IV, pur suo nemico, diceva al presidente Claudio Groulard: «Affedidio,
cosa poteva fare una povera donna, rimasta vedova con cinque figliuoli
sulle braccia e le due famiglie di Navarra e di Guisa anelanti alla
corona? Strane parti doveva ella sostenere per ingannar gli uni e gli
altri, eppure salvar, come fece, i suoi figliuoli, che regnarono
successivamente per la savia condotta di donna tanto accorta. Mi
meraviglio che non abbia fatto di peggio». _Mém. de Groulard_, nel vol.
II della collezione di _Petitot_, pag. 384.
[7] _Discorsi_, lib. II, c. 13.
[8] Il 7 gennajo 1559 da Blois Niccolò Capponi, per man del Tornabuoni
ambasciador fiorentino, mandava al granduca notizie di Francia,
soprattutto lagnandosi che molti colà sostenessero allora le dottrine
luterane, mentre a Ginevra le calviniche; e si leggessero i libri di
Melantone e «di Pietro Martire fiorentino che ne tengono conto»; cerca
si dissuada il papa dal fare il Concilio, asserendo che «se si vien al
Concilio, al certo hanno ragione, perchè si fonderanno in su una cosa
ove si fonda la Chiesa romana anche lei; e se vengono alle mani, la
risoluzione sarà che o non si farà nulla o con poca reputazione».
[9] HAAG, _France protestante_, al nome. Il cardinale Commendone al
cardinale Borromeo scriveva nel dicembre del 1561. «Del vescovo di Troye
in Campagne mi hanno detto per cosa certa come, già pochi giorni, egli
ha solennemente renunziato il vescovado e l'Ordine, e presa _manuum
impositionem_ dalli ministri calviniani con queste solenni parole:
_Abrenuntio manuum impositionem papisticæ sathanicæ_: e che avea voluto
predicare nella chiesa di San Giovanni di Troye come ministro
calviniano; ma che gli fu proibito dal conte d'Eo governatore della
provincia, per paura che non si levasse tumulto nella città. Questo
vescovo, ora ministro del demonio, fu figliuolo del principe di Melfi,
fuoruscito di Napoli, di casa Caracciolo, stato soldato, frate, abbate,
vescovo; e nel 1556 fu a Roma, dove fu accusato d'eresia, e che avesse,
come veramente aveva, contaminato lui stesso gran parte della sua
diocesi. Ora dicono ch'egli è in Parigi con gli altri ministri: dove
vivono con somma licenza, poichè già si predica in più case dentro della
città..... e con tanta insolenza che, già pochi dì, sonandosi le campane
di San Medardo, dove vicino abita il Beza, egli mandò a comandare che
non si sonasse, e non volendo colui che sonava obbedire, fu ammazzato
insieme con altri preti». Nell'_Archivio Vaticano_.
[10] Si dice che i Riformati fossero due milioni. Sarebbero il sesto
della popolazione, giacchè il primo censimento, fatto il 1702, dopo
tante annessioni, diede 19 milioni d'abitanti: nè poteano esser più di
12 milioni al tempo della Riforma. Eran però pensatori e proprietarj,
sicchè quella era veramente una rivolta politica contro la monarchia.
[11] Di Caterina stavano molto in sospetto i Cattolici; e il cardinale
Commendone ai 12 ottobre 1561 scriveva al cardinale Borromeo: «Monsignor
di Granuela....... m'ha detto come la regina non vuole udir consiglio,
nè conoscere il pericolo nel quale si ritrova, nè ammettere l'offerte
del re cattolico e delli duchi di Savoja e di Lorena a stabilimento suo
e de' figliuoli, e che ogni dì va perdendo autorità, ed all'incontro la
casa di Vendome l'acquista..... Appresso mi ha detto che frà Pietro
Martire (Vermiglio) ha di continuo adito aperto alla regina, e sebbene
non dubita della buona mente di S. M., teme nondimeno ciò portare gran
pregiudizio alla causa, sgomentando li Cattolici, e dando ardire agli
Eretici. Similmente ha mostrato maraviglia e dispiacere assai che il
reverendo legato (il cardinale di Ferrara) dimostri molta amorevolezza e
confidenza con la casa di Vendome, usando molti rispetti verso gli
eretici». _Arch. Vaticano._
In una relazione di Francia al duca di Toscana 13 maggio 1563, filza
4012, dopo la pace, si scrive:
«Il cardinale privato di Sciattliglion avea scritto alla regina che
saria andato presto a trovare sua maestà e saria andato in abito di
gentiluomo e cavaliero, avendo lasciato la impurità della veste romana,
per dir quelle parole ch'egli temerariamente e insolentemente usa».
Tra i famigliari di Caterina de' Medici fu Giacomo Corbinelli,
d'illustre famiglia fiorentina e di bella coltura, e che pel primo
pubblicò il libro di Dante del Vulgare Eloquio. Lo storico De Thou dice
di lui: «Non sapevasi di qual religione fosse: era d'una religione
politica _alla fiorentina_, ma era uomo di buoni costumi».
Cosmo Ruggeri fiorentino s'introdusse alla Corte di Caterina de' Medici;
e pien di talento e di sfacciataggine, ottenne onori e soldi. Tirò
l'oroscopo de' signori della Corte: cominciò a far almanacchi ogni anno,
sparsi di sentenze d'autori latini. Venuto in fin di morte, ed esortato
a pensar a Dio, prese in burla il curato e i Cappuccini, protestando
aver sempre creduto non v'abbia altro Dio se non i re e principi che
possono farci del bene, nè altri diavoli sè non i nemici che ci
tormentano in questo mondo. Morto in tali sentimenti, il suo cadavere fu
strascinato ove si sepelliscono le bestie. Molto s'applicò alla magia,
fu accusato di sortilegj contro Carlo IX ed Enrico IV.
[12] A proposito di martiri d'eretici va citata un'opera di Feliciano
Niguarda, oratore nel Concilio di Trento, poi vescovo di Como, _Assertio
fidei catholicæ adversus articulos utriusque confessionis fidei Annæ
Burgensis juris doctoris, et in academia aurelianensi olim professoris,
ac postremo parlamenti parisini senatoris: quam ipse eidem parlamento
obtulit cum, propter hæresim diu in carcere inclusus, paucis post diebus
ad supplicium esset deducendus: nec non adversus pleraque id genus alia.
Præterea contra ejusdem mortis historiam, quæ martyrium inscribitur,
Lutetiæ editum; deque hæreticorum miraculis specialis additur
articulus_. Venezia 1563.
[13] Lettera del 6 ottobre 1570 a Nofri Camajani ambasciadore a Roma,
nell'Archivio centrale di Firenze, _Carteggio di Roma_, app. LXXXII.
Delle cose di Francia abbiam parlato nel vol. II, pag. 408.
[14] Sull'assassinio politico abbiam noi raccolto bizzarre
particolarità, e pubblicate nelle Spigolature degli archivj di Firenze.
[15] Il 27 giugno 1566 Pio V scriveva a Caterina lamentandosi che, sotto
il nome della pace, crescesse di tanto l'ardire de' Riformati, e da ciò
prendesser ansa anche altri. _Non est quod quisquam istos Dei et vestros
rebelles atque hostes patiendo, tollerando, dissimulando ad sanitatem
redituros esse speret; et nescio quam temporis maturitatem expectandam
censeat, et illo pacificationis edicto paci regni consuli existimet.
Crescit eorum in dies furor, augetur animus; quo lenius cum illis
agitur, eo magis eorum corroboratur audacia. Non solum matris Ecclesiæ
obedientiam abjecerunt, sed in primis regiæ potestatis jugum excutere,
et legum ac judiciorum metu abjecto, se se in libertatem asserere et
rapinarum sacrilegiorum, scelerum et flagitiorum omnium licentiam
assequi student. Quo circa majestatem tuam hortamur, monemus et per
omnipotentem Deum obstestamur ut, cum videat jam nihil cunctando et
patiendo perfici, tantum incendium, antequam latius serpeat, extinguere
conetur: si enim hæreticorum sectas alias ex aliis in isto regno in dies
exoriri, et multiplicari permiserit, tum volet illud extinguere cum
minime poterit. Utinam non eveniant ea quæ eventura prædicimus!_
[16] Sermoni del Panigarola, Parigi 1599, in 8º, p. 318.
Oltre i già conosciuti documenti, fu ultimamente dal Theiner Ann.
Eccles. pubblicata la corrispondenza del nunzio Salviati, che conferma
viepiù quel che Ranke, Raumer, Mackintosch ed altri protestanti
sostennero, essere quello un delitto politico, non un delitto religioso.
Vivissima era l'ira del duca di Guisa contro l'ammiraglio Coligny, cui
attribuiva l'assassinio di suo padre. Coligny entrò in Parigi alla testa
di trecento gentiluomini, quando trattavasi del matrimonio di Enrico di
Navarra con Margherita di Valois: e acquistò le buone grazie di Carlo
IX, che così parea sottrarsi alla dipendenza di Caterina de' Medici e
del duca d'Anjou, e che forse andava a romper guerra a Filippo II per
cacciarlo dai Paesi Bassi. Ciò spiaceva immensamente a quei due, onde
risolsero di uccider l'ammiraglio, ispirati anche da Filippo II. Per
l'uccisione di lui avvenne il massacro.
Il nunzio Salviati sapea solo che si attentava alla vita del Coligny:
nel riferire il fatto dice: «Quand'io scriveva i giorni passati che
l'ammiraglio procedeva troppo, e gli si darebbe sulle mani, ero convinto
che non si voleva più sopportarlo: ero confermato in tal opinione quando
scrissi che speravo dar ben presto a sua santità qualche buona notizia,
ma non credevo alla decima parte di quel che ora vedo co' miei occhi...
Se l'ammiraglio fosse morto del colpo d'archibugio che gli fu tirato,
non credo sarebbero perite tante persone». (Lett. 24 agosto).
Carlo IX avea prevenuto il Salviati, spedendo assicurare il papa che il
fatto riuscirebbe a pro della religione; ma in quel momento di stupore,
le spiegazioni che gli stessi reali ne diedero eran differenti, secondo
le persone e le circostanze. In fatto, messo mano a un primo delitto, i
soliti ladri e assassini che compajono in ogni rivoluzione ne
profittarono; si disse che uccideano gli Ugonotti perchè questi aveano
tramato d'uccidere i Cattolici: Caterina fu contenta di poter palliare
sotto un delitto universale il delitto particolare. «Quelli che si
vantano d'aver colpito l'ammiraglio son tanti, che piazza Navona non
basterebbe a capirli (dice lo spaccio 22 settembre)..... Tutto quanto
scrissi riguardo all'ammiraglio si conferma. La reggente lo fece colpire
senza che il re lo sapesse, ma con partecipazione del duca d'Anjou,
della signora di Nemours e del duca di Guisa. Se Coligny fosse morto al
primo colpo, gli altri non sarieno stati trucidati. Ma sopravvivendo
alle ferite, gli autori dell'attentato temettero che il delitto fallito
non attirasse maggiori pericoli, e s'intesero col re, e risolsero di
buttar ogni vergogna, e sterminare quei del suo partito».
L'Adriani, nella _Storia Fiorentina_, e il Davila _Guerre Civili_,
asseriscono un concerto fra il re di Francia e quello di Spagna, fatto a
Bajonna. Questa asserzione adottata dagli storici più letti, è
vittoriosamente confutata dai documenti. Ponno vedersi l'italiano
Alberi, _Vita di Caterina De Medici_, e il tedesco G. Goldan, _La
Francia e la San Bartolomeo_; ed, oltre quel che ne abbiamo noi recato
nella _Storia Universale_, libro XV, una pienissima dissertazione di
Giorgio Gandy nella _Revue des questions historiques_, vol. I, pag.
1866.
Un autore tedesco prese a dimostrare che fu un'ordita di Caterina col re
di Navarra per distruggere i Cattolici. W. VON SCHUZ _Die aufgehelte
Bartolomæusnacht_. Lipsia 1845. Non dico che abbia ragione, dico che
anche questo punto fu sostenuto con buone ragioni.
Da Bossuet gli accusatori copiarono che il legato pontifizio venne a
Parigi a congratularsi con Carlo IX d'«un'esecuzione lungamente e
saviamente meditata». Ma Bossuet donde ha tolta quest'asserzione? Eppur
divenne la base de' racconti, poi della tragedia di Chenier, degli
_Ugonotti_ di Scribe, e d'altri.
Su tutti questi fatti si consultino in senso contrario:
DE FELICE, _Histoire des Protestants de France_, 1850.
COQUEREL, _Précis de l'histoire des Eglises reformées_, 1862.
DABGAUD, _Histoire de la liberté religieuse_.
MONAGHAN, _L'Eglise et la Reforme, Bulletin de la Société
de l'histoire du protestantisme français_.
Dopo tant'altre storie di Caterina vedasi _Debts et creanciers de la
reyne mère Cathérine de' Medicis; documents publiés pour la première
fois d'après les archives de Chenonceau, avec une introduction par_ M.
L'ABBÈ C. CHEVALIER. Parigi 1862.
[17] Delle questioni religiose di Francia, come d'ogni altra cosa dove
ci fosse a far rumore volle impacciarsi il gran ciarlatano Giovanni
Battista Marini. E nella _Sferza, invettiva a quattro ministri
dell'iniquità_ (Napoli 1626) flagella quattro autori di un'opera
eretico-democratica; sostiene che i Calvinisti sono nemici dei re; e
conchiude, questa volta senza metafore, che «al fuoco dannare si devono
tutti coloro, insieme con quei libri ove tali dottrine si contengono:
deonsi punire gl'impressori e i venditori di essi: deonsi spianare le
loro cattedre, e diroccare le loro chiese».
[18] Il gesuita Guglielmo Dondini descrisse le imprese del duca di Parma
a soccorso della Lega. Vedi _Bibliotheca romana_ di Prospero Mandosio.
[19] Sono a stampa varie sue scritture polemiche, fra cui le _Lezioni
Calviniche_, recitate d'ordine del duca di Savoja in Torino il 1582, per
opporsi ai novatori che tuttodì cresceano. Ivi loda il congiungere la
predicazione colla teologia; questa gl'insegnò a fare più sicure le
lezioni. Una sua apologia per negare la voce sparsasi, ch'egli si fosse
fatto predicatore evangelico a Ginevra, è manuscritta nella libreria
Soranzo a Venezia. Scrisse pure _De Parisiensium obsidione_ (Roma, senza
data). Ne' manuscritti della Magliabecchiana VII, 346 è quell'epigramma,
probabilmente di Vincenzo Giliani, in lode del Panigarola.
_Religionis honos et gloria magna, clerique_
_Seraphici summum, Panicarola, decus...._
_Ut nautæ occludant mundi a sirenibus aures_
_Quo valeat tuta sistere prora sinu,_
_Vitandumque mones Scillam, infestumque Caribdim...._
_Doctrinamque piam, sinceraque dogmata sectans_
_E scopulis navim litora ad alma vehis._
Nella classe XXXIV, cod. 17 de' manuscritti della Magliabecchiana è un
_Breve compendio della dottrina di Platone in quello ch'ella è conforme
alla fede nostra_, composto da un tal Verino, il quale dedicandolo a
Giovanna d'Austria granduchessa di Toscana, dice: «Perlocchè l'A. V. S.
con gran prudenza attende a sì bella notizia qual è quella de' movimenti
de' cieli, servendosi dell'eccellentissimo astronomo Egnatio Danti... io
stimo che vorrà sentire la non meno salutifera che gioconda dottrina
della cristiana teologia del padre F. Panigarola».
[20] Negli Archivj Medicei è una lettera del 26 aprile 1593, che Enrico
IV scrive al granduca ringraziandolo d'avergli mandato il cardinale
Gondi a consigliarlo di farsi cattolico ed «Ho voluto e voglio
promettervi, com'io fo in fede e parola di re, per la presente, scritta
e segnata dì mia mano, di far dichiarazione e professione pubblica della
religione cattolica secondo le costituzioni della Chiesa, come hanno
fatto i re di Francia miei predecessori, nel termine di due mesi».
Accetta l'offerta fattagli di mille Svizzeri pagati per un anno, e del
soldo per sei mesi di altri mille: gli fa comprendere di mancar affatto
di denaro, e gli chiede a prestito altri ducento mila scudi contanti,
coi quali mezzi potrà ridur in breve tempo la città di Parigi, sicchè a
lui ne sarà debitore, e promette restituirglieli e restargliene
obbligatissimo.
[21] Frà Serafino Banchi, domenicano fiorentino, rivelò a Enrico IV la
trama che Pietro La Barrière avea fatta per ucciderlo: onde costui fu
preso e appiccato. Il Santo Uffizio di Roma credette avesse con ciò
violato il secreto sacramentale, e perciò lo chiese al priore di Parigi,
ma Enrico lo protesse, e lo fe giunger a Firenze, ove il granduca lo
tenne salvo, finchè, nella riconciliazione di Enrico IV, si stipulò la
salvezza del Banchi. _Storia segreta di Enrico IV_, Tom. III.
Lo stesso partito che inventava Dante precursore dell'unità regia
d'Italia, volle attribuir a Enrico IV l'idea d'ingrandir la Casa di
Savoja sopra l'Italia tutta. La famosa sua _Repubblica Cristiana_, che
al fin de' conti non era più che un progetto, mirava a metter de' limiti
alle grandi potenze, tali che non aspirassero a sorpassarli, o se il
volessero, fossero impedite da tutte le altre. Era insomma un intervento
generale; unico modo invero che finora siasi divisato per prevenire le
guerre. In essa _Repubblica Cristiana_ doveano esservi quindici
signorie: cioè cinque elettive, il papa, l'imperatore, i re di Polonia,
Ungheria, Boemia: sei ereditarie, Francia, Spagna, Inghilterra,
Danimarca, Svezia, Lombardia: quattro repubbliche sovrane; prima la
veneta; la seconda composta dei ducati di Genova, Firenze, Modena,
Parma, Mantova, e i piccoli Stati di Lucca, Mirandola, Finale, Monaco,
Sabbioneta, Correggio e simili; la terza gli Svizzeri, la quarta delle
diciassette provincie de' Paesi Bassi. A capo della Repubblica Cristiana
doveva stare il papa.
[22] Quando Maria De Medici partì per Francia, santa Maddalena de'
Pazzi, ch'essa visitò più volte in Santa Maria degli Angeli in Firenze,
le predisse avrebbe molti figliuoli, purchè avesse procurato presso il
marito, Iº che i Gesuiti fossero rimessi nel regno, IIº che cercasse la
distruzione degli eretici, IIIº che tenesse in ispeciale affezione i
poveri.
DISCORSO XL.
ERETICI A NAPOLI.
Degli eterodossi nel Napoletano largamente discorremmo, parlando del
Valdes e di Galeazzo Caracciolo, e più nel Discorso XXXII sopra
l'Inquisizione: non ci resta dunque che spigolar alcune cose ommesse.
I primi semi della dottrina luterana diconsi sparsi dai soldati che
aveano menata a orribile strazio Roma, e che colà passarono per
iscacciarne il Lautrec e i Francesi. Nel 1536 Carlo V vi pubblicò un
rigoroso editto che vietava ogni pratica coi Luterani, pena la vita e la
confisca[23]: e già all'uopo stesso nel 1533 vi si erano stabiliti i
Teatini, i quali vedemmo attenti sopra le dottrine sparse dal Valdes.
Pure nel 1536 vi predicò l'Ochino in San Giovanni Maggiore, sentito con
grand'attenzione da esso imperatore. Ma partito questo, il governatore
Toledo, al quale esso avea raccomandato di badare non si propagasse
l'eresia, non lasciogli continuar le prediche se prima non dichiarasse
in pulpito chiaramente le sue opinioni circa i punti controversi. Il
frate seppe schermagliar di modo, che potè continuare il quaresimale, e
partendo lasciò molti imbevuti delle sue dottrine «i quali poi con la
mutazione della vita furono detti spiritati»[24], o piuttosto
_spirituali_, titolo che spesso vediam loro attribuito.
In occasione d'un grave tremuoto al 7 agosto, il popolo gridò fosse
castigo di Dio contra gli eretici, onde molti furono detenuti dalla
Corte dell'arcivescovado. Pure nel 1539 tornò a predicarvi l'Ochino nel
duomo[25], e il Castaldo dice che «le sue prediche diedero campo e
ragione a molti di parlare della santa scrittura, di studiare gli
evangeli, e disputare intorno la giustificazione, la fede e le opere, la
potestà pontificia, il purgatorio e simili altre difficili questioni,
che sono de' teologi grandi, e non da esser trattate da' laici, e
massime di poca dottrina e di minime lettere. Ed io dirò cosa che parrà
incredibile ed è pur verissima, che insino ad alcuni coriari della
conceria al Mercato era venuta questa licenza di parlare e discorrere
dell'epistole di san Paolo e dei passi difficultosi di quelle, e come in
ogni parte d'Italia dove avea predicato, così anche in Napoli lasciò
partendo alcuni fedeli discepoli».
«Nella invasione che sopportò l'Italia degli eretici luterani sotto il
Borbone, dice il Bernino[26], ritrovavasi già o infetto o dispostissimo
alla infezione il regno di Napoli quando colà giunse Giovanni Valdes...
sovversore miserabile di quel popolo. Conciossiachè egli profondamente
eretico luterano, ma altrettanto bello d'aspetto[27], grato di maniere
e, ciò che rende più attrattiva la bellezza, fornito di vaga erudizione
di lingue, pronto di risposte e studioso della sacra scrittura,
annidatosi in quella metropoli, ebbe uditori in copia e seguaci in
fede».
Anche nella vita di Galeazzo Caracciolo (Ginevra 1587) è detto che il
Valdes, «avendo qualche conoscenza dell'evangelica verità, e sopratutto
della dottrina della giustificazione, aveva cominciato a trarre alcuni
nobili, coi quali conversava, dalle dense tenebre, rifiutando le false
opinioni della propria giustizia e dei meriti delle buone opere, e per
conseguente dimostrando molte superstizioni». Giosia Simler protestante
scrive pure che il Valdes «guadagnò moltissimi e massimamente dei
nobili, a Cristo, e vi fu in quel tempo nella città di Napoli una
comunità non ispregevole d'uomini pii».
Contano fra i pervertitori di que' paesi Marcantonio Flaminio, che,
secondo il Bernino «si diè alla predicazione della vita spirituale pel
territorio di Sessa e di Caserta», oltre il Carnesecchi e il Vermiglio,
che a Napoli era abate degli Agostiniani in San Pietro ad Aram: il
Giannone aggiunge che esso Vermiglio ebbe tanto credito e concorso di
gente, che, chi non v'andava, era riputato mal cristiano[28]. Tra'
costui auditori e settarj memorano Francesco Caserta, che poi trassesi
dietro il marchese Caracciolo; Benedetto Gusano da Vercelli: Giovanni
Montalcino «gran lettore delle epistole di san Paolo»[29], Lorenzo
Romano siciliano.
Per cura de' governanti le conventicole cessarono, anche prima che il
Valdes morisse circa il 1540. In quest'anno il Carnesecchi avea già
letto il libro del _Benefizio di Cristo_, forse ancora manoscritto, e
che certamente era stampato nel 1543 a Venezia, e molto fu diffuso nel
reame. Allora racconta il biografo di Galeazzo Caracciolo che
infestavano il regno di Napoli alcuni Ariani e Anabattisti, «i quali,
veduto che Galeazzo non aveva ancor raggiunto la piena cognizione delle
Scritture, non tralasciarono nulla per insinuargli i loro dogmi
falsissimi». Ma egli conversò quotidianamente coi discepoli del Valdes
«che in Napoli erano numerosissimi, e che nella cognizione della verità
cristiana non erano progrediti oltre l'intelligenza dell'articolo della
giustificazione e lo schivare alcuni abusi del papismo: per altro
usavano alle chiese, udivano messa, partecipavano alle consuete
idolatrie». Esso li seguì alcun tempo, e ciò l'avrebbe certamente
rovinato, come altri rovinò, i quali arrestati per motivo di religione,
mancando de' primarj fondamenti si ritrattarono, come avvenne al Caserta
ch'era stato il principale stromento della conversione del Caracciolo.
Allora furono proibiti varj libri che prima eransi stampati liberamente,
quali esso Benefizio di Cristo, il Sommario della Scrittura, opera di
Melantone; e nel largo davanti la porta dell'arcivescovado furono
bruciati, dopo una predica del domenicano Ambrogio de' Bagnoli. Il
Castaldo che lo racconta, assicura che dopo d'allora non s'intese che
alcun più li tenesse, e chi parlava della santa scrittura lo facea con
più modestia e sobrietà. Poi una nuova prammatica del 1545 sulla censura
de' libri, e la soppressione di alcune accademie fecero svanire lo
studio di quelle curiosità[30].
Al Caracciolo avvenne altrimenti, perchè, venuto in Germania per
gl'incarichi suoi, prese ad operare più intrepidamente che non i
Nicodemiti che avea lasciati in Italia, e principalmente gli giovò
Pietro Martire Vermiglio, che allora dettava in Argentina. Istrutto da
costoro, tornò a Napoli, ove ai seguaci del Valdes predicò l'obbligo
d'astenersi dall'idolatria, ma non gli diedero ascolto, non approvando
essi la dottrina che promette afflizioni, persecuzioni, perdita di beni
e di onori, abbandono della casa, della patria, della famiglia per
servir Dio[31].
Che cosa di lui seguisse il vedemmo: qui riferimmo tali rimproveri del
Balbani per indizio dello stato delle chiese eterodosse nel reame. E
anche il Vergerio dice che il Valdes lasciò «molti discepoli, uomini di
corte: che se una parte di essi è riuscita netta e calda, l'altra è
restata con alcune macchie, fredda e paurosa. Dio la scaldi e la faccia
monda».