cappuccino, andò in Germania, dove fu caro e onorato dall'imperatore e
dai principi; e fatto prefetto di quelle missioni, molti convertì, fra'
quali il margravio di Hermannstadt. Ciò inimicogli molti, anche
cattolici, e secondo un artifizio conosciuto, cercarono perderlo col
tacciar d'ereticale un'opera sua stampata a Praga. Facilmente dissipò
l'accusa; soffrì percosse, carcere, calunnie, e dopo sostenute onorevoli
ambascerie, morì il 1661, e fu sepolto con un epitafio di quasi ducento
linee, ove, in mezzo ad altre gonfiezze, si dice che la porpora
cardinalizia vergognossi di coprir col suo ostro lui, cui già di più
nobil ostro avea coperto il sangue versato per la fede cattolica. Molte
opere scrisse, polemiche e apologetiche, e quella _De Catholicorum
regula credendi_ (Praga 1628, Vienna 1641) gli attirò molte confutazioni
di acattolici e di socciniani.
NOTE
[46] SCHOELHORN, _Amœnitates ecclesiasticæ_.
[47] POLI _Epistolæ_ vol. III, _diatr._ p. 262.
Sugli eretici che serpeggiavano allora in Lombardia e in tutta la
regione transpadana, portano luce due lettere del Vida, che il cavaliere
Ronchini trasse, la prima dalla Biblioteca Palatina di Parma, l'altra
dall'Archivio governativo d'essa città, o che sono cosifatte:
Al reverendissimo signor mio osservandissimo il signor
cardinale Contareno.
Cum vidissem in tota fere transpadana regione antiquissimam Psallianorum
[Degli Psallj o _Precatores_ parla il Macri nello _Hierolexicon_]
hæresim, improborum quorumdam scelere nostris temporibus repetitam,
suscitari, literis statim Paulum III Pont. Max. admonendum duxi; si
forte, dum malum adhuc est recens, occurrere vellet. Quod autem hic
audio tibi, Contarene pater amplissime, curæ esse, ut, quæ spectant ad
rem sacram, omnia e religione fiant dicanturve, neu quis quippiam contra
sanctorum patrum placita moliatur, teque huic negotio in primis summi
pontificis decreto de ejus sacri senatus sententia præfectum fuisse,
tibi literarum ipsarum exemplum transmittimus, ut videas an ea, quæ
scribimus, sint alicujus momenti, et tanti pontificis animadversione
digna. Leges igitur prius tu quicquid id est; et, si quid ad rem facere
videris, literas reddendas curabis. Quia vero etiam fortasse pluribus
verbis egi quam par erat in re adeo clara; si tibi longiuscula epistola
videbitur, judicaverisque habendam rationem pontificis ætatis jam, ut
videor videre, in gravescentis, brevi tu coram rem explicabis. Deinde
mihi ut quam primum rescribatur operam dari velim, simulque abs te mihi
ignosci, quod, non multa mihi tecum familiaritate intercedente, ad te,
ista gravitate, dignitate ac doctrina virum, tam familiariter scribere
ausus sim: quod ut boni consulas te etiam atque etiam rogo. Vale, et
Vidam tui observantissimum dilige. Cremonæ, calendis febr. MDXXXVIII.
Tui observantissimus famulus
Hier. Vida, Albæ episcopus.
Al molto reverendo signor mio osservandissimo, il signor Marcello
secretario secreto di Nostro Signore.
[Marcello Cervino, che fu poi papa.]
In queste parti et in Lombardia gli errori de' moderni heretici
vanno molto hora dilatandosi: non parlo già della diocesi mia,
che, per Dio gratia et per uno gagliardo Breve a me da nostro
signore per sua benignità el suo prim'anno concesso contra tanto
esenti quanto non, è assai ben netta. Dico la cosa esser in colmo;
e, se non se li provede, vedo l'impendente total ruina. A questi
giorni trovandomi in Asti per vedere il signor marchese del Vasto,
et ivi ragionando sopra questa mala influentia, per alcuni
predicatori, i quali in diversi lochi hanno havuto ardire
predicare perniciosa dottrina contra il pubblico consenso
d'antichi Padri, in molto pregiudicio de l'anime de' fedeli
christiani, ritrovandosi a questi parlamenti il signor Giovanni
Battista Speciano senatore di Milano et capitano generale di
justitia, huomo molto da bene et catholico, mi promise volere alla
fiata, anchor che sia occupatissimo, ire alle prediche, per potere
obviare a tali inconvenienti: il che facendo, son certissimo sarà
di molto freno a queste pesti, per la suprema autorità e potestà
che tiene. Vero è che in la mente li resta qualche scrupolo,
imperocchè essendo materia mera ecclesiastica, accasca spesse
fiate fare qualche dimostrazione contra detti heretici; ma,
dandoli poi da essere giudicati al giudice ecclesiastico, si vede
che subito senza altra animadversione sono rilassati, sotto
pretesto che siano pentiti et emendati, e che non siano relapsi.
Io poi ritornato alla mia Chiesa, e facendo molta consideratione
sopra questa cosa, et vedendo che questa setta di heretici non è
per errore, ma per espressa malitia, e che non solamente fanno
questo perchè così sentano, ma tutto procedere perchè attendono
alla destruttione del vivere christiano, e sitiscono il sangue dei
catholici, macchinando etiandio con l'arme in la vita nostra, e
che non fu mai setta tanto pernitiosa, mi parerebbe se li dovesse
precedere contra con maggiore severità, e non darli occasione di
far peggio, perdonandoli sotto pretesto di falso pentimento.
Questi falsamente repentiti (io ne ho veduto l'esperienza molte
volte) fanno come gli uccelli, i quali sono stati in la rete una
volta: non mutano il costume suo, ma sono assai più cauti, temendo
di non cascare in la rete un'altra fiata, e con astutia serpentina
al coperto spargono tutto il veneno, et fanno peggio assai che
prima. Per obviare a tanto male, si serva pratica in Francia di
condennare alla morte et al focho chi è represo, nè si aspetta che
la seconda volta incappino; e, per questo, in quelle contrate
capitano rarissimi heretici. Quando tal pratica si servasse in
Italia, non sarebbe tanto dannoso, nè si dilaterebbe tanto questo
male, il quale ogni dì va serpendo per summa impunità e licentia
di delinquire. Nè mi parerìa fuori di proposito che hor si facesse
una severa costitutione contra gli heretici, come al tempo
d'Innocentio IIII in _Concilio Lugdunense_ fu fatta contra quelli
i quali commettevano homicidio per mezzo degli assassini; dove el
detto pontefice volle che, constando che alcuno avesse commesso
tal delitto, come inimico della religione christiana fusse
diffidato da tutto il populo christiano, et ciascuno potente senza
altra sententia lo potesse punire della vita. A questa impresa mi
pare saria molto a proposito l'animo di nostro signore, come anche
sua santità nel suo pontificato ha fatto altre imprese
honorevolissime, intentate dagli altri pontefici suoi
predecessori. Se pur sua beatitudine non volesse fare una cosa
pubblica e generale, me parerìa molto a proposito ch'ella facesse
electione d'alcuni signori seculari in Italia, persone di buona
fama et catholici, alli quali desse piena libertà di potere
executivamente punire tutti gli heretici convicti (o fusseron
relapsi, o non), con partecipatione del vescovo di quella diocesi
per riverenza. Se nè ancho questo piacesse a sua beatitudine fare
in ogni loco, certo almeno sarìa necessario in Lombardia et in
queste contrate di Piemonte. E, piacendole, non potrebbe trovare
huomo più a proposito in queste parti di quello, del quale di
sopra è fatta mentione, essendo dottore e dotto senatore, et
capitano generale di justitia, di molta autorità. De l'integrità
et virtù sua, sua beatitudine potrebbe far pigliare informatione
dal reverendissimo cardinale di Veruli, havendo sua signoria
reverendissima praticato molto tempo nel ducato di Milano. Tal
facoltà ho inteso fu data altre volte al marchese di Saluzzo, e fu
di tanto spavento in queste parti, che, poichè n'ebbe punito due o
tre, mai più nel tenimento suo non si vide pur un heretico,
ancorchè li circumvicini paesi ne fusseron pieni. Se tal facultà
se fusse havuta, un mastro Agostino dell'Ordine de' Servi (credo
sia aretino) [Dovrebb'essere maestro Agostino Bonucci da Arezzo,
che nel 1542 fu generale dei Serviti, e del quale trattano gli
_Annali dei Servi di Maria_ al tom. II, pag. 131 dell'edizione
lucchese del 1721], il quale or fa l'anno predicò gagliardamente
in Cremona mille heresie, non sarìa partito impunito. Quest'anno
poi predicando in Genova, non fu già tollerato dai Genovesi, ma
scacciato con vergogna anti mezza quaresima; provisione certo non
bastante, imperocchè un altro anno andarà a seminare queste male
sementi altrove. Costui, oltra le bestemmie ch'ebbe ardimento
predicare in Cremona contra Dio e li santi, tutto incumbeva a
demolire la potestà ecclesiastica e del sommo pontefice. Venne a
tanto, che seditiosamente tentò di persuadere al populo che fusse
lecito ire a casa di prelati ecclesiastici, e popularmente
depredarli, levando li grani e robe quanto se poteva. Per
soddisfare al debito mio mi è parso non poter far di meno, che non
procurassi per qualche via queste cose tanto periculose
pervenissero a notitia di nostro signore, acciò vi facesse
opportuna provisione come li paresse. Piacerà dunche alla signoria
vostra, comunicando prima il tutto col reverendissimo et
illustrissimo signore padron nostro (il cardinale Farnese), la cui
signoria intendo già essersi applicata alle faccende, parlarne
opportunamente con sua beatitudine. E s'ella non potesse
comodamente fare che non li dicesse l'autore da chi ha queste
cose, lo dica con tal destrezza, che sua santità non mi tenga nè
presuntuoso, nè in tutto inetto, ch'io mi sia arrogato prescrivere
quale modo s'habbia tenere circa cose di tanta importanza. Il zelo
della fede et il studio ch'io ho sempre havuto a quella sacrosanta
sede, m'hanno spinto a ciò fare.
Baso il piede di sua santità, le mani allo reverendissimo et
illustrissimo signor padrone, et me raccomando alla signoria
vostra.
In Alba alli XXVII di maggio MDXXXIX.
Se nostro signore ordinasse che 'l Breve fosse fatto al signor
Giovanni Battista Spetiano, vostra signoria lo facci dare al mio
agente. E perchè ho nuove fresche che monsignor illustrissimo e
reverendissimo dovrà ire in Ispagna, in absentia sua insinui pur
queste cose a sua beatitudine.
Di vostra signoria
servitore
Hier. Vida, vescovo d'Alba.
Segue la bozza d'un _Breve_, che il Vida proponeva alla Corte di Roma.
Paulus PP. III.
Dilecto fili, salutem et apostolicam benedictionem.
Cum, sicut ad nostrum displicenter pervenit auditum, in partibus
Lombardiæ ac totius fere Galliæ Cisalpinæ, scelere et culpa
quorundam diversorum ordinum verbi Dei prædicationis officium sibi
assumentium, magis ac magis recentium hæreticorum hæreses quotidie
invalescant, multique eorum exemplo non pertimescant serere ac
spargere perniciosa in suarum et aliorum Christi fidelium animarum
periculum, atque in Dei et ejus sanctorum, nec non hujus
sacrosanctæ sedis nostræ contemptum, sacros canones et sanctorum
Patrum constitutiones ludibrio habentes, nitunturque in populo
christiano, quantum possunt, seditiones commovere, ac totis
viribus simplicium atque imperitæ multitudinis animos contra
dictam sedem concitare non desinant; nos, ad quos ex commisso
nobis desuper pastoralis officii debito pertinet in talibus
debitam diligentiam adhibere, præmissis, ne deteriora parturiant,
congruentibus remediis occurrere desiderantes, tibi, de quo in iis
et aliis specialem in Domino fiduciam habemus, quique, ut
accepimus, in ducatu Mediolani, atque in dictæ Galliæ Cisalpinæ
plerisque regionibus potestate tibi a Cæsare contra delinquentes
puniendos tradita plurimum polles, fideique catholicæ propugnator
ac vindex strenuus semper extitisti, ac devotione quadam præcipua
erga dictam sedem nostram teneris, per præsentes, auctoritate
apostolica, motu proprio et ex certa scientia committimus et
mandamus quatenus omnes et singulos utriusque sexus tam laicos et
seculares, quam ecclesiasticos et quorumvis Ordinum regulares,
cujuscumque dignitatis, status et conditionis, ac quovis
exemptionis privilegio muniti fuerint, in præmissis culpabiles,
hæresis videlicet labe aspersos, seu suspectos, eisve auxilium,
consilium et favorem quomodolibet præstantes, nemine irrequisito,
persequi, capere, ac detineri facere possis ac debeas, eosque
deinde, ad Dei laudem et honorum exaltationem et perversorum
exemplum, juxta canonicas sanctiones debilis pœnis compescere
auctoritate nostra procures, requisito tamen ac tecum talibus
examinandis ac condemnandis adhibito loci illius episcopo, seu
ejus vicario, ubi talia contigerit perpetrari. Quia vero propter
nimiam levitatem, qua judices ecclesiastici agere solent contra
hujusmodi deprensos, sæpius contingit improbis majorem delinquendi
causam atque occasionem præberi, cum quisque malus, spe facilis
veniæ, confidentius ad malum invitetur, sæpiusque contingit
hujusmodi perversos, prætextu falsæ pœnitentiæ, quam ecclesiæ
constitutionibus illudentes preseferunt, ut mortem, atque alias
pœnas evadant, pejores ac magis perditos fieri, magisque
perniciosa audere, atque moliri, eadem auctoritate committimus ac
mandamus ut, si eos, qui in hujusmodi crimine deprehensi fuerint,
tu una cum dicto diocesano tales esse inveneritis, quod sine
periculo eis parci nos possit, quod scilicet non tantum hæretica
labe inquinati sint, sed insuper factiosi et seditiosi in populo
christiano catholicorum ac bonorum sanguinem sitientes, ac dictæ
sedis nostræ ruinam inhiantes quotidie nova moliantur, non
expectes donec iterum deprehendantur, sed tu eos tunc primum etiam
juxta legum imperialium severitatem, tamquam religionis hostes, a
toto populo christiano diffidatos, digna animadversione punias;
mandantes in virtuto sanctæ obedientiæ venerabilibus fratribus
nostris archiepiscopis, episcopis, ac aliis ecclesiarum prælatis
ut, quoties in præmissis in eorum diocesibus a te requisiti
fuerint, operam et interventum suum non denegent, sed etiam
auxilium, consilium, favorem opportune præbeant, non obstantibus
præmissis ac quibusvis apostolicis, nec non in provincialibus et
sinodalibus conciliis editis generalibus vel specialibus
constitutionibus et ordinationibus, privilegiis quomodocumque
indultis, et literis apostolicis etiam in forma Brevis, etiam motu
simili, et ex certa scientia, ac de apostolicæ sedis potestatis
plenitudine, etiam super exemptione et alias quomodolibet
concessis, approbatis et innovatis, quæ adversus præmissa
nullatenus suffragari posse, sed eis omnino derogari ac derogatum
esse volumus, ac si de eis cxpressa mentio de verbo ad verbum hic
facta foret, ceterisque contrariis quibuscumque. Datum Romæ etc.
_A tergo._ Dilecto filio Jo. Baptistæ Spetiano cæsareo senatori,
ac justitiæ in ducatu Mediolani capitaneo generali.
_Nota, tutta di pugno del Vida:_ — Si è facto questo schizzo per
instrutione: uno pratico lo metterà poi in forma.
[48] Lettere al Bullinger, 10 giugno, 15 agosto, 22 agosto 1558, 29
luglio 1559.
[49] RAYNALDI _Ad ann._
[50] Conoscesi un'altra _Esortazione al martirio, colla Dottrina vecchia
e nuova_: e il Vergerio la dice opera di Urban Reggius (nato ad
Argalonga (?), morto il 1541), «il quale quasi tra i primi hanno
nominato e condannato; e anche in questa si vede la loro crudeltà, per
ciò che vogliono ogni giorno affliggere e perseguitare, cacciare in
prigione, metter in galera, mandare in bando, privare della dignità e
della roba questo o quello, e non vogliono pure che egli abbia dove
consolarsi».
[51] Intendo un panegirico al tempo della Repubblica Cisalpina.
[52] JULII POGGIANI _Epistolæ_, vol. II, pag. X.
[53] Carlo Borromeo come Pio IV erano milanesi, e qui per la Spagna
governava a Milano in que' giorni don Gonsalvo Ferrante di Cordova, duca
di Sessa.
[54] ROSCIO DE PORTA III, 10.
[55] Lettera del 29 ottobre 1535 a Gilberto Cousin (Cognato), nelle
opere di questo. Tom. I, pag. 313.
[56] Certe cronache esistenti nella Biblioteca Ambrosiana attribuiscono
siffatte prove alla duchessa di Guastalla, istitutrice delle Angeliche
di San Paolo.
[57] Dà a Milano 250 mila abitanti; cento piazze da vendita, e in Europa
non si trova città più abbondante di quella di cose da mangiare, come
ancora di orefici, armaruoli, tessitori di panni di seta ecc. Il
castello può assomigliare ad una mediocre città, mentre vi si trovano
contrade, piazze, palazzi, botteghe d'ogni sorta d'artefici.
[58] _Vita di Sisto V._
[59] Nella prefazione alla sua _Vita di Cromuel_ si legge: «Può dirsi
che le opere date in luce dal sig. Leti sino a quest'anno 1692 giungano
al numero di ottanta, senza comprendere il _P...nesimo moderno_, il
_Conclave delle P..._, il _P...nesimo di Roma_, il _Parlatorio delle
Monache_, il _Ruf... del gobbo di Rialto_; delle quali opere vogliono
autore il sig. Leti, che però da lui si nega; ed a' suoi confidenti,
allorchè l'interrogano sopra tal materia, suol rispondere: _Delicta
juventutis meæ et ignorantias meas ne memineris, Domine..._ In italiano
ha ancora fatto stampare molti epitalamj, come _il Letto fiorito_, _il
Trasporto d'amore_, _la Rôcca assediata_, _il Vicino avvicinato_,
_l'Oriuolo sonoro_ ed altri versi».
[60] Lo dice il Caracciolo, e vedasi il nostro Vol. II, PAG. 347.
[61] P. II, p. 258.
[62] JULII POGGIANI, _Ep._ vol. I, p. 417, e di nuovo alla 428 e 435.
[63] ROSCIO DE PORTA, vol. II, pag. 53.
DISCORSO XLII.
CLEMENTE VIII. I FILOSOFI NUOVI. BRUNO. CAMPANELLA. VANINO. FERRANTE
PALLAVICINO.
Tre papi si succedettero in pochi mesi del 1590 e 91: Urbano VII,
Gregorio XIV, Innocenzo IX: poi Clemente VIII, insediato il 1592, finiva
il 1605. Questi, prodigiosamente operoso, perseverante, circospetto
senza doppiezza nè nulla d'abjetto; esperto amministratore e geloso di
governar da sè, colla prudenza, la destrezza e l'aspettare compieva ciò
che non potesse di primo impeto; si oppose all'ambizione dei Medici come
alle pretendenze di Spagna, e riuscì a rimetter questa in armonia colla
Francia, staccare Enrico IV dall'Inghilterra e dall'Olanda, ricuperare
alla santa sede il ducato di Ferrara, preparare una grande spedizione
contro la Turchia. Ebbe la consolazione di ricevere deputati dal
patriarca d'Alessandria, che abjurava l'eutichianismo, e dai Greci di
Polonia, che passavano dalla chiesa rutena alla romana (1595): studiò
indefesso nella inesauribile disputa della Grazia, e vi pose un freno:
personalmente e con benevolenza trattava cogli eretici e co' filosofi:
tenne presso di sè il naturalista Cesalpino, benchè in fama di ateo, e
gli diè licenza di legger i libri botanici de' Protestanti: chiamò a
Roma il Patrizio, filosofo indipendente. Vero è che, avanzando in età,
mostrossi più severo; obbligò quest'ultimo a ritrattarsi, pose
all'Indice le opere di Telesio.
Nella bolla 25 luglio 1596 metteva: «Abbiam saputo con immenso rammarico
che molti fedeli, uscendo da varie parti d'Italia lor patrie, dove la
vera e santa cattolica apostolica religione è in vigore e pubblicamente
predicata, vanno in lontani luoghi, dove non solo serpeggia impunemente
l'eresia, ma è interdetto il pubblico esercizio della religione
cattolica, talchè colà anche le persone fedeli restano prive della messa
e dei sacramenti. Desiderando quanto possiamo ovviare a questi ed altri
mali, ordiniamo che nessun italiano, mercante o di qualsiasi condizione,
sotto nessun titolo o pretesto abiti o si stanzii in luogo dove non
v'abbia chiesa con parroco o sacerdote cattolico, e dove liberamente e
senza pericolo possano pubblicamente celebrarsi la messa e i divini
uffizj: essi italiani si astengano da nozze con donne eretiche, da
sepolture d'eretici, dal far levare al battesimo i loro figli da
eretici, nè valersi di medici loro, per quanto possono. Quando poi
rientrino in patria, si notifichino al vescovo e agli inquisitori, dai
quali saranno ammoniti seriamente ad osservare anche le pratiche della
Chiesa, e a sfuggire gli erranti; e attestino d'essersi almen una volta
l'anno confessati e comunicati, se no vengano puniti dagli inquisitori».
La bolla fu confermata da Gregorio XV, che ne promulgò un'altra contro
gli eretici che dimoravano in Italia, e chi li favorisse.
Nel pontificato di Clemente VIII restò famoso il processo di Giordano
Bruno. Nelle teorie del pensiero si era rotta la venerazione scolastica,
sia seguendo i Platonici teisti e i Neoplatonici panteisti, alcuni de'
quali vantavano l'unità di Plotino, alcuni la trinità razionale, alcuni
il risolversi delle cose in Dio: sia emancipandosi dall'autorità, e
tentando coll'esperienza e coll'induzione piantare teoriche nuove, con
quelle eccentricità, che taluni considerano come genio. Bernardino
Telesio di Cosenza (1509-88) ammetteva tre principj: due incorporei,
calore e freddo; uno corporeo, la materia, e li faceva non soltanto
attivi ma intelligenti, percependo i proprj atti e le mutue impressioni:
e dalle loro combinazioni esser nate le cose. Le sue opere dicemmo
proibite da Clemente VIII, nè a torto, se insegnava _quod animal
universum ab unica animæ substantia gubernetur_. In fatti al panteismo
vergeano tutte le teoriche d'allora, o non traendone le conseguenze,
come Marsilio Ficino che diceva _Deus fieri nititur_, eppure si mostra
tutt'altro che panteista; oppure intendendolo in un senso che non
vorremo giustificare, ma esplicare.
Qualche fisiologo o tassonomico riconosce che tutti gli enti, a
qualunque appartengano dei tre regni fittizj, sono _animati_: i minerali
hanno una vita latente di continuità; i vegetali una vita di
eccitazione; gli animali una vita istintiva; onde soli questi ultimi
sono non solo animati, ma _animali_. La cristallizzazione, cogli
stupendi suoi accidenti, attesta nelle molecole minerali una forza
propria d'informarsi e individuarsi, analoga alla forza plastica de'
germi vegetali; cioè il principio vitale, avente come forza sussidiaria
indispensabile l'etere, che però non tende a plasmare, sibbene a
dissolvere. In tal senso, secondo una dottrina ora abbandonata, il
Fusinieri asseriva che «tutto l'universo sensibile è in combustione». In
fatti ogni atto vitale cade su oggetto materiale: quest'azione importa
lavoro; il lavoro importa combinazione o decomposizione chimica, e
perciò combustione; sicchè può dirsi che tutto l'universo è in
combustione, o, secondo le teoriche moderne, è in moto; e da per tutto e
in tutto v'è l'alito della vita. Ciò forse intendeva il Bruno.
_Intorno a Giordano Bruno ci valemmo di alcuni fra i documenti che
esistono nell'Archivio di Venezia. Altri ci erano stati formalmente
promessi, poi ci si mancò. Ora il signor Domenico Berti pubblica s'un
giornale di Firenze una notizia, appoggiata a que' documenti, secondo la
quale potremmo modificare qualche cosa nel nostro racconto._
Il Bruno nacque in Nola il 1548 da Giovanni e da Fraulissa Savolina, e
fu battezzato col nome di Giovanni, che cambiò in Giordano quando si
monacò. Della patria e dell'infanzia sua ragiona egli spesso con
passione. Entrò ne' Domenicani di Napoli a quindici anni, ma una volta
diede via tutte le immagini de' santi, sol ritenendo quelle di Cristo; e
ad un frate, che leggeva le sette allegrezze della Madonna, disse: «Non
trarresti maggior frutto dalle vite de' santi padri?» Già di qui
trapelano le sue idee, che poi spiegò dopo fatto sacerdote il 1572, e
che tenevano delle ariane; onde venne processato. Fuggì dunque di là a
Roma: ma vagheggiando una religione filosofica da opporre a tutte le
positive, e sperando «verrà un nuovo e desiderato secolo, in cui i numi
saranno confinati nell'Orco, e cesserà la paura delle pene eterne»,
presto fu accusato di nuovo, sinchè, per cansare il pericolo e «non
esser costretto di assoggettarsi ad un culto superstizioso», gettò
l'abito, ricoverò in Genova, poi in Piemonte e altrove; indi pel Cenisio
nel 1576 uscì d'Italia, ecc.
In Inghilterra sta tre anni in casa di Michele Castelnau ambasciadore di
Enrico VIII.
Consta che a Ginevra non dimorò che due mesi.
A Praga dedica cinquanta tesi di geometria a Rodolfo II, che lo rimunera
con cinquecento talleri.