All'indomani del trattato di Berlino (marzo 1878) una più grossa
questione minacciò di rompere le relazioni fra l'Italia e la Francia.
Poichè il congresso aveva scartata la proposta russa di una grande
Bulgaria accampata fra l'Egeo e il Danubio, mentre all'Austria si
sarebbero date la Bosnia e l'Erzegovina con grave offesa dell'Italia,
che avrebbe così veduto crescere senza aver partecipato alla guerra
turco-russa la sua secolare nemica ancora padrona di Trento e di
Trieste, si credette che fra le quinte del congresso fosse stato offerto
all'Italia Tunisi per compenso. La Francia, che già vi mirava, stimò
invece favorevole ad una propria iniziativa su questa reggenza posta ai
confini dell'Algeria il disinteressarvisi unanime di tutte le potenze.
Vero è che a Tunisi la colonia italiana, molto più numerosa ed
importante delle altre, e cresciuta di speranze col crescere della madre
patria, chiedeva a questa una più efficace protezione.
Una convenzione marittima stretta nel 1877 col governo beylicale aveva
riconfermato l'antica linea Genova-Cagliari-Tunisi; un'altra linea era
stata instituita in partenza da Palermo: la vicinanza della costa
africana, visibile nei giorni limpidi dagli estremi monti siculi,
consigliava a proteggervi i nostri interessi mediterranei.
L'Inghilterra, insignorendosi di Cipro, aveva ferito le suscettibilità
francesi, e ne temeva per il suo canale di Suez qualche rappresaglia
collo stabilimento di nuove stazioni militari sulle coste vicine per
parte della Francia; quindi consigliava all'Italia di occupare Tunisi e
Tripoli. Naturalmente, vicino per vicino, essa preferiva l'Italia perché
meno temibile. Ma il ministero Cairoli, repugnante per convinzioni
democratiche a qualsivoglia forma di conquista estera, non osava
assumerne la doppia responsabilità della spesa e del rischio. La
Francia, sino allora in relazioni poco amichevoli coll'Italia, mutava
improvvisamente di maniere, affermando replicatamente con documenti e
colloquii officiali di non mirare ad occupazione di sorta sulla costa
africana, o, mirandovi un giorno, di non vi si disporre se non d'accordo
coll'Italia.
Queste assicurazioni sorpresero l'ingenua lealtà del Cairoli: egli
credette che la republica francese, fatta accorta dell'errore commesso
coll'inimicarsi l'Italia, intendesse a riconquistarne l'amicizia:
infatti tutto sembrava consigliarle tale condotta.
Ma si dimenticavano l'indomabile vivacità e le inesauribili risorse del
popolo francese. Vinto dai prussiani in una delle più grandi guerre
della storia, travolto nella rovina dell'impero napoleonico, riarso e
lacerato dallo scoppio della Comune, combattuto da tutte le frazioni
monarchiche, esso aveva nullameno in pochi anni pagato l'enorme debito
di cinque miliardi, assicurata la propria republica, rinnovato
l'esercito, rinsanguate le finanze. Una febbre di orgoglio e di lavoro
lo spingeva a nuove conquiste per interrompere con qualche fatto
glorioso l'ignominiosa tradizione di Sedan.
Il gabinetto Cairoli credette la Francia, come l'Italia, occupata
solamente a rimarginare le proprie ferite. Ma il suo disinganno avrebbe
potuto essere sollecito, quando ai primi accordi col bey per allacciare
con un filo telegrafico la rete sicula alla tunisina, la Francia si
oppose bruscamente col pretesto che la sua amministrazione algerina
godeva già nella Tunisia il monopolio dei servizi telegrafici. Tale
pretesto, fiacco politicamente, non era neppure sicuro in diritto.
Nullameno il gabinetto Cairoli cedette e i telegrammi fra Roma e Tunisi
seguitarono a passare per Parigi, Marsiglia, Algeri e Bona.
Poco dopo l'armatore Rubattino offriva al ministero di comprare il
tronco ferroviario Goletta-Tunisi della società concessionaria inglese
ridotta al fallimento, se il governo gli concedesse il medesimo
trattamento di guarentigia in uso per le linee italiane. Cotesto breve
tronco era il prolungamento naturale della linea italiana di navigazione
sussidiata dal governo, poiché le nostre navi per le tristi condizioni
del porto di Tunisi dovevano arrestarsi alla Goletta. II contratto era
facile e tenue la somma. Il ministero annuì. Ma il contratto era appena
firmato che già la società francese _des Batignolles_, proprietaria
della grande arteria algerina di Bona-Guelma, prolungata in quel momento
coi soccorsi della republica sino a Tunisi, ne stringeva un secondo
ricomprando per maggior somma la linea già venduta. Evidentemente una
intenzione politica aveva provocato questa truffa: la questione, recata
prima ai tribunali ordinari, fu quindi riassunta dalla corte di
cancelleria a Londra. Il magistrato inglese sentenziò imponendo una
nuova licitazione fra i due contendenti. Il gabinetto Cairoli, tardi
accorto del pericolo e impaurito della doppia responsabilità, chiamò a
consiglio i migliori uomini parlamentari, che furono unanimi nel
mantenere ogni appoggio al Rubattino. Laonde un disegno di legge (12
luglio 1880) fu presentato al parlamento per una rete complementare di
linee di navigazione e per garanzia alla società Rubattino di un
interesse chilometrico per la ferrovia Goletta-Tunisi. La camera con un
silenzio più espressivo di ogni parola votò la legge.
L'onore nazionale era impegnato.
Ma la Francia passò oltre: avventurieri e speculatori parigini
piombarono su Tunisi; i giornali francesi alzarono la voce. Non per
tanto il gabinetto Cairoli, saldo nel convincimento che la Francia
rifuggisse da pericolose avventure, e troppo credulo alle assicurazioni
diplomatiche dell'ambasciatore marchese di Noailles, non badò a
premunirsi. La sua politica del momento, chiamata poi ironicamente
_della mano libera_, consisteva nel voler essere a qualunque costo in
amichevoli rapporti con tutti: in fondo si voleva la pace non sentendosi
pronti alla guerra. Ma siccome le voci di occupazione francese
aumentavano, si dovettero chiedere spiegazioni a Parigi; il generale
Cialdini, allora ambasciatore colà, diede nella pania; il ministero
francese protestò sino all'ultimo contro ogni diceria; però pochi mesi
dopo, inventando una tribù barbara di Krumiri, che dal territorio
tunisino avrebbero fatto scorribande in Algeria, spedì contro di essi un
corpo di truppe. Il gabinetto Cairoli, credendo ancora questo cattivo
pretesto una buona ragione, non si mosse: la diplomazia francese
affermava sempre di non pretendere tutto al più che una rettificazione
di frontiere nel paese dei Krumiri, e mentre il suo ambasciatore lo
ripeteva per l'ultima volta al Cairoli nel palazzo della Consulta, il
generale Bréard s'impadroniva di Tunisi costringendo il bey a firmare un
trattato, che lo riduceva a funzionario francese.
Si disse allora, e non senza fondamento, che il principe di Bismarck
spingesse la Francia a questa violenza per impedirle ogni possibile
alleanza coll'Italia e mantenerla nell'isolamento.
Per l'Italia questo avrebbe dovuto essere caso di guerra, ma Cairoli,
altrettanto eroico patriota che insufficiente diplomatico, non
sapendovela preparata, preferì dimettersi in mezzo ad una tempesta
d'ingiurie, e tacere. La pubblica opinione giudicò che tutta la colpa
fosse sua, ma non seppe di essere corsa sino alla guerra se non quando
il pericolo ne fu passato. L'ultimo dei Cairoli aveva fatto alla patria
l'ultimo dei sacrifici, immolando al suo interesse l'onore del proprio
nome: Garibaldi, rimasto solo a comprenderlo fra l'equivoco di tutti, si
dolse della sua opera e plaudì al suo silenzio.
Questo doveva essere il nostro primo insuccesso africano.
I partiti strepitarono, l'Africa divenne popolare. Dacchè tutte le
nazioni europee vi davano l'esempio di continue imprese, si cominciò ad
ammettere la possibilità di una conquista, che riaprisse la nostra
gloriosa storia coloniale: il crescere della marina militare e
mercantile secondava le speranze; i recenti rancori contro la Francia,
eccitati dal governo per odio alla sua republica, spronavano ad una
rivincita. Altri viaggiatori seguitavano a partire pel continente nero:
Pellegrino Matteucci, che doveva poi disputare a Stanley la gloria di
traversarlo da oriente ad occidente spirando a Londra vittorioso
dell'incredibile viaggio, si avventurava in una prima spedizione ai
paesi dei Gallas; il capitano Antonio Cecchi rimaneva per quattro anni
prigioniero della regina di Ghera, che esigeva sultanescamente l'omaggio
dell'amore da tutti i bianchi pellegrinanti pel suo regno; Giulietti e
Bisleri ritentavano una nuova via per l'Abissinia; Chiarini, Bianchi,
Diana, Monari, punti d'eroica invidia, si disponevano a partire e
nessuno di essi doveva più ritornare.
Il governo si sentiva spinto.
Malgrado la politica di pace ad ogni costo, che lo attirava
nell'alleanza degl'imperi tedeschi per odio alla Francia, facendogli
scordare le supreme rivendicazioni del diritto nazionale, dal
Mediterraneo gli venivano continui richiami all'azione: la Francia
stessa dopo l'occupazione di Tunisi sembrava offrirgli in compenso
quella della Tripolitania.
Intanto la necessità di assettare Assab di qualche maniera per non
subirvi un secondo smacco tunisino urgeva.
L'Inghilterra, gelosa del proprio predominio indiviso sul mar Rosso,
sosteneva le pretese del governo khediviale e moltiplicava a studio le
difficoltà diplomatiche contro il gabinetto Cairoli, che, senza mutare
il tono remissivo delle proprie risposte, tentava di passare di
straforo. Infatti, dopo aver mandato nelle acque di Assab la fregata
_Varese_ col capitano De Amezaga per compiervi gli studi necessari
all'assetto del nuovo stabilimento, la sostituì con un semplice avviso,
l'_Esploratore_, perchè Gordon, governatore inglese del Sudan, aveva
protestato da Massaua. Questa ostilità inglese energicamente accentuata
dal ministro Salisbury bastò a rattenere nuovamente il gabinetto
Cairoli. Intanto alla camera qualche interpellanza veniva ad
incoraggiarlo: la Francia minacciava di attivare uno stabilimento
commerciale nel proprio possesso di Obok; poi la caduta quasi simultanea
dei ministri Salisbury e Cairoli permise ai successori di ritentare un
accordo. Infatti i gabinetti Gladstone e Depretis parvero più vicini ad
intendersi: l'eccidio della spedizione Giulietti nel territorio egiziano
di Beilul, e di cui il governo khediviale non diede alcuna soddisfazione
per quanto costretto ad accettare nell'inchiesta un commissario
italiano, aumentò gli addentellati nella questione: un tentativo
dell'Egitto per ristabilire la propria sovranità a Rabeita sopra il
sultano Berehan, che aveva venduto all'Italia la baia di Assab, fu
sventato mercè l'intervento del nuovo gabinetto inglese: finalmente si
firmò una convenzione fra l'Italia e l'Inghilterra pel riconoscimento
della nostra sovranità ad Assab, e la camera con apposito disegno di
legge potè gettare le basi politiche di un primo stabilimento
commerciale.
In tutto questo lungo dibattito la nostra diplomazia non aveva avuto di
meritevole che la tenacia del proposito.
La rivoluzione militare provocata al Cairo da Araby-bey sollevò in
Europa la questione di un intervento egiziano: Leone Gambetta, il
maggiore dei republicani francesi moderni, allora al potere, propose
subito a lord Granville un accordo per intervenire a favore del khedive
e crescere così la già vasta preponderanza della Francia e
dell'Inghilterra sull'Egitto; ma il gabinetto inglese, temendo che la
Francia meglio fornita di forze militari terrestri potesse guadagnare
troppo in tale impresa, declinò l'offerta. Il signor De Freycinet,
succeduto poco dopo al Gambetta, si mostrò alieno da ogni intervento
armato: quindi venne fuori la proposta di una conferenza a
Costantinopoli per riordinare la situazione egiziana. Il ministero
Depretis-Mancini l'accolse con trasporto siccome l'unico mezzo per
evitare le complicazioni di una guerra, ma naturalmente la conferenza
abortì. Allora l'Inghilterra, pigliando ardimentosamente l'iniziativa,
ripropose un intervento armato prima alla Francia, poi all'Italia:
entrambe ricusarono.
Era questo il secondo rifiuto opposto dall'Italia all'Inghilterra sempre
per la stessa timidezza politica: col primo aveva ricusato al tempo
della guerra russo-turca (1877) d'intervenire nel mare e negli stretti
per preservarvi gli interessi commerciali e politici, coll'altro
rifiutava di conquistare sull'Egitto una preponderanza che avrebbe
incredibilmente migliorata la sua posizione nel Mediterraneo.
L'errore questa volta era così grave che la Germania stessa e l'Austria,
per rispetto delle quali siccome alleate il ministero Depretis-Mancini
non aveva ardito concorrere nell'iniziativa inglese, lo disapprovarono.
Mentre la diplomazia italiana aspettava quindi che la Sublime Porta,
vincendo la oramai proverbiale inerzia, intervenisse colle armi a
difendere il proprio potere imperiale minacciato dalla rivoluzione,
l'Inghilterra sconfiggeva il 13 settembre l'esercito di Araby-bey a
Tel-el-kebir, bombardava Alessandria, e s'insignoriva alteramente
dell'Egitto.
Tale facile trionfo rese più evidente la ingiustificabile timidezza del
ministero che aveva ricusato parteciparvi. Quindi il problema africano
si acuì ancora nella coscienza del paese: alla camera voci autorevoli si
levarono per accusare il troppo riguardoso ministro, si citarono
l'impresa di Crimea e le più temerarie e feconde iniziative garibaldine.
Dopo tanti anni di inazione, malgrado i guasti mal riparati della
finanza, si sentiva da tutti la necessità di far concorrere l'Italia ad
una qualche opera internazionale.
La guerra accesa dal Mahdy nel Sudan, e vampeggiante per tutti i
territorii dell'alto Egitto, parve riaprire all'Italia le porte
dell'Africa, giacché l'Inghilterra regnante sull'Egitto per mezzo del
khedive vi si dovette mescolare. Già l'esercito egiziano forte di circa
30,000 uomini aveva dovuto ripiegarsi sulle fortezze: un indomabile
fanatismo dava alle orde del Mahdy l'entusiasmo delle prime invasioni
mussulmane in climi e luoghi che sembravano dover vincere ogni
resistenza di soldati e qualunque abilità di generali europei. La guerra
d'Abissinia contro l'imperatore Teodoros, costata da 300 milioni senza
produrre alcun risultato politico, persuadeva l'Inghilterra ad essere
più circospetta in questa del Sudan ben più lunga e difficile per la
vastità del territorio e l'indole dei combattenti. Essa si limitò quindi
a dissuadere il vicerè, ridotto a poco più di un personaggio decorativo,
da ogni conato per riconquistare le posizioni perdute e a mantenersi
sulla difensiva nella valle del Nilo e sulle coste del mar Rosso.
Nullameno, cedendo alla generosa iniziativa di Gordon, illustre generale
e viaggiatore che per aver soggiornato lungamente nel Sudan vi aveva
acquistato pratica di guerra e molta influenza politica, gli consentì
una spedizione armata per tentare una rivolta d'indigeni contro il
Mahdy. Intanto mandava un'altra ambasceria in Abissinia presso
l'imperatore Giovanni, rimesso da lord Napier sul trono usurpato da
Teodoros, per trascinarlo alla guerra contro i mahdisti coll'offerta
cessione di qualche territorio disputato sull'alto confine dell'Egitto.
L'ammiraglio Hewett, abbastanza fortunato in questa missione, potè
persuadere l'imperatore ad aiutare la ritirata attraverso l'Etiopia e a
Massaua delle truppe khediviali in guarnigione a Kassala-Amedib-Senahit,
abbandonandogli queste piazze con tutto il paese dei Bogos, e
garantendogli colla protezione britannica il libero transito d'ogni
merce per e dall'Abissinia. Un trattato, al quale restò poi il nome
dell'ammiraglio Hewett, fu quindi firmato fra l'Egitto, l'Abissinia e la
Gran Brettagna il 3 giugno 1884.
Ma la guerra del Sudan anzichè arrestarsi dilagò. Il generale Gordon fu
presto assediato a Khartum dalle orde soverchianti del Mahdy; la sua
posizione, militarmente insostenibile, era già politicamente perduta
malgrado tutti gli sforzi del suo ingegno e del suo carattere di eroe.
La pubblica opinione inglese se ne commosse vivacemente; ma il governo,
riconoscendo per l'Inghilterra, troppo scarsa di truppe terrestri,
insuperabili le difficoltà di una guerra nel Sudan contro popolazioni
fanatiche e fierissime, disconobbe ogni carattere ufficiale all'impresa
di Gordon, e resistette parecchi mesi freddamente alle istanze della
pietà popolare. Però questa insistè talmente che il governo dovette
rassegnarsi a mandare in Africa il generale Wolseley (20 settembre 1884)
con diecimila uomini per tentare di aprirgli una ritirata.
Contemporaneamente la Francia, dimentica sino allora del proprio
stabilimento di Obok, improvvisamente volle farne un posto militare e
commerciale assegnandovi la somma di 800,000 lire nel bilancio del 1885,
e cercando d'impadronirsi di tutta la costa dei Somali per meglio
penetrare nell'Harrar. A ciò le bastava ribellare quei selvaggi contro
le deboli guarnigioni egiziane, e prendere immediatamente il posto di
queste nei porti di Berbera, Zeila e Tagiura. Naturalmente l'Inghilterra
tentò d'impedire e di prevenire: provvide rapidamente all'occupazione di
Berbera e di Zeila, ma i francesi con non minore rapidità
s'impossessarono di Ras-Alì, Angar, Sagallo, Gubet Harab e di Tagiura.
Da Massaua il governatore civile Mason bey telegrafava che la tribù
degli Habab aveva raggiunto il Mahdy, e chiedeva rinforzi. Era
impossibile anche all'Inghilterra fronteggiare tante difficoltà,
mantenersi nell'Egitto, combattere nel Sudan, occupare tutti i porti
africani nel mar Rosso senza attirarsi altre controversie in Europa.
Quindi tornò a sollecitare l'intervento dell'Italia spingendola ad
ingrandirsi intorno ad Assab per impedire alla Francia, più temibile
rivale, di crescere sul mar Rosso, e per giovarsi dei nostri soldati
nella guerra contro il Mahdy. Il ministero Depretis-Mancini, sempre
troppo riguardoso in tale materia anche dopo gli esempi francesi ed
inglesi, non osava risolvere; quando il nuovo eccidio della spedizione
Bianchi nel territorio di Aussa venne ad eccitarlo. Si decise di
occupare Beilul. Poi nuove titubanze: l'Inghilterra ci proponeva
segretamente anche Zula e Massaua; la Turchia, sola in diritto di
opporsi, non avrebbe potuto protestare che inefficacemente.
Come accade quasi sempre agli incerti, dalle troppe riserve si passò a
disegni temerari: non si era osato di cooperare all'impresa d'Egitto
contro Araby-bey e si pensò di affrontare nel Sudan il Mahdy.
L'intrepido viaggiatore Antonio Cecchi, già sulle mosse per un viaggio
di esplorazione al Congo, fu mandato sollecitamente a Massaua per
studiarvi un itinerario per le truppe italiane, che in numero di 20,000
avrebbero dovuto marciare da questo porto su Kassala.
Tutta Europa non s'occupava allora che dell'Africa. A Berlino si teneva
una conferenza (dicembre 1884) per distribuire l'azione di ogni stato
nel continente nero, e più specialmente costituire lo stato del Congo
conteso fra i viaggiatori Brazza e Stanley: la Germania entrava
anch'essa nell'arringo, piantando la propria bandiera nell'Africa
occidentale ovunque esistevano fattorie di commercianti tedeschi sopra
un territorio più vasto dell'Italia. Questa non poteva più a lungo
mancare agli appelli della storia. La compromissione di un primo
possesso in Assab, le sollecitazioni dell'Inghilterra, l'irritante
rivalità della Francia, le ultime carneficine dei nostri viaggiatori,
gli accordi diplomatici, prima evitati, poi cercati, finalmente assunti,
spingevano irresistibilmente il suo governo sulla via del mar Rosso.
All'annunzio che si sarebbe occupata Massaua, nei giornali e alla camera
scoppiò una veemente discussione: la maggioranza delle voci vi era
favorevole, quantunque si sentisse da tutti che la diplomazia del
ministero, come non aveva salvaguardato bene sino allora la dignità
della nazione, così non le prometterebbe in questa oscura impresa
africana abbastanza risolutezza e sapienza di modi. Francia e Turchia
tentarono presso l'Inghilterra di sbarrarci ancora una volta il cammino:
finalmente il ministero spedì nel mar Rosso il contrammiraglio Caimi con
due navi cariche di mille soldati da sbarco. L'Inghilterra mandò nelle
acque di Massaua il _Condor_ col mandato di osservare e riferire, e in
sostanza di proteggerci.
Il colonnello inglese Chermside, governatore generale degli egiziani nel
mar Rosso, ci accolse favorevolmente a Massaua (5 febbraio 1885): la
bandiera egiziana vi fu momentaneamente conservata.
Battaglia di Dogali.
La prima fase della nostra politica coloniale era conchiusa. La fatalità
storica aveva trionfato di tutte le inesperienze del paese e di tutte le
esitazioni del governo. Bisognava ora prepararsi ad un'impresa di
conquista, dalla quale ci verrebbero guerre cogli indigeni e dissidi
cogli altri grossi stati coloniali.
Però l'Italia era in Africa: nessun popolo in nessuna storia aveva in
trent'anni compito più mirabile progresso passando dalla schiavitù alla
conquista.
Nel medesimo giorno che le truppe italiane occupavano Massaua, il Mahdy
trucidava a Khartum il generale Gordon con tutta la guarnigione. Il
disegno di una cooperazione italiana nel Sudan, sulla quale il ministero
aveva contato per ottenere più vasti possedimenti, vaniva dunque dinanzi
al fermo proposito del gabinetto inglese di rinunciare a questa guerra
sudanese. Allora la pubblica opinione italiana mutò: all'orgoglio di
conquista successe un improvviso scoramento; si temette di essere
abbandonati dall'Inghilterra in un agguato; le forze vittoriose del
Mahdy crebbero nelle fantasie della gente; si seppe che nel primo
proclama affisso a Massaua dal contrammiraglio Caimi, essendoci vantati
imprudentemente amici dei turchi, avevamo riunito contro di noi le
ostilità reciproche di tutte le tribù limitrofe, e che l'Abissinia ci
spiava con minacciosa diffidenza. L'opposizione parlamentare rinfacciava
al governo di cercare conquiste in Africa, mentre alleandosi
coll'Austria abbandonava Trento e Trieste; i lagni rettorici per lo
sciupio del poco danaro della nazione in imprese illiberali crescevano.
Il ministero, sbigottito dall'abbandono della Inghilterra, la sollecitò
a ritentare l'impresa di Khartum col generale Wolseley, e spedì a
Massaua il generale Agostino Ricci per studiare una marcia su Kassala
con un corpo d'esercito, se mai gli inglesi ripigliassero l'offensiva:
quindi, smentendo alla camera ogni arditezza d'iniziativa, il ministro
Mancini ripetè sino all'umiliazione la necessità per l'Italia di fare in
Africa la più modesta di tutte le politiche coloniali.
Una incertezza fastidiosa agitava paese e governo. Era impossibile e
ridicolo restare a Massaua senza acquistarvi un vasto territorio con
sbocchi sicuri per il commercio interno. La bandiera egiziana
sventolante ancora daccanto alla nostra toglieva credito al nostro
indefinibile diritto di occupazione; ogni altro acquisto ci susciterebbe
contro l'Abissinia; la Russia, aspirante a coprire quest'ultima del
proprio protettorato, teneva già verso di noi una riserva di mal
augurio; la Francia aizzava la Turchia alle proteste e alle armi;
l'Inghilterra, minacciata bruscamente dalla Russia verso l'Afganistan,
sospendeva in Africa ogni lotta.