La storia italiana, mutata in eco della storia europea, deve ripetere le

voci di Francia, di Germania, d'Austria, di tutti. Il suo federalismo si

è arrestato all'ultimo termine, e s'inizia segretamente il periodo

dell'unità. L'Italia, che colle proprie idee universali ha dato

all'istinto individualistico degli altri stati la profondità di una

coscienza nazionale, attende dai contraccolpi della propria opera

l'energia di organizzarsi in nazione. Per ora la diffrazione delle sue

tendenze e l'esaurimento delle sue forze lo contendono. Come nel medio

evo, la sua grande valle del Po seguita quindi ad esser il teatro ove si

decidono le massime contese europee, ma nelle quali solo il Piemonte si

mescola per educarsi all'abilità necessaria di una futura egemonia

italiana. Mentre la Germania s'insanguina nella rivoluzione della

Riforma per togliere a Roma il primato religioso e l'estrema fattizia

unità mondiale all'Italia, questa dalla festa della bellezza durata

tutto il cinquecento è già tornata all'azione, dando ai propri

scienziati l'impeto degli antichi legionari romani.

Il seicento è l'epoca eroica delle scienze, l'ultimo trionfo del genio

italiano. Dopo questo sforzo supremo l'Italia pare cancellata dalla

storia: Inghilterra, Francia, Spagna, Olanda, Portogallo, Austria,

Russia, si dividono il mondo: l'America è già misurata, girata l'Africa,

contornata l'Asia, scoperta l'Australia: il mondo, libero da ogni antica

unità religiosa o politica, è aperto a tutte le carriere, ma solo quei

popoli, che vi raggiunsero l'indipendenza e la libertà di nazione,

possono agirvi efficacemente. L'Europa in preda ad una febbre di

operosità urge tutte le proprie genti. La Spagna, succeduta nel posto

dell'Italia all'avanguardia della storia, non ha potuto durarvi più di

un secolo; la Francia, rimasta sola a difendere il primato delle razze

latine, sembra perdere terreno dinanzi agli sforzi giganteschi della

razza teutonica rappresentata dall'Inghilterra e dalla Germania; ma

poichè il genio romano è inesauribile, la Francia contrappone presto

alla Riforma, che aveva emancipato la coscienza religiosa, una

rivoluzione, che crea la coscienza civile.

E l'Italia ritorna nella storia con Napoleone I, ultimo Cesare e ultimo

condottiero, che dilata la rivoluzione francese con due antichi concetti

romani, l'universalità imperiale e la democrazia militare.

La nazionalità italiana riappare quindi fugacemente entro l'impero

napoleonico nei limiti di un regno, nel quale persino il papa è

scomparso, e sul quale comanda un fanciullo col titolo di re di Roma.

Ogni traccia di federalismo vi è cancellata: l'Italia, presa nell'orbita

della rivoluzione francese, ha ricevuto dal suo urto la forza di

conglomerarsi politicamente in nazione; l'impero napoleonico si

scomporrà come un immenso bolide; ma l'Italia, aggirandosi sempre in

quell'orbita, potrà in solo mezzo secolo consolidarsi in nazione.

Tale è oggi in Europa.

Ma quale è in questo glorioso continente il suo posto e la sua missione?

La moderna Europa civile non somiglia all'antica: questa guardava il

Mediterraneo, quella fronteggia tutto il mondo. Dopo il Rinascimento

l'Europa si creò nel mare Baltico un secondo centro, ove Olanda,

Germania, Inghilterra, Scandinavia, Russia si fusero come le antiche

nazioni mediterranee; ora tutte le coste dei suoi mari brillano di fari

civili, all'interno tutte le sue grandi città sono centri di scienza e

di vita. Le sue vittorie sull'Islamismo, col quale l'Asia aveva tentato

più volte di sopraffarla, le hanno da quasi due secoli assicurata la

primazia su tutti i continenti; i suoi popoli organizzati in nazione

offrono lo spettacolo di una forza, alla quale l'antichità non saprebbe

trovare in se stessa alcun paragone. L'Inghilterra possiede un impero

maggiore del romano, la Russia ha un territorio quasi pari a quello

della Cina, piccoli paesi come il Portogallo e l'Olanda posseggono

colonie decuple di loro stessi.

L'Europa libera non ubbidisce a nessuno dei propri popoli, non soccombe

più ad alcuna loro preponderanza fattizia, ma conquista, illumina,

rinnova tutti gli altri continenti. L'America è già tutta europea di

spirito, figlia primogenita e rivale dell'Europa: questa vi possiede

ancora qualche colonia, che può sfruttare come una fattoria, ma che

perderà presto come tutte le altre. L'America è democratica: l'altro

ieri fucilava al Messico l'ultimo imperatore avventuriero, ieri

distruggeva nel Brasile l'ultimo impero e rinviava in Europa Pietro I di

Braganza, come un servitore pensionato.

I due grandi problemi esteri per l'Europa sono l'Africa e l'Asia, che

essa deve attirare l'una dalla preistoria nella storia, l'altra dalla

storia antica nella storia moderna. Tutte le nazioni europee si sono

date in questo secolo la posta sul continente nero; Russia ed

Inghilterra si contendono la gloria e l'utile di trasformare l'Asia; il

secolare problema della Turchia sul Bosforo non è che un dato del

problema orientale. Ma la Russia, già distesa nell'Asia sovra immensi

territori, cinge colla Siberia la Cina a nord-ovest, e dal Caucaso

discendendo per la Persia e l'Afganistan minaccia di asserragliarla al

sud per sopraffarvi l'Inghilterra; una ferrovia russa, miracolo

d'improvvisazione, in pochi anni, tocca già al Tibet; Annenkoff, il

generale che l'ha costrutta, ne sta disegnando un'altra sino all'estrema

frontiera chinese verso il Giappone. L'America ha offerto i miliardi dei

propri banchieri al Celeste Impero per aprirvi le prime grandi arterie

ferroviarie; gli inglesi solcano di ferrovie l'India; il commercio ha

dischiusi tutti i porti asiatici; la Francia, sempre liricamente

avventuriera, è penetrata vittoriosa fino a Pechino e si è ritirata

fermandosi conquistatrice nell'Annam, nella Cocincina e nel Tonkino.

Mentre l'Europa penetra con sì irresistibile espansione nei due

vastissimi continenti, che quasi l'imprigionano, raddoppia in sè

medesima con rapido processo le proprie forze. Tutti i suoi popoli in

questo secolo si sono rinnovati al contatto della rivoluzione francese.

Teocrazie, monarchie, aristocrazie, hanno dovuto soccombere ad una

democrazia multiforme: appena costituite le nazioni, si pensa a

confederazioni per razze. Nel Baltico un disegno di federazione

presentato dal re di Svezia (1864) congiunge Svezia, Norvegia e

Danimarca; l'avanguardia della democrazia latina ne propone un altro per

stringere in un solo fascio Spagna, Francia e Italia; la Germania,

riunitasi intorno alla Prussia in un impero di 45 milioni di cittadini,

aspetta l'occasione di assorbire gli altri 12 milioni di tedeschi

predominanti ancora nell'impero austriaco. Questo, scacciato dal centro

d'Europa, tende ad inorientarsi, e per resistere al moto delle

nazionalità comincia a concedere qualche autonomia ai maggiori popoli,

onde è composto: l'Ungheria è già in possesso di un proprio parlamento,

gli czechi di Boemia lo reclamano ad alte grida e propongono Praga a

loro capitale, nei Principati Danubiani guerre e rivoluzioni vi educano

le forti popolazioni a libertà. Bulgaria, Romania, Serbia, Montenegro,

vi sono già indipendenti e con dinastie proprie; la Bosnia e

l'Erzegovina, cedute in amministrazione all'Austria dal trattato di

Berlino (1878), non intendono acconciarsi al nuovo padrone, che tutti

gli slavi di Polonia, di Transilvania, di Gallizia, di Slavonia, di

Dalmazia, guardano con occhio nemico. La Grecia ostinata nell'eroismo

delle proprie rivendicazioni, tiene sempre la mano sull'elsa per

slanciarsi contro il turco, del quale l'impero europeo, caduto nel fondo

della più orribile rovina economica, si sfascia politicamente sotto

l'azione combinata dell'idea greco-slava e dei propri principii

barbarici. Ora le rivalità dell'Austria, della Russia e dell'Inghilterra

lo proteggono ancora, ma l'irresistibile moto nazionale delle sue

popolazioni cristiane non può essere arrestato da alcuna combinazione

diplomatica. Qualunque sia dunque per essere il carattere che dominerà

la formazione di questi nuovi stati divisi ancora da odii di sètte

religiose e da gelosie storiche di razza; vi preponderi la influenza

greca o slava, l'unità panslavistica di Pietroburgo, o una federazione

più democratica che vi rispetti le originalità regionali; l'Austria si

dissolva in questo moto o vi si rinnovi entrando coi proprii popoli in

questa lega che potrebbe avere altrettante capitali che gli Stati Uniti

d'America, Praga, Buda-Pest, Belgrado, Bucarest, Sofia, Atene,

Costantinopoli, mentre Vienna sarebbe la seconda città della Germania: è

impossibile che il processo d'individuazione si fermi in questi stati,

cui l'islamismo non potè fondere, e che la moderna democrazia deve

integrare.

Se nei primi passi all'indipendenza essi tutti, come il Belgio, la

Grecia e l'Italia, accettarono o accattarono dinastie indigene o

straniere, le quali naturalmente si destreggiarono diplomaticamente fra

loro medesime e più forti vicini per timore di essere fuse in un grosso

getto monarchico; questo tirocinio politico era necessario per

addestrarli ai governi rappresentativi e per convergere in una fattizia

unità di comando i loro sforzi sempre infranti da troppo minuti

antagonismi.

Quindi il grande problema europeo, una volta dibattuto sul Reno, sul Po

e sull'alto Danubio, ribolle ora alla foce di questo ultimo e sulle

sponde del mare Nero, che dopo essere stato uno stagno turco sta per

diventare un lago russo, se il panslavismo, nell'incalcolabile sua forza

di espansione trionfando delle opposizioni riunite dell'Austria e

dell'Inghilterra, offra alle popolazioni slave del sud più pronta

indipendenza della Porta e maggiore fortuna politica coll'annessione

all'impero degli czar.

L'avvenire della politica e della storia europea è dunque slavo.

Un immenso popolo, disseminato sulla metà del nostro continente, sta per

aprirvi un periodo di civiltà pari al latino e al germanico. Il suo

numero enorme è tuttavia piccolo per il suo territorio: la sua orbita

abbraccia già una gran parte dell'Asia, e si piega dal mare di Behring

al mar Glaciale sino al Baltico, penetra nella Scandinavia e nella

Prussia, dal mar Nero tende al Mediterraneo e da questo all'Adriatico e

all'Oceano Indiano. Le avanguardie slave vigilano già nella Dalmazia,

sono accampate nel cuore dell'Austria, gli eserciti russi hanno già

corso vittoriosi tutta l'Europa da Parigi a Costantinopoli. L'impero

degli czar ha l'estensione e la varietà di un mondo. Nella sua

spaventevole unità governativa presenta la più salda compattezza

attraverso le antitesi di tutte le forme della vita primitiva colla vita

moderna; religione e politica vi sono fuse da secoli nello czar,

pontefice ed imperatore, che regna, governa, giudica, rivela a nome di

Dio. La forza dell'impero è incalcolabile come l'autorità del suo

governo: nessuna guerra può vincerlo, nessuna rivoluzione rovesciarlo.

Entrato da poco più di un secolo nella storia europea, esso ne domina

già le vicende: ha indigato la rivoluzione francese, cancellato il primo

impero napoleonico, organizzato nella Santa Alleanza la reazione

monarchica, liberata la Grecia, sottratti colla propria influenza i

Principati Danubiani alla Turchia; colla voracità dei barbari divora

tutti i prodotti della nostra civiltà per meglio assimilarsene la

sostanza; ha già una scienza, una letteratura, una musica, una politica,

della quale i disegni sorpassano tutte le combinazioni diplomatiche

degli altri governi. Il suo raccoglimento è sublime di promesse, la sua

attività miracolosa d'ardimenti. Coll'istinto infallibile dell'avvenire

minaccia simultaneamente Asia ed Europa: il suo sogno è di espandersi

dall'India all'Illiria, la sua marcia attraversa regioni di tutti i

climi e di tutte le storie, lenta, calcolatrice, senza mai

indietreggiare, assodando la conquista prima di aumentarla, aiutandosi

egualmente colla barbarie ubbidiente della propria moltitudine e colla

raffinata cultura del proprio governo. Nessuna tirannia è più terribile

e meno capricciosa della sua, che ubbidisce ancora più fanaticamente del

popolo all'idea di un mondo russo. Roma non era che una città di

soldati, Londra non è che una città di mercanti, Pietroburgo è una città

di padroni, che invece di soggiogare il mondo o di sfruttarlo, vogliono

riempirlo di se medesimi. La loro devozione allo czar è fatta di fede in

se stessi. Di fronte all'impero russo l'impero austriaco pare una

piccola confusione burocratica, e quello germanico un accampamento

militare: entrambi debbono destreggiarsi nella politica per difendere la

propria importanza, mentre la Russia sa di essere inattaccabile.

La terribilità della sua forza si rivela ad intervalli nelle esplosioni

de' suoi rivoluzionari, che col nome inesplicabile di nihilisti

vorrebbero trarla dalla sua base per farne una improvvisata democrazia

moderna. Solo il cristianesimo alla prima guerra contro Roma potè

mostrare nei propri neofiti una pompa di volontà e una gloria di

passione pari a quella dei moderni nihilisti.

Il moto delle nazionalità raddoppia la potenza della Russia, facendola

centro di tutti gli slavi dispersi nel mezzo o nel sud dell'Europa: il

panslavismo è la più vasta, profonda idea nazionale della storia

europea. Grecia, Belgio, Italia, Germania, non vi prelusero che come

saggi.

All'immensa iniziativa della rivoluzione francese solo il moto

panslavista è degno risultato.

Quindi l'Europa non ha che due fuochi, Parigi e Pietroburgo: due

originalità, la republica e lo czarismo: tutti gli altri governi

costituzionali sono transizioni di epoche e transazioni di principii.

Nessuna guerra se non russa può mutare sensibilmente la carta europea;

nessun problema è più vitale per tutti i governi del come gli slavi del

sud si riuniranno in nazione. I popoli occidentali d'Europa possono

perfezionarsi piuttosto che crescere; il popolo russo può emigrare

all'interno per una varietà sconfinata di terre, ove tutti i climi gli

promettono tutte le ricchezze, prima che le collisioni del lavoro col

capitale vi producano la tormenta politica delle nostre anguste

democrazie.

Ora per quasi tutti i governi d'Europa la questione pregiudiziale è

quella della loro forma monarchica, alla quale mancando la consacrazione

religiosa e la giustificazione teoretica crescono ogni giorno le

ostilità. Negli stati, ove le monarchie furono necessario strumento alla

rivoluzione, la lotta è meno violenta per l'elasticità delle une e

dell'altra; ma in quelli, ove le monarchie preesistevano alla

rivoluzione, la lotta si accanisce nelle antinomie dei principii, che le

costituzioni irritano cogli stessi espedienti di conciliazione.

Fra cittadino e re la guerra è anche più fiera che non fra operaio e

capitalista, giacchè alle rivoluzioni sociali debbono sempre aprire il

passo le rivoluzioni politiche.

Dopo la proclamazione della sovranità popolare tutte le monarchie sono

idealmente reazionarie. Il loro ufficio in questo secolo fu di prestare

alla rivoluzione il proprio ambiente per attuarvi l'originalità

dell'idea democratica nella sproporzione pericolosa fra la coscienza

culta delle classi dirigenti e la coscienza bruta delle classi dirette.

Le monarchie diventarono come il punto neutro, ove s'accordarono le

ragioni del passato e le istanze dell'avvenire, i pregiudizi e i

privilegi storici colle uguaglianze e colle giustizie sociali. Nella

garanzia di ordine offerta dalle monarchie si acquetarono le diffidenze

delle plebi e gli odii delle aristocrazie contro il pareggiamento

democratico; ma le contraddizioni della sovranità popolare col diritto

divino dovevano mutare la pace costituzionale fra monarchi e popoli in

una guerra parlamentare con interventi di piazza, appena le battaglie

rompessero i confini statutari.

Le monarchie più gloriose furono in Piemonte e in Prussia, e dureranno

più lungamente, finchè un egoismo dinastico o un errore di metodo

inimicandole colla patria le rompa come il bozzolo, dal quale deve

involarsi la farfalla.

In fondo a tutte le monarchie costituzionali sta la stessa republica.

Quale è dunque il posto e la missione dell'Italia monarchica in questa

Europa, nella quale la popolazione aumenta da un secolo con nuova

proporzione, e il militarismo prodotto dalle guerre di nazionalità

mantiene armati nella pace tre o quattro milioni di soldati, e può

raddoppiarli al primo scoppio di ostilità? L'Italia, che va liquidando

la sovranità temporale del papato, e ha raggiunta fra tutti gli stati

risorti a nazione la più intensa unità politica, con oltre duemila anni

di storia la più gloriosa, e in breve territorio la più spiccata varietà

di attitudini nel proprio popolo, quali idee e quale forza può recare

nella politica europea? In questo secolo non è più possibile parlare di

primati come quelli antichi di Roma; la civiltà futura d'Europa potrà

colorarsi vivamente ai riflessi del mondo slavo, ma non sparirà più nel

carattere di un solo popolo.

Ora all'avanguardia del progresso democratico sta ancora la Francia

colla propria republica, mentre la Russia, attardata nella più arcaica

forma di governo, addensa promesse su promesse di civili originalità:

unità republicana e unità ieratica chiudono l'Europa come in una

parentesi. Nella Germania il federalismo imperiale non ha altra vera

unità che l'esercito; il lavoro dell'assimilazione politica, cui non

basterà una sola generazione, converge all'interno tutte le forze

nazionali; la Spagna non entra più nel concerto europeo che per

risolvervi qualche difficoltà coloniale; l'Inghilterra non vi è spinta

che da contraccolpi della questione orientale; l'Austria cerca una nuova

base federalista per non uscirne. L'Italia, costretta dal proprio

diritto nazionale alla conquista di Trento e di Trieste, e dalle proprie

origini rivoluzionarie ad una politica democratica, dovrà attraverso le

oscillazioni delle correnti parlamentari seguire una politica che

secondi il liberalismo francese e le nazionalità slave. La sua opera nel

Mediterraneo può essere prevalente: i suoi addentellati storici col

mondo greco-slavo le permettono un'ingerenza altrettanto fortunata che

gloriosa, le sue affinità colla Francia e colla Spagna le assicurano con

una alleanza l'invincibilità.

Il suo nemico immutato è l'Austria; il mare, che può e deve essere suo,

è l'Adriatico, mentre la Germania avrà il Baltico.

La sua monarchia dei Savoia potrà accompagnare la rivoluzione nazionale

dell'unità sino alla conquista di Trento e di Trieste?

La scienza della storia non può rispondere a questo problema.

Ora l'Italia elabora in se stessa la propria coscienza di grande

nazione. Se la forma monarchica del suo governo è naturalmente

reazionaria, il suo spirito rivoluzionario ha potuto produrre in questo

secolo le due maggiori originalità politiche con Napoleone I e con

Garibaldi: il suo governo è ancora all'avanguardia della nazione, ma

questa si affretta per raggiungerlo, e non può tardare molto a

sorpassarlo.

L'alleanza attuale dell'Italia colla Germania e coll'Austria contro la

Francia e la Russia non esprime più che l'ultimo stadio della sua

inferiorità politica, nella contraddizione della sua posizione

diplomatica colle sue tendenze storiche.

L'avvenire d'Italia sarà di assoluta libertà, e quindi fecondo di grandi

iniziative.

La Germania all'indomani del proprio trionfo sul secondo impero

napoleonico, nell'ebbrezza superba di sentirsi finalmente libera ed una,

alzava a se medesima una statua colossale sulle rive del Reno fisa

minacciosamente verso Francia; nè paga a questo monumento di un'ultima

gloria militare, esorbitando dalla propria idea, ne levava un'altra ad

Arminio che tagliava a pezzi le due legioni di Varo, quasi con quella

vittoria aneddotica di un condottiero selvaggio volesse opporre se

medesima all'immensa storia ideale di Roma. Quindi, bandendo per

l'iscrizione latina, che doveva spiegare quel monumento, un concorso

mondiale, con spavalda ironia dava il premio al romagnolo Ferrucci,

retore latinista e abbastanza vacuo italiano per non sentire la vergogna

di vantare una sconfitta romana così:

Hic, ubi romano rubuerunt sanguine valles,

Duxque datus saevae cum legione neci

Hostibus hic terror post saecula multa resurgo

Vindex Germani nominis Arminius.

L'Italia tacque.

Quando l'Italia avrà conquistata intera la coscienza della sua nuova

grandezza in Europa, sentendo meglio quella antica nella quale fu centro

a tutto il mondo, risponderà alla Germania col mettere in Campidoglio,

al posto di Marco Aurelio, l'incomparabile statua di Giulio Cesare

confusa ora nel museo capitolino fra troppi capolavori, e vi scriverà

sotto con romana brevità:

DIVO

CAIO JULIO CAESARI

URBS ET ORBIS

E ora esaminiamo le condizioni della lotta politica attuale.

Casola Valsenio, 2 giugno 1888-29 settembre 1890.

INDICE

LIBRO SETTIMO: =La rivoluzione unitaria= _Pag._ 7

CAPITOLO PRIMO: La grande vigilia 9

-- Esaurimento della reazione 9

-- Ultime difficoltà del Piemonte 13

-- L'idea napoleonica 16

-- Alleanza Franco-Sarda 18

CAPITOLO SECONDO: La conquista regia 25

-- Guerra Franco-Sarda 25

-- La pace francese 31

-- Catastrofe dell'idea piemontese 35

CAPITOLO TERZO: Prime integrazioni rivoluzionarie 40

-- I governi provvisori nell'Italia centrale 40

-- Iniziative dittatoriali 44

-- Le annessioni dell'Italia centrale 51

-- Cessione di Nizza e di Savoia 54

CAPITOLO QUARTO: La conquista rivoluzionaria 59

-- I mille di Marsala 59

-- Ultime resistenze dei governi borbonico e piemontese 71

-- Impresa di Napoli 78

-- Campagna piemontese nelle Marche 85

-- Annessione del reame 90

LIBRO OTTAVO: =Il regno d'Italia= 95

CAPITOLO PRIMO: Il primo assetto 97

-- Insufficienza storica della nuova monarchia 97

-- I dati della politica monarchica 99

-- Caratteri parlamentari 105

-- Difficoltà politiche 109

CAPITOLO SECONDO: La proclamazione di Roma capitale 113

-- Trattative diplomatiche 113

-- L'ordine del giorno Buoncompagni 116

-- Ultima lotta fra Garibaldi e Cavour 118

-- Le Regioni 124

CAPITOLO TERZO: I luogotenenti di Cavour 128

-- L'ambiente politico 128

-- I primi ministeri 132

-- Empirismo legislativo 135

CAPITOLO QUARTO: La reazione del brigantaggio nel

mezzogiorno 140

CAPITOLO QUINTO: La tragedia d'Aspromonte 149

-- L'avventura di Sarnico 149

-- Seconda spedizione garibaldina 154

-- La monarchia italiana e il papato 161

CAPITOLO SESTO: Soluzione monarchica del problema di Roma 166

-- Roma durante la rivoluzione 166

-- La convenzione di settembre 171

-- Trasporto della capitale a Firenze 176

CAPITOLO SETTIMO: La prima guerra italiana nel veneto 181

-- Cospirazioni regie e democratiche 181

-- La preparazione prussiana 187

-- Trattative ed apparecchi 191

-- La campagna 197

-- Garibaldi nel Tirolo 201

-- Battaglia di Lissa 204

-- La pace di Vienna 206

CAPITOLO OTTAVO: Ultima ripresa rivoluzionaria 212

-- Ultima reazione brigantesca a Palermo 212

-- La politica ecclesiastica 214

-- Ministero Rattazzi 218

-- Mentana 226

-- Contraccolpi parlamentari 230

-- Ultimi conati mazziniani 234

CAPITOLO NONO: La crisi finanziaria 240

-- L'ambiente economico 240

-- Quintino Sella 244

-- Il pericolo del fallimento 247

CAPITOLO DECIMO: La presa di Roma 259

-- Rivalità della Francia colla Prussia 259

-- Fine del papato temporale 265

-- Guerra Franco-Prussiana 268

-- Esitazioni monarchiche 270

-- Annessione di Roma 280

-- Ingresso di Vittorio Emanuele a Roma 283

-- Garibaldi in Francia 285

-- La legge delle Guarentigie 291

CAPITOLO UNDECIMO: L'opposizione ideale 298

-- Decadenza letteraria 298

-- Giosuè Carducci 302

LIBRO NONO: =Il secondo periodo monarchico= 313

CAPITOLO PRIMO: Le due monarchie 315

-- Esaurimento della destra 315

-- I prigionieri della monarchia 320

-- Ultimo ministero Minghetti 323

-- Avvento della sinistra 328

CAPITOLO SECONDO: La conquista africana 335

-- Attrazione della storia europea 335

-- Influenza europea sull'Africa 338

-- Iniziativa italiana 343

-- Difficoltà diplomatiche 345

-- Battaglia di Dogali 356

CAPITOLO TERZO: L'Italia in Europa 363

* * * * *

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le

grafie alternative (neo-guelfi/neoguelfi, khedive/khedivè, oblio/oblìo e

simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 29 / 29 段