Anzi i Padri domandavano che nei decreti del Concilio si mettesse

qualche espressione, che esentasse e assicurasse i vescovi dal

Sant'Uffizio spagnuolo, e stabilisse il modo delle procedure. Il

cardinale Morone, presidente al Concilio, dava qualche promessa di ciò,

ma non ne fu fatto nulla; pure l'incidente tenne turbato e sospeso quel

sinodo finchè non si seppe che il governatore duca di Sessa, vedendo

pericolo che i Milanesi imitassero i Fiamminghi e si facessero

protestanti, sospese il decreto, che poi fu lasciato in dimenticanza.

In una relazione dello Stato di Milano di quel tempo, deposta nella

biblioteca Trivulzio, leggiamo: «Essendo il re di Spagna e per sua

propria volontà e per varj suoi rispetti principe veramente cattolico,

di sua volontà e comandamento nello Stato di Milano sono gravemente

perseguitati gli eretici, e novamente ha comandato sua maestà che tutti

i fuggitivi degli altri Stati d'Italia per la religione, non siano

tollerati nel detto Stato, per provvedere che non infettino gli altri. E

di più si suppone che al presente sua maestà disegni d'introdurvi

l'Inquisizione al modo di Spagna: mossa a ciò non tanto da zelo delle

cose della religione, quanto da molti sospetti in che sono entrati gli

Spagnuoli del suo consiglio, a suggestione di quelli che sono in Milano,

circa alla devozione verso lei de' sudditi di quello Stato; vedendo gli

Spagnuoli che niuna cosa possa maggiormente tener in freno i suoi

vassalli, che la severità di questo Ufficio. La quale essendo

grandemente abborrita dai Milanesi per il sospetto che hanno che, con

questa via, abbiano ad essere spogliati di tutti i loro beni, si fa

giudizio che abbiano a rendersi molto difficili in accettarla».

Segue riferendo che, al 29 agosto 1564, pubblicavasi dal governatore De

la Cueva una grida, per la quale «informata, l'enissa mente di sua

maestà essere che tutti i Regni e Stati, e massime lo Stato di Milano

siano preservati da ogni pravità eretica....... in nome di sua

eccellenza si fa pubblica grida..... che niuno il quale sia eretico

dannato nominatamente, o fuggito di mano dell'Offizio della Santa

Inquisizione, o scacciato dal suo paese e da' suoi signori per causa

d'eresia, o partito da qualsivoglia parte e luogo, e andato in altra

parte e luogo ovver paese, dove e acciò possa vivere liberamente in

eresia, ardisca di stare, praticare, nè vivere nel detto Stato di

Milano, sotto pena della disgrazia di sua maestà cattolica, e di essere

punito dall'Offizio della Santa Inquisizione secondo le sacre leggi.

Item sua eccellenza ordina e comanda che, capitando alcuno il quale si

sappia esser tale, come di sopra, nel detto Stato di Milano ad ostaria,

che gli osti e padroni de li luoghi prefati, barcaroli e portinari siano

tenuti subito a dar notizia di tali eretici e ut supra alli prefati

inquisitori, e prestargli ogni ajuto e favore perchè detti eretici e ut

supra siano presi e consegnati all'Offizio predetto della Santa

Inquisizione, sotto la pena sopradetta» con quel che siegue.

S'interessarono i Cantoni Svizzeri, e con calore grandissimo Zurigo per

far togliere il pregiudizievole generale divieto; ma pei novatori

dinotati dal Sant'Uffizio, e pei fuggiaschi d'Italia fu mantenuto, come

dal dispaccio in ispagnuolo 17 dicembre 1565 dello stesso governatore

Gabriele della Cueva. Finalmente per interposizione dei deputati di

Lucerna, Uri ed Untervaldo, recatisi espressamente a Milano, alli 13

gennajo del 1579 si ebbe dal marchese d'Ayamonte nuovo governatore

l'esplicita dichiarazione che i Locarnesi emigranti, fatti cittadini in

Zurigo e Basilea, eccettuato il solo evangelista Zanino, potessero,

venire in questo Stato «e anco a Milano e contrattare; con che, per

quanto spetta a la religione, stiano molto riservati, non parlando nè

facendo cosa che sia in offesa di essa, nè meno usino cibi proibiti, nè

vi portino libri reprobati. Li processati però per l'Offizio della Santa

Inquisizione, e che si sono assentati e fatti fuggitivi da questo Stato

non possino rientrar in esso; meno sarà lecito che entrino quelli, che

avendo abjurato, sono tornati a reincidere, così in questo Stato come

fuori. Sarà parimenti proibito a li dottori ed altri che non sono della

vera fede cattolica.... e che non averanno contrattazione e non saranno

artefici, di entrar e fermarsi nel Stato, se non dieci giorni per volta,

e in quel tempo averanno da servare il contenuto ne li suddetti

Capitoli. Averanno però da avvertire che, sopra tutto i detti Locarnesi,

se vogliono praticar qui, e non essere molestati dal Santo Offizio,

conviene che servino i detti Capitoli inviolabilmente».

Gli eretici credeansi nemici pubblici, e quindi lecita ogni rappresaglia

contro di essi, fin sequestrarne le merci, come si fece a robe dei

Pelizzari e dei Lumaga di Chiavenna, massime se libri: Beatrice

Fiamenga, nobile bresciana, per simile titolo si separò da suo marito

Geremia Vertemate di Piuro: a Vicenza trovavansi arrestati quaranta

protestanti, la più parte Grigioni; e tanto era il sospetto, che i

Cattolici provenienti dai Grigioni munivansi di bollette dei parroci

loro. Un Teodoro da Chieri, figlio del ministro di Tirano nel 1583, e

Lorenzo Soncino da Chiavenna nel 1588 furono consegnati all'Inquisizione

di Milano[54].

Nel 1594, frà Diodato da Genova inquisitore generale a Milano promulgava

un nuovo editto, ove agli eretici proibivasi d'entrare nel ducato

milanese, nè di farvi commercio; a Svizzeri e Grigioni sia concesso

alloggiare o presso case private o all'albergo, purchè al venire e al

partire notifichino i loro nomi all'inquisitore, non parlino di

religione, non vadano in chiesa, se pur non sia per udir la predica. Nel

1598 fu ripetuto l'editto, con divieto ai mercanti di trafficare con

eretici, eccetto sempre gli Svizzeri e Grigioni, e non si aprano le

balle se non in presenza d'alcuno dell'Inquisizione. Son le sevizie che

il secolo della libertà stabilì poi regolarmente, in nome della polizia

e del buon governo.

Nato a Milano e discepolo di Romolo Amaseo, Ortensio Laudi variò spesso

di nome, talchè l'Indice de' libri, dal Concilio di Trento proibiti in

prima classe, lo nomina _Hortensius Tranquillus, alias Jeremias, alias

Landus_. Non occorre rovistarne le colpe ne' molti suoi nemici,

abbastanza egli stesso dipingendosi sinistramente, come piccinacolo,

losco, sordo, macilento, color cenerognolo, membra brutte, favella e

accento lombardo, pazzerone, superbo, impaziente ne' desiderj, collerico

sin alla frenesia, composto non di quattro elementi come gli altri

uomini, ma di ira, sdegno, collera, alterigia. Finiti gli studj e

passato medico, cominciò a ronzare, e col conte di Pitigliano venuto a

Lione nel 1534, vi fu incontrato da Giovan Angelo Odone suo

condiscepolo, il quale lo descrive come «gran nemico della religione,

del greco e delle scienze: in Italia (soggiunge) non osava palesare i

suoi sentimenti, ma a Lione l'udii assicurare che stimava unicamente

Gesù Cristo e Cicerone; ma di possedere questo non mostra ne' libri; se

quello abbia nel cuore, Dio lo sa. Scampando d'Italia, portò, come sue

consolazioni, non il Vecchio e Nuovo Testamento, ma le epistole di

Cicerone a' famigliari»[55]. Da lui stesso sappiamo ch'era bandito

d'Italia, e nascondeva il proprio nome: eppure prima di quel tempo avea

servito al Caracciolo vescovo di Catania, assistente di sua santità, e

al Madruzzi vescovo di Trento; presso il quale tornò poi quando si

aperse il Concilio.

Questa tolleranza non è la men bizzarra rivelazione di quel secolo,

avvegnachè costui si fosse mostrato sempre e paradossale ed empio. Come

coloro che vogliono acquistarsi fama dal pubblico collo schiaffeggiarlo,

sputacchia tutti gli idoli del giorno; chiama animalaccio Aristotele; il

Boccaccio incolto, ruffianesco, spregevolissimo; e dice amar meglio il

parlar milanese o bergamasco che il boccaccevole, e vitupera i Toscani

perchè pretendono parlar bene. Nelle _Cose notabili e mostruose

d'Italia_ (1548) scrive di Milano: «La seconda Roma, chi ora la vedesse

avendola prima veduta, direbbe: questo per certo non è Milano: egli non

è desso: non vi è stata città in Europa già molti anni sono tanto

flagellata....... Quivi s'è ritrovato una donna, a guisa di lupa

affamata divorare i fanciulli: un fratello giacersi carnalmente con tre

sorelle, e tre fratelli goder una sorella; il figliuolo la madre, il zio

la nipote, il cognato la cognata. Quivi si son trovati uomini sì

crudeli, che da niuna ingiuria mossi, sol per esser l'un guelfo e e

l'altro ghibellino, vivi gli hanno arrostiti, e mangiatoli del fegato, e

dentro il corpo messo del fieno e dell'orzo, e adoperato i corpi umani

per mangiatoja de' cavalli. Quivi sonosi trovati uomini che hanno

ammazzato nella propria chiesa i religiosi mentre cantavano li divini

ufficj, e Iddio lodavano; nè una sola volta questo è accaduto. S'è

trovato uno, di furore tanto accecato, che non si vergognava di dire

impudentemente ch'egli volesse far un lago di sangue ghibellino. Non si

sono vergognati uomini per nobiltà di sangue ragguardevoli molto, di

starsi al bosco, e assassinare indifferentemente chiunque gli capitava

alle mani..... È una setta, da una gran femina retta, la qual si sforza

di ridur i suoi seguaci alla battesimale purità e innocenza, e del tutto

mortificarli, e per quanto m'è stato riferito da persone degne di fede,

per far prova della mortificazione fa coricare in un medesimo letto un

giovane di prima barba e una giovane, e fra loro vi pone il

crocifisso[56]; certo per mio consiglio meglio farebbe ella se vi

ponesse un gran fascio di spine ed ortiche».

Il Landi encomia l'infedeltà conjugale, il libertinaggio, i pregiudizj;

alla guisa del Doni e dell'Aretino, scombichera libri sopra materie le

più disparate; flagella gli scrittori antichi e moderni e le scienze

stesse, null'altro cercando che il brillante. «Fastidito de' costumi

italiani» e desideroso di «patria libera, ben accostumata e alieno del

tutto dall'ambizione», passò in Isvizzera e ne' Grigioni, ma il _Dialogo

lepidissimo_ pel funerale di Erasmo di cui parlammo (Vol. I, pag. 345),

gli eccitò contro la città di Basilea. Fuggitone, visitò Francia; a

Parigi penetrò nella Corte; e a Lione stampò i _Paradossi_, empio e

licenzioso imbratto, pel quale dovette mutar paese: corse la Germania,

finì a Venezia, dove aveva per amici il Muzio e l'Aretino. Parrebbero a

cercarsi le sue opinioni ereticali nei «Quattro libri de' dubbj con le

soluzioni a ciascun dubbio accomodate» (Venezia, 1552); un de' quali

libri è di dubbj religiosi; ma non sono che frivolezze e grossolanità.

Ha pure un dialogo «nel quale si ragiona della consolazione e utilità

che si riporta leggendo la sacra scrittura, e si tratta eziandio

dell'ordine da tenersi nel leggerla, mostrandosi essere le sacre lettere

di vera eloquenza, di vera dottrina alle pagane superiori» (Venezia,

1552), e ribocca di proposizioni erronee, che lo mostrano più ignorante

che ardito.

Ma se della sua religione non può dirsi che male, non sembra professasse

la nuova; e chi lo asserì lo ha probabilmente confuso con Geremia Landi

di Piacenza, ch'egli introduce nel dialogo _Cicero relegatus_, e che,

disfattosi da agostiniano, fuggì in Germania, apostatò, e scrisse

_Oratio adversus cœlibatum_; _Explicatio symboli apostolorum, orationis

dominicæ et decalogi_; _Disquisitiones in selectiora loca Scripturæ_.

Di Ortensio pajono le _Forcianæ quæstiones_, dove si espongono i varj

umori de' varj paesi d'Italia, e che alcuno male assegna ad Aonio

Paleario. A lui pure è attribuito il _Sermone di Rodolfo Castravilla_

contro Dante, ma lo credo piuttosto di Belisario Bulgarini da Siena.

Più tardi l'imitò nella sguajataggine un altro milanese, Gregorio Leti

(1630-1701). Dissipato in viaggi ogni aver suo, s'attaccò ai Riformati,

e speculatore d'esiglio e di libertà, professò il calvinismo a Losanna,

insegnò a Ginevra, dove ottenne la cittadinanza per rimerito delle sue

scritture contro Roma e la Chiesa cattolica. Le quali son numerosissime,

e tali che nemmanco i titoli può la creanza lasciar ripetere, bastando

accennare _il Parlatorio delle monache_, _i Precipizj della sede

apostolica_, _la Strage dei Riformati innocenti_, _il Sindacato di

Alessandro VII col suo viaggio all'altro mondo_, _il Nepotismo romano_,

_l'Ambasciata di Romolo ai Romani_; _il Vaticano languente dopo la morte

di Clemente X, con i rimedj preparati da Pasquino e Marforio per

guarirlo_. Si vantava di sempre aver tre opere sul telajo; e quando per

l'una gli mancasse ordito, si applicava all'altra. In fatto però gli

doveano costare ben poco, giacchè affastellava baje insulse; raccoglieva

di qua, di là senza critica, non pensando che ad impinguare i volumi e

moltiplicare dedicatorie, come lo accusa il Bayle. Per toccar solo di

quelle che s'accostano all'argomento nostro, _l'Italia regnante_ è un

viaggio in quattro volumi (Valenza 1675) dove accumula anche aneddoti

scandalosi, con notizie affatto inesatte[57]. Nella _Historia ginevrina_

narra con insipida prolissità di Mario Miroglio canonico di Casale, il

quale, rimproverato dal suo vescovo perchè viveva scandalosamente, fuggì

a Ginevra, vi si fe catechizzare dal ministro Diodati, menò moglie e

lasciò figliuoli, morendo nel 1665 (Parte IV, lib. 3). Il _Livello

politico, ossia la giusta bilancia nella quale si pesano tutte le

massime di Roma ed azioni dei cardinali viventi_, stampate a Ginevra il

1678, non è forse altro che plagio d'opera colà comparsa il 1650, col

titolo di _Giusta stadera de' porporati_.

Adulatore quanto soglion essere i maldicenti, non trova parole

sufficienti per esaltare Luigi XIV, «l'invincibile tra' guerrieri,

l'eroe tra' Cesari, l'augusto tra' monarchi, il prudente tra' politici,

il pianeta illustrato dell'universo» (_La fama gelosa della fortuna_). E

lodi e vituperi distribuisce a man salva a Carlo V, al duca d'Ossuna, al

presidente Aresi, talvolta in seconde edizioni conculcando codardamente

quei che aveva codardamente esaltati nella prima.

Eppure, mentre rinega continuo la critica e il buon senso, non sa

tampoco imbellirsi collo stile e coll'ingegno; negletto e pretenzioso,

grottescamente iperbolico, prolisso, nessun sosterrebbe la noja del

leggerlo, se non vi fossero solleticate le basse passioni dallo

sputacchiare Roma e violare il pudore. Che, come avviene dei libercoli

di partito, queste parodie dilavate dell'Aretino fossero esaltate allora

e tradotte, non fa meraviglia a chi conosce gl'intrugli di certe glorie:

ben fa da piangere che, ai dì nostri, siasi voluto ridestarne la memoria

e ripubblicarne alcune, fra cui la _Vita di Sisto V_, lurido romanzo,

degno di quanto scrissero di peggio i nostri contemporanei.

Chiesto dalla Delfina se fossero vere le mille sciagurataggini che

asserì di quel papa, come di Filippo II e d'Elisabetta regina, rispose

che una cosa ben immaginata piace quanto e più che la verità. Andato in

Inghilterra, vide dallo scisma d'Enrico VIII «nate tante disgrazie a

quell'isola e a quei popoli, che si può dire che da quel tempo in poi

non hanno avuto momento di riposo i carnefici, essendo un miracolo che

la Tamisa si navighi sopra acqua e non sovra sangue»[58]. Da re Carlo II

ebbe accoglienza e mille scudi, coll'incarico di scrivere la _Storia

della Grande Brittania_; e la fece in modo, che dovette andarsene se non

volea di peggio; allora ingiuriando quelli che dianzi aveva

blanditi[59]. Il famoso erudito Clerc, per consenso religioso e per amor

d'una figlia di esso il fece accogliere e crear istoriografo di

Amsterdam, ove improvviso morì.

A dir suo, Paolo IV vide il libro di Calvino contro Serveto ove sostiene

_jure gladii hæreticos esse coercendos_, e ne pigliò fidanza a istituire

il Sant'Uffizio, come egli stesso ebbe a dire in concistoro; notizia che

il Leti ricava da un libro a me ignoto, MENDI, _le rivoluzioni di Roma

contro al tribunale dell'inquisizione_. «Una inquisizione più orribile

di quella di Roma» a Ginevra sentenziò alle fiamme _il Livello

politico_, _l'Itinerario_, _il Vaticano languente_, opere del Leti in

cui trovava proposizioni repugnanti alla fede, ai costumi, allo Stato,

ed egli fu cancellato di cittadino.

Di Girolamo Cardano da Gallarate, scienziato non vulgare, autore di

varie scoperte, eppure teosofista, astrologo e ciarlatano sfacciato, in

altro luogo divisammo (Vol. II, pag. 372). Qui badando solo alle sue

opinioni religiose diremo come a principio nel _De Uno_ sostenesse

l'unicità dell'intelligenza secondo Averroé: di poi la negò nel _De

Consolatione_; infine nel _Theonoston_ volle conciliar le due opinioni,

col dire che l'intelligenza può considerarsi nella esistenza eterna ed

assoluta, oppure nella fenomenica nel tempo; è unica nella sorgente, è

molteplice nelle manifestazioni; soluzione che molti aggradiranno: ma

Giulio Cesare Scaligero, suo gran nemico, l'accusa sempre di averroista.

Più viene al caso nostro il passo _De subtilitate_, dove fa argomentare

un contro dell'altro un Cristiano, un Musulmano, un Ebreo, un Gentile, e

non tira alcuna conclusione, lasciando perfin sospeso il periodo.

I Gonzaga di Mantova tenevano per l'imperatore, e perciò avversavano il

papa; Ferrante Gonzaga era generale nell'esercito cesareo quando

saccheggiò Roma; Giulia Gonzaga era stata scolara del Valdes; Guglielmo

Gonzaga ricusò mandar a Roma alcuni, citati per eresia. Di ciò

indignato, e perchè Mantova fosse un nido d'eretici (BZOVIUS), il papa

voleva assalirlo colle armi nel 1566, ma gli altri principi

s'interposero. Pio V, a reprimer gli eretici, spedì a Mantova Camillo

Campeggi teologo del Concilio, il quale carcerò molti e processò, e otto

condannò a fare pubblica abjura in San Domenico. I costoro parenti

cercarono levar il popolo a rumore, affine d'impedire quell'atto, e non

riuscendo, insidiarono la vita dell'inquisitore, e ferirono due

Domenicani la notte di Natale. Il duca Guglielmo, dopo professatosi

ligio al Sant'Uffizio sino a offrirgli il proprio braccio se occorresse,

pubblicò severo bando contro que' riottosi, ma insieme domandò al papa

rimovesse il Campeggi (1568). Il papa, zelantissimo de' diritti

ecclesiastici, non v'acconsentì; anzi di que' disordini imputò la

tepidezza del duca. Questi era legato col Cellario, che conosceremo, e

prese sdegno dell'arresto e della morte di questo: e tutto il pubblico

n'era così irritato, che Pio risolse pubblicar la severissima bolla del

1569. E spedì colà san Carlo col cardinale Commendone, sicchè fu

infervorata l'Inquisizione, e gravissime procedure si fecero e abjure

pubbliche, non senza supplizj. Anche quelli che di là si erano dispersi

pel resto d'Italia perseguitò alacremente il Borromeo, finchè tutti gli

ebbe in mano.

Da Mantova era fuggito il canonico Strancario, che trovammo predicatore

antitrinitario in Polonia, ed Alfonso Corrado che in un commento

sull'Apocalisse scagliasi violentissimo contro i pontefici.

Il benedettino Giambattista Folengo, fratello di Merlin Coccajo autore

delle _Macheronee_, pubblicò commenti sulle Epistole e sui Salmi, che i

Protestanti trovarono nel loro senso, e vollero indurne ch'e' fosse del

loro pensare; vennero messi all'Indice, ma l'autore li corresse, e Paolo

IV non esitò a mandarlo in Ispagna, visitatore del suo Ordine.

Como, essendo contiguo a paesi settentrionali, soleva servire di

passaggio a uomini e cose infette, e da Germania vi si mandavano balle

di libri ereticali, come si scoprì poi nel 1549 per mezzo del

Sant'Uffizio di Roma[60]. Doveva fomentarvi le nuove idee la vicinanza

degli Svizzeri e de' Grigioni; pure, sebbene con cura speciale abbiam

indagato gli archivj di quella curia, dov'erano nelle visite indicati

tutti i miscredenti o sospetti, non trovammo alcun comasco personalmente

indicato, oltre il Minicio e il Gamba che già mentovammo. Questo è detto

bresciano dal Vergerio; certo fu morto a Como, e della prigionia e morte

di esso un minuto ragguaglio si ha in lettere scritte a un fratello di

esso da un comasco, e che furono ripubblicate dal De Porta[61].

Vedemmo come vi fosse trattato l'inquisitore Michele Ghislieri (VOL. II,

PAG. 430), il quale, mentre dal monastero di San Giovanni entrava in

città, fu preso a sassate dai ragazzi, sicchè a fatica ricoverò in casa

dell'Odescalchi, principal fautore del Sant'Uffizio: il governatore gli

comandò tornasse a Milano per quiete della città; ed egli il fece per

distorte vie, temendo incontrar la sorte di Pietro Martire. I canonici

comaschi andarono allora a portar discolpe a Roma: v'andò pure il

Ghislieri, e fu la prima volta ch'ei vide la città, ove poi dovea seder

pontefice. Vescovo di Como era allora Bernardino Della Croce, tenuto

però lontano da Carlo V come amico di Paolo III e de' Farnesi.

Gl'interpreti del Concilio di Trento nel maggio 1567 querelavano il

vescovo di Como perchè non avesse ancora stabilito il seminario nella

sua diocesi, esigendo la tassa stabilita su tutti i frutti che si

riscuotono nel vescovado, e la mezza decima su tutti i benefizj; gli

raccomandano di collocarvi di preferenza i figliuoli de' paesi infetti

di eresia; e questi paesi egli visiti di frequente e vi abbia

occhio[62].

Da Cremona nel 1528 fuggì per religione Bartolomeo Maturo, priore de'

Domenicani, che predicò a Vicosoprano fino al 1547, e morì a Tomiliasca

nell'Engadina, ove predicò pure Bartolomeo Silvio suo conterraneo. Di là

migrarono anche Giovanni Torriano, Agostino Mainardi, celebre ministro a

Chiavenna, Paolo Gaddi, un frate Angelo e Gian Paolo Nazzari domenicani;

Gajo Lorenzo minorita, Daniele Puerari, due Offredi, un Torso, un

Cambiaghi, un Fogliata, un Pelizzari. Paolo Orlandini, in una satira

contro gli astrologi, deride senza nominarlo un cremonese che avea

scritto intorno all'anticristo, alla riforma della Chiesa e alla fine

del mondo pel 1530.

Fra le lettere manuscritte nella biblioteca di Zurigo ve n'ha due di

Alfonso Roncadello, padre di famiglia, il quale narra al ministro di

Zurigo le persecuzioni che soffre, chiedendogli consolazioni. «Questi

poveri membri cristiani, afflitti ed aggravati da questa intollerabile

tirannide di anticristo, vi pregano caldamente che, insieme con tutta la

santa Giesa, pregate il Signor per noi ne dia tanta fede, che ne

liberarà da questa captività acciò potiamo offerire i corpi e l'anime

nostre come bene sia piaciuto a Dio».

Non è detto donde egli sia, ma lo crediamo tutt'uno con Alessandro

Roncadello cremonese, il quale morendo a Ginevra, legò trentotto corone

l'anno per li pii ch'erano fuorusciti d'Italia[63].

Di rimpatto in Cremona mostravansi zelanti contro gli eterodossi Angelo

Zampi domenicano, autore d'un'opera _De veritate purgatorj_; divenuto

inquisitor generale del ducato di Milano, colle multe imposte ad eretici

comprò fondi e case a favore del Sant'Uffizio, come diceva il suo

epitafio nel convento de' Domenicani a Milano. E quanto rigoroso

operasse il Sant'Uffizio di Cremona ci apparve già nel decorso di

quest'opera.

Isidoro Isolano milanese (1480-1550), domenicano, fu de' più zelanti a

repulsare Lutero, come avea ribattuto gli Averroisti e sostenuta

l'immortalità dell'anima secondo i filosofi. Contano fra i milanesi

Pietro Galesino, benchè nato ad Ancona, perchè lunghissima dimora fece

tra essi, e fu opportuno sussidio a san Carlo, pel quale compilò gli

atti o i sinodi, e l'ajutò nella restituzione dei riti, materia dov'era

versatissimo. Oltre moltissime opere ecclesiastiche e vite di santi,

accenna aver composto un volume _Contra Hæreticorum historiam_, che però

non abbiamo; confutò il Platina.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 5 / 101 段