di sè alcuni libri o scritture, di qual sorte voglia, li quali
siano eretici, o che non si ammettano dalla santa Chiesa cattolica
e apostolica, e siano di qua in dietro per alcun arcivescovo,
inquisitore, sive commissario, proibiti, e massime gli
infrascritti qua di sotto annotati, che, nel termine di mese uno
prossimo, li vogliano avere consegnati nelle mani delli prefati
monsignori, da' quali saranno assolti da tutte le censure e pene,
nelle quali fossero incorsi: e passato detto termine, non si
ammettono più, anzi contra di loro si procederà irremissibilmente
non solo alla pena, nella quale saranno incorsi, ma ancora in
maggiore pena, secondo la qualità delle persone, all'arbitrio
delli monsignori: e chi accuserà sarà tenuto secreto, avrà la
terza delle pene pecuniarie come di sopra.
Ancora ammoniscano ogni e qualunque fedele dell'uno e dell'altro
sesso, o di qualunque stato, grado o condizione e dignità, che,
sotto pena di escomunicazione _latae sententiæ_ e di scudi
cinquanta d'oro, da essere applicati per uno terzo all'ufficio de
l'Inquisizione, un altro terzo alla Cesarea Camera, e un altro
terzo all'accusatore, qual sarà tenuto secreto, infra giorni
trenta dopo la pubblicazione delli presenti, cioè dieci per il
primo, dieci per il terzo e perentorio termine e monizione
canonica, che debbano avere denunciato, revelato e notificato se
hanno conosciuto o udito alcuno eretico, o suspetto, o diffamato
d'eresia in la città o diocesi di Milano. Similmente avere
notificato per nome e cognome tutti quelli, li quali straparlano
delli articoli della fede, delli sacramenti della Chiesa, delle
ceremonie, della autorità del Sommo Pontefice, e delle altre cose
pertinenti alla fede cattolica e sacramenti ecclesiastici.
Similmente quelli che dimandano o pregano li demonj, o che loro
sacrificano, o che li fanno sive prestano altri divini onori, e
chi dà ajuto alli Luterani o altra sorte d'eretici o sospetti
d'eresia. Rendendo sicuro caduno e qualunque che avesse in
premisse cose, o alcuna di loro errato, che comparendo
personalmente innanzi alli sudetti monsignori nel termine d'uno
mese prossimo, si accetteranno a penitenza secreta, e si
libereranno ed assolveranno gratis e senza spesa alcuna.
E più se alcuno Luterano, o altramente eretico, spontaneamente
comparesse e accettasse la penitenza, o non interrogato
denunciasse alcuno complice, esso notificante sarà tenuto secreto,
e guadagnerà il quarto delle pene pecuniarie, e beni che si
potessero esigere e conseguire giustamente, secondo i termini
della ragione di tali complici e delinquenti.
Declarando che, se alcuno contravenisse in alcuna delle sopradette
cose, e da se stesso si notificasse e denunciasse li complici, che
si assolverà dell'escomunicazione e pene, nelle quali fosse
incorso, e se gli darà la terza parte della pena pecuniaria, che
si esigerà dalli complici.
Certificando ogni persona, che le licenze e altre cose, che si
faranno e si concederanno in tutti li premessi casi, si faranno e
concederanno gratis e senza pagamento alcuno, ancora inerendo alle
determinazioni della santa Madre Chiesa, la quale non
immeritamente ha statuito e ordinato per la salute di tutte le
anime, che ogni fidele cristiano dell'uno e l'altro sesso, dopo
che saranno pervenuti alla età della discrezione, ogni e qualunque
suo peccato, almeno una volta l'anno abbiano a confessarsi al
proprio confessore; ingiuntali la penitenza, per le proprie forze
studiino adempirla, pigliando riverentemente almeno ad ogni pasqua
di risurrezione del nostro Signore, il santissimo sacramento della
Eucaristia, salvo se per caso di consiglio del proprio sacerdote,
per qualche giusta e ragionevole causa, si ordinasse che dovesse
astenersene; altramente vivendo, non si ammetta nell'ingresso
della Chiesa, e morendo non gli sia concesso la cristiana
sepoltura.
Oltra di questo, esso monsignor reverendissimo arcivescovo,
inerendo alle determinazioni della santa Madre Chiesa ordina, che
tutti i fedeli cristiani dell'uno e l'altro sesso, vogliano in
qualunque festa di pasqua della resurrezione del nostro Signore, o
almeno per tutta l'ottava d'essa pasqua, confessare i suoi peccati
al sacerdote, e pigliare il santissimo sacramento della
Eucaristia, secondo la predetta determinazione della santa madre
Chiesa: altramente, non rispettando qualità nè grado di persona
alcuna, si scomunicheranno per nomi e cognomi, e saranno cacciati
fuora delle chiese con gran vitupero: e morendo in tale errore e
pertinacia, se sepelliranno al terragio: e a quelli che per due
anni continui non si saranno confessati nè comunicati gli se
procederà contra, e saranno puniti nelle pene di ragione e delli
sacri canoni; etiam, se sarà spediente, con intervento del cesareo
fisco.
Ed acciocchè non si possa pretessere ignoranza, nè pigliare scusa
alcuna, per tenor delli presenti esso monsignore ammonisce per il
primo, secondo, terzo e perentorio termine tutti i prepositi,
rettori, vicerettori, capellani, curati, sacerdoti e altri
ministri delle chiese della città e diocesi di Milano, che in
cadauna e tutte le domeniche della quadragesima di qualunque anno,
alle loro Messe, nelle ore che si troverà congregato maggiore
popolo, sotto pena di escomunicazione e di scudi vinticinque per
cadauno contrafaciente o meno osservatore della presente
ordinazione, da essere applicati alla fabbrica della chiesa
maggiore di Milano, vogliano avvisare ed ammonire tutti li fideli
cristiani, che nella solennità di pasqua scorrente, o almeno per
tutta l'ottava della pasqua, si confessino, e si comunichino come
di sopra, altramente si pubblicheranno per escomunicati. E affine
che le presenti ammonizioni e comandamenti pervenghino a comune
utilità di tutti, dopo la pubblicazione fatta nel cospetto del
popolo, li sudetti monsignori reverendissimo e illustrissimo e
molto reverendo Comissario Generale comettono e mandano, che siano
affisse, inchiodate alle porte della chiesa maggiore di Milano, e
della chiesa di Santo Ambrogio maggiore, e della Scala di essa
città. Nelle altre città del dominio manda il sudetto Generale
Comissario siano affisse alle chiese loro maggiori, acciocchè da
tutti possan essere vedute, lette, ed alla giornata pubblicate, nè
rimanga iscusazione d'ignoranza di non avere inteso quello che si
è patentemente pubblicato. Dato in Milano, l'anno 1551.
Ben presto, a capo dell'arcidiocesi milanese venne uno de' più zelanti
promotori della riforma cattolica, Carlo Borromeo. E in relazione a
quanto accennammo da principio, è notevole l'avversar che fecero i
Milanesi a un santo, il quale, a tacer la pietà, fu ammirato per una
splendidissima carità e per insigni istituzioni, tanto che, in un tempo
dei più esorbitanti, fu presentato all'imitazione come modello di ottimo
patriota[51]. L'emendazione ch'egli volle fare dei frati Umiliati gli
concitò l'inimicizia di questi, spinta fino a tirargli una fucilata. I
gran savj milanesi poi mormoravano che il Borromeo volesse far troppo;
pretendesse al monopolio della carità, anzichè lasciar che tutti la
applicassero come più voleano; criticavano quel che facea, suggerivano
quel che avrebbe dovuto fare; asserivano che il tanto suo adoprarsi
venisse per ambizione d'esser nominato, per fare scomparire gli altri,
per acquistarsi l'aura popolare. Ai pensatori s'insinuava come le tante
sue riforme fossero puerili, da sacristia, come volesse sostituire in
man de' nobili il rosario alle spade, i confratelli ai bravi, i tridui
ai duelli, invilendo così la nazione milanese. Alla plebe si insinuava
com'egli co' suoi divieti contro le profanazioni della festa, contro il
prolungamento delle gazzarre carnovalesche, diminuisse i divertimenti,
che pur sono la ricreazione del povero popolo e un giusto sollievo dopo
tante fatiche. Poi, sempre per patriotismo, s'insinuava all'autorità
ch'egli voleva far prevalere la sua giurisdizione, a scapito della
secolare; che invadeva le competenze del municipio o del governo; che,
durante la peste, quando i governatori erano fuggiti ed egli era rimasto
a dividere ed alleviare i patimenti, aveva sin fatto decreti ed
esecuzioni, represso i ribaldi, e altri atti, che son devoluti solo ai
magistrati.
E coi magistrati sostenne lotte durissime; e i cittadini si piacquero di
trarne occasione di scandali; e il capitolo di Santa Maria della Scala
arrivò fin a chiudergli in faccia la porta della Chiesa: dalla stessa
autorità municipale accusato al papa e al re come trascendente in fatto
di giurisdizione, Carlo più d'una volta dovette interrompere le sante
sue sollecitudini per andar a Roma o spedire a Madrid, onde scagionarsi.
E se non vorremmo sostenere ch'egli avesse sempre ragione nella quantità
e nei modi, nessun ci contraddirà se asseriamo che sempre era mosso da
rettissime intenzioni.
Ciò sia di conforto a' suoi successori; e in simili contrarietà pensino
come la giustizia soglia rendersi anche qui dopo la morte.
Restano, ed hanno vigore ancora moltissimi atti del suo episcopato, ma
pochissimi si riferiscono ad eretici di quel paese. Giulio Poggiano, di
Suna nel novarese, uno de' più belli scrittori latini di quel tempo,
adoprato come secretario di molti cardinali, della Congregazione del
Concilio Tridentino e di san Carlo, in lettera al cardinale Sirleto
descrive la venuta di quest'arcivescovo a Milano nel 1565, e come «cantò
messa nel duomo, dove fu il principe e il senato con tutti li
magistrati..... È ferma opinione che fossero alla messa più di
venticinque mila persone. Un canonico fece una orazione al cardinale
assai impertinente e lunga, _nihil boni præter vocem et latera_. Il
cardinale a mezza messa fece un sermone, nel quale parlò della
giustificazione, a proposito del vangelo _Plantavit vineam_. Della
materia se n'era informato dal padre Benedetto Palmio....»
Da qui appare che il santo toccava anche nelle prediche ai punti
fondamentali della dottrina. Il Poggiano aggiunge: «Ho inteso che, oltre
all'Aonio, qui sono due o tre letterati, ma perchè, non so per qual
disgrazia o maledizione loro, si mormora che sono infetti di opinioni
poco cattoliche, son risoluto di non parlargli, nè vederne alcuno»[52].
La vicinanza della Lombardia al Piemonte pose Filippo II in paura non ne
contraesse le nuove credenze, sicchè insistette presso Pio IV onde
potervi istituire l'Inquisizione alla spagnuola, cioè indipendente dal
vescovo e dai magistrati. Portata la domanda in concistoro, molti
cardinali vi repugnavano; nè il papa inclinava a far questo infausto
dono a' suoi concittadini: pure alfine vi consentì nel 1563.
Sbigottissene il paese, fioccarono i reclami; il governatore Cordova
mandò procurando dissuaderne il re. Al quale la città deputò Cesare
Taverna e Princivalle Besozzi, ma non conosciamo nè le commissioni date
loro nè l'esito. Bensì nell'archivio diplomatico stanno le commissioni,
che furono date ad altri, che al tempo stesso e per lo stesso effetto
erano inviati a Roma. Eccole:
Istruzione di quanto avranno a dir e negoziar in nome di questa
città l'illustre signor conte Sforza Morone e molto magnifico
signor Gotardo Reina, vicario di provisione, oratori in nome di
questa città appresso a sua santità nostro signore.
L'illustri e molto magnifici signori sessanta, rappresentanti il
consiglio generale della città di Milano, hanno fatto elezione
delle persone de v. s. quale vadino a Roma con la maggior celerità
sia possibile, e prima ricorreranno dalli illustrissimi signori
don Aloisio de Avila commendatore maggiore, e ambasciatore Vargas,
e baciatogli le mani in nome di questa città, gli presentaranno le
lettere credenziali che se gli danno, e gli esporranno che,
essendo avvisata e certificata questa città come si tratta di
porre costì una Inquisizione molto più rigorosa del solito, il che
ha fatto stupire, e restar piena di meraviglia tutta la città e
Stato, vedendo che tutte le novità aggravano e danno infinita
discontentezza alli popoli, e eterno aggravio appresso a tutta
Italia e cristianità. Perciocchè essendo stata questa città delle
prime del mondo, che ricevettero la santissima fede del nostro
Signore Gesù Cristo, sino al tempo di San Barnaba apostolo, e così
per mille cinquecento e venti anni e più sempre è perseverata
nella santissima fede cattolica romana, nè mai ha deviato in cosa
alcuna. Questa città fu la principale che scacciò li Ariani, e
sotto li imperatori Greci, che favorivano le eresie più presto si
lasciò quasi distruggere e desolare, che mai consentirgli. Furono
a Milano a migliaja de questi cittadini fatti martiri per non
voler consentire ad adorare li falsi Dei, siccome gli comandavano
Diocleziano e Massimiliano Erculeo imperatori, quale Massimiliano
allora abitava in questa città, e qui depose l'impero, e più sotto
Valerio Maximino suo successore: e come altro Massimiano inondò la
nostra città del sangue de martiri, e molto più sotto l'imperio
del terzo Massimiano erede del tirannico furore del primo e
secondo suoi predecessori, si numerano più martiri milanesi, fatti
per la fede del nostro Signore Gesù Cristo, che non sono di
quattro altre città delle prime. Non si ritrova che da molti e
molti anni in qua a l'ufficio della santissima Inquisizione sia
mai stato, non che condannato, ma anche accusato alcun milanese;
come sua santità potrà venirne in cognizione ordinando che gli sia
fatta relazione delli processi fatti alla santissima Inquisizione,
ovvero mandato li libri. E se alcuni sono stati accusati e
condannati, quali abitavano in questa città, non sono milanesi,
onde non accade la medicina dove il corpo è sano, nè la pena
rigorosissima e il proceder simile dove mai non fu delitto nè
superstizione. Poichè questa nuova istituzione non è mai stata
introdotta nè in questa città, nè in questo Stato nè in alcuna
parte delle nostre regioni, e così siamo perseverati per più di
mille cinquecento venti anni continui, nè ora è accaduto, ovvero
accade cosa, per la quale si abbi di caricar le città dello stato
d'una sì insolita ed infamatoria novità, stando la città e Stato
caricata e colma d'ogni sorta di carichi, nè per soprasomma se gli
dovrebbe aggiungere questa sì universalmente mala contentezza di
tutto lo Stato, il quale presuppone che questo gli sia peggio, che
se tutto fosse distrutto e desolato. E sebbene alcuni delli vicini
sono macchiati della maledetta, e scellerata eresia, non è però da
temere che un popolo, nè alcuno del popolo tanto cattolico, tanto
pio e tanto confirmato nella nostra religione si debba mai partir
o separarsi dall'unione della santa madre Chiesa Romana, nella
quale per tante e tante centinaja d'anni è perseverato e
persevera, il che apertamente dimostrano tanti ospitali, tanti
luoghi pii, tanti monasteri, tante chiese, tante congregazioni,
che si mantengono con le elemosine si fanno, e si edificano ogni
giorno, e si esercitano in questa città, ed il concorso universale
che si fa da tutti e continuamente alli divini officj, e
sagramenti e all'udir le sacre prediche, e a pigliar le santissime
Indulgenze, alle quali tutte concorre indistintamente e a gara
tutto il popolo. Chi potrebbe tener le lagrime veggendo in tutte
le chiese parrocchiali di questa città, quali sono infinite, in un
medesimo tempo pubblicamente esposto il santissimo corpo di nostro
Signor Gesù Cristo, avanti il quale, giorno e notte senza
intermissione ogni sorta di gente umilissimamente con singulti e
pianti, misti con grandissimi prieghi e supplicazioni, e con ogni
sorta di voti supplicano la divina clemenza, ragionando tutti i
tempi delle divine litanie, e d'ogni sorta di salmi e orazioni,
che si degni infondere e inspirare la grazia dello santissimo
Spirito nelli cuori di sua beatitudine, suo vero vicario in terra,
e di S. M. che sono in mani sue, quello che sia per onore della
santissima sua Chiesa e che convenga alla religione e pietà nostra
antichissima, acciocchè dove meritiamo lodi non siamo infamati
appresso tutta la cristianità senza colpa nostra, il che parerebbe
troppo duro a questa città tanto ubbediente, affezionata e schiava
a sua santità e sua maestà, di vedersi con questa innovazione
senza sua colpa quasi infamare. Il che risulterebbe in non poco
dissertivo a S. M. perchè essendo il nervo di questa città le
mercanzie e arti che qua si esercitano, tanto dispiace questa cosa
a tutti, che sarebbe fargli abbandonare per una gran parte, e
trasportar le merci e arti altrove, donde ne patiranno assai li
dazj e entrate di S. M. perchè la città, e così la patria di sua
santità, si verrebbe a despopolare, il che si comincia a fare sin
ad ora, perchè non si ritrova chi voglia per prezzo ancorchè vile
comprar alcuna cosa di stabile; impauriti come sono della fama di
questa innovazione.
E se rispondesse che questo si fa per conservar pura e chiara
questa città, atteso l'incendio e il fuoco che arde nelli vicini
nostri, e per la contrattazione che si fa tra essi e noi, si può
rispondere come di sopra, che al corpo sano e alla virtù
continuamente esperimentata non si ha da adoperare più forte
medicina, ovver maggior freno del solito, anzi il dar medicina ad
un sano gli porta spasmo e repentina morte. Ma quello, che non
meno importa sarebbe questo ungere la piaga di contrario liquore,
perchè essendo a questa città alcuni delli vicini eretici veri
nemici a noi, per essere noi cattolici e essi scismatici, veggendo
il modo rigoroso della Inquisizione, dubita che, acciecati
dall'odio ed ardenti dal furore, somministrarono falsi testimonj
contro di noi cattolici per infamarne e distruggerne. E se è
bastato l'animo ad un eretico ammazzar il principe di Ghisa,
generale di un tanto re, circondato e amato da un tanto esercito,
e macchinar nella propria vita del re cristianissimo per esser
cristiano, che cosa faranno potendone rovinar nell'onore, nella
vita e nella roba con falsi testimonj? E per le sacre istorie si
vede esser così stato fatto per li eretici alli cattolici e
sovente, e ne bastino alcuni esempj di Eustachio episcopo
d'Antiochia, che per esser cattolico, li Ariani colla falsa
deposizione d'una donna, alla quale allora per il rigore si
credeva, ingiustamente fu detenuto, e poi scoperto ma tardo, fu
restituito all'episcopato: e san Atanasio illustre e santissimo
uomo episcopo de Alessandria, dalli Ariani sotto Costantino
imperatore cristianissimo fu per simili vie ancora nel Concilio
Niceno tanto travagliato e per tanti modi, che si può dir ebbe
infiniti martirj. L'altro delle persecuzioni per testimonj falsi
fatte a san Gerolamo dalli eretici sono notissime. Nè una legge
conviene a tutti li popoli, siccome nè un rimedio ad ogni infermo,
e manco alli sani. E qua vi sono bonissimi ordini sopra la
santissima Inquisizione, i quali si servano. Egli è un tribunale
della santissima Inquisizione, osservato con antichissima
consuetudine, nel quale, conforme alli sacri canoni, intervengono
molti teologi di tutte le religioni, molti ecclesiastici, per
assessori molti dottori del collegio di Milano e un senatore: al
qual tribunale non gli manca alcuna sorte di braccio e ajuto,
chiamandolo, e dal principe, e dal senato, e hanno ogni autorità
opportuna, e l'illustrissimo e invitto principe di Sessa più e più
fiate si è offerto in pubblico di prender con le proprie mani li
eretici, e consegnarli all'Inquisitore e ne ha mandato a prender
dalla sua guardia tanto da piedi, quanto da cavallo. Nè manca al
Sant'Officio d'ogni ajuto l'eccellentissimo senato, e questo è
notorio.
E perciò si supplica sua santità sia contenta non dar credenza
alle false lingue, nè a chi, forse sotto specie di bene, non cessa
seminar zizzania. E se per tanto tempo alcuni delli vicini eretici
non hanno mai potuto infettare questa città, il che si ha da tener
per certo, non riuscirà nell'avvenire con l'ajuto del nostro
Signore Iddio. E se altrimenti è stato persuaso sua santità ovvero
a sua maestà, è proceduto da persone o male informate, o malevole,
e poco amorevoli al beneficio di sua maestà, e di questa città.
E perciò le signorie vostre diranno esser venute in nome di questa
città da sua santità per supplicare come a vicario del sommo Iddio
in terra, e trattandosi di cose della fede, e per essere sua
santità della nostra patria, e nostro vero padre e protettore,
alla cui santità è notissima la nostra religione, e sincera e vera
fede con le opere verso l'onnipotente nostro Signore Iddio, acciò
sua santità non solo non venga in questa opinione de innovare cosa
alcuna in questa causa, ma ancora ne ajuti e favorisca appresso la
serenissima cattolica maestà del re n. s., che per le suddette
cagioni si contenti fare il medesimo, e ne tenga in
quell'opinione, che convien esser tenuti sì buoni, sì veri e sì
antichi cristiani, e amorevoli e fedeli soggetti a S. M., come noi
siamo, e devoti alla sedia apostolica, e che di questo ne faccia
piena fede a sua santità e di ciò ne resteremo tutti, e in
universale e in particolare obbligati alli predetti signori, e che
per questo la nostra città non ha ancora inviato oratori da sua
maestà.
Poi le signorie vostre andaranno a baciar le mani
all'illustrissimo e reverendissimo cardinale Borromeo, nostro
arcivescovo e pastore, supplicandolo in nome di questa città di
favore e ajuto presso sua santità, sì per essere di questa comune
patria, sì per trattarsi dell'interesse de sua signoria
illustrissima, non solo come nobilissimo membro di questa patria,
ma come pastore e arcivescovo, al quale appartiene ordinariamente
la cura e cognizione della fede e della Inquisizione, e dell'onore
del suo gregge: onde parerebbe, che per trascuraggine de suoi
agenti fosse bisogno di nuovo ordine e più rigoroso tribunale: sì
per essere e per sangue, e per dignità e per valore sua signoria
ill. tanto grata a sua santità, e perciò sia contento aggiustar il
negozio, e introdurre le signorie vostre da sua santità[53].
E così ancora le signorie vostre procureranno il medesimo con
l'illustrissimo e reverendissimo cardinale San Giorgio, e
reverendissimo signor Castellano di Sant'Angelo, e col
reverendissimo Datario, e altri nostri cittadini, e con tutti li
illustrissimi, e reverendissimi cardinali in Roma, e con ispecie
con li illustrissimi e reverendissimi cardinali Santa Croce,
Ferrara e Castelli, quali s'intende averne favoriti,
ringraziandoli sommamente e supplicandoli di consiglio e favore,
che tutti insieme gli siam perpetuamente obbligati, dando a
ciascuno le lettere credenziali, che se gli danno: ed allo
reverendissimo Alessandrino dandogli le lettere, e pregando ne
voglia aggiustare. E poi fatti tutti questi e altri caldi officj,
quali meglio pareranno alle signorie vostre circa questo negozio,
le signorie vostre procureranno quanto più presto baciar li
santissimi piedi di sua santità, supplicandola come di sopra,
presentando a sua santità le lettere di credenza che se gli danno.
Da questa nota, così stranamente mista di rozzezza e pretensione, appare
quanto fosser temuti dai Milanesi da un lato la reputazione di eretici,
dall'altro i danni che ridonderebbero dall'Inquisizione fin ai loro
commercj e ai possessi.
Contemporaneamente Brivio Sforza era spedito allo stesso fine al
Concilio di Trento; ed è riferito dagli storici che esso e un altro
ambasciadore supplicarono i prelati e cardinali della Lombardia ad aver
pietà della patria comune, la quale, se ai tanti mali s'aggiungesse
questo gravissimo, vedrebbe molti cittadini migrare. Che se quelli che
esercitano il Sant'Uffizio in Ispagna, sotto gli occhi proprj del re,
abusavano tanto, e rigidamente pesavano sui compatrioti, che non
farebbero nel milanese, lontano e non amato? I prelati lombardi del
Concilio, uniti scrissero al papa e al cardinale Borromeo, come quello a
cui viemmeglio spettava la tutela della patria, e mostravano come qui
non militassero le ragioni che l'aveano fatto istituire in Spagna; che,
oltre portare sicura rovina nella Lombardia, avrebbe avviato a
istituirla anche nel regno di Napoli, con diminuzione dell'autorità
della santa sede, giacchè i prelati si sarebbero conservati devoti non
ad essa, ma al principe.