Al colloquio assisteva un altro prelato italiano, Giovanni A

GLI

ERETICI D'ITALIA

DISCORSI STORICI

DI

CESARE CANTÙ

_Qui cathedram Petri, super quam

fondata est Ecclesia, deserit, in

Ecclesia non est: qui vero Ecclesiæ

unitatem non tenet, nec fidem habet._

S. CIPRIANO, _De Unitate Ecclesiæ._

VOLUME TERZO

TORINO

UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE

Via Carlo Alberto, casa Pomba, Nº 33

1866

DISCORSO XXXIX.

GREGORIO XIII. SISTO V. EPISODIO FRANCESE.

Per la solita altalena, a Pio V fu dato successore Ugo Buoncompagni

bolognese, che volle chiamarsi Gregorio XIII. Arrendevole e clemente fin

a scapito della giustizia, le inclinazioni sue mondane dovette reprimere

a fronte della riforma morale, e a fatica potè favorire un proprio

figliuolo, niente i nipoti; esatto del resto ai doveri di capo dei

fedeli, ad elevare alla mitra i migliori, a diffondere l'istruzione.

Secondo i decreti tridentini stabilì una Congregazione della visita, che

sopravedesse a quella di tutte le diocesi, e mandava visitatori

apostolici che si faceano rendere i conti delle chiese, de' luoghi pii,

delle fraternite, per quanto eccitassero scontentezze. Prescrisse che

ogni cattedrale avesse un teologo (1573). Spendendo quanto Leon X, per

riparare ai guasti cagionati da questo fondò e dotò ben ventitrè

collegi, tra cui quello di tutte le nazioni, alla apertura del quale si

pronunziarono discorsi in venticinque favelle; rifondò il Germanico,

palestra di futuri atleti; uno pei Greci, che vi erano allevati al modo

e col linguaggio e il rito patrio; uno Ungarico, uno Illirico a Loreto,

uno pei Maroniti, uno per gl'Inglesi; rifabbricò il Collegio romano,

istituì quello de' Neofiti, poi ne seminò per tutta Germania e Francia,

e fin tre nel Giappone. Spese due milioni di scudi in fare studiare

giovani poveri, e un milione in dotare zitelle[1]. A suggerimento di

lui, il cardinale Ferdinando Medici aprì stamperia di cinquanta lingue

orientali, spedì in Etiopia, ad Alessandria, in Antiochia eruditi

viaggiatori, massime Giambattista e Girolamo Vecchietti fiorentini, che

ne recarono codici.

Gregorio teneva una lista di quante persone fossero acconce al vescovado

in tutta la cristianità; e così trovavasi informato all'occorrenza.

Deputò il vescovo di Como agli Svizzeri per mantenerli in fede, e

impedire s'unissero coi Protestanti: e il vescovo di Cremona Bonomo ad

emendarvi il clero, nel che trovò grandi contrasti. Giovanni Delfino il

6 e 26 luglio 1572 scriveva al cardinal di Como Tolomeo Gallio, che a

Vienna i diecimila italiani erano pervertiti da apostati, venienti dalla

Savoja e dal Veneto; ma per ordine dell'imperatore dovettero partire.

Il decantato tipografo Frobenio, venuto a Roma, si finse cattolico,

tantochè il papa l'accolse con grandi cortesie, ed esortavalo a

rimanere; partendo, ebbe raccomandazioni da prelati, e istituì una

tipografia cattolica a Friburgo; speculazione, come fu poi lo stampar

tante opere in senso contrario a Basilea: dove il papa diede opera non

si pubblicasse il Talmud.

Gregorio immortalò il suo pontificato colla riforma del calendario.

Giulio Cesare l'avea corretto, fissando l'equinozio di primavera ai 25

marzo, e l'anno di trecensessantacinque giorni e sei ore; lo che è 11′

42″ più del vero: laonde in cenventinove anni l'equinozio si anticipava

d'un giorno. La Chiesa dovette prendersene cura, attesochè la pasqua

cade nel plenilunio succedente all'equinozio di primavera. Il concilio

Niceno del 325 già s'accorgeva che questo anticipavasi al 23 marzo, ma

non si seppe indovinarne la ragione. Nel 1257 la precessione era di

undici giorni; e fin d'allora si parlò d'una riforma, spesso tentata,

non mai riuscita. La famosa Dieta d'Augusta non volle confessare tale

anticipazione dell'equinozio, denunziandola per un lacciuolo della

politica romana[2]. Come in tutti i Concilj, così nel Tridentino se ne

discorse; poi a tal uopo Gregorio XIII convocò a Roma i personaggi

meglio versati, e singolarmente il perugino Ignazio Danti domenicano e

il gesuita Clavio di Bamberga, ma la formola vera fu rinvenuta da Luigi

Lilio medico calabrese, e compita da suo fratello Antonio.

Il papa nel 1577 ne mandò copia a tutti i principi, le repubbliche, le

accademie cattoliche; e avutane l'approvazione, nel 1582 pubblicò il

nuovo calendario, sopprimendo dieci giorni fra il 5 e il 15 ottobre.

L'anno vi è fissato di trecensessantacinque giorni, cinque ore,

quarantanove minuti e dodici secondi; e che ogni quattro anni secolari,

uno solo sia bisestile. La correzione è tanto prossima al vero (365g 5o

48′ 55″), che sol dopo quattromila ducentrentotto anni i minuti residui

costituiranno un giorno. Per verità sarebbesi potuto, invece del ciclo

di quattrocento anni, adottarne uno di trecencinquantacinque, che

avrebbe dato l'errore non di ventisette secondi, ma soltanto di un

decimo di secondo sull'effettiva durata dell'anno: sarebbesi potuto far

coincindere il cominciamento dell'anno col solstizio, e di ciascun mese

coll'entrar del sole ne' varj segni dello zodiaco, e assegnare trentun

giorno a quelli fra l'equinozio di primavera e l'autunnale, trenta agli

altri, e scemo il dicembre. Questi difetti s'apposero in fatti, ma ben

più spiaceva ai Protestanti che il papa comandasse, fosse pure in fatto

di calendario; vi vedeano un attentato alla libertà dei principi,

un'usurpamento sull'indipendenza delle nazioni, un'arroganza di questa

razza italiana; esclamavano ne andasse dell'onore e della dignità

dell'impero germanico, si compromettesser le libertà gallicane, fosse

un'ordita de' Gesuiti; un primo passo, che chi sa dove menerebbe! Com'è

stile dell'opposizione parlamentare, se non altro voleasi mettervi

qualche restrizione; e i Grigioni proponevano di levar cinque giorni,

invece di dieci. E lenti furono i principi ad accettarlo; solo nel 1699

vi s'acconciarono i Protestanti di Germania, nel 1700 l'Olanda, la

Danimarca, la Svizzera, nel 1752 l'Inghilterra, nel seguente la Svezia,

e non ancora i Russi nè i Greci, che perciò trovansi in ritardo di

tredici giorni sul calendario nostro; locchè deve chiamarsi

indipendenza.

Di Sisto V succeduto papa resta una fama romanzesca, causata da dicerie

popolari e da storie ciarlatanesche, fra cui quella di Gregorio Leti,

veramente degna di servir di fonte alle empiamente fantastiche dei

nostri contemporanei. Qui noi non abbiamo a provare nè a confutare,

limitandoci solo alle cose che concernono il nostro assunto. Era Felice

Peretti, nato umilmente il 15 dicembre 1521 a Montalto presso Ascoli,

ove attendeva alla pastorizia finchè uno zio frate il tirò a Roma, lo fe

studiare, e vestir francescano, nel qual Ordine ottenne tutte le

dignità. Mentre predicava il 1552 ai Santi Apostoli in Roma fra generale

ammirazione, gli arriva una lettera, che ripiglia i punti delle prediche

di esso, e massime quelle che trattano della predestinazione, e a canto

a ciascuno, _Mentisci_. Egli mandò la lettera al grande inquisitore

ch'era Michele Ghislieri; ed ecco questo comparir nella cella di lui, e

freddo, inesorabile, esaminarlo su tutti quei punti. Sisto V ricordossi

sempre della terribile impressione causatagli da tale visita, ma rispose

così appunto, che il Ghislieri ne pianse di tenerezza, e gli divenne

amico e protettore. Unitosi al partito che avea tolto a riformar

moralmente la Chiesa, il Peretti fu amico di sant'Ignazio, san Felice,

san Filippo e d'altri; e zelando il giusto e il vero anche a fronte di

persone autorevoli, riusciva poco amato. Fatto inquisitor della fede pel

dominio veneto, due volte in Venezia corse pericolo per la gelosia di

quel governo, e fuggendo disse: «Ho fatto voto di diventar papa, sicchè

non potevo lasciarmi appiccare da costoro».

Pio IV lo pose teologo al Concilio di Trento; fu spedito legato in

Ispagna pel processo dell'arcivescovo Caranza, de' cui scritti notò i

varj passi di Protestanti che aveva ammessi. Divenne vescovo di

Sant'Agata de' Goti, poi cardinale nel 1570; ma salito papa Gregorio

XIII, al quale era poco gradito, si ritirò, stampò le opere di

sant'Ambrogio, meglio de' precedenti e di Erasmo, e mostrossi smanioso

di fabbricare più che nol comportassero i suoi mezzi.

Nessun più crede alla diceria che nel conclave comparisse come cascante

e curvo sul bastoncello, per dar a sperare ai cardinali che presto

morrebbe; poi appena eletto buttasse via la mazza e si raddrizzasse. Noi

sappiamo che la sua candidatura era favorita e desiderata, come fu

applaudita da poi[3]. Fatto papa, volle esserlo nella grandezza che le

convinzioni sue gli attribuivano; e poichè i pontefici aveano perduto in

potere quanto aveano acquistato in rispetto, egli volle recuperare anche

il potere, spiegando una passione di giustizia, d'autorità, d'unità,

sostenuta dal vigore d'un'anima ardente e d'un genio esteso, sicchè fu

detto a Dio piacesse meglio la severità di Sisto che la santità di Pio.

Una storia di Sisto V in senso affatto opposto alla buffoneria del Leti,

compilò il Novaes, nella quale, oltre il resto, son indicate le premure

di esso papa per le manifatture della lana e della seta. A dir solo di

quest'ultima, ordinò che per tutto lo Stato si piantassero almeno cinque

gelsi ogni rubbio di terreno; al qual uopo somministrava quindici mila

scudi dall'erario; onde si esteser anche le piantonaje, che poterono

spacciarsi utilmente di fuori: nella sua villa, che poi divenne dei

Massimi, molto propagò la coltura de' bachi, e volea stabilirvi fiere

franche: in case attorno alla piazza di Termini fe porre filatoj e

torcitoj. Avendo l'ebreo Magino di Gabriele veneto promesso un segreto

per aver due ricolti l'anno, il papa gliene diede privilegio per

sessant'anni, e di abitar colla sua famiglia fuori del ghetto, e il

cinque per cento de' guadagni che la Camera apostolica trarrebbe da tale

innovazione, più un'oncia ogni libbra di seta. Ma il trovato non riuscì.

Sisto eresse anche grandi edifizj, concepiti in senso religioso:

protestò demolirebbe il Campidoglio se il popolo si ostinava a tenervi

le statue che v'avea messo di Giove tonante fra Minerva e Apollo; e se

lasciò Minerva, le sostituì alla lancia la croce; rizzò l'obelisco

famoso in piazza del Vaticano, ma vi pose la croce e reliquie di santi:

compiè la cupola di San Pietro, condusse l'acqua Marzia, congiunse con

ampie vie le basiliche antiche.

Dopo gli ingenti dispendj di Leon X, Adriano VI avea trovato l'erario

esausto, impegnate le gioje; ed essendosi egli proposto di non impor

nuove gabelle nè centrar debiti, dovette parere spilorcio, e lasciò nel

tesoro appena tremila scudi: pure avea mandato quarantamila ducati in

Ungheria e tre navi ai cavalieri di Rodi per resistere ai Turchi.

Clemente VII, il quale vide il maggior disastro che a Roma fosse mai

tocco, introdusse nuove imposizioni, istituì prestiti, fra cui notevole

il Monte della Fede per soccorrere Carlo V contro gl'irrompenti

Musulmani. A Paolo III si attribuisce la prima ordinata imposizione

sopra tutto lo Stato, qual fu il sussidio triennale, ma ed egli e i

successori usarono sempre con grande riguardo delle gabelle e delle

taglie. Spese immense sostenne Pio V nell'interno, oltre le quali, ebbe

la campagna di Levante, coronata dalla battaglia di Lepanto; diede ajuto

alla Francia, agli Inglesi cattolici, alla regina di Scozia; distribuì

due milioni di scudi d'oro ai poveri, ne lasciò un milione nel tesoro, e

cinquecentomila che maturavano fra tre mesi: e nella propria camera

tredicimila scudi, destinati a limosine manuali, e centomila presso il

mastro di casa.

Sisto V non introdusse un buon sistema: e chi lo conosceva allora? ma si

fisse in mente che bisognava avere assai denaro per poter assai; onde,

dopo avere speso secentomila scudi nella guerra de' Turchi, e

cinquantamila per gli obelischi, ducentomila per l'Acqua Felice,

ottocentomila per l'abbondanza, oltre le magnifiche fabbriche, ripose un

tesoro di quattro milioni di scudi, che siamo meravigliati di trovare

menzionato ancora ai giorni nostri nel trattato di Tolentino.

Non affatto scevro del nepotismo, fece cardinale suo nipote Alessandro

Peretti di quattordici o quindici anni, con ricchi benefizj e pingui

abbazie; ma questi ne fece ottimo uso; dotava cento zitelle l'anno, e

oltre le limosine a mano, dispensò più d'un milione di scudi d'oro.

Memorabilissimo è l'aver Sisto V, alle sette congregazioni dell'Indice,

dell'Inquisizione, dell'esecuzione e interpretazione del Concilio, de'

vescovi, de' regolari, della segnatura, della consulta, cresciuto

importanza e ordine, e aggiuntene altre otto; una per fondar vescovadi

nuovi, una sopra i riti, le altre per ispacciare le cause temporali

portate alla Santa Sede, a questa riservando le più gravi. Poco poi,

nella Congregazione _de propaganda fide_, dovuta a Gregorio XV e a suo

nipote Lodovico Lodovisi, tredici cardinali, tre prelati, un secretario

furono destinati a diffondere la religione e dirigere i missionarj; che

con portentosa attività dall'Alpi alle Ande, dal Tibet alla Scandinavia,

dall'Irlanda alla Cina si spargono a convertire Protestanti, Maomettani,

Buddisti, Nestoriani, Idolatri. E mentre la civiltà non portava ai

selvaggi che acquavite per ubriacar sè, ed armi per uccider altri, era

un portento l'aprire mondi interi senza violenza, e non soltanto recarvi

un libro, ma fargliene applicare i dogmi, e ottenere sommessione

all'autorità, abnegazione degli istinti, attuando il carattere della

cattolicità, cioè la potenza di unificar l'umanità nel Cristo redentore.

I prodigi dell'apostolato, coll'eroismo più disinteressato e coi

miracoli più insigni si rinnovavano specialmente nelle missioni delle

due Indie, sicchè di tante perdite in Europa i papi erano consolati

ricevendo ambasciatori dall'Abissinia, dal Giappone, dalla Persia, dagli

antichi imperi d'Oriente e dai nuovi d'America, dove s'istituivano

vescovadi e conventi, scuole e spedali. Di poi Urbano VIII nel Seminario

Apostolico preparò un vivajo di missionarj e un rifugio pei prelati che

la Riforma spogliava: il cardinale Antonio Barberino vi istituì dodici

posti pei Georgiani, Persi, Nestoriani, Giacobiti, Melchiti, Copti,

sette per Indiani o Armeni.

Rinnovando la gran politica de' maggiori papi, Sisto divisava abbatter

l'impero turco mediante un'alleanza colla Persia e la Polonia;

conquistare l'Egitto, e congiunger il Mediterraneo col Mar Rosso per

restituire il primato all'Italia; conquistare il Santo Sepolcro, di cui

allora il Tasso cantava la liberazione; coi potentati d'Italia non

seguir la politica del Macchiavelli, vagheggiata da' predecessori, ma la

fermezza del cattolicismo; proponendosi unico voto la propagazione della

fede, eccita Filippo II a conquistare l'Inghilterra e vendicare Maria

Stuarda; medita una crociata contro Elisabetta regina e Ginevra;

sostiene la Lega in Francia; osteggia Enrico IV, benchè poi si sentisse

allettato dal genio di questo in modo, che la pubblica opinione propalò

inclinasse alle idee protestanti, e che in ciò obbedisse al diavolo, col

quale avea stretto un patto, e che se ne portò l'anima quando morì dopo

soli cinque anni di operosissimo papato[4].

Questi ricordi ci portano a dar un'occhiata alle vicende della Riforma

in Francia, alle quali si annettono molti personaggi italiani, e

principalmente Caterina de' Medici di Firenze. Vedemmo come suo zio

Clemente VII le ottenesse la mano di Enrico, secondogenito del

cavalleresco Francesco I; il quale celebrò quelle nozze col supplizio di

varj Luterani, e con editti rigorosissimi contro di questi. Tal era la

scuola, alla quale veniva questa italiana a portare (come pretendono i

Francesi) i vizj, l'intolleranza, la machiavellica del nostro paese,

mentre scrive Chateaubriand che _la debauche et la cruauté sont les deux

caractères distinctifs de l'êre des Valois_, e troppo il provano

Brantôme e gli altri cronisti.

Essendo morto il Delfino, Caterina si trovò sui gradini del trono, ma

fra la duchessa d'Etampe[5] amante del suocero, e Diana di Poitiers

amante del marito; costretta a dissimulare ed ecclissarsi. Ma ecco

Francesco muore, logoro dai piaceri, il 31 marzo 1547, e Caterina

diventa regina, ma pur sempre avvilita dall'insultante presenza d'una

rivale, che sebbene invecchiata, conservava sopra Enrico un predominio,

che i contemporanei non seppero attribuire che a fatuchierie. Il re

volle sua moglie venisse coronata il 10 giugno 1549, con feste

splendidissime e un torneo quale soleasi in quel regno, che fu sopra gli

altri reputato per tali spettacoli; e pensò rendere compiuta la festa

col far bruciare quattro eretici. Ma uno di essi, col quale aveva egli

medesimo più volte disputato, lo fissò con tal misto di dolore e di

coraggio, che il re ne raccapricciò, e fece proponimento di più mai non

esporsi a simile cimento.

La Francia era paese robustamente sistemato, sicchè respinse

costantemente le novità, quando più prevalevano nella Germania e

nell'Inghilterra, sbranate fra l'aristocrazia; e tutte le memorie

attestano come la maggioranza del popolo restasse avversissima ai

novatori, e guardasse in sinistro ogni concessione che a questi si

facesse. Li favorivano invece i principi del sangue e i grandi vassalli

e guerrieri, come i reali di Navarra e l'ammiraglio di Coligny. Ne

derivava per tutto il regno uno scompiglio, ben più grave che all'Italia

non fosse sorto dalla lotta fra il papato e l'impero: e Caterina

trovossene in preda allorchè, nel 1560 ucciso suo marito in un torneo,

ebbe ad assumer la reggenza pel fanciullo Francesco II, poi per l'altro

Carlo IX. Nipote di due gran papi, vedova d'un re, madre d'una fanciulla

che sposò Filippo II, e di due figli che successivamente regnarono;

bella, colta, maestosa, magnifica allo spender e al fabbricare giusta

l'esempio della sua famiglia, nel vigor degli anni, istruita dalle

sventure de' suoi e dalle proprie, inasprita dall'aver dovuto lunghi

anni rassegnarsi a un'oltraggiosa rivalità e tenersi rimossa dagli

affari, si vide d'un tratto a capo del regno, fra il vortice di poderose

fazioni, che sbranavansi nella parte più vitale, la religiosa. Le

imprecazioni, troppo consuete in tempi di partiti, e quando la parte che

soccombe è la più attuosa in parole e scritture, perseguitarono questa

donna, rea sopratutto d'esser forestiera: e la storia servile la copiò,

esibendola come il tipo dell'astuzia e della fierezza italiana, d'una

politica egoista da Machiavello, d'una fredda crudeltà; e testè Michelet

la chiamava «un verme sbucato dal cimitero d'Italia». Realmente essa,

ancor giovane e avvenente, più non depose il bruno; de' rotti costumi

suoi non cianciano che i romanzieri[6], quantunque per politica

tollerasse gli altrui; amante de' figliuoli, sebbene li trattasse da

assoluta: operosa così, che fin venti lettere scriveva in un dopo

pranzo: d'abilità insigne diè prova, dedotta da quel sentimento d'una

grande responsabilità, che si eleva di sopra alle considerazioni

secondarie e alle calunnie di fazione: inarrivabile nell'affascinar chi

l'avvicinasse, tenea la corte più splendida d'Europa, ricreata da feste,

balletti, amori; e mentre la imputavano di cumular tesori, alla morte

non le si riconobbero che debiti. Chi conoscesse anche solo i miserabili

tempi in cui viviamo, saprebbe quante difficoltà porti il regolarsi in

età di passioni violente, dove la medesima condotta produce applauso o

esecrazione, anzi dà alternamente l'uno e l'altra. Quest'è ben certo che

la politica di Caterina fu eminentemente francese, e mentre gli Ugonotti

avrebbero venduto la patria agli Inglesi o chiamato a devastarla i

raitri tedeschi, ella si staccò dall'alleanza di Spagna, cercata dai

partigiani; e nel volere conservar se stessa in dominio conservò la

Francia che minacciava o andar a brani o cascar nella tirannide. Con ciò

siamo a gran pezza dal voler giustificare tutti i suoi atti, ispirati,

come gli altri del tempo, dalla politica di cui si fe' dettatore quel

Machiavello, che merita le apoteosi de' nostri contemporanei perchè

insegnò che «la fraude fu sempre necessaria a coloro che da piccoli

principj vogliono a sublimi gradi salire; la quale è meno vituperevole

quanto è più coperta»[7].

Coi Riformati tentò ella dapprincipio la conciliazione, e fu per sua

opera che si tenne un colloquio a Passy. Per ottenerlo essa avea scritto

a Pio IV, esponendo, le opinioni in Francia esser propense alla Riforma,

come sempre verso ciò che è nuovo e che fiede l'autorità; quelli

staccatisi dalla Chiesa sommare a tanti, da non potersi più reprimere

con leggi e coll'armi, comprendendo magistrati e nobili, uniti e

formidabili, ma non trovarsi fra loro nè anabattisti, nè libertini, nè

d'altre opinioni mostruose, tutti ammettendo il simbolo apostolico.

Perciò taluni pensano si deva tollerarli, benchè deviino in altri punti;

sperando che Iddio dissiperà le tenebre, e farà sfavillare a tutti la

luce e la verità. Qualora il papa volesse aspettar le decisioni del

Concilio[8], bisognerebbe al male pressante trovar rimedj particolari

per richiamare i traviati e ritenere i fedeli. Pei primi, il miglior

mezzo sarebbe l'istruzione; pacifiche conferenze tra quei delle due

parti che possedano maggior scienza e amore di pace; ne' vescovi zelo di

predicare, d'avvertire, d'esortar alla carità, alla concordia; astenersi

da diverbj e da termini ingiuriosi. A quelli rimasti in grembo della

Chiesa, ma con dubbiezze e difficoltà e travagli di spirito, vorrebbesi

toglier ogni occasione di scandalo; sbandire l'adorazione delle immagini

e la recente festa del _Corpus Domini_: nell'amministrazione del

battesimo ommettere gli esorcismi e la saliva e le preghiere estranie

all'istituzione del sacramento. Vorrebbesi anche ammettere tutti alla

sacra mensa sotto le due specie; non comunioni nè messa in privato, ma

tutti insieme, e dopo la confessione generale de' peccati, e cantato i

salmi, e facendo preghiere pel re, pei signori, per gli ecclesiastici,

pei frutti della terra, per gli afflitti; tutto in vulgare anzichè in

latino, acciocchè i fedeli possano scientemente esclamare _Così sia_.

Indicava altre pretese aberrazioni del culto; e finiva esortando il

santo padre a immolar se stesso, assicurandolo che le persone savie e

moderate non attentavano all'autorità di lui, nè presumeano innovare il

dogma.

Solite illusioni, dalle quali prestamente ella fu riscossa per forza.

Pio IV a quel colloquio deputò il cardinale di Ferrara, nato dalla

famosa Lucrezia Borgia. Fu ricevuto senza le onoranze consuete, e subito

i libellisti sparpagliarono ch'era nipote d'Alessandro VI, del quale si

pubblicò la storia scandalosa, e gli aizzarono il popolo in guisa, che a

fischi inseguiva il crocifero quando uscisse sulla mula a croce alzata.

Nella villa di Passy l'agosto 1561 fu tenuto il colloquio, e Teodoro

Beza, che veniva campione del suo amico Calvino, volle aver per appoggio

Pietro Martire, come dicemmo (vol. II, pag. 76). Quivi undici ministri e

ventidue inviati delle principali chiese riformate di Francia

combatterono il cardinal di Lorena, alla presenza della Corte e di gran

savj; Pietro Martire, che parlava italiano per compiacere a Caterina, vi

spiegò grand'erudizione e aspirazioni moderate; si compilò la famosa

formola intorno alla Santa Cena, transazione che i nostri teologi

repudiarono come capziosa ed ereticale; onde il colloquio si sciolse,

inutile come tutti quelli fra due partiti estremi.

Al colloquio assisteva un altro prelato italiano, Giovanni Antonio

Caracciolo. Era nato a Melfi, terzo figlio di Sergianni Caracciolo

principe di Melfi e duca d'Ascoli, e gran siniscalco del regno, che

passato in Francia dopo le vittorie del Lautrech, come maresciallo avea

guerreggiato i Valdesi della val di Luserna, e fatti smantellare i

castelli di Torre, Bobbio, Bricherasio, Luserna. Cresciuto alla Corte di

Francesco I, presto se ne annojò, e ritirossi al deserto della

Sainte-Baume in Provenza; poi reduce a Parigi, si fe certosino, indi

canonico di San Vittore (1538), lo che non tolse che abbracciasse la

milizia, finchè Francesco I per tenerlo alla religione lo costituì

abbate di quell'insigne monastero. Come irrequieto nelle speranze,

così era scandaloso ne' costumi, vestiva da laico, blandiva

cortigianescamente, e con tal mezzo nel 1551 ottenne il vescovado di

Troyes, colla licenza di conservare la lunga barba. Quivi inclinò alle

dottrine de' Riformati, partecipò alle loro cerimonie, a cui la sua

posizione aggiungeva molta autorità; Enrico II gli proibì di predicare;

la Santa Inquisizione a Roma lo processò; ma egli ritrattossi

pubblicamente, e si recò a' piedi del pontefice. Forse sperava il

cappello cardinalizio, e non l'ottenendo, passò per Ginevra, e

affiatatosi con Beza e con Calvino, adottò le loro confessioni: al

colloquio di Passy cercò spedienti di conciliazione, ma dopo di quello

professò apertamente la Riforma; chiamò alla sua città Pietro Martire e

in man di esso abjurò, e unì una comunione protestante, pur conservando

il titolo di vescovo, aggiunto a quello di ministro del Vangelo[9], ed i

Calvinisti, distruttori della gerarchia, pur continuarono a osservarlo

come vescovo. Morì del 1569, e non è certo s'ammogliasse. Scrisse il

_Miroir de la vraie religion_ (Parigi 1541), e nelle _Lettere di

principi a principi_ n'è una sua del 14 luglio 1559 per giustificare il

Montgomery dell'uccisione di Enrico II.

Tra ciò il calvinismo si diffondeva, e Pietro Paolo Vergerio,

all'elettor di Sassonia scrivendo nel 1560 e 61, gratulavasi

continuamente che le loro cose in Francia prosperassero; che essendo

governatore il nuovo re di Navarra, zelante evangelico, sperava

s'andrebbe in meglio, e si ridurrebbe a patteggi il papa. Il Barbaro,

ambasciadore veneto a Parigi, alla morte di Francesco I calcolava che un

terzo del regno fossero eretici: il Michiel, ambasciadore nel 1561, li

portava a tre quarti, sebben l'altro ambasciadore Soriano l'anno stesso

li restringesse a un decimo: e nel 1569 il Correr asseriva che, al tempo

della maggior possa, gli Ugonotti erano un trentesimo del popolo, e un

terzo della nobiltà[10]. Bayle, scrittore disaffezionato della religione

cattolica quanto ognun sa, scrive che «stette a ben poco che i

Protestanti non guadagnasser il sopravento al principio di Carlo IX, e

se vi riuscivano, sa Dio che sarebbe divenuta la religione persecutrice.

Se il re di Navarra, dichiaratosi per essi, avesse avuto la forza di

conoscer il laccio che l'altro partito gli tendeva (massimamente nel

promettergli il regno di Sardegna), sarebbe rimasto saldo nella loro

comunione. Tanto bastava per assicurare la vittoria, essendo egli

luogotenente del regno, nè era difficile far abbracciar la professione

della chiesa riformata a Caterina de' Medici».

Questa speranza nutrirono molti[11], e più da che, coll'editto del

gennajo 1562, ella ebbe proclamato la tolleranza religiosa; ma poichè

ciò fu causa della prima guerra civile, ella s'avvide come coll'unità

della religione perirebbe l'unità del regno: e favorì i Cattolici,

ricevette i primi Cappuccini, condotti da frà Domenico da San Gervaso, e

assegnò loro un convento in Parigi nel 1571. Ma già le discordie erano

scoppiate da per tutto; gli Ugonotti saccheggiavano le sacristie, i

Cattolici distruggevano le cappelle; dagli insulti passavasi al sangue:

martiri vantavansi da tutte le parti[12]; la guerra civile infuriava; i

principi della casa reale erano divisi, gli uni appigliandosi

pertinacemente al passato, gli altri agognando al nuovo. Giovanni

Correr, dipingendo quelle miserie de' Francesi, conchiudeva: «Gli ho

sentiti più volte esclamare: Oh se i miei beni fossero nel veneto! E mi

domandavano se la Repubblica accettasse danari a prestito; voleano depor

alla nostra zecca grandi somme, credendovele sicure. Venezia era per

loro il luogo più sicuro, il paese ove non si conosce che un Dio solo,

non si pratica che un solo culto, s'obbedisce a un principe solo, e

tutti possono vivere senza paura, e godere il proprio bene in pace».

Dacchè in Iscozia spossessavasi Maria Stuarda, la riverenza pei regnanti

era scossa, e i Riformati aveano proposto pure in Francia di

impadronirsi del re e del cardinale di Lorena; ma non riescirono che ad

esasperarli. In realtà gli Ugonotti aspiravano a repubblica e a spezzar

la Francia in provincie confederate: Calvino avea dichiarato che il re,

il quale non ajuta la Riforma, si abdica da re e da uomo, onde perde il

diritto di farsi obbedire, e merita gli si sputi in faccia, come a tutti

i re cattolici. I suoi seguaci formavano quasi una potente massoneria:

aveano fatto molte parziali uccisioni; le insurrezioni succedeano

contemporanee, come allorchè son effetto di intelligenze segrete:

levarono uomini e denari; e nel 1563 settantadue ministri calvinisti

aveano sporto al re una petizione acciocchè prevenisse le eresie e gli

scismi e le turbolenze che ne derivano, punendo severamente gli eretici,

cioè chi dissentiva dalla loro confessione. Pare ancora che il famoso

grancancelliere L'Hopital e il cancelliere Ferrier, protestante celato

che stava ambasciadore a Venezia, e molto stretto con frà Paolo Sarpi,

tramassero per istaccare il re dal papa, e indurlo a costituire una

chiesa nazionale. E già i risoluti allestivansi a guerra rotta; gli

Ugonotti, capitanati dal Condè, non esitarono a ceder all'Inghilterra le

fortezze francesi; e coll'assassinio liberaronsi del duca di Guisa, capo

de' Cattolici. Caterina, più fida al partito nazionale, malgrado i

consigli di Filippo II e del duca d'Alba, credendo suo primo dovere

l'evitar la guerra intestina, sopportava persino le sommosse parziali,

le uccisioni, l'aperta resistenza; cercava tempo dal tempo; dicono gli

uni per debolezza, dicono gli altri per ambizione: l'avrebbero esecrata

come sanguinaria se reprimeva i primi eccessi: l'esecrarono quando di

passo in passo lasciolli crescere fin alla spaventosa catastrofe di San

Bartolomeo.

Il granduca di Toscana avea cercato insinuare di perdere i nemici di

Francia piuttosto in pace che in guerra. «Consideri la santità sua che,

nel travagliare quel regno con l'armi, si fanno ogni dì nemici al re ed

alla religione cattolica, nè può con tutti li ajuti che gli porga

rimediarvi sua beatitudine; anzi, che i tristi si valeranno a suscitar

le genti contra il principe loro naturale con il nome del papa, siccome

si è veduto per il passato; dove che nella pace e quiete del regno sarà

in potere di quelle maestà spegnere quei capi facinorosi e seduttori, e

di questa maniera ridurre il restante a poco a poco e con facilità al

gremio della Chiesa romana»[13].

Pio V, udendo la desolazione della Francia e i pericoli in cui gli

Ugonotti metteano que' regnanti, risolse soccorrerli d'armi e denaro.

Quelle affidò a Lodovico Gonzaga, duca di Nevers; ma di denari mancava,

tutto avendo dato all'imperatore, a Venezia, ai Cavalieri di Malta per

la guerra contro i Turchi; e durando nel proposito di non aggravare di

più i sudditi. Uscì dunque con raccomandazioni, e subito vi risposero

tutti i paesi d'Italia; il senato romano con centomila zecchini,

altrettanto gli ecclesiastici, altrettanto lo Stato: molto i duchi di

Savoja, parenti e vicini ai reali di Francia, ed Emanuele Filiberto

impose ducento mila zecchini ai sudditi: centomila il duca di Toscana,

altrettanti Venezia, ricevendo in pegno sette diamanti della corona:

ducencinquantamila ne votò il clero cattolico. Dove ci pajon notevoli e

la spontaneità di quelle offerte, che attestano come una tal guerra

fosse popolare: e il dispiacere che il papa mostrava di esser costretto

a cercare.

Caterina si era indotta, nel 1568, a concedere l'editto di pacificazione

di San Germano, col quale veniva a riconoscere gli Ugonotti e la

pubblicità del loro culto; e impalmò una sua figliuola ad Enrico re di

Navarra, capo di questi. Il Parlamento negò registrare quell'editto; il

popolo indignavasi del matrimonio, e viepiù quando i seguaci di esso re

ricusarono curvarsi all'effigie della Madonna. Il Correr, ambasciatore

veneto nel 1570, scriveva: «In Parigi il popolo è così devoto, levatone

un picciol numero, e così nemico degli Ugonotti, che con ragione posso

affermare che in dieci città delle maggiori d'Italia non vi sia

altrettanta devozione ed altrettanto sdegno contro i nemici della nostra

fede, quanto in quelle». Commetteansi eccessi contro di loro, a loro

attribuivansi le pubbliche sciagure e inumani delitti, come un tempo

agli Ebrei; ai loro supplizj accorreasi come a una festa, piacendosi

d'atroci mutilazioni.

Crebbe l'ira contro gli Ugonotti dacchè le armi cattoliche di Spagna, di

Venezia e del papa ebber rotta a Lepanto la flotta turca, e salvato da

un'invasione musulmana l'Italia e l'Europa; mal soffrendo che una così

segnalata vittoria si fosse riportata senza che la Francia vi

concorresse. Il nuovo duca di Guisa, caporione del partito cattolico,

viepiù se ne esaltò, e indispettivasi che la decretata tolleranza

scemasse la sua onnipotenza, e fosse rimesso in onore l'ammiraglio di

Coligny, ch'egli credeva autore dell'assassinio di suo padre. Invano

Carlo IX, rinnovato l'editto di pacificazione, volle che i due emuli

giurassero dimenticar le ingiurie. Il Guisa pensò ripagar l'assassinio

coll'assassinio, spedienti allora pur troppo consueti[14]; e il Coligny

fu colpito, non ucciso. Se la tigre assapora il sangue chi più la frena?

e le fazioni son tigri. Quinci e quindi preparavasi una strage

universale; il papa stesso la prevedeva, e ne dava avviso[15]: non

restava che a decidere chi primo. E primi furono i Cattolici, che la

notte di san Bartolomeo del 1572 assassinarono molti Ugonotti, sul cui

numero corre grandissima diversità. L'esecrazione per quel fatto non

potrà esser menomata da ragionamenti; ma i fatti provano che Carlo IX e

Caterina ne erano innocenti, se non ignari; che dovettero consentire a

quel che imponeva o il furor della vendetta o il pericolo di rimanerne

vittima.

Di questi successi noi abbiamo narratore Enrico Caterino Davila

(1576-1631), i cui nomi derivano dal re e dalla regina, benefattori di

suo padre dopo che i Turchi l'ebbero espulso da Cipro dond'era

connestabile. Nacque a Padova, fu lungamente in Francia, della quale

potè veder dappresso gli scompigli e prendervi anche parte. Fedele alla

bandiera cattolica, meno per credenza che per politica, sostiene

continuo la fazione regia; minuzioso come chi è abituato alle

anticamere, pure con occhio arguto scerne le ipocrisie de' partiti,

vagheggia la buona riuscita ottenuta dai furbi o dai forti, e la strage

del san Bartolomeo disapprova solo perchè non raggiunse lo scopo.

Ma che quella fosse una lunga premeditazione ogni carta che si scopre o

che meglio si legge lo smentisce. Se Caterina pensò realmente toglier di

mezzo il Coligny, e il misfatto crebbe a inaspettate proporzioni, ella

non sarebbe men colpevole, ma in modo diverso dal vulgato. Ciò che

sgomenta si è che quell'esecrabile delitto venne festeggiato, quanto

vedemmo ai dì nostri alcuni altri assassinj, fin giustificati

teoricamente: a Roma una medaglia fu coniata per rammemorarlo; il Vasari

lo dipinse; il famoso milanese Francesco Panigarola, predicando in San

Tommaso del Louvre, in presenza a tutta la Corte, congratulava il re

che, dopo aver tanto pazientato, ed esposto l'onor del regno e la

dignità propria a pericoli evidenti, avesse alfine restituito il manto

cilestro e i gigli d'oro alla bella Francia, dianzi abbrunata;

ristabilito la vera religione cristiana nel paese cristianissimo,

purgato dall'infezione dell'eresia quanto è fra la Garonna e i Pirenei,

fra il Reno e il Mare[16]. Il Tasso, e tutti gli scrittori del tempo

magnificano quel fatto. Il Requesens, governatore di Milano, aveva

scritto al granduca: _De Francia tengo casi los mismos. Y me pesa mucho

que non se proceda contra los hereses con el rigor que se començo, y

convenia. Plazera a Dios que el rey cristianissimo tenga el fin que

publica, y a su tiempo tome la occasio._ Poi come ebbe notizia della

strage, al 3 settembre rallegravasi seco _de lo subcesso en la corte de

Francia a los 24 del passado, pues la muerte del Amirante, y de las

mascabeças de Luteranos, que fueron muertos a quel dia por los

Catolicos. Sarà tanta falta a los Ugonotes, y abierto camino al rey

cristianissimo para que, con el buen zelo que tiene, pueda allanar su

regno, y asentar las cossas de la religion como convenga demas delo que

esto ymportara para asentar las cossas de Flandes ecc._

E al 10 settembre: _Espantome que entonces no tuniesse v. e. el aviso de

la muerte del Almirante, y de los demas hereses de Francia. De que con

el ordinario passado me alegre con v. e., come me alegro agora de nuevo,

con la qual cessara lo de la armada de Estrozi: pues se occupara en

cobrar la Rochela, y todos lo demas umores que v. e. dize que se

sospechava que andavan levantandose._

E il 14: _Y es con muy gran razon alegrarse v. e. con migo del buen

subceso de Francia, pues siendo aquel tan en servicio de la

christianidad, y occasion para que el rey christianissimo pueda asentar

las cossas delle como le conviene en su regno. Me avia de caber tanta

parte de contentamiento despues a ca estan estas fronteras quietas, y

nos ôtros mas Plega a Dios dellevallo adelante pues lo que mas conviene

es la paz entre los principes christianos, y atender solo contra los

infieles, ecc._

Anche altre lettere trovammo negli archivj, di congratulazione per quel

fatto, pel quale furono ordinate feste di ringraziamento in tutta

Toscana e altrove, considerandola come un gran pericolo isfuggito.

Effetto immediato della strage in Francia fu il prorompere più violenta

la guerra civile, la quale con variatissimi successi continuò lungo

tempo[17]. Caterina, mescolata per trent'anni a que' fatti, subì giudizj

affatto diversi, certo ebbe molto talento, molta ambizione, molta

abilità, poca morale, badando solo al fine, qual era di salvare il trono

dei Valois.

Sisto V, coll'altissimo sentimento che avea dell'autorità, dovea

condannare i re eretici di Francia, ma al tempo stesso riprovare la Lega

che erasi formata contro di loro. Pertanto non volle continuare i

soccorsi che Gregorio XIII avea dato alla Lega, e quando la Spagna lo

eccitò a mantener le promesse del predecessore, all'ambasciadore che

dicea volergliene far l'intimazione a nome della cristianità egli

rispose: «Se voi mi fate l'intimazione, io vi fo tagliar la testa».

Insieme però nel settembre 1585 avventava la scomunica a Enrico di

Navarra ed Enrico di Condè, rimasti caporioni del partito ugonotto. Il

parlamento di Parigi ricusò registrar la bolla; il re di Navarra fece

affiggere in Roma una protesta, ove lo chiamava falso papa ed eretico, e

che lo proverebbe in un Concilio legittimamente radunato.

Sisto s'inviperì di tale atto, poi meravigliandosi che alcuno avesse

tanto osato, malgrado il terrore che ispirava, prese buon concetto di

quel principe; mentre d'Enrico III, altro figlio di Caterina, prevedeva

che il suo carattere lo condurrebbe al punto di dover gittarsi in

braccio agli Ugonotti. Così fu, e questo re che già s'era disonorato in

Polonia, trovò un fanatico che l'uccise in nome della religione

cattolica, come in nome della protestante era stato assassinato il

Guisa.

Toccava allora la corona di Francia al re di Navarra col nome di Enrico

IV, ma era costretto conquistarsela. Sono vicende famose per istorie e

poemi, dove noi tocchiam soltanto di volo ciò che appartiene all'Italia.

La Lega formata dai Cattolici per respinger il re ugonotto, ebbe ajuti

da Filippo II di Spagna, che vi mandò Alessandro Farnese duca di

Parma[18] uno de' migliori generali del mondo, e che allora guerreggiava

i Protestanti ribellati nelle Fiandre. Uom positivo quanto valente

capitano, non ambiva la gloria, ma la riuscita; nulla abbandonava al

caso, ma colla lentezza assicuravasi i successi. Se Enrico IV gli facea

dire da un araldo «Uscite dal vostro coviglio, e venite ad affrontarmi

in campo aperto», egli rispondeva: «Non ho fatto tanto viaggio per venir

a prender consiglio da un nemico». In fatto con sapiente inazione riuscì

a vittovagliare l'assediata Parigi: come un'altra volta, accorso in

ajuto del circondato Mayenne, a Caudebec ne salvò tutto l'esercito,

sotto gli occhi d'Enrico.

In questi successi volea vedersi direttamente la mano di Dio. Per

sostener il coraggio degli assediati, il papa avea spedito legato il

cardinale Cajetano, a cui si accompagnò il milanese padre Panigarola.

Questi era stato in patria scolaro di Primo Conti e d'Aonio Paleario:

dotato di prodigiosa ritentiva, a soli tredici anni fu mandato a Pavia a

studiar leggi, ed è bello udirgli dipingere la dissipazione degli

studenti d'allora. «A poco a poco (narra egli di sè) così sviato

divenne, che questione e rissa non si facea, dove egli non intervenisse,

e notte non passava, nella quale armato non uscisse di casa. Accettò di

più d'esser cavaliero e capo della sua nazione, che è uffizio

turbolentissimo, e amicatosi con uomini faziosi di Pavia, più forma

aveva ormai di soldato che di scolare. Nè però mancava di sentire in

alcun giorno li suoi maestri,... de' quali, sebbene poco studiava le

lezioni, le asseguiva nondimeno colla felicità dell'ingegno, e le

scriveva; e quando andava talora a Milano, così buon conto ne rendeva al

padre, che levava il credito alle parole di quelli, che per isviato

l'aveano dipinto. Si trovò egli con occasione di queste brighe molte

volte a Pavia in grandissimi pericoli della vita; e fra gli altri

trovandosi presso San Francesco in una zuffa fra Piacentini e Milanesi

ove fu morto un fratello del cardinale Della Chiesa, da molte

archibugiate si salvò collo schermo solo d'una colonna, ove pur anche ne

restano impressi i segni»[19]. Dopo gioventù così dissipata andò

francescano, e preso a modello il famoso oratore Cornelio Musso, salse

anch'egli in gran celebrità; dove arrivava era accolto a battimani, e

spesso costretto recitare un discorso prima di riposarsi.

A istanza di Pio V ito a Parigi, fu festeggiato, massime da Caterina

regina. Tornato in Italia il 1573, continuò i trionfi, e venne fatto

vescovo d'Asti nel 1587. Per verità egli non mostra conoscere nè la

teologia abbastanza, nè il cuore umano; ma parla vigoroso, e forse più

vigoroso declamava; donde quei grandi effetti. Da Sisto V rispedito in

Francia il 1589, dal pulpito esaltava gli avvenimenti coi paragoni di

Betulia liberata e di Senacherib: sul testo _Ecce motus magnus factus

est in mari, ita ut navicula operiretur fluctibus_, confortava i

Parigini a sostener que' patimenti, assomigliati a quelli di Cristo;

prometteva a nome del papa un giubileo speciale: esortava a respinger la

milizia inglese, «le cui crudeltà sono scritte con il sangue nei

sobborghi vostri», e vendicarsi de' Politici e del re di Navarra,

raffigurato in Acabbo.

Ma il Farnese morì, ed Enrico IV calcolò che il regno di Francia poteva

anche comprarsi con una messa[20]. Cercò dunque riconciliarsi col

pontefice; fece l'abjura: e alfine fu ricevuto all'assoluzione,

imponendogli di ristabilire il culto cattolico in tutto il Bearn;

pubblicare in Francia il Concilio di Trento, salvo certe modificazioni;

restituire al clero cattolico tutti i beni, escludere i Protestanti da

ogni pubblica carica; a lui personalmente imponevasi di sentir messa

conventuale tutte le domeniche, e messa privata ogni giorno, dire il

rosario tutte le domeniche, le litanie tutti i mercoledì, digiunare

tutti i venerdì, confessarsi e comunicarsi almen quattro volte l'anno.

Il 15 novembre 1595 si fe la cerimonia, che pel papato riusciva un

insigne trionfo dopo tante umiliazioni. In San Pietro, ornato colla

massima pompa, il pontefice Clemente VIII nell'arredo più splendido

sedeva sul trono, circondato da' cardinali e dalle cariche di palazzo: e

con dodici penitenzieri portanti la bacchetta. I cardinali D'Ossat e Du

Perron, incaricati di rappresentare il re, lessero la professione di

fede, e promisero le condizioni imposte. Intonossi il _Miserere_,

durante il quale il papa con una verga batteva or l'uno or l'altro dei

due messi, e dichiarò assolto il re, e tornogli il titolo di

cristianissimo. Allora proruppero i canti del gaudio, accompagnati da

organi, campane, cannoni: e il papa abbracciando i due procuratori

disse: «Mi reputo felice di aver aperto al vostro signore le porte della

Chiesa militante». Du Perron soggiunse: «Accerto vostra beatitudine che,

colla fede e colle opere buone, egli aprirà a se stesso le porte della

trionfante».

Il papa anche nell'interesse mondano aveva di che esultare, poichè da

quell'istante cessava di esser protetto soltanto dalla Spagna, sincera e

convinta cattolica, ma dura e imperiosa, e trovava un nuovo appoggio in

questa Francia bizzarra e generosa. Enrico, che pur non s'intendeva

molto di libertà religiosa, meritò da Clemente VIII quell'elogio: _nihil

sibi de religione adsumens_. E quando fu ucciso[21], Paolo V disse al

cardinal d'Ossat: «Voi avete perduto un buon padrone, io il mio braccio

destro»; e scrisse alla vedova Maria de' Medici una lettera di cui

trovammo la bozza al Nº 4029 dell'Archivio Mediceo: «La morte del re

Enrico, che sia in gloria, essendo caso così grave e acerbo che eccede

ogni esempio, dovrà credere la maestà vostra che sia altrettanto grave

ed acerbo e con ogni eccesso d'amore il dispiacere con che sentiamo

ancor noi questa disgrazia, la quale tanto più punge e ferisce l'animo

nostro, quanto che partecipandone così gran parte, non conosciamo che

questo rispetto possa diminuire in lei il suo dolore ecc.»[22].

Noi ci limiteremo a riflettere come Caterina proclamasse la tolleranza

religiosa, e i Cattolici vi si opposero fino a proromperne la guerra

civile: Carlo IX rinnovò l'editto di pacificazione, e vi rispose la

micidiale notte di san Bartolomeo: Enrico III non vi riuscì per

opposizione della Lega: Enrico IV potè stabilirla mediante l'editto di

Nantes, che però fu revocato da quel che i Francesi chiamano il gran re.

Se ne argomenti qual concetto s'avesse della tolleranza religiosa.

NOTE

[1] Il P. Theiner occupa tre volumi in-folio sol per narrare di questo

pontificato.

[2] DE THOU, L. LXXIX.

[3] Nel carteggio de' Medici a Firenze, filza 255, si vede quanto fosse

approvata e festeggiata l'elezione del cardinal Montalto.

[4] Vedi sopra a pag. 386 il volume precedente. Anche il marchese Muti

scriveva al duca di Savoja che, mentre Sisto V era malato, gli comparve

in camera un frate vestito di bianco, ch'era il diavolo, e gli rammentò

come fosse scaduto il tempo pattuito, e bisognava andarsene con lui: che

il papa non volle confessarsi: e morto che fu, un uccellaccio volò

attorno alla sua finestra, e il cielo da sereno si fe bujo; scoppiarono

fulmini, e uno colpì lo stemma papale sul ghetto degli Ebrei.

E sopra relazioni siffatte tessono le loro storie l'arguto Petrucelli ed

altri.

Vedasi J. LORENTZ, _Sixtus V und seine Zeit_. Magonza 1832.

[5] Questa ottenne a suo zio Antonio l'abazia di Fleury, il vescovado

d'Orleans, il cappello rosso, l'arcivescovado di Tolosa: a Carlo suo

fratello l'abazia di Bourgueil e il vescovado di Condom; a Francesco

altro fratello l'abazia di San Cornelio di Compiègne e il vescovado di

Amiens; all'altro di nome Guglielmo il vescovado di Pamiers; due sorelle

furono abadesse l'una a Maubuisson; l'altra a San Paolo in Beauvoisis.

Gli eretici d'Italia, vol. III · 第 1 / 101 段