seducendo con larghe promesse di pace e di commerci il negus
d'Abissinia, presso il quale legati di Francia e di Grecia
s'argomentavano a crearci diffidenze e difficoltà. Gli si deputò in
missione con molti regali il capitano Ferrari, ma se le assicurazioni di
questo parvero calmarlo un istante, non poterono togliergli il sospetto
della conquista da noi iniziata sul confine del suo impero. Infatti
all'annunzio del nostro continuo dilatarci ad Arafali ed Arkiko, e
dell'intenzione di occupare Saati e Amba, il negus s'irritò nuovamente:
razzie di abissini nei pressi di Massaua parvero prodromi di guerra. Nel
parlamento e nel paese le apprensioni divennero più vive; il ministero,
incapace di dare all'impresa africana un rapido ed imponente sviluppo
militare, si sentiva trascinato alla guerra, e volendo nasconderne la
fatalità si imbrogliava ad ogni interpellanza. Nei partiti l'idea
africana era non meno torbida che nel governo, le discussioni tiravano
all'accademico. A complicare la situazione venne il ritiro di Gladstone
dal ministero inglese, nel quale successe il marchese di Salisbury
pertinacemente ostile sino dalla prim'ora ad ogni nostro intervento in
Africa.
Il ministero Depretis ne fu scosso, il ministro Mancini dovette
dimettersi.
L'occupazione di Saati da noi compita con basci-buzuck assoldati dal
comando superiore di Massaua produsse nuovi scoppi di ira alla corte
d'Abissinia. Tale villaggio preso dagli egiziani nel 1866, quando posero
piede a Massaua, da essi abbandonato nei disastri del 1875-76,
rioccupato al tempo della missione Hewett, ritolto loro alla firma del
trattato che ne derivò e nullameno rimasto loro, era ancora difeso da
alcuni buluck di basci-buzuck, quando il colonnello Saletta decise
d'impadronirsene contro ogni possibile sorpresa degli abissini su
Monkullo, che è la chiave di Massaua. Per quanto il danno immediato di
questa occupazione fosse degli egiziani, e gli abissini considerassero
questi come i loro più antichi nemici, era impossibile al negus non
sospettare gravi pericoli da questa nuova espansione degli italiani sui
confini del proprio regno. Il nostro contegno verso le tribù degli
Habab, dei Belad-el-sek e dei Mensa, sui quali l'Abissinia pretendeva
esercitare una assoluta supremazia e alle quali noi concedemmo il nostro
protettorato, punse oltre l'orgoglio del negus anche le gelosie di ras
Alula, il suo miglior generale. L'imperatore Giovanni scrisse a Menelik
re dello Scioa, suo tributario, per lagnarsi degl'italiani e
denunziargli la loro imminente cacciata dall'Africa; agenti egiziani e
greci soffiavano su queste ire.
Intanto a reggere il ministero degli esteri il Depretis chiamava il
conte di Robilant, generale ed ambasciatore a Vienna, di credito
superiore al valore poichè aveva consigliato la visita di re Umberto a
Francesco Giuseppe e da questo non restituita con grave sfregio di Roma.
I primi atti del nuovo ministro furono nullameno abbastanza risoluti:
unificò il comando militare di Massaua sino allora diviso fra le forze
di terra e di mare, vi mise a capo il generale Genè imponendogli di
profittare del primo conflitto colle autorità egiziane per impadronirsi
del governo e dell'amministrazione diretta sui territori da noi
occupati, ma vietandogli categoricamente di allargarne i confini. Tale
minimo colpo di stato avvenne senza difficoltà da parte degli egiziani:
la Sublime Porta cessò da ogni protesta alla prima minaccia di guerra.
Il governo negava sempre ogni intenzione di conquista territoriale
affermando che solo le colonie commerciali sono veramente utili e che il
porto di Massaua, come emporio necessario dell'Abissinia, ce ne
offrirebbe una delle più utili. Intanto si era dovuto allargare
sensibilmente il raggio del suo territorio; si temeva già una guerra e
non si ardiva prevenirla con spedizioni di nuovi soldati e
coll'occupazione dei luoghi più strategici.
Un futile orgoglio aristocratico rendeva il conte di Robilant sprezzante
verso le barbare potenze africane. Tuttavia, uomo piuttosto di
diplomazia che di politica, pensò di spedire presso il negus in più
vistosa missione il deputato generale Pozzolini perchè coll'aiuto del
capitano Harrison Smith, mandato per accordo segreto dall'Inghilterra,
potesse ammansirlo. Ma ras Alula moltiplicando le razzie intorno ai
nostri territori, ed essendo scoppiata una insurrezione all'estrema
parte meridionale dell'Abissinia, il ministro temette che un altro
massacro di una missione capitanata da un generale deputato potesse
impegnarci in una guerra col negus, e telegrafò a Massaua ordini di
soprassedere. Ne venne che il negus, avvisato della missione e non
vedendola arrivare, si stimasse sbertato, e che il capitano Harrison,
presentandoglisi solo dopo venti giorni di marcie, gli facesse
involontariamente giudicare molto timide le ambascerie italiane.
Alla camera questo nuovo smacco provocò critiche a destra e scherni a
sinistra. La democrazia rettorica, impigliandosi nelle contraddizioni
del diritto politico col diritto storico, non avrebbe voluto nessuna
guerra coll'Africa: si paragonava la nostra occupazione di Massaua a
quella austriaca di Trento e di Trieste, si dimenticava che se i più
civili non avessero sempre conquistato i più barbari la civiltà non
sarebbe mai cresciuta. La scoperta di Colombo non giovò all'America già
scoperta dai groenlandesi, dai giapponesi e dagli indiani, se non perchè
fu susseguita dalla conquista europea. I brevi calcoli dell'interesse
nazionale e la minuta scienza d'analisi economica sui vantaggi e sui
danni delle colonie non bastavano a giudicare di questa impresa
africana, giacchè ogni colonia deve trovare la propria giustificazione
non nel presente ma nel futuro, non nell'utile della nazione che la
fonda, ma in quello della nazione che da essa deve sorgere.
Senonchè il governo, quasi sperando di rendere inavvertita la propria
azione in Africa col diminuirla, vi aveva sospeso i lavori di una
piccola ferrovia di congiunzione fra i pochi posti militari, e malgrado
l'esempio del cavo telegrafico sottomarino gettato dall'Inghilterra fra
Suakin e Perim all'indomani della sua occupazione nell'Egitto, lasciava
per ingiustificabile gretteria Massaua senza mezzi di comunicazione
diretta telegrafica, dopo avervi diminuito il già scarso presidio.
Una stessa politica di riserbi e di iattanze faceva credere che con due
battaglioni si sarebbe resistito a tutto l'esercito abissino, mentre non
si voleva guerra con esso a nessun costo; si dichiarava di voler
attirare un grande commercio a Massaua assicurando le vie di terra dai
predoni, e si lasciava ras Alula fare stragi e razzie sulle popolazioni
sottomesse al nostro protettorato; si sconfessava con crudele
indifferenza ogni rapporto colla spedizione Porro, massacrata
nell'Harrar al mese di aprile del 1886, e se ne permetteva un'altra al
conte Salimbeni, al maggiore Piano e al tenente Savoiroux presso il re
del Goggiam con carattere quasi officiale.
E anche questa fu catturata da ras Alula per sospetto di spionaggio. La
nuova occupazione di Uà sempre per tutela delle carovane commerciali
attirò a Massaua nuove minaccie da ras Alula: il pericolo incalzava. La
scarsezza delle guarnigioni obbligò il generale Genè a munire Uà e Saati
con soldati regolari e con pochi cannoni, poichè da parecchi mesi aveva
chiesto indarno al ministero, sebbene senza sollecitarlo troppo, un
rinforzo di duemila uomini. Finalmente un telegramma di sconfitta già
pubblicato dai giornali inglesi giunse a Roma.
Il 24 gennaio (1887) ras Alula, movendo da Ghinda, aveva tentato invano
l'assalto di Saati; quindi il 26 tre compagnie e cinquanta irregolari
sotto il comando del colonnello De Cristoforis, accorse da Monkullo per
vettovagliare Saati, erano state sorprese e trucidate sulle alture di
Dogali. Il capitano Tanturi non aveva potuto giungere colla propria
compagnia sul campo di battaglia se non quando il massacro era già
consumato: «Tutti i nostri soldati giacevano in ordine come fossero
allineati!» egli scrisse poi nel proprio rapporto.
Questo incredibile eroismo di coscritti morti senza indietreggiare,
allineati come ad una rivista, gonfiò di tragico orgoglio il cuore della
nazione. Qualcuno dei superstiti, lasciati per morti dal nemico,
raccontò che il colonnello rimasto degli ultimi a cadere, nell'ebbrezza
di una morte resa dall'eroismo dei suoi soldati più bella di tutte le
vittorie, avrebbe ordinato al manipolo, che ancora lo difendeva, di
salutare i caduti:
-- Presentate le armi! --
La commozione nel parlamento e nel paese fu maggiore del fatto. Il
ministero si scompose, parecchi ministri dovettero uscirne, si dichiarò
la guerra all'Abissinia, e non si chiesero alla camera più di cinque
milioni; si ordinò al generale Genè di mercanteggiare con ras Alula,
minacciante di trucidare la spedizione Salimbeni se tutta l'Africa non
fosse immediatamente sgombra dagli italiani: si dovettero consegnare al
barbaro un migliaio di fucili a lui diretti, dianzi sequestrati, e
cinque capi di tribù assaortine, a lui nemici, riparati nel nostro campo
sotto la protezione dell'onore italiano.
E nemmeno così si ottenne subito il riscatto dei tre prigionieri.
Ma questo tragico episodio di Dogali troncava finalmente tutte le ambagi
della nostra politica coloniale: guerra e conquista diventavano
inevitabili.
L'Italia risorta nazione aveva ripreso il proprio posto d'avanguardia
nella guerra immortale della civiltà contro la barbarie: Dogali era
stata la prima conseguenza di Solferino.
CAPITOLO TERZO.
L'Italia in Europa
Così l'Italia in quindici secoli di una storia, la più complessa fra
tutte, aveva potuto raggiungere la propria individualità politica
costituendosi in nazione.
Splendidi e squallidi i suoi avvenimenti si erano succeduti con foga
precipite attraverso le scene di un dramma, nel quale tutte le leggi
della vita per lungo tempo erano sembrate capovolgersi. Nessuna unità
apparente fra tante avventure, nessun carattere dominante nel suo popolo
composto dalla sintesi di tutte le razze. Già prima ancora che Roma,
dilatandosi a città universale, desse al mondo la prima unità politica,
quando nell'Europa la barbarie era più antica e più fitta, il popolo
misterioso degli Etruschi aveva improvvisato fra il Tevere e il Po una
civiltà meravigliosa d'arte e di scienza, di politica e di religione.
Roma, costituita in una immensa città militare, che imporrebbe poi a
tutto il mondo la propria giurisprudenza, non aveva potuto fondere in un
solo getto le troppe genti d'Italia: la sua azione politica restava loro
fatalmente esterna, mentre il suo orgoglio quiritario considerandole
come materia di conquista, le respingeva dall'eguaglianza civile dei
suoi cittadini, che era tutto il resultato della sua vita storica. Ma
quando Roma, cresciuta ad impero universale, dovette diventare come il
centro neutro del mondo, e le sue legioni composte di sudditi
ribellandosi al governo dei Cesari nominarono i propri imperatori e
s'impadronirono dell'orbe, una nuova eguaglianza avvenne fra cittadini e
concittadini, fra capitale e provincie.
Naturalmente queste, conservando contro quella un residuo di originalità
etnografica, si giovarono dei suoi elementi civili per rinnovellarsi in
nazioni indipendenti. La grande religione del cristianesimo aiutò
singolarmente col principio della propria eguaglianza morale e della
libertà di coscienza questo processo d'individuazione già affrettato
dalla decadenza imperiale cogli orrori di una corruzione, nella quale
con Roma sembrava perire la coscienza umana. E quando per l'inevitabile
spostamento di governo determinato dalla necessità di resistere alle
frontiere orientali più vivamente minacciate dai barbari, la capitale da
Roma emigrò a Bisanzio, l'Italia, pur conservandosi nominalmente centro
dell'impero occidentale, non fu più che una provincia come tutte le
altre. Roma passava per lungo ed incerto tramite dall'impero al papato,
dal paganesimo al cristianesimo, mentre Ravenna, antico villaggio
lacustre e mediocre stazione navale, s'ingigantiva con improvvisa ed
effimera fortuna a capitale d'occidente. Allora irruppero le invasioni
che rinnovarono il mondo antico preparando il moderno. Popoli barbari
cresciuti in una selvaggia verginità dilagarono sulle terre romane, e ne
assorbirono la civiltà, disparendo per dar luogo ad una razza più mista,
nella quale un sangue giovane beveva tutti gli aromi vaporanti dalla
rovina di una antica civiltà. Il mondo fu quindi e dovunque federale.
Bisanzio, perduta sul confine dell'Asia, cessò quasi di appartenere alla
storia europea per attendere fra gli orrori e gli splendori della più
spirituale decadenza quella rinnovazione mussulmana, che doveva poi
imporre al cristianesimo d'occidente l'ultima e più difficile prova.
Ma se nell'Europa il mareggiare delle invasioni sembra ubbidire
piuttosto alle leggi fisiche della gravitazione che a quelle ideali
della storia, nell'Italia, ove a Roma dura ancora l'idealità dell'impero
e splende più pura ed universale l'altra della chiesa, le invasioni
s'illuminano d'incandescenti chiarori, e si sottopongono quasi con
umiltà di olocausto a questi due supremi poteri. Senonchè il loro
tumulto è così sanguinario, le loro battaglie così spaventevolmente
effimere, le loro stratificazioni storiche sul suolo italiano così
confuse, la loro inconsapevolezza così ingenua, le loro catastrofi così
ritmiche, mentre i due concetti della chiesa e dell'impero s'alzano
sempre nelle tenebre medioevali sino a parere due stelle di una medesima
costellazione, che nè cronisti, nè storici, nè vincitori, nè vinti, nè
barbari, nè latini, nè politici, nè sacerdoti, nè poeti, nè filosofi
possono comprenderne l'idea o apprezzarne almeno approssimativamente il
risultato.
Al momento, in cui s'attendono le conseguenze più previste nel dramma
dei personaggi e nella tragedia dei popoli, altre invasioni irrompono,
nuovi prologhi scompongono gli epiloghi, la narrazione s'interrompe
nello sbigottimento di un nuovo racconto, altre geste disperdono le
immagini delle quali la leggenda stava rivestendo le imprese degli
ultimi trionfatori. Goti, Longobardi, Franchi, Alemanni si succedono
scacciandosi, schiacciandosi, sovrapponendosi gli uni agli altri:
Normanni, Angioini, Aragonesi, Francesi perpetuano queste invasioni, che
interventi pontifici e discese imperiali trasformano in disastri
periodici. Ogni mattina i popoli sembrano ricominciare la trama della
propria storia: le loro città si trasformano in teatro di glorie
straniere, i loro campi servono a battaglie di una guerra scoppiata
nella Scandinavia o nella Germania, nella Francia o nella Spagna.
Quindi una confusione inestricabile di forme e di periodi politici rende
inintelligibile la storia di questi primi tempi. Guerre ed invasioni
sono così continue che non si discernono più nè vincitori nè vinti, nè
invasi nè invasori: chiesa ed impero sovrastano, municipii romani e
città militari si osteggiano, il moto indigeno è come una corrente di
fiume nel mare, che vi diventi inavvertibile a pochi passi dalla foce. I
governi, che s'improvvisano sul suolo ancora tutto pregno di elementi
romani e solcato da tutti gl'istrumenti della nuova religione cristiana,
sono qua comunali, là feudali, normanno in Sicilia, bizantino a Venezia,
teocratico a Roma, regio a Pavia: o s'irrigidiscono in fragili regni, si
stemperano in labili republiche, si distaccano in villaggi indipendenti,
si sminuzzano in gruppi abbaziali, urtandosi coi più imprevedibili
contrasti nella più abbacinante fantasmagoria.
Un dualismo riprodotto dappertutto dalla più eterogenea multiplicità
rovescia l'alta Italia sulla bassa, municipii contro municipii, città
contro città, castelli contro castelli: gli odii s'invertono per
rianimarsi, le guerre stancano i secoli senza una tregua, gli eserciti
compaiono talora come indipendenti dai popoli, questi vigoreggiano
sballottati da convulsioni troppo lunghe per essere un morbo, l'anarchia
rinnova tutti i governi senza soccombere ad alcuno di essi, l'impero è
impotente come la chiesa e non per tanto chiesa ed impero sono le due
sole idee e i due unici poteri invincibili.
L'Italia ha dimenticato il mondo sul quale regnava con Roma, e ridotta
Roma sede del pontefice e capitale di una piccola regione turbolenta
quanto Genova, meno colta di Firenze, più povera di Milano, quasi nulla
politicamente di fronte a Venezia.
Ma dopo quattro o cinque secoli la lava delle invasioni si è già
solidificata amalgamandosi col terreno, dal quale germoglia una nuova
flora. Una razza mista di sangue e di colore, di tendenze, d'abitudini,
di tradizioni, d'ideali è disseminata per l'Italia in tanti piccoli
stati con governi di tutti i modi, con dimensioni che sfuggono a tutti i
calcoli. Un particolarismo angusto e fratricida costituisce la loro
forza e la loro originalità: il comune è una idea, che vale quella
dell'antica urbe e la supera potendosi riprodurre da per tutto, mentre
Roma era condannata ad essere unica nel mondo e contro il mondo. Il
comune nega inconsciamente la tradizione pagana, le invasioni
barbariche, le trasformazioni dell'impero romano, la feudalità, il papa,
la nazione, il mondo. La sua vita, circoscritta al suo territorio, si
fortifica nell'oblio di ogni universalità: i suoi nuovi cittadini
imbevuti di tutte le superstizioni medioevali, oppongono una
indipendenza capace di qualunque bassezza e di qualunque eroismo a tutte
le autorità religiose e politiche; la loro tenacia stanca tutte le
inimicizie, la loro passione li mette a paro con tutte le idee, la loro
originalità li sovrappone a tutti i poteri. Quindi il nuovo federalismo
si organizza nei comuni attraverso rivoluzioni, nelle quali i partiti
pullulano e le sètte si suddividono; dittatori, tiranni, signori, si
moltiplicano; le epopee si specializzano, le politiche si frantumano, e
ogni comune diventa un governo, uno stato, una nazione, un mondo
separato ed antagonista, che solo la legge arcana della federazione
avvince a tutti gli altri, e che nell'orgoglio della propria
individualità pretenderebbe ad una storia speciale come Roma ed Atene.
La guerra, che come una bufera sbatte gli uni sugli altri i comuni,
sprigiona dalla loro idea scintille che rischiarano ed incendiano: la
loro prima vittoria è contro i castelli, la seconda contro le città
militari, la terza dei comuni più grandi e spirituali sui più piccoli e
meno intelligenti. Laonde la loro storia riproduce a distanza di secoli
quella dell'antica Grecia; la Toscana supera l'Attica nella molteplicità
del genio, e basta da sola ad iniziare una terza epoca di incivilimento
mondiale. Tutti i borghi hanno grandezze che illustrerebbero una grande
nazione: la loro vita resiste a tutte le sventure, prospera fra tutti i
delitti, si decora di tutte le virtù, si scinde in tutte le varietà per
riunirsi in unico risultato. Nè la chiesa nè l'impero possono prevalere
contro i comuni, che sono il nocciolo infrangibile della patria e della
nazione futura.
La guerra, invece di distruggerli, li amalgama in corpi sempre maggiori,
che vittorie e sconfitte consolidano: alleanze ed esigli stringono le
prime fratellanze politiche; le stesse rivalità inconciliabili,
incatenandoli l'uno all'altro, li preparano a sempre maggiore unità.
Mentre i loro cronisti sembrano chiudersi ognuno nella cerchia angusta
delle proprie mura, la storia invisibile li appaia e li coordina: il
loro racconto inintelligibile diventa chiaro proseguendo oltre i confini
dei loro territori e della loro epoca nel racconto degli altri: malgrado
l'intrattabilità degli odii, che lo esagerano, nell'assenza di ogni
preconcetto e di ogni giudizio morale riesce quasi sempre vero.
Coll'impero, col papato e coi comuni l'Italia è ancora il centro della
nuova civiltà. Ogni moto viene all'Europa dall'Italia: Cesari e
pontefici debbono incoronarsi a Roma; da Roma si diffondono il diritto e
la religione, la tradizione e l'avvenire. Tutti gli altri popoli, usciti
appena dalla preistoria e oscillanti ancora nella marea delle invasioni,
aspettano da Roma e dall'Italia le idee: il loro istinto non può
diventare coscienza che per mezzo di una rivelazione italiana, la loro
bravura mutarsi in virtù che al contatto del sentimento italiano, la
loro forza essere creatrice che sotto la direzione del genio italiano.
L'Italia sola è classica: impero, papato, religione, scienza, arte,
politica, tutto prosegue in essa e la trascende senza stremarla.
L'Italia basta al mondo, e si serve indifferentemente dei Cesari e dei
papi, doma la propria religione coll'incredulità, respinge l'ateismo
coll'arte, sgretola tutti i dispotismi con una libertà, alla quale
concede l'efferatezza di tutte le tirannidi; è dotta, marinara,
tribunizia, bancaria, agricola, democratica, mentre l'Europa non ha
ancora che barbari alle prese colla propria gerarchia militare e colla
nuova religione cristiana.
Il numero delle rivoluzioni italiane è così enorme che oggi stesso la
scienza storica stenta ad accettarlo, la gamma delle sue forme politiche
così ricca che nessun progresso vi può essere impedito, la folla de'
suoi grandi uomini così densa che la fortuna e non il merito deve
assegnare loro l'immortalità. Appena i suoi comuni, respingendo come un
cuneo la doppia barriera del papato e dell'impero, arrivano alla grande
libertà di potere decorare se stessi, una primavera di bellezza comincia
per tutta l'Europa: l'epoca della barbarie è conchiusa, l'Italia ha
trionfato del mondo.
Le altre nazioni riunite dalla guerra a grandi unità con pochi ma
potenti e contrari caratteri potranno dietro l'impulso italiano
proseguire nell'opera dell'incivilimento. L'Italia, come stanca della
propria immensa elaborazione, si riposa in un'orgia di bellezza,
moltiplicando i propri artisti ed imponendo loro come a soldati la
conquista quotidiana di un capolavoro. I suoi comuni divenuti signorie
stanno per sparire nei principati, la sua religione romana per essere
spezzata da uno scisma, del quale la coscienza umana si coprirà come di
uno scudo; il suo Cesare non è più che un simbolo, il suo papa un
vescovo, le sue republiche non sono più una libertà, i suoi regni non
hanno ancora unità, perchè il federalismo necessario alla sua vita per
la produzione di tante idee e di tante forme non può sparire che sotto
l'azione di un'idea maggiore della chiesa e dell'impero.
Ma l'Italia, indietreggiando dall'avanguardia della civiltà, copre la
propria ritirata col lanciare Colombo alla scoperta dell'America e
Galileo a quella del cielo: così, dopo aver dato al mondo l'unità romana
e cristiana, vi aggiunge quella geografica e l'universalità planetaria
sorpassando lo stesso cristianesimo, col quale l'aveva salvato dalla
barbarie medioevale.
La sua immensa storia di venti secoli s'impicciolisce quindi in quella
del Piemonte e della Sicilia; Firenze non è più che una stazione ove le
belle arti essendosi troppo a lungo fermate, hanno perduto ogni energia
di progresso; Venezia s'irrigidisce in una inutile difesa contro i
turchi, dando al proprio governo l'immutabilità dei marmi, coi quali ha
costrutto i propri incantevoli palazzi; Milano decade a provincia
francese o spagnola; Roma è appena la capitale di uno stato pontificio
senza potere, senza nazionalità e senza governo.