e l'orgoglio nazionale si ridestò. Si comprese la necessità di
atteggiarsi a grande nazione: l'esercito, cresciuto pari a quello delle
maggiori potenze, ci diede il senso di un'altra forza politica; nella
flotta il vecchio genio italiano improvvisò la più moderna e miracolosa
architettura navale sorpassando Inghilterra ed America; il foro del
Gottardo, chiamato da Carlo Cattaneo la via delle genti, decise
all'ampliamento del porto di Genova, che potè rivaleggiare con quello di
Marsiglia e diventerà l'emporio di tutta l'Europa centrale. Industria e
commercio prosperarono attraverso pericoli di crisi incessanti;
l'emancipazione manifatturiera fu conquistata più che a mezzo;
l'agricoltura, della quale una mirabile inchiesta parlamentare svelò
tutte le piaghe, si guarì di alcune, e passò dallo stadio empirico a
migliori e più diffuse intenzioni scientifiche. Le ferrovie, cresciute
in breve a 14,000 chilometri, aiutarono l'uniformità dello sviluppo
nazionale; s'iniziò la perequazione fondiaria, lunga e costosa impresa,
senza la quale nessun vero miglioramento tributario era possibile;
nell'esercito si abolì l'ignobile privilegio della surrogazione per
denaro, e la coscrizione fu estesa a tutti gli individui validi; non si
osò ancora il sistema più economico dell'irreggimentazione regionale per
dubbi di pericolosi antagonismi, ma si tende ora a provarla; si
popolarizzò l'istituzione dei tiri a segno, primo addestramento della
futura nazione armata; le associazioni operaie moltiplicarono di numero
e di valore; l'avvento dei nuovi elettori politici ed amministrativi
togliendo al governo l'odioso carattere di clientela, lo ritemprò nella
realtà della vita popolare; si unificarono le Cassazioni, ma solamente
in materia penale per rispetto ingiusto al regionalismo: si ricorressero
pressochè tutti i codici guadagnando all'Italia il nome di prima fra le
nazioni liberali; si accennò ad una legislazione sociale del lavoro, la
quale arenò fra i pregiudizi politici della borghesia e gli apriorismi
della scuola liberista.
Colla sinistra al potere cessò la minore età della nazione.
L'opposizione clericale stessa parve diminuire di intensità. Si parlò di
transazioni e di conciliazioni; il papato, fermo nelle viete
dichiarazioni, ne raddolcì la forma e in molti atti le contraddisse; la
libertà del suo esercizio spirituale fu riconosciuta anche dai cattolici
ultramontani, ma papato e monarchia non poterono ancora conciliarsi. Il
papato non abbandonerà tutte le proprie pretese se non perdendo tutti i
privilegi: bisognerà quindi che una rivoluzione riduca prima il
cattolicismo a non essere più che una opinione e un rito sostenuto dai
credenti ma destituito di ogni personalità civile: finchè il
cattolicismo avrà beni e gradi consacrati dalla legge pretenderà di
riacquistare quanto ha perduto.
L'Italia è ora una delle grandi nazioni d'Europa: la sua monarchia,
sorta da una insufficienza rivoluzionaria e democratica, è la più
popolare e liberale del mondo.
La coscienza nazionale, sonnolenta nel periodo epico dell'unificazione,
riconquista oggi nel culto degli eroi il proprio passato. Mazzini e
Garibaldi giganteggiano sulle piazze di tutte le città; le
commemorazioni dei grandi morti popolarizzano la storia dell'unità
gettando i semi di una futura poesia in racconti di eroismi e di
magnificenze morali prima non sospettate; Vittorio Emanuele si
trasfigura nella luce dell'epopea perdendovi ogni volgarità; Cavour,
obliato un momento nel trambusto dei suoi successori, riappare astro di
prima grandezza nel cielo d'Europa. L'Italia è fatta: la sua storia si
riapre per una terza epoca di operosità politica internazionale. Infatti
l'Italia, trent'anni or sono conquista di stranieri e schiava di
tiranni, è entrata ieri conquistatrice nell'Africa.
CAPITOLO SECONDO.
La conquista africana
Attrazione della storia europea.
L'unità della storia mondiale, che scoperte scientifiche e geografiche
hanno da gran tempo assicurato, attira con mirabile rapidità tutti i
continenti nell'orbita di una stessa politica.
Nessuna nazione potrebbe o vorrebbe più circoscriversi in se stessa:
religione, commercio, scienza, hanno aperto alla civiltà tutte le terre;
ogni mercato subisce le oscillazioni dello scambio internazionale;
oramai non vi sono più segreti per la geografia, nè sconosciuti per la
storia. La nave svedese di Nordenskjöld girando il polo artico ha
rivelato la presenza degli ultimi abitatori dei ghiacci; viaggiatori di
tutti i paesi hanno traversato i deserti centri dell'Africa e
dell'Australia; l'Asia si apre davanti alle marcie concordi e rivali
della Russia e dell'Inghilterra, mentre l'America scoperta appena da
quattro secoli non ha più selvaggi.
L'Europa, rimasta ancora, malgrado il miracoloso sviluppo di questa
ultima, il centro ideale del mondo, organizza in se medesima i propri
popoli nell'orbita della nazionalità e coi principii di una democrazia
più universale di tutte le religioni, per attirare gli altri continenti
nei periodi della propria civiltà. L'America, instancabile ed
incomparabile traduttrice di idee, non ne ha ancora prodotto alcuna
veramente originale, giacchè la sproporzione fra la grandezza del suo
suolo e il numero della sua popolazione la costringe a convergere in se
medesima quasi tutte le proprie forze. L'Europa, sola, piccola,
affollata, sempre gestante, deve bastare a tutto, ritrovare il
significato dell'antichità, e rinnovare continuamente se stessa per
potere del proprio futuro fare un'epoca mondiale. Quindi il suo sforzo
sempre crescente nei secoli, dacchè il cristianesimo le diede a Roma la
sicurezza di una seconda unità, si è moltiplicato dopo il Rinascimento e
la scoperta d'America, così da imprimere alla storia universale un
acceleramento inapprezzabile.
Quando la scienza storica, imitando i progressi dell'astronomia, potrà
calcolare entro l'orbita di periodi universali la velocità delle idee
per tradurre in cifra la vita e il valore di ogni popolo, quello
dell'Europa dall'epoca greca al Rinascimento italiano varrà non solo più
che tutti gli altri, ma la sua potenza d'irradiazione dovrà esprimere
nella velocità dei propri raggi la differenza della durata cronologica
della sua civiltà colle altre. E mentre quella asiatica in cinquanta
secoli non avrà potuto sorpassare i confini del proprio continente, la
civiltà europea in meno di venti avrà già dato al mondo due unità
ideali: quindi dal Rinascimento ad oggi i suoi ultimi quattro secoli,
attuandovi l'unità reale in una conscia cooperazione di tutti i popoli,
supereranno di velocità gli altri venti forse di quanto nel sistema
solare i periodi di Venere vincono quelli di Urano.
Mentre nel secolo decimosesto, settimo ed ottavo, spingendosi in tutte
le direzioni ad incontrare le incognite dei popoli inerti fuori del
raggio della sua storia, l'Europa faceva ogni maggiore sforzo
sull'America quasi ad affrettare in essa una rivalità che le potesse più
presto giovare in questa missione d'incivilimento universale, dal
principio di questo secolo la sua passione e la sua opera si sono
rivolte più specialmente all'Africa. L'America, divenuta già moderna,
piuttosto che aver bisogno dell'Europa per svilupparsi, ne segue la vita
ampliandola in se medesima per tutta l'immensità del proprio teatro
coll'ebbrezza superba di sentirsi già all'avanguardia del progresso
mondiale.
La costituzione delle nazionalità, provocata dalla rivoluzione francese,
sembra accennare che l'Europa in questo fatale acceleramento dell'opera
propria sul mondo, invece di procedere come nel passato per costante
irradiazione d'individui, tardi e non sempre susseguita dalla
cooperazione dei loro stati, voglia più presto, individualizzando tutti
i propri popoli, costringerli ad agire come individui collettivi.
Infatti l'opera storica di un popolo non costituito in nazione è non
solo male apprezzabile, ma scarsa ed intermittente oltre le sue
frontiere, mentre quella delle nazioni, più intensa e costante,
determina coll'incontro della propria in altre originalità la formazione
di nuovi caratteri.
Quindi il principio dell'uguaglianza civile e della sovranità popolare,
ricostituendo in nazioni i popoli ancora frantumati dalle conquiste
medioevali, impone loro per una fatale contraddizione di affrontare
fuori d'Europa le genti barbare, o conglomerate in imperi eterogenei, o
riunite a gruppi nazionali, o disperse in tribù, per sottoporle alla
prova della civiltà europea.
Storia e preistoria, storia moderna e storia antica, debbono in questo
secolo sviluppare la loro guerra immortale. Finchè la preistoria vivente
era ignorata dalla storia, e la storia antica lungi dal contatto della
storia moderna, il mondo abbastanza grande per ambedue poteva mantenerle
contemporanee nella propria cronologia; ma scontrandosi per il continuo
dilatarsi dell'orbita europea, dovevano urtarsi in una guerra di
distruzione. Preistoria e storia antica o si rimuterebbero entro la
storia moderna assimilandosi le sue idee, o indietreggerebbero
lentamente cedendo il terreno ai popoli superiori.
La storia, lungi dal consacrare l'intangibilità di alcun popolo, ha
sempre distrutto quelli che non potevano adattarsi al suo disegno.
Nel diffondersi della civiltà rappresentata dalla razza bianca una
medesima conquista strappò sempre ai popoli selvaggi o esauriti i
terreni atti a ricevere il quadro di una più alta vita. Invasioni e
colonie furono sino dalla più tarda antichità i mezzi più efficaci
d'espansione: nelle prime il progresso avveniva per la sovrapposizione
di un popolo ad un altro; nelle seconde per focolari d'irradiazione
ideale, che dovevano aiutare la natura dei popoli circostanti a più
intellettuale sviluppo. Tutto quindi servì in questa caccia dell'uomo
civile all'uomo barbaro, del popolo giovane al popolo decrepito;
irresistibili attrazioni dell'ignoto geografico, passioni religiose,
curiosità scientifiche, avarizie commerciali, fantasie guerriere.
Naturalmente la civiltà, svolgendosi col processo inevitabile di una
guerra, trattava le colonie come avanguardia di scoperte o sentinelle
morte, mentre le invasioni giungevano sui campi di battaglia all'ora
assegnata, vincendo, struggendo, fecondando.
Influenza europea sull'Africa.
Nella lunga incubazione della civiltà mediterranea, alla quale l'Asia
già immobile nel trionfo di un'epoca poco più perfettibile coi propri
dati restava lontana ed estranea, l'Africa non aveva concorso che colle
proprie sponde. Una cintura di città marittime le aveva abbellite e
fecondate senza poter allargarsi all'interno. La loro vita creata dal
mare tendeva quindi al mare verso altri lidi, ove altre città
rispondevano loro con una vita più satura di elementi terrestri. Solo il
Nilo aveva potuto, accumulando sulle proprie rive molti germi africani,
crescervi una civiltà più che marittima; ma questa pure non aveva saputo
risalire nemmeno tutto il corso del gran fiume, prigioniera ad occidente
ed al sud di paurosi deserti.
L'immensa Africa ignorava la gloria del proprio Egitto.
E quando questo tramontò dopo Cartagine entro lo splendore della civiltà
romana, e il cristianesimo prima e il maomettanesimo poi, tentarono di
penetrare nel centro del continente nero, questo rimase nullameno un
mistero: ambo le religioni vi si depravarono in una sconcia
interpretazione quasi confessando l'impotenza del proprio Dio innanzi ai
feticci di selvaggi, cui un clima inesorabile sembrava negare per sempre
ogni speranza di ideale.
Ma l'azione della storia sull'Africa non cessò.
Quattro secoli or sono, quando Cristoforo Colombo discendeva dalla
vecchia caravella all'America, Cadamosto veneto penetrava nel Senegal e
nella Gambia, e la republica veneta offriva ad un sultano di tagliare
l'istmo di Suez, miracolo di audacia allora, miracolo di scienza oggi, e
che senza forse si sarebbe avverato anche allora.
L'Italia, dopo aver attirato con Roma tutta la civiltà africana nella
propria orbita, e mediante le republiche del medioevo mantenuto con essa
commerci quasi inosservati dall'Europa barbarica, parve allora
arrestarsi: Africa ed America sfuggirono simultaneamente alla sua
influenza.
Nonpertanto Roma e la Mecca, come centri religiosi, rattenevano sempre
l'Africa nella storia universale; gl'imperi litoranei improvvisati dalla
conquista saracena sulle sue coste avevano potuto dilatarvisi alquanto
verso l'interno, e ubbidivano ancora alla voce di Costantinopoli:
Spagna, Francia, Portogallo, Inghilterra, girando il capo di Buona
Speranza, avevano finalmente circoscritto il continente nero, fermandosi
su tutte le sue sponde e risalendo tutti i suoi fiumi.
Se la grande speculazione mercantile europea si riversava sull'America
attratta dall'incanto delle sue terre e dalla facilità di sfruttarle,
un'acuta curiosità spingeva sempre nuovi esploratori nell'Africa, sulle
rive della quale il moltiplicato commercio colle Indie creava stazioni
navali e stabilimenti coloniali. La supremazia mondiale dell'Europa,
chiamando all'azione tutti i popoli germanici per controbilanciare la
fatale decadenza delle nazioni latine, aveva già colle ultime vittorie
su Costantinopoli tolto ogni pericolo alla barbarica espansione del
maomettanesimo, che un giorno dall'Africa invadeva le Spagne e, superati
i Pirenei, si spingeva fino a Poitiers contro Carlo Martello.
Oramai imperi e reggenze barbaresche non erano più che una forma
consunta della feudalità saracena, ridotta a vivere di brigantaggio
terrestre e marittimo.
Quindi la grande rivoluzione francese, prima ancora di condensarsi
nell'impero militare di Napoleone I per meglio rovesciare tutte le
monarchie di diritto divino, discese in Africa e vi sottomise l'Egitto.
L'impresa parve un'avventura di condottiero antico, ma era invece una
conquista moderna. Napoleone tagliava così l'ultimo nodo, che stringendo
l'Africa a Costantinopoli la manteneva ancora più soggetta all'influenza
orientale del maomettanesimo che all'azione europea: la Sublime Porta
dopo la perdita dell'Egitto non conserverebbe più che una sovranità
nominale sulle altre terre limitrofe. La conquista fu momentaneamente
perduta, ma la Turchia non potè più ristabilire il proprio potere
sull'Egitto. Una dinastia macedonica v'improvvisò un trono con
barbariche imitazioni della monarchia napoleonica, e vi si sarebbe
proclamata al tutto indipendente se rivalità d'interessi europei non
l'avessero impedito per mantenere ancora alla Turchia una specie di
diritto imperiale.
Nonpertanto l'Egitto divenne europeo.
L'archeologia ricostituì tutta la sua antichità, la geografia ritrovò le
sorgenti misteriose del suo Nilo, la matematica tagliò il suo istmo di
Suez. La dinastia di Mehemet Alì, che ebbe in lui l'uomo di stato e nel
figlio Ibrahim il generale, durò appena il tempo necessario alla prima
fase dell'incivilimento moderno in Egitto, per cadere all'indomani
dell'apertura del canale sotto il protettorato dell'Inghilterra (1882),
la quale aveva già conquistata pochi anni prima l'Abissinia. La Francia
sino dagli ultimi giorni della restaurazione (luglio 1830) si era
impossessata d'Algeri, e dominava col Portogallo nella Senegambia,
conquistava più che mezza l'immensa isola del Madagascar, s'impadroniva
(1878) della Tunisia. La Spagna preponderava al Marocco; l'Olanda
spesseggiava di colonie come l'Inghilterra sulle coste del doppio oceano
africano; persino la Russia e la Germania tentano ora di stabilirvene.
La storia africana di questo secolo è tutta europea: l'Asia non vi
agisce più che col maomettanesimo provocandovi guerre feroci di
religione, come l'ultima del Mahdy; i napoleonidi vi hanno iniziato e
compito il loro breve ciclo solare, l'americano Stanley vi ha scoperto
il Congo, vasto quanto l'Europa, e che il piccolo re del Belgio vi ha
acquistato come un podere; i Boeri, di origine olandese, vi hanno già
una republica; viaggiatori di tutte le nazioni si sono inoltrati per
tutti i suoi deserti superando tutte le montagne, affrontando tutte le
tribù, rivelando tutta la preistoria. Il loro eroismo è stato sublime
quanto benefico, il risultato delle loro scoperte immenso quanto
imprevedibile.
Un'Africa orribilmente nera e selvaggia si è rivelata alla storia, ma il
suo clima che in molti luoghi è una vampa, i suoi deserti che hanno
l'ampiezza dei mari, la loro aridità che fa pensare ad una maledizione e
che una volta si supponevano uniformi in tutto il suo centro, non sono
che una varietà della sua natura. Ora si sa che fra le sue montagne si
trovano territori incantevoli, regioni prodigiose di bellezza e di
feracità, sulle quali vive ancora la più feroce razza, che il sole abbia
mai annerito. Una feudalità primitiva vi sminuzza l'impero in minime
tirannie di tribù, una sanguinaria incoscienza vi fa della guerra
l'unica industria e della strage il supremo divertimento; vi si
incontrano ancora monumenti di teschi, e vie segnate da ossa. L'antica
favola delle amazzoni vi è tuttora una realtà nell'impero del Dahomey,
che ha il proprio esercito composto di donne; i sacrifici di Moloch,
nausea e terrore del mondo antico, vi si celebrano sempre ai funerali
dei re trucidando migliaia di mogli e di servi. La servitù vi è
istituzione millenaria, più feroce che in Asia non sia mai stata; il
commercio degli schiavi, vietato sul mare, vi prospera all'interno così
che si calcolano a molti milioni i venduti di ogni anno. Per
quest'Africa tutto quanto avvenne nella storia del mondo è come se non
sia avvenuto: la sua vita è ancora nel sole che brucia il sangue e
dissecca nell'animo ogni sentimento; il popolo, che vi cresce nudo come
i deserti e con una coscienza egualmente arida, vi è la fiera più
crudele della sua fauna.
Quanti miliardi di vittime in quante migliaia di anni ha consumato
questa preistoria africana, che, immobile nelle proprie idee
rudimentarie, si ripete, colla disperata monotonia di un vagito e di un
rantolo, di un bambino che nasce e di un uomo che muore?
Ma l'Europa dopo molti secoli di assedio ha potuto penetrare tutte le
contrade dell'Africa e sta per sostituirvi la propria storia: tutte le
grandi nazioni europee si sono gettate a questa conquista sfogando
magari in essa le loro antiche rivalità: denaro, sangue, genio, tutto vi
è profuso. Le ferrovie cingono fin d'ora tutte le sue coste con un
monile di ferro, entro il quale l'Africa prigioniera della civiltà non
può più ricusarne i benefizi: dopo il grande taglio del canale di Suez
un disegno anche più grande allaga già il deserto di Sahara, e vi crea
sulle sponde fecondate una cintura di città pari a quella del
Mediterraneo; un altro congiunge i corsi dello Zambese e del Congo,
spezzando il continente in due grandi isole per meglio irradiarle da
tutto il litorale e dal centro. L'Italia risorta nazione non poteva
ricusarsi a questo problema africano, che domina la politica estera
dell'Europa: il suo concorso doveva anzi rappresentarvi il primo
risultato della sua nuova vita internazionale.
Iniziativa italiana.
Quindi, prima ancora di aver ripreso agli stranieri tutta la propria
terra, l'Italia si torse verso l'Africa.
Già il conte di Cavour nel periodo della grande preparazione piemontese,
sentendo l'attrazione di questo nuovo mondo, aveva cercato di avviare un
servizio postale fra Cagliari e Tunisi; Garibaldi, esiliato dal governo
sardo dopo la difesa di Roma, aveva scelto per residenza Tangeri; un
illustre cappuccino, il padre Massaia, testè morto cardinale, era
penetrato da molti anni nell'Abissinia, recandovi nel fervore
dell'apostolato religioso parecchi intendimenti civili. Altri
viaggiatori, còlti improvvisamente dalla nostalgia del deserto,
approdarono in Africa, e la percorsero superando indicibili difficoltà:
Beccari, Piaggia, Antinori, Gessi, senza aiuti di governo, vi compierono
miracoli d'eroismo; quest'ultimo, ammirabile fibra di romagnolo antico,
vi si mutò in generale, e vinse nelle guerre del Sudan più d'una
battaglia. Allora nel fermento lasciato dalle imprese garibaldine,
crebbe istantaneamente una passione misteriosa per il terribile
continente nero: si fondarono società geografiche, si organizzarono come
in tutto il resto d'Europa spedizioni di nuovi esploratori, i giornali
si appassionarono di racconti africani, come quattro secoli prima tutte
le conversazioni favoleggiavano dell'America e delle Indie.
Un'indefinibile poesia trasfigurava agli occhi della moltitudine i
giovani viaggiatori che partivano per l'Africa; una pietà inconsolabile
si destava alla novella della loro morte.
Pareva a tutti che questo fervore di scoperte e di iniziative fosse una
prova di nuova gioventù nella nazione, che stava ricostruendo con
temerità pari all'ingegno nella propria flotta la prima armata del
mondo. La marina mercantile cresceva, e cresceva pure l'emigrazione. Chè
se a questa, salita ora all'altissima cifra annuale di 200,000
emigranti, era in molte provincie sprone la miseria agricola, in molte
altre tale coraggiosa facilità ad abbandonare la patria per un mondo
ignoto e lontano, era ancora un sintomo della nuova vita italiana. Pochi
anni addietro, nella stessa miseria, al popolo sarebbe sembrato un
suicidio l'emigrare. Ma l'emigrazione si dirigeva di preferenza
sull'America del sud dominata da colonie latine.
Nell'Africa, tanto più vicina, Cairo ed Alessandria erano le stazioni
predilette dagli italiani.
Ma la nazione sentiva oscuramente la necessità di uscire di se stessa
per affermarsi politicamente nell'opera internazionale delle maggiori
potenze. L'Italia aveva scritto in Africa troppi capitoli della propria
storia antica, per non ritornarvi nella guerra di conquista ripresa così
vivacemente dall'Europa al principio del secolo. La via aperta alle
Indie per il canale di Suez, l'ampliamento del porto di Genova, il
doppio traforo delle Alpi le suggerivano le prime ragioni: la storia
spingeva colla propria fatalità.
Però le coste africane non presentavano in alcun punto facilità e
ricchezza di conquista: l'Italia, ultima cooperatrice, vi troverebbe
forse le maggiori difficoltà nelle gelosie delle nazioni che ve
l'avevano preceduta. D'altronde nè il suo popolo, nè il suo governo
erano ancora abbastanza consapevoli per gettarsi con molta fortezza
d'animo e larghezza d'intendimenti ad imprese coloniali.
Quindi i principii dell'impresa furono meno che modesti.
Prima ancora che le camere di commercio, riunite in congresso a Genova
nell'ottobre del 1869, proponessero al governo di stabilire in un porto
del Mar Rosso una fattoria di commercio e di transito, il professore
Giuseppe Sapeto, che aveva lungamente soggiornato nelle regioni dei
Danakil e dei Somali, insisteva in una relazione al generale Menabrea,
allora presidente dei ministri, per un acquisto di tal genere. Vittorio
Emanuele protesse l'idea spingendo ad un contratto col sultano Berehan,
indipendente dalla Porta e dall'Egitto, per la compra della baia d'Assab
e dell'isola Darmakieh. Il pagamento della somma abbastanza esigua di L.
47,000, fornite dal governo, venne eseguito dal genovese Rubattino, il
più ricco e patriottico fra gli armatori d'Italia. Quindi l'11 marzo
1870 due pali solidamente conficcati ai capi nord e sud del terreno
acquistato e portanti su due tasselli di legno l'epigrafe -- Proprietà
Rubattino -- segnavano dopo tanti secoli il nuovo ingresso dell'Italia
nella storia coloniale.
Questo grosso e quasi deserto podere era a 64 chilometri da Perim e a
240 da Aden.
Il fatto rimase inavvertito: appena Nino Bixio, sempre fervido di
avventure marinaresche e militari, se ne congratulò vivamente col
governo, augurando bene per l'Italia e chiedendo subito che si occupasse
soldatescamente Assab per guarantire le persone e le merci, che vi
avrebbero affluito.
Ma il khedivè d'Egitto aveva già protestato contro l'occupazione di
Assab: il Visconti-Venosta, allora ministro degli esteri, oppose
l'indipendenza di questo piccolo territorio da ogni alta giurisdizione,
poichè le caimacanie di Suakin e di Massaua, delle quali il khedivè era
stato investito dalla Sublime Porta, non giungevano sino ad Assab;
questi replicò nominando governatore di Massaua lo svizzero Munzinger ed
estendendo i limiti di quella provincia sino a Berbera. Allora il
governo italiano, troppo presto impacciato da così piccole difficoltà,
rinunciò ad ogni assetto pratico e definito dello stabilimento di Assab,
per consigliare alla compagnia Rubattino di ampliare i propri servizi
marittimi verso Oriente.
Difficoltà diplomatiche.