Contro i triumviri della repubblica satanica (come Antonio Caracciolo

qualifica il Valdes, Pietro Martire ch'è dice Cacomartire e l'Ochino)

avventossi san Gaetano; andava o mandava ad ascoltarli, e non potendo

più dubitare de' lori errori, li denunziò al cardinale Teatino; rivelò

ai Napoletani la ipocrisia di costoro, che in veste d'agnelli aveano

contaminato la Campania, e le indegnità commesse nelle loro

conventicole, dove andavano mescolati uomini e donne; onde i capi

fuggirono. Forse era tra questi il marchese Gianbernardino Bonifazio

d'Oria, del quale raccontammo a p. 327 del volume II, e al quale a

Danzica sul Baltico fu posta una lapide che narrava qualmente _in medio

hispanicæ inquisitionis furore[32], agnita ex scriptis Melanchtonis

evangelii luce, paulo post exuli voluntario, ac primo Venetias, dein ob

irati pontificis insidias per Helvetiam in Germaniam et ad wormatiense

colloquium delato_, morì ottagenario nel 1597, _Bonifaciorum ultimus_.

Il biografo di san Gaetano racconta che questi «co' suoi ebbe grande

omaggio dai pii, e concorsero a San Paolo, chiesa de' Teatini,

innumerabil quantità de' principali nobili e del popolo, acciocchè quivi

ricevessero i sacramenti della penitenza e dell'eucaristia, e udissero

Gaetano e Giovanni Marinone che a vicenda predicavano sulle cose

celesti, senza pompa di parole ma con egregio profitto di virtù».

Non è però a credere che ogni seme dell'errore fosse divelto nel regno.

Già nominammo (vol. II, pag. 329) Francesco Romano che v'avea

partecipato, ed era fuggito da Napoli ove gl'inquisitori lo citavano: a

Roma presentossi al cardinale Teatino, denunziandogli gli eterodossi del

napoletano, fra cui persone qualificate: indi fece pubblica abjura a

Napoli e a Caserta.

Come la inquisizione spagnuola fosse respinta dai Napoletani[33] vedemmo

nel Discorso XXXII, ove d'altri miscredenti s'è parlato.

Il marzo 1564 a Napoli, in piazza del Mercato furono decapitati, poi

arsi i nobili Gianfrancesco d'Aloisio di Caserta, e Gianbernardino di

Gargàno di Aversa come luterani; e «spediti dal vicario dell'arcivescovo

editti ad altri di cattivo nome, i quali andamenti della corte tanto

temporale quanto spirituale posero la città quasi in rivolta, e così

stette molti dì e mesi»[34].

Fu allora che il vicerè Parafan de Ribera scrisse a re Filippo il 7

marzo 1564:

«Ho ricevuto la lettera che vostra maestà si degnò scrivermi di sua mano

il 24 gennajo, e la premura sua che le cose della religione vadano come

conviensi al servigio di nostro signore, è conveniente a sì gran

principe e sì gran cattolico qual è vostra maestà, e alle grazie che da

esso ha ricevuto. Io farò gli uffizj che vostra maestà comanda a Roma,

benchè molto non sia da profittarne. Il rimedio vero è l'attenzione che

vostra maestà adopera. In una lettera che vien per mano del segretario

Vargas, scrivo a vostra maestà come furono suppliziati nella piazza

pubblica di questa città un cavaliere e un gentiluomo per luterani. Un

d'essi è quel che fece il principal danno in questa terra tutta: e la

gente nobile e il popolo han mostrato gran contentezza, benchè mai non

abbiano veduto giustiziar nessuno per causa siffatta. Parvemi d'avvisar

vostra maestà di quel che, per sua confessione, s'intende d'alcuni

prelati di questo regno, acciocchè vostra maestà sia avvertito nelle

occasioni che possono presentarsi. Supplico la maestà vostra con tutto

l'interesse che posso, che, essendo pericoloso il trattare di ciò,

degnisi che nessuna persona ne sappia[35]. Guardi il Signore la real

persona vostra».

«Dalla deposizione di Giovanni Francesco di Aloysio, detto altrimenti

Caserta, si fan le seguenti confessioni.

«Dell'arcivescovo d'Otranto, dice che dal 1540 fin al 1547 quando furono

i tumulti a Napoli, parlò con esso molte volte, e dichiarò che teneva e

credeva la dottrina luterana, e si trovò presente quando con grandissima

veemenza e autorità, parlando con altri, discorreva, predicava e

insegnava la dottrina luterana; e in quel tempo a Napoli era tenuto dai

Luterani per un de' caporioni della setta. Deposero contro tal

confessione altre persone, e quando si cercasse di passar avanti

nell'esame della sua vita vi si troveriano cose più brutte: ma ci

vorrebbe espressa commissione di sua santità[36].

«Del vescovo di La Cava San Felice[37] dice il Caserta che nel 48 e 49

stando in Trento, avea avuto disputa con un altro del suo uffizio perchè

contraddiceva la giustificazione per la sola fede; la qual opinione egli

tenea per verissima: e che così per avere detto ciò, come per esser

discepolo d'altro luterano, esso lo ha tenuto per un della setta.

«Dal vescovo di Catania[38] dice che, poco prima dei tumulti di Napoli,

fu a visitarlo con un altro compagno suo luterano, e parlando delle cose

della Scrittura, dichiarò che teneva e credeva le opinioni luterane, e

mostrò possedere i Sermoni di frà Bernardino da Siena e il Benefizio di

Cristo, e altri scritti di man del Valdes eresiarca, dei quali lessero

alcune parti in sua presenza.

«Dice il Caserta del vescovo di Ana (?) coadjutore di Urbino che, quando

frà Marco di Tursi eresiarca stava in Sant'Agostino di Napoli, era molto

suo amico: e parlando con esso, alcune volte dissegli che teneva e

credeva il punto della giustificazione come lo teneva il Valdes, cioè

che l'uomo si giustifica per la sola fede, e che per le opere non merita

se non in quanto son come frutto della fede.

«Dell'arcivescovo di Sorrento[39] dice il Caserta avergli detto che

teneva le opinioni luterane e che quel cammino di Lutero era il vero, e

che lodò molto un libro che possedeva, intitolato Summario della

Scrittura, che se lo fece comprare.

«Del vescovo di Isola Fascitelli[40] dice che l'abate di Tursi gli disse

era delle medesime opinioni luterane.

«Del vescovo di Cajazo[41] gli disse Geronimo Scanapeco che avea le

stesse opinioni luterane.

«Del vescovo di Nola[42] che, prima che gli dessero l'uffizio presente,

teneva un libro luterano intitolato _Il Benefizio di Cristo_, e molto se

ne piaceva.

«Del vescovo di Civita di Penna[43] dice il Caserta avergli detto don

Apollonio Merenda eresiarca ch'era delle stesse sue opinioni, e credeva

e teneva quelle di Lutero.

«Del vescovo di Policastro[44] dice che, avendolo un giorno invitato per

esaminarlo sopra certa causa, gli mostrò una composizione che avea fatta

sopra il punto della giustificazione, nella quale si dichiarava e

insegnava conforme all'opinione del Valdes; e che udì da un Luterano,

ora morto, che, leggendo le epistole di san Paolo, aveva insegnato e

predicato della predestinazione quel che opinano i Luterani.

«Dell'arcivescovo di Reggio[45] dice il Caserta, e così il Gargano, che,

prima che gli si conferisse la presente dignità, stando nel suo

convento, lo visitarono essi ed altri Luterani, e che dichiarò teneva e

credeva le opinioni luterane, e che una volta nel sermone trattò della

giustificazione, e conchiuse si debba tener e credere al modo che

insegnava Martin Lutero; e che volendo un giorno uscir fuori, cavò le

pantofole che aveva in piede, e si pose le scarpe, dicendo: «Lasciatemi

prender la giustificazione de' miei piedi» e gli mostrò alcuni libri

luterani che possedeva».

In Calabria, oltre i Valdesi di cui discorremmo a pag. 329, dicesi

serpeggiasse il luteranesimo, e ne fossero presi molti monaci e alcuni

famigliari dell'arcivescovo di Reggio Agostino Gonzaga. Ma non ne venne

notizia al Governo che dalle fiere nimicizie tra i Monsolino e i Malgeri

di Reggio, scoppiate nel 1561 in vera guerra civile, ove i Monsolini

riusciti superiori, trucidarono i nemici. Gli uni rimbalzavano agli

altri la taccia di luterani, con tale ostinazione che il vicerè nel 1562

spedì in Calabria Pietro Antonio Pansa, uomo di inflessibile rigore, che

molti convinti d'eresia condannò al rogo. Contansi in essi quattro

cittadini di Reggio, undici di San Lorenzo, fra cui sette erano frati

cappuccini. A quelli che abjurarono fu dal Pansa ordinato portassero sul

petto e sulle spalle un panno giallo, attraversato da una croce rossa.

NOTE

[23] GREGORIO ROSSO, _Hist. delle cose di Napoli sotto l'imperio di

Carlo V_. Napoli 1635. L. 1, p. 133.

[24] Così Antonino Castaldo, che morì verso il 1560, e che spesso fu

copiato dal Giannone. Vedi _Raccolta de' più rinomati scrittori

dell'istoria generale del regno di Napoli_. Napoli 1769.

[25] Forse all'advento, perchè la quaresima vedemmo predicava a Venezia.

[26] _Storia delle eresie._ T. IV, 447.

[27] Ciò potrebbe provare che Giovanni fosse altro da Alfonso,

osteggiato dal Castiglione, che dice: «La malignità ancora, senza

parlare vi si vede dipinta nella pallidezza di quel volto pestilente».

[28] Il Giannone in tutto il ragionare degli eretici è inesattissimo.

Sponde, nella continuazione degli _Annali_ del Baronio, dice che il

Vermigli _Neapoli nactus nonnulla Erasmi, Zuinglii et Buceri scriptis,

et conversatione Joannis Valdesii j. p. hispani, ex Germania illuc

delati, atque lutheranesimo imbuti, corruptior factus, una cum ipso,

spiritu et conatu rem agens, clam cœtum quemdam tam virorum quam

fœminarum, primæ etiam nobilitatis collegerunt, quibus ipse

concionabatur_.

[29] CASTALDO, c. 5.

[30] Questo passo è copiato _ad literam_ dal Giannone, che invece di

_summario_ scrive _seminario_.

[31] In fatto il Valdes nel _Mercurio_, da un'anima pia fa dire che non

credeva necessarj i pellegrinaggi, pure lodava la buona intenzione con

cui alcuni vi si moveano: e che, mirando essa coi giubilei e le

indulgenze a procurar di seguire la dottrina di Cristo, se altri gliene

facesse rimprovero, rispondeva: «Fratelli, prendete il cammino che vi

par migliore, e a me lasciate pigliar quello che voglio, poichè non è

cattivo».

[32] L'inquisizione spagnuola non v'era a Napoli, come dicemmo.

L'epitafio fu pubblicato nel 1859 a Königsberg nel giornale _Neue

Preussiche Provinzialblätter_, tom. IV, pag. 215.

[33] Si ha manuscritto un _papel sobre poner la inquisicion en Napoles_,

ove a Carlo V si fa dire: «Amo meglio il regno senza inquisizione, che

l'inquisizione senza regno».

[34] SUMMONTE, _Storia di Napoli_. L. X, c. 4.

[35] La lista era scritta con tanta gelosia, che le persone non sono

indicate che per numeri, poi dichiarati in cedola a parte. Il documento

in spagnuolo fu prodotto dal sig. Edwardo Böhmer in calce alle

_Centodieci divine considerazioni di Giovanni Valdesse_. Alla di

Sassonia 1860.

[36] Il Bernino, appoggiandosi al manuscritto del Caracciolo, dice che

«in terra d'Otranto vi fu Ladislao, auditor del vescovo d'Otranto, e

l'istesso arcivescovo fu gravemente processato, e si disse che aveva

mandato Lodovico Manna a leggere alla sua chiesa d'Otranto

pubblicamente, e che avea commercio di lettere con Martino Bucer, e che

fu amico del Valdes, leggeva i suoi libri, e che tenne gran tempo in

casa il Giannetto, eretico marcio che se ne fuggì poi a Ginevra. A

questo arcivescovo impedì il cappello il cardinale Caraffa».

L'arcivescovo era Pietro Antonio da Capua, lodato dall'Ughelli per gran

dottrina, erudizione e probità; onorato assai nel Concilio di Trento,

ove spesso orò.

[37] Giovanni Tommaso Sanfelice, che al Concilio fu rimproverato dal

vescovo di Chironia, poi privato dell'uffizio di commissario, espulso

dal Concilio, e a Roma al tempo di papa Paolo incarcerato insieme col

cardinal Morone, come si disse nel Discorso XXVIII.

[38] Nicolò Maria Caracciolo; persona di grande autorità presso i papi e

i governanti.

[39] Giulio Pavesi bresciano, de' Predicatori, commissario del

Sant'Uffizio.

[40] Onorato Fascitello d'Isernia, cassinese, lodato per letteratura dal

Casa, dal Bembo, dal Flaminio. Fu al Concilio di Trento.

[41] Fabio Mirto.

[42] Antonio Scarampi piemontese, de' conti di Cannella. Fu al Concilio.

[43] Giacomo Guidi, nobile di Volterra, scolaro di Francesco

Guicciardini. Fu pure al Concilio.

[44] Nicola Francesco Missanelli. Contro di lui nel 1567 fu pronunziata

sentenza, qualmente fosse caduto in sospetto perchè molti eretici

adoperavansi palesemente nella sua diocesi, onde venne sospeso per dieci

anni, togliendogli metà della prebenda.

[45] Gaspare Fossa calabrese, de' Minimi, inaugurò con un suo sermone il

Concilio di Trento nel 1562, e vi era molto ascoltato.

DISCORSO XLI.

ERETICI IN LOMBARDIA.

Nella città dove lo spirito guelfo fu lungamente alimentato dalle

nimicizie contro gl'imperatori; dove nell'età moderna questa medesima

avversione si espresse colla predilezione mostrata al principio

religioso nazionale, fino a sorgervi gli antesignani del partito

neo-guelfo, è notevole come spesso siasi pronunziata la antipatia al

primato romano, e dietro ad essa lo spirito acattolico. Il ricordo di

tempi quando Milano fu città non seconda che a Roma vi dovette

contribuire non meno che la pinguedine del territorio e l'indole degli

intelletti; e così il trovarsi essa abbondevole di ricchezze, e un de'

principali centri della politica italiana. L'importanza ch'ebbe nel IV

secolo sant'Ambrogio e l'esser rimasti capi di un rito particolare

pareva attribuire ai successori di quello un'autorità e una

rappresentanza eccezionale, viepiù da che divennero anche capi del

governo secolare e primarj nelle assemblee del regno. Ma queste cure

secolari distrassero talvolta gli arcivescovi dall'attendere alle

ecclesiastiche, e vedemmo come a Milano si dilatassero le sêtte dei

Patarini, della Guglielmina, de' Nicolaiti, e con quanto stento Pier

Damiani e sant'Anselmo inducessero questa diocesi al celibato

sacerdotale e alla soggezione a Roma.

Indizj che non trascurammo rivelano come di quelle sêtte non fosse mai

divelta affatto la radice. Gli studj umanistici, che quivi prosperarono

sotto la protezione de' Visconti, dovettero fomentarvi quello spirito

d'esame e di scherno che accompagnò la rinascenza, sicchè presto vi

ottennero ascolto le dottrine predicate in Germania. Fin dal 1521,

correvano a Milano versi in lode di Lutero, e che finivano:

_Macte igitur virtute, pater celebrande Luthere,_

_Communis cujus pendet ab ore salus;_

_Gratia cui ablatis debetur maxima monstris,_

_Alcidis potuit quæ metuisse manus[46]._

Il rozzo cronista Burigozzo parla come nel 1534 «venne a predicare in

domo un frate de Santo Augustino eremitano; e questo fu una dominica a

dì 25 januario, e predicò tutta la settimana seguente. E la dominica,

primo febraro, annunziò un perdono, con certe bolle de assolvere dei

casi; e fu messo per la cittade le cedole in stampa, qual se contenevano

in ditta bolla; ditto perdono fu messo fôra el dì de santa Maria delle

Candele; e fu fatto procession dal clero. Circondorno la ecclesia del

domo de dentro, e riportorno ditto perdono a loco suo, sempre col ditto

frate e commissario de ditta indulgenzia, e con certi confessionali, sì

per li vivi che per li morti; et ognuno che volea ditta indulgenzia

(dando li danari ch'erano d'accordo), gli davano la ditta carta, e li

metteva suso il nome de colui che pagava, overo de suoi morti; durò

questo circa a otto giorni. Et in questo termino assai homeni

mormoravano, vedendo questa indulgenzia così larga; dondechè fu trovato

questa cosa essere una ribalderia, et essere false le bolle; et a questo

fu preso dicto frate et il commissario; e furono messi in prigion in

casa del capitano de justizia; e gli fu data la corda e tormenti. Al

fine disseno che era vero; e furno reponuti fin a che da Roma venisse la

risposta di quello che di lor far se dovesse; et a questo passò qualche

giorni: al fine fu concluso che fusseno mandati in galea.....»

Egli stesso all'anno seguente ricorda un processo contro sospetti

Luterani, e che gl'imputati, fra cui un prete, dopo lettane la condanna,

furono in duomo riconciliati dall'inquisitore e dall'arcivescovo,

obbligandoli per alcune domeniche a starsi alla porta maggiore, vestiti

di sacco, e con una disciplina flagellarsi dal principio della messa

fino all'elevazione.

Nel 1536 trovandosi a Milano il cardinale Morone, Paolo III con breve 26

giugno gli ordinò di vigilare che si svellessero alcuni errori, che in

quella città andavansi disseminando[47].

Il senato mandò legati ai Grigioni per impedire si eseguisse in

Valtellina il decreto che partecipava ai predicanti i benefizj delle

chiese cattoliche. Venuto nel 1555 governatore il duca d'Alba, famoso

persecutore di Luterani in Ispagna e nel Belgio, esacerbò i rigori, e il

grigione Federico Salis, colle esagerazioni e colla credulità consueta

in tempi faziosi, scriveva al Bullinger aver quello promesso al papa di

sterminare gli eretici dalla Lombardia. Il Fabrizio soggiungeva aver

costui bruciato due Cristiani, un de' quali frate di non sa qual Ordine,

come non ne sa bene la storia; che fu bruciato un sellajo, e appena

passa settimana che non si veda qualche esempio[48]. Frasi da

giornalista, vaghe, nè appoggiate che alla diceria.

Ben è certo che nel 1556 Paolo IV lagnavasi col Morone sudetto,

milanese, che a Milano si fossero scoperte conventicole di persone

ragguardevoli d'ambo i sessi, professanti gli errori di frà Battista da

Crema[49]. Nel registro dei giustiziati, tenuto dalla confraternita di

San Giovanni alle Case Rotte, sotto il 23 luglio 1569 trovo abbruciati

«un frate di Brera e Giorgio Filatore (degli Umiliati) quali erano

luterani»: e un Giulio Pallavicino della Pieve d'Incino eretico, che «fu

messo sul palco in duomo l'anno 1555 e 1573; poi il 1 ottobre 1587 fu

morto, dopo essersi confessato e comunicato.

Fra le _Prediche di teologi illustri_ pubblicate da Tommaso Porcacchi ne

sta una di frate Angelo Castiglione da Genova, recitata nel duomo di

Milano il 1553, per consolare alcuni i quali doveano, subito dopo la

predica, abjurare l'eresia.

Milanese era frà Giulio Terenziano o di san Terenzio, che imprigionato a

Venezia, potè fuggire oltremonti, e stampò opere ereticali col

pseudonimo di Girolamo Savonese. Il Gerdesio (pag. 280) mal lo confonde

con Giulio da Milano, agostiniano apostata, che predicò fra' Grigioni,

e, da Poschiavo apostolava la Valtellina e l'Engadina, in Isvizzera

pubblicò la prima e seconda parte delle prediche da lui recitate in San

Cassiano di Venezia nel 1541, dov'egli stesso narra aver fatto ventidue

prediche, le quali furono condannate. Di lui conosciamo una «Esortazione

al martirio; vi son aggiunte molte cose necessarie di sapere a' nostri

tempi, come vedrai nel voltar del foglio;

«Se a cristiano è lecito fuggire la persecutione per causa della fede;

«La passione di Fannio martire;

«Epistola a li Farisei ampliati;

«Epistola contro gli Anabaptisti, scritta a una sorella d'Italia;

«Una pia meditazione sopra del _Pater noster_[50]».

Morì vecchissimo nel 1571, nè sappiamo di che casato fosse.

Anche frà Girolamo da Milano fe da pastore a Livigno in Valtellina, dove

introdusse dottrine antitrinitarie.

Di connivenza alle massime nuove è prova l'essersi a Milano tenuto gran

tempo per maestro Aonio Paleario, benchè tacciato di disseminarne. E

nella Biblioteca Ambrosiana abbiamo lettere sue, dove ringrazia il

senato perchè neppure in tempo di gran carestia non lo lasciò mancar di

nulla.

Anche Celio Curione, del quale divisammo nel discorso XXIX, sottrattosi

all'Inquisizione piemontese, ricoverò a Milano, v'ottenne una cattedra e

ospitalità dalla famiglia Isacchi, colla quale villeggiava a Barzago in

Brianza, e della quale sposò una fanciulla: e sebbene il papa insistesse

perchè il senato milanese nol tollerasse, i giovani studenti lo

difendeano così, che non si osava porgli addosso le mani; e sol dopo tre

anni ritirossi a Venezia.

Il tante volte citato Caracciolo sa che «a Milano v'erano molti preti e

frati e secolari eretici; capo di questi fu un don Celso canonico

regolare, eretico marcio, e quel che fu peggio, era valente predicatore

e favorito tanto dai nobili e dalla città, che il _povero_ inquisitore,

ancorchè in fin dal principio s'accorgesse delle sue proposizioni

eretiche, tuttavia si ritenne dal processarlo. Costui infettò

particolarmente il castellano suo grande amico. L'esito fu che alla

fine, vedendosi processato dal Muzio per ordine del Sant'Uffizio di

Roma, se ne fuggì a Ginevra, e di là mandava lettere ed avvisi a' suoi

amici».

Intende Celso Martinenghi, bresciano, del quale tocchiamo altrove: ma in

paese nè di lui trovammo menzione, nè di altri. Che però la diffusione

dell'eresia fosse temuta ce l'attesta questa provisione dell'arcivescovo

Arcimboldi, che sedette dal 1550 al 55.

Volendo il reverendissimo ed illust. signor Giovanni Angelo

Arcimboldo, per grazia di Dio e della santa sedia apostolica

arcivescovo di Milano e cesareo senatore, e il molto reverendo

signore Bonaventura Castiglione prevosto di Sant'Ambrogio di

Milano, commissario generale apostolico contro la eretica pravità

in tutto il dominio di Milano, provedere che non seguino

inconvenienti e scandali contro la santa fede cattolica ed

apostolica nella città e diocesi di Milano; anzi volendo a suo

potere provedere alla salute delle anime d'ogni fedele cristiano,

e levare ogni errore e inconveniente che puotesse occorrere: per

tenor delle presenti, ancora con partecipazione e consenso

dell'illustrissimo ed eccelentissimo Senato Cesareo di Milano,

ordinano e comandano che nell'avvenire, nessuno, sia di qual grado

e religione si vegli, nè prete o altra persona ecclesiastica o

laica, non ardisca nella città nè diocesi di Milano in alcuna

chiesa o luogo di qual condizione o sorte si voglia, ancora fosse

nelle loro proprie chiese o case, predicare, o leggere altrui la

Sacra Scrittura, senza speciale licenza in scritto delli prelati

monsignori, proibendo a qualunque prepositi, priori, rettori,

guardiani e ministri delle chiese della città e diocesi di Milano,

che non ammettano alcuno a predicare, nè leggere senza licenzia,

come di sopra, sotto le medesime pene. Ancora non recedendo dagli

altri ordini e cride fatte in questa materia de' libri proibiti,

ordinano e comandano che non sia persona alcuna, di qual stato,

grado o condizione si voglia, la qual presuma condurre, vendere,

nè far vendere, nè donare in modo alcuno libri latini nè volgari,

di qual sorte si voglia, nelli quali si tratta della Sacra

Scrittura, se avanti siano condotti, non presentano alli prefati

monsignori, o a chi sarà da loro a questo deputato, la nota _sine

descriptione_ di tali libri, sotto pena di escomunicazione _latæ

sententiæ_, e di scudi cento per cadauna volta e per cadauno

contrafaciente, la terza parte da esser applicata all'officio de

l'Inquisizione, un'altra terza parte alla Cesarea Camera, e

l'altra terza parte all'accusatore, il quale sarà tenuto secreto,

e se gli darà fede con uno testimonio degno di fede. In le quali

pene incorreranno, e così fin adesso si declara essere incorsi li

conduttori scienti, o compratori di tali libri, ancora che li

libri fossero ascosti in altre robe o mercanzie.

Ancora ordinano e comandano, che tutti li librari e ligatori di

libri, condottieri o venditori, fra due mesi prossimi avvenire

debbano avere fatto inventario di qualunque sorte di libri, così

latini quanto volgari, quali si ritroveranno avere presso di sè e

in suo potere, tanto nelle stanze, quanto nelle botteghe loro, e

presentare l'inventario sottoscritto di loro mani all'officio

delli prefati monsignori, sotto pena di escomunicazione e scudi

cento per cadauno, per la terza da essere applicata all'officio

dell'Inquisizione, un altra terza parte alla Cesarea Camera, e

l'altra terza parte all'accusatore: e nello avvenire non possino

tenere in bottega, nè in casa propria, nè ad altri vendere nè

donare nè comprare alcuni libri che non siano descritti nelle

liste e inventarj presentati all'officio delli suddetti

monsignori. E se si trovasse alcuno, che avesse venduto o donato o

altramente dato alcuno libro, che non si trovasse scritto nelle

dette liste e inventario, _ipso jure et facto_ s'intenda essere

incorsi, ed incorrano nella pena di escomunicazione, e di scudi

dieci per cadauno libro, e qualunque volta; da essere applicati

nelli modi e forme come di sopra; si tenerà secreto l'accusatore,

al quale si crederà con uno testimonio degno di fede, acciocchè

per l'avarizia non si abbiano per librari o mercanti di libri a

non propalare e presentare li libri eretici e proibiti, che per

l'Officio dell'Inquisizione se gli fa sapere, che presentando loro

all'Officio dell'Inquisizione se gli provederà acciò non restino

in danno, mentre la presentazione si faccia fra dieci giorni

prossimi.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 3 / 101 段