Ancora ordinano e comandano a tutti quelli, li quali hanno presso

di sè alcuni libri o scritture, di qual sorte voglia, li quali

siano eretici, o che non si ammettano dalla santa Chiesa cattolica

e apostolica, e siano di qua in dietro per alcun arcivescovo,

inquisitore, sive commissario, proibiti, e massime gli

infrascritti qua di sotto annotati, che, nel termine di mese uno

prossimo, li vogliano avere consegnati nelle mani delli prefati

monsignori, da' quali saranno assolti da tutte le censure e pene,

nelle quali fossero incorsi: e passato detto termine, non si

ammettono più, anzi contra di loro si procederà irremissibilmente

non solo alla pena, nella quale saranno incorsi, ma ancora in

maggiore pena, secondo la qualità delle persone, all'arbitrio

delli monsignori: e chi accuserà sarà tenuto secreto, avrà la

terza delle pene pecuniarie come di sopra.

Ancora ammoniscano ogni e qualunque fedele dell'uno e dell'altro

sesso, o di qualunque stato, grado o condizione e dignità, che,

sotto pena di escomunicazione _latae sententiæ_ e di scudi

cinquanta d'oro, da essere applicati per uno terzo all'ufficio de

l'Inquisizione, un altro terzo alla Cesarea Camera, e un altro

terzo all'accusatore, qual sarà tenuto secreto, infra giorni

trenta dopo la pubblicazione delli presenti, cioè dieci per il

primo, dieci per il terzo e perentorio termine e monizione

canonica, che debbano avere denunciato, revelato e notificato se

hanno conosciuto o udito alcuno eretico, o suspetto, o diffamato

d'eresia in la città o diocesi di Milano. Similmente avere

notificato per nome e cognome tutti quelli, li quali straparlano

delli articoli della fede, delli sacramenti della Chiesa, delle

ceremonie, della autorità del Sommo Pontefice, e delle altre cose

pertinenti alla fede cattolica e sacramenti ecclesiastici.

Similmente quelli che dimandano o pregano li demonj, o che loro

sacrificano, o che li fanno sive prestano altri divini onori, e

chi dà ajuto alli Luterani o altra sorte d'eretici o sospetti

d'eresia. Rendendo sicuro caduno e qualunque che avesse in

premisse cose, o alcuna di loro errato, che comparendo

personalmente innanzi alli sudetti monsignori nel termine d'uno

mese prossimo, si accetteranno a penitenza secreta, e si

libereranno ed assolveranno gratis e senza spesa alcuna.

E più se alcuno Luterano, o altramente eretico, spontaneamente

comparesse e accettasse la penitenza, o non interrogato

denunciasse alcuno complice, esso notificante sarà tenuto secreto,

e guadagnerà il quarto delle pene pecuniarie, e beni che si

potessero esigere e conseguire giustamente, secondo i termini

della ragione di tali complici e delinquenti.

Declarando che, se alcuno contravenisse in alcuna delle sopradette

cose, e da se stesso si notificasse e denunciasse li complici, che

si assolverà dell'escomunicazione e pene, nelle quali fosse

incorso, e se gli darà la terza parte della pena pecuniaria, che

si esigerà dalli complici.

Certificando ogni persona, che le licenze e altre cose, che si

faranno e si concederanno in tutti li premessi casi, si faranno e

concederanno gratis e senza pagamento alcuno, ancora inerendo alle

determinazioni della santa Madre Chiesa, la quale non

immeritamente ha statuito e ordinato per la salute di tutte le

anime, che ogni fidele cristiano dell'uno e l'altro sesso, dopo

che saranno pervenuti alla età della discrezione, ogni e qualunque

suo peccato, almeno una volta l'anno abbiano a confessarsi al

proprio confessore; ingiuntali la penitenza, per le proprie forze

studiino adempirla, pigliando riverentemente almeno ad ogni pasqua

di risurrezione del nostro Signore, il santissimo sacramento della

Eucaristia, salvo se per caso di consiglio del proprio sacerdote,

per qualche giusta e ragionevole causa, si ordinasse che dovesse

astenersene; altramente vivendo, non si ammetta nell'ingresso

della Chiesa, e morendo non gli sia concesso la cristiana

sepoltura.

Oltra di questo, esso monsignor reverendissimo arcivescovo,

inerendo alle determinazioni della santa Madre Chiesa ordina, che

tutti i fedeli cristiani dell'uno e l'altro sesso, vogliano in

qualunque festa di pasqua della resurrezione del nostro Signore, o

almeno per tutta l'ottava d'essa pasqua, confessare i suoi peccati

al sacerdote, e pigliare il santissimo sacramento della

Eucaristia, secondo la predetta determinazione della santa madre

Chiesa: altramente, non rispettando qualità nè grado di persona

alcuna, si scomunicheranno per nomi e cognomi, e saranno cacciati

fuora delle chiese con gran vitupero: e morendo in tale errore e

pertinacia, se sepelliranno al terragio: e a quelli che per due

anni continui non si saranno confessati nè comunicati gli se

procederà contra, e saranno puniti nelle pene di ragione e delli

sacri canoni; etiam, se sarà spediente, con intervento del cesareo

fisco.

Ed acciocchè non si possa pretessere ignoranza, nè pigliare scusa

alcuna, per tenor delli presenti esso monsignore ammonisce per il

primo, secondo, terzo e perentorio termine tutti i prepositi,

rettori, vicerettori, capellani, curati, sacerdoti e altri

ministri delle chiese della città e diocesi di Milano, che in

cadauna e tutte le domeniche della quadragesima di qualunque anno,

alle loro Messe, nelle ore che si troverà congregato maggiore

popolo, sotto pena di escomunicazione e di scudi vinticinque per

cadauno contrafaciente o meno osservatore della presente

ordinazione, da essere applicati alla fabbrica della chiesa

maggiore di Milano, vogliano avvisare ed ammonire tutti li fideli

cristiani, che nella solennità di pasqua scorrente, o almeno per

tutta l'ottava della pasqua, si confessino, e si comunichino come

di sopra, altramente si pubblicheranno per escomunicati. E affine

che le presenti ammonizioni e comandamenti pervenghino a comune

utilità di tutti, dopo la pubblicazione fatta nel cospetto del

popolo, li sudetti monsignori reverendissimo e illustrissimo e

molto reverendo Comissario Generale comettono e mandano, che siano

affisse, inchiodate alle porte della chiesa maggiore di Milano, e

della chiesa di Santo Ambrogio maggiore, e della Scala di essa

città. Nelle altre città del dominio manda il sudetto Generale

Comissario siano affisse alle chiese loro maggiori, acciocchè da

tutti possan essere vedute, lette, ed alla giornata pubblicate, nè

rimanga iscusazione d'ignoranza di non avere inteso quello che si

è patentemente pubblicato. Dato in Milano, l'anno 1551.

Ben presto, a capo dell'arcidiocesi milanese venne uno de' più zelanti

promotori della riforma cattolica, Carlo Borromeo. E in relazione a

quanto accennammo da principio, è notevole l'avversar che fecero i

Milanesi a un santo, il quale, a tacer la pietà, fu ammirato per una

splendidissima carità e per insigni istituzioni, tanto che, in un tempo

dei più esorbitanti, fu presentato all'imitazione come modello di ottimo

patriota[51]. L'emendazione ch'egli volle fare dei frati Umiliati gli

concitò l'inimicizia di questi, spinta fino a tirargli una fucilata. I

gran savj milanesi poi mormoravano che il Borromeo volesse far troppo;

pretendesse al monopolio della carità, anzichè lasciar che tutti la

applicassero come più voleano; criticavano quel che facea, suggerivano

quel che avrebbe dovuto fare; asserivano che il tanto suo adoprarsi

venisse per ambizione d'esser nominato, per fare scomparire gli altri,

per acquistarsi l'aura popolare. Ai pensatori s'insinuava come le tante

sue riforme fossero puerili, da sacristia, come volesse sostituire in

man de' nobili il rosario alle spade, i confratelli ai bravi, i tridui

ai duelli, invilendo così la nazione milanese. Alla plebe si insinuava

com'egli co' suoi divieti contro le profanazioni della festa, contro il

prolungamento delle gazzarre carnovalesche, diminuisse i divertimenti,

che pur sono la ricreazione del povero popolo e un giusto sollievo dopo

tante fatiche. Poi, sempre per patriotismo, s'insinuava all'autorità

ch'egli voleva far prevalere la sua giurisdizione, a scapito della

secolare; che invadeva le competenze del municipio o del governo; che,

durante la peste, quando i governatori erano fuggiti ed egli era rimasto

a dividere ed alleviare i patimenti, aveva sin fatto decreti ed

esecuzioni, represso i ribaldi, e altri atti, che son devoluti solo ai

magistrati.

E coi magistrati sostenne lotte durissime; e i cittadini si piacquero di

trarne occasione di scandali; e il capitolo di Santa Maria della Scala

arrivò fin a chiudergli in faccia la porta della Chiesa: dalla stessa

autorità municipale accusato al papa e al re come trascendente in fatto

di giurisdizione, Carlo più d'una volta dovette interrompere le sante

sue sollecitudini per andar a Roma o spedire a Madrid, onde scagionarsi.

E se non vorremmo sostenere ch'egli avesse sempre ragione nella quantità

e nei modi, nessun ci contraddirà se asseriamo che sempre era mosso da

rettissime intenzioni.

Ciò sia di conforto a' suoi successori; e in simili contrarietà pensino

come la giustizia soglia rendersi anche qui dopo la morte.

Restano, ed hanno vigore ancora moltissimi atti del suo episcopato, ma

pochissimi si riferiscono ad eretici di quel paese. Giulio Poggiano, di

Suna nel novarese, uno de' più belli scrittori latini di quel tempo,

adoprato come secretario di molti cardinali, della Congregazione del

Concilio Tridentino e di san Carlo, in lettera al cardinale Sirleto

descrive la venuta di quest'arcivescovo a Milano nel 1565, e come «cantò

messa nel duomo, dove fu il principe e il senato con tutti li

magistrati..... È ferma opinione che fossero alla messa più di

venticinque mila persone. Un canonico fece una orazione al cardinale

assai impertinente e lunga, _nihil boni præter vocem et latera_. Il

cardinale a mezza messa fece un sermone, nel quale parlò della

giustificazione, a proposito del vangelo _Plantavit vineam_. Della

materia se n'era informato dal padre Benedetto Palmio....»

Da qui appare che il santo toccava anche nelle prediche ai punti

fondamentali della dottrina. Il Poggiano aggiunge: «Ho inteso che, oltre

all'Aonio, qui sono due o tre letterati, ma perchè, non so per qual

disgrazia o maledizione loro, si mormora che sono infetti di opinioni

poco cattoliche, son risoluto di non parlargli, nè vederne alcuno»[52].

La vicinanza della Lombardia al Piemonte pose Filippo II in paura non ne

contraesse le nuove credenze, sicchè insistette presso Pio IV onde

potervi istituire l'Inquisizione alla spagnuola, cioè indipendente dal

vescovo e dai magistrati. Portata la domanda in concistoro, molti

cardinali vi repugnavano; nè il papa inclinava a far questo infausto

dono a' suoi concittadini: pure alfine vi consentì nel 1563.

Sbigottissene il paese, fioccarono i reclami; il governatore Cordova

mandò procurando dissuaderne il re. Al quale la città deputò Cesare

Taverna e Princivalle Besozzi, ma non conosciamo nè le commissioni date

loro nè l'esito. Bensì nell'archivio diplomatico stanno le commissioni,

che furono date ad altri, che al tempo stesso e per lo stesso effetto

erano inviati a Roma. Eccole:

Istruzione di quanto avranno a dir e negoziar in nome di questa

città l'illustre signor conte Sforza Morone e molto magnifico

signor Gotardo Reina, vicario di provisione, oratori in nome di

questa città appresso a sua santità nostro signore.

L'illustri e molto magnifici signori sessanta, rappresentanti il

consiglio generale della città di Milano, hanno fatto elezione

delle persone de v. s. quale vadino a Roma con la maggior celerità

sia possibile, e prima ricorreranno dalli illustrissimi signori

don Aloisio de Avila commendatore maggiore, e ambasciatore Vargas,

e baciatogli le mani in nome di questa città, gli presentaranno le

lettere credenziali che se gli danno, e gli esporranno che,

essendo avvisata e certificata questa città come si tratta di

porre costì una Inquisizione molto più rigorosa del solito, il che

ha fatto stupire, e restar piena di meraviglia tutta la città e

Stato, vedendo che tutte le novità aggravano e danno infinita

discontentezza alli popoli, e eterno aggravio appresso a tutta

Italia e cristianità. Perciocchè essendo stata questa città delle

prime del mondo, che ricevettero la santissima fede del nostro

Signore Gesù Cristo, sino al tempo di San Barnaba apostolo, e così

per mille cinquecento e venti anni e più sempre è perseverata

nella santissima fede cattolica romana, nè mai ha deviato in cosa

alcuna. Questa città fu la principale che scacciò li Ariani, e

sotto li imperatori Greci, che favorivano le eresie più presto si

lasciò quasi distruggere e desolare, che mai consentirgli. Furono

a Milano a migliaja de questi cittadini fatti martiri per non

voler consentire ad adorare li falsi Dei, siccome gli comandavano

Diocleziano e Massimiliano Erculeo imperatori, quale Massimiliano

allora abitava in questa città, e qui depose l'impero, e più sotto

Valerio Maximino suo successore: e come altro Massimiano inondò la

nostra città del sangue de martiri, e molto più sotto l'imperio

del terzo Massimiano erede del tirannico furore del primo e

secondo suoi predecessori, si numerano più martiri milanesi, fatti

per la fede del nostro Signore Gesù Cristo, che non sono di

quattro altre città delle prime. Non si ritrova che da molti e

molti anni in qua a l'ufficio della santissima Inquisizione sia

mai stato, non che condannato, ma anche accusato alcun milanese;

come sua santità potrà venirne in cognizione ordinando che gli sia

fatta relazione delli processi fatti alla santissima Inquisizione,

ovvero mandato li libri. E se alcuni sono stati accusati e

condannati, quali abitavano in questa città, non sono milanesi,

onde non accade la medicina dove il corpo è sano, nè la pena

rigorosissima e il proceder simile dove mai non fu delitto nè

superstizione. Poichè questa nuova istituzione non è mai stata

introdotta nè in questa città, nè in questo Stato nè in alcuna

parte delle nostre regioni, e così siamo perseverati per più di

mille cinquecento venti anni continui, nè ora è accaduto, ovvero

accade cosa, per la quale si abbi di caricar le città dello stato

d'una sì insolita ed infamatoria novità, stando la città e Stato

caricata e colma d'ogni sorta di carichi, nè per soprasomma se gli

dovrebbe aggiungere questa sì universalmente mala contentezza di

tutto lo Stato, il quale presuppone che questo gli sia peggio, che

se tutto fosse distrutto e desolato. E sebbene alcuni delli vicini

sono macchiati della maledetta, e scellerata eresia, non è però da

temere che un popolo, nè alcuno del popolo tanto cattolico, tanto

pio e tanto confirmato nella nostra religione si debba mai partir

o separarsi dall'unione della santa madre Chiesa Romana, nella

quale per tante e tante centinaja d'anni è perseverato e

persevera, il che apertamente dimostrano tanti ospitali, tanti

luoghi pii, tanti monasteri, tante chiese, tante congregazioni,

che si mantengono con le elemosine si fanno, e si edificano ogni

giorno, e si esercitano in questa città, ed il concorso universale

che si fa da tutti e continuamente alli divini officj, e

sagramenti e all'udir le sacre prediche, e a pigliar le santissime

Indulgenze, alle quali tutte concorre indistintamente e a gara

tutto il popolo. Chi potrebbe tener le lagrime veggendo in tutte

le chiese parrocchiali di questa città, quali sono infinite, in un

medesimo tempo pubblicamente esposto il santissimo corpo di nostro

Signor Gesù Cristo, avanti il quale, giorno e notte senza

intermissione ogni sorta di gente umilissimamente con singulti e

pianti, misti con grandissimi prieghi e supplicazioni, e con ogni

sorta di voti supplicano la divina clemenza, ragionando tutti i

tempi delle divine litanie, e d'ogni sorta di salmi e orazioni,

che si degni infondere e inspirare la grazia dello santissimo

Spirito nelli cuori di sua beatitudine, suo vero vicario in terra,

e di S. M. che sono in mani sue, quello che sia per onore della

santissima sua Chiesa e che convenga alla religione e pietà nostra

antichissima, acciocchè dove meritiamo lodi non siamo infamati

appresso tutta la cristianità senza colpa nostra, il che parerebbe

troppo duro a questa città tanto ubbediente, affezionata e schiava

a sua santità e sua maestà, di vedersi con questa innovazione

senza sua colpa quasi infamare. Il che risulterebbe in non poco

dissertivo a S. M. perchè essendo il nervo di questa città le

mercanzie e arti che qua si esercitano, tanto dispiace questa cosa

a tutti, che sarebbe fargli abbandonare per una gran parte, e

trasportar le merci e arti altrove, donde ne patiranno assai li

dazj e entrate di S. M. perchè la città, e così la patria di sua

santità, si verrebbe a despopolare, il che si comincia a fare sin

ad ora, perchè non si ritrova chi voglia per prezzo ancorchè vile

comprar alcuna cosa di stabile; impauriti come sono della fama di

questa innovazione.

E se rispondesse che questo si fa per conservar pura e chiara

questa città, atteso l'incendio e il fuoco che arde nelli vicini

nostri, e per la contrattazione che si fa tra essi e noi, si può

rispondere come di sopra, che al corpo sano e alla virtù

continuamente esperimentata non si ha da adoperare più forte

medicina, ovver maggior freno del solito, anzi il dar medicina ad

un sano gli porta spasmo e repentina morte. Ma quello, che non

meno importa sarebbe questo ungere la piaga di contrario liquore,

perchè essendo a questa città alcuni delli vicini eretici veri

nemici a noi, per essere noi cattolici e essi scismatici, veggendo

il modo rigoroso della Inquisizione, dubita che, acciecati

dall'odio ed ardenti dal furore, somministrarono falsi testimonj

contro di noi cattolici per infamarne e distruggerne. E se è

bastato l'animo ad un eretico ammazzar il principe di Ghisa,

generale di un tanto re, circondato e amato da un tanto esercito,

e macchinar nella propria vita del re cristianissimo per esser

cristiano, che cosa faranno potendone rovinar nell'onore, nella

vita e nella roba con falsi testimonj? E per le sacre istorie si

vede esser così stato fatto per li eretici alli cattolici e

sovente, e ne bastino alcuni esempj di Eustachio episcopo

d'Antiochia, che per esser cattolico, li Ariani colla falsa

deposizione d'una donna, alla quale allora per il rigore si

credeva, ingiustamente fu detenuto, e poi scoperto ma tardo, fu

restituito all'episcopato: e san Atanasio illustre e santissimo

uomo episcopo de Alessandria, dalli Ariani sotto Costantino

imperatore cristianissimo fu per simili vie ancora nel Concilio

Niceno tanto travagliato e per tanti modi, che si può dir ebbe

infiniti martirj. L'altro delle persecuzioni per testimonj falsi

fatte a san Gerolamo dalli eretici sono notissime. Nè una legge

conviene a tutti li popoli, siccome nè un rimedio ad ogni infermo,

e manco alli sani. E qua vi sono bonissimi ordini sopra la

santissima Inquisizione, i quali si servano. Egli è un tribunale

della santissima Inquisizione, osservato con antichissima

consuetudine, nel quale, conforme alli sacri canoni, intervengono

molti teologi di tutte le religioni, molti ecclesiastici, per

assessori molti dottori del collegio di Milano e un senatore: al

qual tribunale non gli manca alcuna sorte di braccio e ajuto,

chiamandolo, e dal principe, e dal senato, e hanno ogni autorità

opportuna, e l'illustrissimo e invitto principe di Sessa più e più

fiate si è offerto in pubblico di prender con le proprie mani li

eretici, e consegnarli all'Inquisitore e ne ha mandato a prender

dalla sua guardia tanto da piedi, quanto da cavallo. Nè manca al

Sant'Officio d'ogni ajuto l'eccellentissimo senato, e questo è

notorio.

E perciò si supplica sua santità sia contenta non dar credenza

alle false lingue, nè a chi, forse sotto specie di bene, non cessa

seminar zizzania. E se per tanto tempo alcuni delli vicini eretici

non hanno mai potuto infettare questa città, il che si ha da tener

per certo, non riuscirà nell'avvenire con l'ajuto del nostro

Signore Iddio. E se altrimenti è stato persuaso sua santità ovvero

a sua maestà, è proceduto da persone o male informate, o malevole,

e poco amorevoli al beneficio di sua maestà, e di questa città.

E perciò le signorie vostre diranno esser venute in nome di questa

città da sua santità per supplicare come a vicario del sommo Iddio

in terra, e trattandosi di cose della fede, e per essere sua

santità della nostra patria, e nostro vero padre e protettore,

alla cui santità è notissima la nostra religione, e sincera e vera

fede con le opere verso l'onnipotente nostro Signore Iddio, acciò

sua santità non solo non venga in questa opinione de innovare cosa

alcuna in questa causa, ma ancora ne ajuti e favorisca appresso la

serenissima cattolica maestà del re n. s., che per le suddette

cagioni si contenti fare il medesimo, e ne tenga in

quell'opinione, che convien esser tenuti sì buoni, sì veri e sì

antichi cristiani, e amorevoli e fedeli soggetti a S. M., come noi

siamo, e devoti alla sedia apostolica, e che di questo ne faccia

piena fede a sua santità e di ciò ne resteremo tutti, e in

universale e in particolare obbligati alli predetti signori, e che

per questo la nostra città non ha ancora inviato oratori da sua

maestà.

Poi le signorie vostre andaranno a baciar le mani

all'illustrissimo e reverendissimo cardinale Borromeo, nostro

arcivescovo e pastore, supplicandolo in nome di questa città di

favore e ajuto presso sua santità, sì per essere di questa comune

patria, sì per trattarsi dell'interesse de sua signoria

illustrissima, non solo come nobilissimo membro di questa patria,

ma come pastore e arcivescovo, al quale appartiene ordinariamente

la cura e cognizione della fede e della Inquisizione, e dell'onore

del suo gregge: onde parerebbe, che per trascuraggine de suoi

agenti fosse bisogno di nuovo ordine e più rigoroso tribunale: sì

per essere e per sangue, e per dignità e per valore sua signoria

ill. tanto grata a sua santità, e perciò sia contento aggiustar il

negozio, e introdurre le signorie vostre da sua santità[53].

E così ancora le signorie vostre procureranno il medesimo con

l'illustrissimo e reverendissimo cardinale San Giorgio, e

reverendissimo signor Castellano di Sant'Angelo, e col

reverendissimo Datario, e altri nostri cittadini, e con tutti li

illustrissimi, e reverendissimi cardinali in Roma, e con ispecie

con li illustrissimi e reverendissimi cardinali Santa Croce,

Ferrara e Castelli, quali s'intende averne favoriti,

ringraziandoli sommamente e supplicandoli di consiglio e favore,

che tutti insieme gli siam perpetuamente obbligati, dando a

ciascuno le lettere credenziali, che se gli danno: ed allo

reverendissimo Alessandrino dandogli le lettere, e pregando ne

voglia aggiustare. E poi fatti tutti questi e altri caldi officj,

quali meglio pareranno alle signorie vostre circa questo negozio,

le signorie vostre procureranno quanto più presto baciar li

santissimi piedi di sua santità, supplicandola come di sopra,

presentando a sua santità le lettere di credenza che se gli danno.

Da questa nota, così stranamente mista di rozzezza e pretensione, appare

quanto fosser temuti dai Milanesi da un lato la reputazione di eretici,

dall'altro i danni che ridonderebbero dall'Inquisizione fin ai loro

commercj e ai possessi.

Contemporaneamente Brivio Sforza era spedito allo stesso fine al

Concilio di Trento; ed è riferito dagli storici che esso e un altro

ambasciadore supplicarono i prelati e cardinali della Lombardia ad aver

pietà della patria comune, la quale, se ai tanti mali s'aggiungesse

questo gravissimo, vedrebbe molti cittadini migrare. Che se quelli che

esercitano il Sant'Uffizio in Ispagna, sotto gli occhi proprj del re,

abusavano tanto, e rigidamente pesavano sui compatrioti, che non

farebbero nel milanese, lontano e non amato? I prelati lombardi del

Concilio, uniti scrissero al papa e al cardinale Borromeo, come quello a

cui viemmeglio spettava la tutela della patria, e mostravano come qui

non militassero le ragioni che l'aveano fatto istituire in Spagna; che,

oltre portare sicura rovina nella Lombardia, avrebbe avviato a

istituirla anche nel regno di Napoli, con diminuzione dell'autorità

della santa sede, giacchè i prelati si sarebbero conservati devoti non

ad essa, ma al principe.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 4 / 101 段