Giovanni Mocenigo per imparar da esso i segreti della memoria, lo
invitava a tornar in Italia, per mezzo di Battista Crotti librajo che si
recava alla fiera di Francoforte sul Meno, ove il Bruno dimorava allora
nel convento dei Carmelitani, i quali comprendeano lui essere un
bell'ingegno e uomo universale, ma non aver religione alcuna.
Liberamente venuto a Venezia, si pose ad educare il Mocenigo, che allora
avea trentaquattro anni e abitava in calle San Samuele, e che vano e
fantastico, presto si disgustò del Bruno, cui diceva indemoniato: e
infine lo consegnò al Sant'Uffizio il 22 maggio 1592. Apertosi il
processo coll'assistenza dei savj dell'eresia, furono citati quei che
l'aveano conosciuto e praticato a Francoforte o a Venezia. Il Bruno,
oltre narrare tutta la sua vita, confessò che la sua filosofia repugnava
indirettamente alla fede, come quelle d'Aristotele e di Platone, ma ciò
esser comune a moltissime altre scuole; non aver egli però insegnato o
scritto cosa che direttamente vi contradicesse: ammetter egli un
universo, infinito per grandezza e per moltitudine di mondi, ove tutto
vive e si muove: dubitare dell'incarnazione del Verbo, cioè
dell'Intelletto; tenere lo spirito divino come anima dell'universo; ciò
peraltro come filosofo; del resto credere quel che la Chiesa, e dolersi
di non averne osservato i precetti, o parlatone con leggerezza; detesta
e abborre i suoi errori, e vuole nel seno della Chiesa cercare i rimedj
opportuni alla sua salute.
Chi vorrà tener conto di ritrattazioni e pentimenti espressi in tal
posizione? Nessuna sentenza pronunziò il tribunale veneto contro di lui,
ma col consenso del senato, che riconobbe «esser le costui colpe
gravissime in proposito d'eresia, sebbene uno de' più eccellenti e rari
ingegni, e di esquisita dottrina e sapere», fu consegnato nelle carceri
di Roma il gennajo 1593.
Il Bruno supponeva dovervi essere una filosofia e una teologia nuova,
dacchè v'era una fisica e un'astronomia nuova, diversa da quella che
suole andar congiunta con la cattolica teologia, e che si crede meglio
accomodata alla pietà e semplicità cristiana.
Grand'ammiratore de' Tedeschi, che preconizza saranno Dei, non uomini, e
cultori della filosofia, esalta Lutero, nuovo Ercole che atterrò le
porte adamantine dell'inferno, e penetrò nella città superando la
triplice mura e i nove giri dello Stige; altrettanto vitupera il papa, e
forse da ciò fu detto che fece il panegirico di Satana, che in qualche
luogo chiama di fatti quel dabben uomo di diavolo.
Il signor Berti sostiene vero il supplizio del Bruno. Pure nè dal
Ciacconio, nè dal Sandini, nè da altri scrittori di storia ecclesiastica
se ne parla, nè dall'Alfani o da Marco Manno nella _Storia degli Anni
Santi_, nè dal cardinal d'Ossat, di cui si hanno le lettere di
quell'anno; neppure dal martirologio de' Protestanti. L'Archivio del
Vaticano contiene il processo, non la condanna e l'esecuzione.
Al 6 dicembre 1611, frà Paolo, che pur conobbe il Bruno a Venezia,
scrive al Leschasserio di due supplizj avvenuti a Roma. Uno di Guglielmo
Rebaul, che abjurata la religione riformata, visse a Roma scrivendo
contro ai Protestanti e al re d'Inghilterra: arrestato per avere scritto
contro un ministro di Francia, gli si trovò un libro violento contro il
papa, onde fu decapitato. L'abate Du Bois che avea scritto contro i
Gesuiti, poi n'era stato guadagnato, domandò di poter andare a Roma e
n'ebbe licenza, ma preso, fu strozzato in Campo di Fiora, adducendosi
che dall'Inquisizione nessuna autorità può esimere. _Et tamen sicut is
non est primus, deceptus fide romana, ita nec ultimus decipiendus._ Il
Sarpi sparla assai dello Scioppio, e dice che vorrebbe punirsi
_majoribus remediis quam cartaceo igne_. Sarebbe stato il luogo di
mentovare il supplizio del Bruno.
J. E. Erdmann nel 1864 stampò a Berlino una lezione popolare sopra il
Bruno e il Campanella, col titolo _Zwei Martyrer der Wissenschaft_.
Alle _Opere di Giordano Bruno, ora per la prima volta raccolte e
pubblicate da_ ADOLFO WAGNER (vol. 2, Lipsia 1830) precede una costui
vita, dove son mentovati tutti quelli che prima n'aveano scritto, e
mostrasi quanto mal lo facessero. Non si sa quando nacque: posto che
cominciasse a scrivere a vent'anni, e avendo scritto, al più, per
tredici anni, poi passatene sette in prigione, dovea esser giovane
allorchè morì nel 1600. Col repudiare le dottrine peripatetiche si fe
molti nemici, per sottrarsi ai quali gittò l'abito di domenicano, ed
uscì d'Italia come il figliuol prodigo, dic'egli, per poi tornarvi.
Arrivava a Ginevra quando vi moriva Francesco da Porto; ma coi discepoli
del defunto Calvino e con Beza non aveva comune se non l'avversione a
Roma: e risoluto a sciogliere colle proprie forze i problemi che
tormentano l'umanità, non potè reggere all'intolleranza religiosa, che
diveniva anche intolleranza filosofica a favore di Aristotele. A Tolosa,
che titolavasi la Roma della Garonna, egli eccita rumore colle sue
dottrine: ond'entra in Parigi nel 1579, e partecipa a quei _Galliæ
tumultus_ suscitato per motivi religiosi. Ad Enrico III profonde lodi
servili; e così alla Sorbona, ove dà lezioni pubbliche e private, e in
disputa solenne proclama un suo sistema di logica universale,
somigliante all'_Arte_ di Raimondo Lullo[64].
Migliori accoglienze ottiene in Inghilterra, dove stampa gran parte
dell'opere sue. Vi regnava allora Elisabetta, e le prosperità politiche
del costei regno distesero un velo sovra le persecuzioni di cui essa lo
macchiò, ben più cupe e calcolate che quelle d'Enrico VIII, il quale,
_per abolire la diversità d'opinioni_, avea moltiplicato i casi di
Stato, accumulando le pene di tradimento a quelle d'eresia. L'aver il
papa ricusato di riconoscer il divorzio di questo facea che Elisabetta
venisse considerata come bastarda, donde un'ira personale contro del
pontefice e de' Cattolici. È però falso che il papa ne irritasse gli
sdegni, anzi Pio IV cercò ogni via di calmarla, e mandò Vincenzo
Parpaglia, uom d'ingegno, favorevolmente conosciuto alla regina per
esser dimorato in Inghilterra sotto il regno precedente; il quale dovea
portar una lettera tutta affetto, promettendole non solo tutto quanto
potesse contribuire alla salute dell'anima sua, ma pur quanto ella
desiderasse per assodare la sua dignità regia, conforme al ministero
affidatogli da Dio. «Se ritornate in sen della Chiesa, come desideriamo
e speriamo, saremo pronti a ricevervi coll'amore e la gioja onde il
padre del Vangelo accolse il reduce figliuolo: tanto più che voi
ricondurreste tutto il popolo inglese».
Il legato non potè tampoco arrivare in Inghilterra; Cecil e gli altri
consiglieri di Elisabetta ne aizzarono i rancori, ne sbigottirono
l'ambizione, e proruppe una persecuzione, ove eroicamente sepper
resistere alcuni Cattolici, che formano una nuova serie di martiri[65].
Re e parlamento sancirono leggi d'un'intolleranza, qual mai non si era
veduta ne' paesi cattolici, e che è bene ricordare quando colà sono
abolite, mentre s'impiantano o s'invocano in paesi cattolici, a nome
della negazione e d'una bugiarda libertà. A qualunque ecclesiastico usi
altro rituale che l'anglicano, carcere a vita, come a chi assista a
preghiere o riceva sacramenti con rito diverso: la morte de' traditori e
la confisca a chi sostenga la giurisdizione spirituale d'alcun prelato
straniero: incapacità d'ogni officio a chi non giuri la supremazia
spirituale del re: chi dalla anglicana trae taluno alla Chiesa romana è
reo di tradimento; di complicità chi non le rivela. L'assistere alla
messa porta la multa di ducento marchi e dodici mesi di prigione.
Chiunque, compiti i sedici anni, non interviene all'uffiziatura
anglicana, paghi venti sterline per mese: ducento se persiste, e la
prigione: anzi dappoi vi si aggiunsero l'esiglio e la confisca.
Qualunque prete entri nel regno, s'abbia per traditore e mandisi a
morte. La dichiarazione contro il papismo sia mandata a tutti i papisti,
e devano sottoscriverla, pena il bando o la prigione a vita. Cento lire
sterline di premio a chi arresta un prete o vescovo papista, o lo
convince d'aver detto messa, o fatto altro atto di quel culto[66].
Alla memoria di Elisabetta o della sua gran nemica e vittima Maria
Stuarda annettesi quella di David Rizio. Questo torinese, ito a
Edimburgo col conte della Moretta rappresentante della Casa di Savoja
presso la regina Maria Stuarda, acquistò le grazie di questa, e la
serviva da segretario, confortandola a perseverar nella religione
cattolica. In conseguenza dava uggia al partito protestante, che
desiderava la dominazione dell'Inghilterra su tutta l'Isola; e volendo
perderlo cominciò, dal calunniarlo, dicendo fosse amante della regina.
Lo credesse o no, Enrico Darnley, marito di essa e d'accordo cogli
acattolici, lasciò che il duca di Rothsay e Ruthwen lo pugnalassero,
invan rifuggito dietro alla regina, gravida. Si moltiplicarono romanzi e
tragedie sugli adulterj della infelice Stuarda: essa la più bella regina
d'Europa, il Rizio piccinacolo e contraffatto: lo stesso Ruthwen le
dichiarò averlo ucciso perchè fautore dei Cattolici[67]. Così col
corrompere l'opinione preparavasi l'assassinio legale che della Stuarda
fece la superba Elisabetta.
A questa Elisabetta retoriche adulazioni prodiga Giordano Bruno,
chiamandola «unica Diana, qual è tra noi quel che tra gli astri il
sole». Ad Oxford egli sostenne l'immutabilità dell'anima e il moto della
terra, che allora era rifiutato dalla patria di Newton; ma quella
Università avversava pur essa i liberi lanci dell'immaginazione, talchè
il Bruno non potè durarvi. Recatosi in Germania, s'indugiò a Wittemberg,
già palestra di Lutero e di Melancton, il quale vi avea tornato in onore
Aristotele. Il Bruno loda la tolleranza di que' professori anche ver
lui, benchè diverso di fede[68]; e sfrenatamente esalta Lutero. «Il
vicario del tiranno dell'inferno, volpe e leone, armato delle chiavi e
della spada, di astuzia e di forza, di finezza e violenza, di ipocrisia
e ferocia, aveva infetto l'universo d'un culto superstizioso e
d'ignoranza brutale, sotto il titolo di sapienza divina, di semplicità
cara a Dio. Nessuno osava opporsi a questa belva vorace, quando un
novello Alcide si levò per riformar il secolo indegno, l'Europa
depravata a stato più puro e più felice; Alcide superiore all'antico
perchè più grandi cose compì con minori sforzi, uccise un mostro più
potente e pericoloso degli antichi: e sua clava fu la penna. E donde
venne questo eroe se non dalle fiorenti rive dell'Elba? Qui il cerbero
da tre teste, cioè dal triregno, fu tratto dal tenebroso orco, costretto
a guardar il sole, e vomitar il suo veleno.... Tu vedesti la luce, o
Lutero, tu intendesti lo spirito divino che ti chiamava, e gli
obbedisti, e corresti, debole e senz'armi, contro allo spaventevole
nemico de' grandi e dei re; e coperto delle sue spoglie, salisti al
cielo»[69].
Questi vanti a Lutero non significano gran cosa per chi abbia letto le
putide lodi che il Bruno sparpagliò lungo tutto il suo viaggio. Pur la
leggenda popolare ritenne che a Wittemberg egli avesse fatto l'elogio
del diavolo, e patteggiato con esso. Aveva in fatti parlato spesso del
diavolo con una famigliarità, che dovea scandolezzare quando tutti il
temevano; chiamatolo _uom da bene_; trovatolo accorto perchè mostrò i
regni della terra non dall'antro di Trofonio, ma dal vertice d'una
montagna; e sperare che anche i demonj sarebbero salvati, non potendo nè
Dio restar eternamente implacabile, nè essi aver luogo in un mondo
perfetto[70]: e chi sa che non abbia voluto di sottilità dialettica e
oratoria far prova coll'elogio del diavolo? Mal conchiusero si fosse
fatto luterano, perchè nella _Oratio consolatoria habita in ill.
Academia Julia_ di Helmstedt accenna essere stato _ad reformationis
ritus exhortatus_.
In realtà, con ardore d'apostolo predicò nelle varie Università e Corti
d'Europa la teoria di Lullo, il sistema mondiale di Pitagora, il
panteismo eleatico, vestito di forme neoplatoniche; or applaudito ora
scomunicato; non rassegnandosi alle dottrine legali, sempre irrequieto e
in battaglia cogli emuli, coi Calvinisti a Ginevra, coi Cattolici a
Tolosa e Parigi; sempre geloso della libertà del filosofare, nella quale
non conosce punti di fermata; sempre guidato da una superbia fin
ridicola[71]. Vantavasi d'esser esule dalla patria per gli onesti
argomenti e studj suoi sulla verità, pei quali di rimpatto trovavasi
cittadino tra gli stranieri; ivi esposto alla vorace gola del lupo
romano, qua libero; ivi morto dalla violenza de' tiranni, qua vivo per
la giustizia e cortesia d'ottimi principi. E spesso si lagna, come han
dovuto far tutti gli Italiani, di persecuzioni e invidie patrie.
«Bisognava che fosse un animo veramente eroico per non dimettere le
braccia, disperarsi e darsi vinto a sì rapido torrente di criminali
imposture, con quali a tutta possa m'ha fatto impeto l'invidia
d'ignoranti, la persecuzione di sofisti, la detrazione di malevoli, la
mormorazione di servitori, li sussurri di mercenarj, le contraddizioni
di domestici, le suspizioni di stupidi, gli scrupoli di riportatori, gli
zeli d'ipocriti, gli odj di barbari, le furie di plebei, furori di
popolari, lamenti di ripercossi, e voci di castigati».
In fondo di quella dottrina, rispondente all'indole ontologica del
pensiero italiano, egli era assolutamente panteista, facendo il mondo
animato da un'intelligenza onnipotente, causa prima non già della
materia, ma delle forme tutte che la materia può assumere, e che vivono
in tutte le cose, anche quando non sembrino vivere.
La sua dottrina appare specialmente dalla _Cena delle Ceneri_, e nei
libri della _Causa, principio ed uno_, dell'_Infinito, universo e
mondi_. Il suo primo reale è un'unità infinita eterna, sottoposta al
multuplo e al visibile, identità degli opposti come coincidenza del
tutto, e fuor della quale non può darsi nulla. Nell'uno van confusi
finito e infinito, spirito e materia: l'unità è Dio, essenza di tutte le
cose: tra l'uno minimo e il massimo è tutto indifferentemente: Dio si fa
tutto; è tutto quello che può essere, universo, mondi, monade, numero,
figura[72]; è potenza di tutte le potenze, atto di tutti gli atti, vita
di tutte le vite, anima di tutte le anime, essere di tutto l'essere.
S'egli manifestasi nella pluralità è il mondo, sicchè il mondo è Dio,
animale santo, sacro, venerabile[73]. La natura è Dio che si estrinseca,
ed eternamente ritorna in sè; talchè natura naturata e natura naturante
son tutt'uno, e ogni cosa ha in sè latente la divinità, la quale può in
una sfera infinita amplificarsi. Nell'essere non manca mai nulla: tutto
è buono in sè: la morte è tramutazione: il male è apparenza soltanto.
Come si concilii il finito coll'infinito, l'ideale col reale, la libertà
colla necessità, è l'indagine sua, e proponeasi quello cui non riuscì,
cioè di non volatilizzar la materia ed intirizzire lo spirito, ma
verificar la natura, e non dividere colla ragione ciò ch'è indiviso
secondo natura e verità. L'atto assolutissimo e l'assolutissima potenza
non possono intendersi se non per modo di negazione; e a conoscer i
misteri della natura occorre indagare il massimo e il minimo, le
opposizioni e le repugnanze, attesochè la differenza nasce dall'unità e
a quella ritorna. Per mantener dunque quest'intima unità della natura e
della mente, eliminò quanto vi era di finito nel concetto dell'infinito;
quello a cui non s'attaglino nè tempo, nè spazio, nè moto, nè quiete, se
non in quanto tali categorie s'identifichino nell'universo ed uno. E
l'universo è uno, infinito, immobile, essendovi una sola potenza
assoluta, un solo atto assoluto, una sola anima del mondo, una materia
sola, una sola sostanza; che è l'altissimo ed ottimo, incomprensibile,
indeterminabile, senza limiti nè fine, non generabile, non
distruttibile. Esso non è materia, perchè non ha forma determinata; non
è forma, perchè non costituisce una sostanza particolare; non è composto
di parti, perchè è il tutto e l'uno. Nell'universo, tutto è centro, e il
centro è dapertutto, e in niun luogo la circonferenza, e così viceversa.
La sostanza prima e suprema non è cognoscibile, bensì l'anima del mondo,
che il Bruno chiama artefice interno, ed è il formale costitutivo
dell'universo e di quanto vi si contiene. Sua prima e reale facoltà è
l'intelletto universale.
Tre sorta d'intelletto si danno; il divino che è tutto; il mondano che è
fatto; i particolari che si fanno tutto, e questa è la vera causa
efficiente, non solo estrinseca ma anche intrinseca.
Nella natura vi ha due generi di sostanza: una ch'è forma, l'altra ch'è
materia, potenza e soggetto: nell'una è la facoltà del fare, nell'altra
la facoltà d'esser fatto. Nella natura, per quanto si varii in infinito,
la forma è una materia medesima; come si succedono seme, erba, spica,
pane, chilo, sangue, seme, terra, pietra ecc. Sole le forme esteriori si
cambiano ed anche s'annullano, perchè non sono sostanze, ma accidenti di
queste. Ogni cosa è in ogni cosa, poichè in tutte essendo l'anima o la
forma universale, da tutto si può produr tutto. Secondo la sostanza, il
tutto è uno. Nessuna cosa è costante, eterna, eccetto la materia, unico
principio sostanziale, che sempre rimane.
Questo principio, detto materia, può esser considerato come potenza e
come soggetto. In quanto potenza, non v'è cosa in cui non possa
trovarsi, come attiva o come passiva. La passiva può considerarsi o
assolutamente, cioè quel che è, può essere; e allora risponde alla
potenza attiva in modo che l'una non è senza l'altra. Ognuno la
attribuisce al primo principio naturale, che è tutto ciò che può essere;
e che non sarebbe tutto se non potesse esser tutto; onde in lui la
potenza e l'atto son tutt'uno. L'universo è tutto quel che può essere
per le specie medesime, e contiene tutta la materia; ma non è tutto quel
che può essere per le differenze, i modi e le proprietà individuali. Non
è dunque che un'ombra del primo atto e della prima potenza, e in lui
l'atto e la potenza non sono la cosa stessa. Nell'anima del mondo, che è
forza e potenza del tutto, le cose son tutt'uno; e scopo d'ogni
filosofia è appunto il conoscer l'uno nel tutto, il tutto nell'uno.
Il senso non cape l'infinito. La verità trovasi nell'oggetto sensibile
come in uno specchio; nella ragione a modo di argomentazione;
nell'intelletto a modo di principio e di conclusione; nella mente colla
propria forma.
Ma se il mondo fosse finito, e fuor del mondo non v'è nulla, esso saria
qualche cosa di irreperibile. Se fuor della superficie non v'è nulla,
questo nulla è un vuoto, più difficile a immaginare che non l'universo
infinito. Se è bene che il mondo esista, è bene che quel vuoto sia
riempiuto, e perciò i mondi saranno innumerevoli, innumerevoli questi
individui, grandi animali, di cui uno è la nostra terra. La divina
potenza non può rimanere oziosa.
Mentre ciascuno dei mondi infiniti è finito, perchè ciascuna sua parte è
finita, Dio è tutto infinito perchè esclude ogni termine, ed è anche
totalmente infinito perchè è tutto in tutto il mondo e in ciascuna
parte. Chi nega l'effetto infinito nega l'infinita potenza. Essendo
l'universo infinito e immobile, non bisogna cercare estrinseco il motore
di esso: perocchè gl'infiniti mondi contenuti in quello si muovono per
principio interno, per anima propria.
I principj attivi di moto sono due: l'uno finito, com'è finito il
soggetto; l'altro infinito come l'anima del mondo. L'infinito è
immobile; onde l'infinito moto e l'infinita quiete equivalgono. Corpi
determinati han determinato moto. Uno è il cielo, continente universale,
in cui tutto si muove e scorre; gl'infiniti astri non vi sono affissi,
ma si muovono e si reggono; e per esempio la nostra terra ha quattro
moti; l'animale del centro, il diurno, l'emisferico, il polare.
Così cercando le relazioni tra il finito e l'infinito, e come riducansi
all'unità, anzichè riconoscer una causa creatrice il Bruno vuol mostrare
che nell'infinito le contraddizioni cessano, i contradditorj
s'identificano. Come tutti gli altri panteisti, pretende combatter il
panteismo, e il suo sistema esser l'unico mezzo di evitarlo, perchè
«conforme alla vera teologia»[74]. E soggiunge: «Così siam promossi a
scoprire l'infinito effetto dell'infinita causa, il vero e vivo vestigio
dell'infinito vigore, ed abbiamo dottrina di non cercare la divinità
rimota da noi, se l'abbiam a presso, anzi dentro, più che noi medesimi
non siam dentro a noi».
Il suo «Spaccio della bestia trionfante, proposto da Giove, effettuato
dal consiglio, rivelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da
Saulino, registrato da Nolano» (Parigi 1594) vien creduto da taluni
un'opera spaventevole contro Roma, mentre è solo una stravagante
allegoria per introduzione alla morale. Nel _Candelajo_ porgesi
grossolanamente osceno. Nella _Cena delle Ceneri_ accenna a due altre
opere sue, l'_Arca di Noè_, dedicata a Pio V, e il _Purgatorio
dell'Inferno_.
Intollerante, sarcastico, esalta se stesso quanto dispregia gli altri;
espone dogmaticamente ciò ch'è più che contestato; manca di gravità ne'
problemi più serj, ripetendo le celie che correano sulle cose sacre, e
nominando il Dio degli Ebrei e i Galilei: attacca l'immacolata
concezione e la transustanziazione, la quale riusciva logicamente
incompatibile colla sua idea della sostanza una: ogni volta che trova
contrasto fra la religione e la ragione, s'appiglia a questa: molte
volte le più strane opinioni mette in bocca d'interlocutori, poi si
dimentica di confutarle; e si propone di «spegner il terror vano e
puerile della morte»; atteso che «la nostra filosofia toglie il fosco
velo del pazzo sentimento circa l'Orco e l'avaro Caronte, onde il più
dolce della nostra vita ne si rape ed avelena»[75].
Fra le stravaganze ha veri meriti filosofici, che lo fecero paragonare
allo Schelling nel padroneggiare coll'astrazione le meraviglie visibili
e invisibili nel punto ove si confondono il creato e l'increato.
Realmente fu razionalista due secoli prima di Hegel, al quale diede la
formola, cioè la concordia dei contraddicentisi[76]; e lo lodano d'aver
voluto rivendicare i diritti della ragione, smaniosa di emanciparsi. Ma
quelli non erano tempi ove si sapesse distinguere il fallo morale dal
civile. Chi conosce il cuor umano e la storia non prenderà meraviglia
che il Bruno, dopo sì patente apostasia, osasse ritornar in Italia.
Stette tranquillo due anni a Padova in mezzo ad illustri aristotelici,
egli loro avversario; ito poi a Venezia, vi si tenne ignoto, finchè un
suo confidente lo palesò a quel Governo, che lo colse il 23 maggio 1592,
e pose nelle carceri. A nome del cardinale di Santa Severina,
l'inquisitore venne a domandarlo «perchè imputato non solo di eretico,
ma anco di eresiarca: compose varj libri dove loda la regina
d'Inghilterra e altri principi eretici: scrisse varie cose concernenti
la religione che non convenivano, benchè parlasse filosoficamente; è
apostato, essendo uscito dai Domenicani; visse a lungo a Ginevra, e in
Inghilterra; fu per la stessa imputazione inquisito a Napoli e
altrove»[77]. Non si volle consegnarglielo, e fu tenuto in carcere sei
anni, durante i quali non possiamo che immaginare quanto soffrisse. Due
sono i processi ivi fattigli, e sebbene possa attribuirsi importanza
colà dov'egli spiega le sue idee, troppo ci è noto come, in tali
frangenti, uno le modifichi e temperi per difesa; nè gl'inquisitori
veneti poteano esser arguti accademici, da seguire il filo dei suoi
ragionamenti. Basti dunque soggiungere che il senato non potè, secondo
il diritto internazionale d'allora, negarlo a nuove richieste, e lo
consegnò all'Inquisizione romana.