerarsi o

assolutamente, cioè quel che è, può essere; e allora risponde alla

potenza attiva in modo che l'una non è senza l'altra. Ognuno la

attribuisce al primo principio naturale, che è tutto ciò che può essere;

e che non sarebbe tutto se non potesse esser tutto; onde in lui la

potenza e l'atto son tutt'uno. L'universo è tutto quel che può essere

per le specie medesime, e contiene tutta la materia; ma non è tutto quel

che può essere per le differenze, i modi e le proprietà individuali. Non

è dunque che un'ombra del primo atto e della prima potenza, e in lui

l'atto e la potenza non sono la cosa stessa. Nell'anima del mondo, che è

forza e potenza del tutto, le cose son tutt'uno; e scopo d'ogni

filosofia è appunto il conoscer l'uno nel tutto, il tutto nell'uno.

Il senso non cape l'infinito. La verità trovasi nell'oggetto sensibile

come in uno specchio; nella ragione a modo di argomentazione;

nell'intelletto a modo di principio e di conclusione; nella mente colla

propria forma.

Ma se il mondo fosse finito, e fuor del mondo non v'è nulla, esso saria

qualche cosa di irreperibile. Se fuor della superficie non v'è nulla,

questo nulla è un vuoto, più difficile a immaginare che non l'universo

infinito. Se è bene che il mondo esista, è bene che quel vuoto sia

riempiuto, e perciò i mondi saranno innumerevoli, innumerevoli questi

individui, grandi animali, di cui uno è la nostra terra. La divina

potenza non può rimanere oziosa.

Mentre ciascuno dei mondi infiniti è finito, perchè ciascuna sua parte è

finita, Dio è tutto infinito perchè esclude ogni termine, ed è anche

totalmente infinito perchè è tutto in tutto il mondo e in ciascuna

parte. Chi nega l'effetto infinito nega l'infinita potenza. Essendo

l'universo infinito e immobile, non bisogna cercare estrinseco il motore

di esso: perocchè gl'infiniti mondi contenuti in quello si muovono per

principio interno, per anima propria.

I principj attivi di moto sono due: l'uno finito, com'è finito il

soggetto; l'altro infinito come l'anima del mondo. L'infinito è

immobile; onde l'infinito moto e l'infinita quiete equivalgono. Corpi

determinati han determinato moto. Uno è il cielo, continente universale,

in cui tutto si muove e scorre; gl'infiniti astri non vi sono affissi,

ma si muovono e si reggono; e per esempio la nostra terra ha quattro

moti; l'animale del centro, il diurno, l'emisferico, il polare.

Così cercando le relazioni tra il finito e l'infinito, e come riducansi

all'unità, anzichè riconoscer una causa creatrice il Bruno vuol mostrare

che nell'infinito le contraddizioni cessano, i contradditorj

s'identificano. Come tutti gli altri panteisti, pretende combatter il

panteismo, e il suo sistema esser l'unico mezzo di evitarlo, perchè

«conforme alla vera teologia»[74]. E soggiunge: «Così siam promossi a

scoprire l'infinito effetto dell'infinita causa, il vero e vivo vestigio

dell'infinito vigore, ed abbiamo dottrina di non cercare la divinità

rimota da noi, se l'abbiam a presso, anzi dentro, più che noi medesimi

non siam dentro a noi».

Il suo «Spaccio della bestia trionfante, proposto da Giove, effettuato

dal consiglio, rivelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da

Saulino, registrato da Nolano» (Parigi 1594) vien creduto da taluni

un'opera spaventevole contro Roma, mentre è solo una stravagante

allegoria per introduzione alla morale. Nel _Candelajo_ porgesi

grossolanamente osceno. Nella _Cena delle Ceneri_ accenna a due altre

opere sue, l'_Arca di Noè_, dedicata a Pio V, e il _Purgatorio

dell'Inferno_.

Intollerante, sarcastico, esalta se stesso quanto dispregia gli altri;

espone dogmaticamente ciò ch'è più che contestato; manca di gravità ne'

problemi più serj, ripetendo le celie che correano sulle cose sacre, e

nominando il Dio degli Ebrei e i Galilei: attacca l'immacolata

concezione e la transustanziazione, la quale riusciva logicamente

incompatibile colla sua idea della sostanza una: ogni volta che trova

contrasto fra la religione e la ragione, s'appiglia a questa: molte

volte le più strane opinioni mette in bocca d'interlocutori, poi si

dimentica di confutarle; e si propone di «spegner il terror vano e

puerile della morte»; atteso che «la nostra filosofia toglie il fosco

velo del pazzo sentimento circa l'Orco e l'avaro Caronte, onde il più

dolce della nostra vita ne si rape ed avelena»[75].

Fra le stravaganze ha veri meriti filosofici, che lo fecero paragonare

allo Schelling nel padroneggiare coll'astrazione le meraviglie visibili

e invisibili nel punto ove si confondono il creato e l'increato.

Realmente fu razionalista due secoli prima di Hegel, al quale diede la

formola, cioè la concordia dei contraddicentisi[76]; e lo lodano d'aver

voluto rivendicare i diritti della ragione, smaniosa di emanciparsi. Ma

quelli non erano tempi ove si sapesse distinguere il fallo morale dal

civile. Chi conosce il cuor umano e la storia non prenderà meraviglia

che il Bruno, dopo sì patente apostasia, osasse ritornar in Italia.

Stette tranquillo due anni a Padova in mezzo ad illustri aristotelici,

egli loro avversario; ito poi a Venezia, vi si tenne ignoto, finchè un

suo confidente lo palesò a quel Governo, che lo colse il 23 maggio 1592,

e pose nelle carceri. A nome del cardinale di Santa Severina,

l'inquisitore venne a domandarlo «perchè imputato non solo di eretico,

ma anco di eresiarca: compose varj libri dove loda la regina

d'Inghilterra e altri principi eretici: scrisse varie cose concernenti

la religione che non convenivano, benchè parlasse filosoficamente; è

apostato, essendo uscito dai Domenicani; visse a lungo a Ginevra, e in

Inghilterra; fu per la stessa imputazione inquisito a Napoli e

altrove»[77]. Non si volle consegnarglielo, e fu tenuto in carcere sei

anni, durante i quali non possiamo che immaginare quanto soffrisse. Due

sono i processi ivi fattigli, e sebbene possa attribuirsi importanza

colà dov'egli spiega le sue idee, troppo ci è noto come, in tali

frangenti, uno le modifichi e temperi per difesa; nè gl'inquisitori

veneti poteano esser arguti accademici, da seguire il filo dei suoi

ragionamenti. Basti dunque soggiungere che il senato non potè, secondo

il diritto internazionale d'allora, negarlo a nuove richieste, e lo

consegnò all'Inquisizione romana.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 7 / 101 段