A Roma tutto il mondo cattolico stava ancora sottomesso. Nel periodo

semi-secolare della rivoluzione italiana. Roma aveva sempre sovrastato

al dibattito fra popolo e monarchia: l'unità politica d'Italia non era

mai stata assolutamente creduta per la difficoltà di mutare la capitale

del papato in capitale della nazione. Coloro medesimi, che per

irreligiosità di pensiero sfuggivano alla sua influenza, non osavano

concepire la conquista di Roma pari a quella di Palermo o di Napoli.

Cesare Correnti sconsigliava dall'andare a Roma per non impegnare il

governo in un dibattito contro i terribili teologi della curia vaticana;

D'Azeglio, mascherando la timidezza di prudenza, aveva già voluto fare

di Roma una città anseatica; Cavour non aveva ardito proclamarla

capitale d'Italia che sperandone la cessione spontanea dal papato e

dalla Francia; i suoi successori nel ministero si erano affrettati a

rinunziarvi trasportando la capitale a Firenze; Giuseppe Mazzini stesso,

affermando per la conquista di Roma la necessità di una rivoluzione

intimamente democratica, veniva a riconfermare la sua inviolabilità,

giacchè l'Italia non era ancora capace di tale progresso. Persino

Giuseppe Ferrari, fuorviato dalla propria interpretazione delle

rivoluzioni italiche, dissuadeva dall'andare a Roma ridotta come Benares

e Gerusalemme a città sacra di una morta religione, per non mettere la

nuova culla d'Italia nel più antico dei suoi sepolcri. L'acuto filosofo

non s'accorgeva che tale rinuncia a Roma avrebbe mantenuto la

superiorità del pensiero religioso sul pensiero civile. Teodoro Mommsen,

protestante di religione e razionalista di pensiero, domandava

febbrilmente a Quintino Sella: «Che cosa farete a Roma? A Roma non si

sta senza un'idea universale».

Nessuno fra i più intrepidi miscredenti della politica pensava allora

che andando a Roma si potesse non tener conto del papato. Fra il volgo

dei liberi pensatori, che avrebbero voluto distruggervi tutti gli

altari, e la monarchia che sostituendovi il papato nel governo temporale

tendeva a diminuire con quello il numero degli scontri, non vi era

ancora un partito democratico abbastanza forte per comprendere che la

rivoluzione italiana non avrebbe avuto significato mondiale se non col

risottomettere il cattolicismo alla legge comune pareggiandolo con tutte

le altre religioni. Allora il cattolicismo avrebbe dovuto provare contro

tutte queste la propria superiorità senza alcun aiuto di privilegi nella

lotta, sotto pena di perdere il proprio primato storico. Un'immensa

rivoluzione sarebbe avvenuta nei costumi e nelle idee: il cattolicismo,

costretto a vivere delle oblazioni dei fedeli nella nuova miseria

procuratagli dall'incameramento di tutti i beni, sarebbe disceso alla

più ignobile idolatria, o salito nelle proprie migliori idealità.

L'Italia avrebbe dato in Europa un esempio di libertà religiosa, quale

la giovane America non ha ancora saputo: solamente così la caduta del

potere temporale dei papi avrebbe segnato un'epoca nella storia civile

dei popoli.

Ma da molti secoli, non ostante la sede del papato, Roma non era più

universale.

Il progresso umano stava appunto in questa decadenza di Roma, mentre in

Europa e in America fiorivano a centinaia i centri del pensiero e

dell'azione civile. Oramai era facile comprendere che il papato non dava

più a Roma altro vantaggio sulle grandi città moderne che quello

abbastanza equivoco di una Mecca, e che nel secolo decimonono sognare

ancora una città universale, e quindi un popolo eletto, era un

indietreggiare al di là dello stesso cristianesimo, il quale aveva

annullato l'elezione del popolo ebreo.

L'Italia, terra classica di un diritto divenuto universale prima ancora

che il cristianesimo vi si annidasse, avrebbe dovuto alla propria gloria

millenaria di spersonalizzare la chiesa cattolica. Ma la monarchia,

conservando nella ricevuta delegazione dal popolo l'antica pretesa della

delegazione divina, alla quale il papato era tramite necessario, si

affrettò a riconoscergli non solo un primato su tutte le religioni, ma

ad investirlo di una indefinibile sovranità poco conveniente alla

religione ed incompatibile collo stato.

Le rivoluzioni sopprimono, le monarchie transigono.

Vittorio Emanuele dinanzi a Pio IX era ancora nell'attitudine di

Carlomagno davanti a Leone III; l'ultimo re ritirava la donazione fatta

dal primo imperatore, ma chiesa ed impero, pontefice e sovrano,

trattavano sempre entro la stessa orbita, mentre la rivoluzione civile,

vincitrice da tempo di tutti i miti religiosi e politici, non era

peranco giunta a conquistare un governo pari a se stessa.

Le condizioni della politica europea erano favorevoli all'esperimento

della coesistenza in Roma dei due sovrani e dei due poteri. La Francia

si affaticava contro la Comune di Parigi, la Spagna avendo eletto re il

secondogenito di Vittorio Emanuele era frenata nelle proprie

escandescenze cattoliche dalla politica di corte, l'Inghilterra

protestante applaudiva alla caduta del papato, Prussia ed Austria si

sorvegliavano reciprocamente.

D'altronde il governo italiano era disposto a concedere più di quanto le

diplomazie estere potessero chiedere. La procrastinazione dell'ingresso

solenne del re a Roma era arra sufficiente delle sue e delle intenzioni

della nazione.

La nuova legge, che si disse delle Guarentigie, votata dalle camere il 5

aprile 1871, dichiarò la persona del papa sacra ed inviolabile; a lui si

mantennero tutti gli onori reali: si permise che nello stato tenesse

armati a propria difesa; la sua dotazione di cinquantamila scudi mensili

fu conservata esente da ogni onere governativo, provinciale o comunale;

gli si attribuirono i palazzi vaticani e lateranensi colla villa di

Castel Gandolfo e in essi nessun ufficiale italiano di pubblica autorità

potrebbe mai introdursi; si riconobbero inviolabili i cardinali nella

vacanza della sede pontificia, gli ecclesiastici partecipanti

all'emanazione degli atti del ministero spirituale della Santa Sede non

soggetti a molestia o sindacato delle autorità italiane; si mantennero

agli ambasciatori presso la Santa Sede le solite prerogative; poste e

telegrafi furono gratuiti pel pontefice nella città di Roma e nelle sei

sedi suburbicarie; ogni istituto per l'educazione degli ecclesiastici

venne preservato dall'ingerenza delle autorità italiane. Quindi abolita

ogni restrizione speciale all'esercizio del diritto di riunione pei

membri del clero cattolico, dispensati i vescovi dal giuramento regio,

eccettuate Roma e le sedi suburbicarie dall'obbligo di conferire i

benefizi maggiori e minori a cittadini del regno, aboliti gli

_exequatur_ e i _placet_ per la pubblicazione ed esecuzione degli atti

dell'autorità ecclesiastica non riguardanti la destinazione dei beni

ecclesiastici; in materia spirituale e disciplinare nè riconosciuto

appello, nè concessa esecuzione coatta; riserbato a legge ulteriore il

riordinamento delle proprietà ecclesiastiche nel regno.

Così papato e monarchia, costretti a guerra mortale dalla rivoluzione,

patteggiavano ancora barattandosi immunità e privilegi: il cattolicismo

cresceva come religione di stato fino ad equiparare il proprio papato

alla monarchia.

Quindi al trattarsi dell'abolizione dei monasteri vennero preservate a

Roma tutte le case generalizie, riconoscendo loro la personalità negata

agli ordini: un'altra legge dichiarò proprietà nazionale i musei

apostolici senza sottrarli all'arbitrio del papa.

Ma anche questa volta la monarchia aveva interpretato abilmente il

pensiero nazionale che voleva Roma capitale senza la distruzione del

papato. Il trasporto della capitale e l'ingresso solenne del re a Roma

riuscirono a fredde feste officiali: governo, parlamento e corte

s'accamparono ove poterono; questa al Quirinale, ma Vittorio Emanuele

non osò mai dormire negli appartamenti del papa, e vi morì per caso in

una cameretta sopra una altana; quello alzò nel cortile di Montecitorio

la propria aula in legno, quasi dubitando di fidare il proprio danaro a

più duraturo monumento; l'altro ridusse molti conventi ad uffici.

Solo Quintino Sella ebbe allora un concetto chiaro della trasformazione

necessaria a Roma per diventare davvero capitale d'Italia, ma nè il

governo nè il municipio seppero secondarlo. La iscrizione liviana da lui

scolpita sotto la statua del legionario romano nel nuovo palazzo delle

finanze -- _Signifer, statue signum, hic manebimus optime_ -- fu il suo

ultimo grido di battaglia contro il partito, cui aveva imposto la gloria

di condurre la monarchia in Campidoglio.

Una grande nazione s'era aggiunta all'Europa; la più gloriosa delle

città mondiali tornava ad essere una delle sue capitali civili. Se

l'Italia non aveva nella propria rivoluzione potuto diventare republica

e proclamare a Roma la superiorità del pensiero civile sul pensiero

religioso, mettendosi all'avanguardia delle razze latine, nullameno il

fatto della sua ricostituzione unitaria e la caduta del potere temporale

le davano un significato maggiore che non quello stesso del nuovo impero

germanico. Il principio della nazionalità e della sovranità popolare

avevano trionfato in Italia meglio che in Germania, ove gli antichi

ordini feudali e il nuovo ordinamento militare viziavano ancora

dolorosamente la vita moderna.

Il trionfo del principio democratico era meraviglioso. Dopo la caduta

dell'impero napoleonico, fra la selvaggia rivolta dei comunisti e

l'insensata reazione degli elementi monarchici, la Francia restava

republica; l'Italia aveva chiamato con un plebiscito Vittorio Emanuele a

Roma, la Spagna con un altro plebiscito aveva nominato a proprio re il

duca d'Aosta, la Germania con un terzo plebiscito militare aveva

promosso il re di Prussia ad imperatore, e queste tre monarchiche

elezioni esprimevano il principio della sovranità popolare. L'Europa era

profondamente mutata; ogni possibilità di nuova Santa Alleanza vi

diveniva inconcepibile. La Francia sempre all'avanguardia, con un

milione di prussiani bivaccanti su tutte le sue campagne, aveva osato

proclamare in una rivoluzione comunista, degenerata necessariamente

nella più bestiale delle guerre civili, un principio di libertà

economica superiore ad ogni ordine di classi e a ogni idea di nazione.

L'Austria, ultima potenza del diritto cattolico, respinta dal centro

d'Europa, doveva inorientarsi, contrapponendo l'eterogeneità del proprio

federalismo alla unità russa nel problema della ricostituzione nazionale

dei Principati Danubiani.

La profezia di Napoleone I, morente a Sant'Elena, che fra mezzo secolo

l'Europa sarebbe o republicana o cosacca, quasi che la Russia potesse

davvero svolgersi nella storia come negazione della democrazia,

attraverso l'errore del proprio dilemma si era dunque puntualmente

avverata.

L'Europa ancora divisa da monarchie era già concorde nel più

irresistibile sentimento democratico.

CAPITOLO UNDECIMO.

L'opposizione ideale

Decadenza letteraria.

In questo periodo di unificazione monarchica l'opposizione politica

dalle sfere governative, ove soccombeva ogni giorno in nuove

transazioni, non potè salire più alto traendo seco tanto pensiero da

atteggiarne la letteratura nazionale. Molte cause storiche vi si

opponevano.

Anzitutto il mazzinianismo, come la più vecchia ed importante delle

opposizioni, era pressochè la sola, cui il popolo prestasse qualche

attenzione; ma se Mazzini per la grandezza dell'ingegno letterario e per

l'eroismo del carattere vi aveva meritamente acquistato una gloria

immortale, i suoi scolari, chiudendosi nella più servile imitazione di

lui, si vietavano spontaneamente ogni valore. Accadeva ai mazziniani

nella politica come ai manzoniani nella letteratura: in ambo le scuole

una stessa pedanteria morale vi aveva isterilita la produzione: gli uni

di Manzoni non avevano voluto ammirare che l'onestà religiosa del

sistema, e dimenticavano gli istinti scetticamente naturalistici, allora

meravigliosi in tanta voga di romanticismo; gli altri in Mazzini

veneravano la dogmatica deistica e il classicismo republicano, mentre

filosofia e scienza sgretolavano questo e quello, e un'altra democrazia,

più impetuosa di passioni e larga di metodo, chiamava le plebi a nuove

conquiste economiche.

Al difuori del mazzinianismo non v'era altra opposizione. La grande

fioritura letteraria era caduta: Manzoni, Leopardi, Niccolini,

Guerrazzi, Giusti, tacevano o morti o esauriti: nella filosofia cresceva

in Napoli un hegelianismo, dal quale Francesco Fiorentino tentava di

staccarsi con scettiche intenzioni e con studi storici, mentre Terenzio

Mamiani chiudeva il proprio dilettantismo nelle _Confessioni di un

metafisico_, insufficiente ripresa di vecchie verità diminuite da una

incertezza anche più insufficiente di metodo, e Camillo de Meis in un

libro sui tipi vegetali ed animali dava la più originale e profonda

critica del sistema darwiniano. Le scuole di Gioberti e di Rosmini erano

cessate: solo quest'ultima durava nei seminari entro una lotta teologica

inavvertita dal grosso publico. La poesia languiva nel romanzo, nel

teatro e nella lirica; nessuno fra i giovani aveva saputo prendere il

posto dei grandi morti. Prati, travolto dall'abbondanza della propria

vena, cadeva di poema in poema, avendo smarrito ogni senso politico

nell'ammirazione incondizionata del re e della corte: Aleardi si

disfaceva in un sentimentalismo serotino, nel quale la volgarità delle

idee traeva alla sciatteria della forma: l'Uberti, integro ed aspro,

aveva dovuto miserevolmente suicidarsi senza speranza di immortalità

nell'arte e senza conforto di vera azione esercitata sul pubblico: il

Praga con senso schietto di modernità ma scarso valore artistico tentava

le prime rappresentazioni della nuova vita: il Zanella, ultimo prete

liberale, cantava con minore estro e forma più eletta un ultimo accordo

fra scienza e religione. Nievo e Tarchetti, dopo aver solcato il

romanzo, come stelle filanti, dileguavano quasi senza traccia, sebbene

il primo, più vasto d'ingegno e di indole più sana, meritasse più lungo

tempo nella vita e maggiore importanza dopo la morte: Giacometti,

Ferrari e Cicconi tentavano indarno di galvanizzare il teatro

accumulandovi residui classici e romantici, nazionali e stranieri, senza

intuizione della società moderna e senza originalità di fattura.

Se davanti all'informe sembianza di Vittorio Emanuele, trionfante come

primo re d'Italia, i vecchi grandi poeti avevano serbato un silenzio

solenne, come sentendo l'assurda sproporzione dell'uomo cogli

avvenimenti, mentre i cantori di corte tentavano invano di

rappresentarlo alla nazione come il suo redentore, nemmeno le due

maggiori figure di Mazzini e di Garibaldi, sintetizzanti nella propria

originalità tutta la rivoluzione italiana, avevano potuto accendere

l'estro poetico della nazione. Vittorio Emanuele era troppo più piccolo

dei fatti, cui apponeva spesso nolente la propria firma: Mazzini e

Garibaldi li trascendevano troppo perchè l'Italia potesse comprendere

giustamente l'opera loro.

Infatti l'unificazione nazionale aveva dovuto compiersi tragicamente

contro di essi.

Mentre dal 1821 al 1870 congiure e battaglie, piazze e campi, esigli e

patiboli, vittorie e sconfitte, offrivano la più ricca messe artistica

di questo secolo, la letteratura italiana pretestando mancanza

d'argomenti si trascinava ancora alla retroguardia di quella francese; e

poichè il grande avvento della letteratura europea era già cominciato,

inducendo in ogni altra nazionale la maggior dose di umanesimo con una

più libera varietà di forme, l'Italia letteraria correva pericolo di

perdere ogni caratteristica dietro troppe imitazioni. D'altronde la

rivoluzione non era abbastanza derivata dalla massa del popolo per

avergli così toccato il cuore da rinnovare tutti i suoi artisti. L'opera

monarchica, ristretta in un partito di corte e di parlamento, con

esclusione del popolo da qualunque ufficio politico, malgrado la fortuna

dei propri risultati era stata troppo umiliante nel processo per

suscitare veri entusiasmi.

La nazione rimaneva quindi inconsapevole: si adattava con mirabile

destrezza ai nuovi modi di vita senza indagare quanto sangue o genio

costassero; si buttava alacremente a lavori d'ogni genere sotto lo

stimolo della concorrenza europea e nell'oblìo più ingiusto dell'epopea,

dalla quale era uscita la sua libertà. Tutto concorreva a togliere lo

spirito nazionale dalla concentrazione necessaria allo sbocciare di una

vera letteratura.

Una goffa ed inevitabile rettorica dominava ambo i partiti. Il

monarchico, affettando la superbia del senno nel trionfo del proprio

governo, cercava di rianimare i vecchi sentimenti di sudditanza a favore

dell'unica vincitrice dinastia col prodigare scherni e calunnie ai pochi

eroi della rivoluzione; il partito rivoluzionario, non volendo

confessare la propria impotenza d'organizzazione, rinfacciava

alteramente alla monarchia le bassezze del suo governo, e spingeva

inutilmente a rivolte che avrebbero tolto alla nazione di quetarsi in

quel primo assetto. In fondo non si ammirava Vittorio Emanuele; Cavour

era quasi dimenticato nel rapido avvicendarsi de' suoi successori; si

lasciava indifferentemente Mazzini nell'esilio, e si sorrideva

argutamente quando Garibaldi da Caprera mandava ancora qualche monito

con stile reso donchisciottesco dalla contraddizione di un'effervescenza

sempre giovanile con una senilità oramai esausta.

Mentre dietro l'orme di Napoleone I era sorta la più splendida di tutte

le letterature nella storia francese, dai campi di Garibaldi e di

Vittorio Emanuele non crescevano fiori, e non salivano voci. Quella

fiacchezza di coscienza nazionale, che dopo Dante aveva impedito

all'Italia di trarre dalle innumerevoli tragedie delle proprie cronache

un teatro come quello di Shakespeare, e aveva ristretto a mano a mano

tutta la letteratura nelle scuole, durava ancora.

Manzoni, Niccolini e Guerrazzi erano stati la passione di una speranza

vanita nella volgarità del trionfo.

Garibaldi, il più alto degli eroi, e Mazzini, il più forte degli

scrittori, vi rimanevano egualmente incompresi: la letteratura usava

verso di loro come la politica: siccome non si era saputo seguirli, non

si seppe poi rappresentarli: il popolo li amava istintivamente. mentre

la ragione degli studiosi, volendo interpretarli, li falsificava.

Dal 1859 al 1870, come dal 1848 al 1859, non v'ebbe quindi vera

produzione letteraria: in questo periodo la minuta preparazione

all'ultima lotta soffocò le grandi passioni e distolse dai supremi

ideali; in quello la febbre e la fatica dell'organizzazione governativa

distrassero dalla meditazione dei fatti e dallo studio del loro

significato.

Cavour dominò il primo, Sella riassunse il secondo; destrezza

diplomatica e destrezza finanziaria condussero al trionfo d'entrambi.

Ma se l'opposizione politica non potè disciplinarsi a vero partito

contro la monarchia per organizzare in se medesima come in un campo

trincerato tutta la nuova vita moderna, l'Italia che per lungo e

misterioso affinamento di razze e di spirito aveva potuto produrre non

solo Mazzini e Garibaldi, ma individualizzare intorno ad essi le più

nobili virtù in un ciclo meraviglioso di cavalieri, trovò in Giosuè

Carducci un altro grande poeta. Con lui l'opposizione si mutò di

politica in ideale.

Giosuè Carducci.

Egli non era però e non poteva essere un combattente come Mameli, nel

quale la passione dei fatti sopraffacesse la loro meditazione.

Se cresciuto fanciullo fra la rivoluzione del '48, ne aveva rimasto

negli orecchi e negli occhi il tumulto, nella Toscana ove era nato e

nella modesta famiglia che intendeva allevarlo quietamente, queste prime

impressioni non bastarono a turbare lo sviluppo del suo temperamento. La

sua gioventù si svolse ostinatamente studiosa, quasi imbalsamata di

classicismo, trovando in esso una nuova fonte di orgoglio patriottico. I

suoi primi odii di toscano furono quindi per la scuola lombarda, nella

quale Manzoni aveva fatto una rivoluzione romantica così grande da

sorpassare lo stesso romanticismo: ma poichè in essa si era annidata la

scuola neo-guelfa, mentre Niccolini e Guerrazzi, classici e ribelli, si

mantenevano ghibellini, il giovane poeta fondeva già nella propria ira

di classico contro i degeneri romantici cattolici lo sdegno patriottico

e superbamente irreligioso, che aveva ispirato l'Arnaldo da Brescia e

l'Assedio di Firenze. Tutta Toscana era classica per necessità forse di

natura e per superbia di tradizione.

Mentre in Giusti e in Guerrazzi, trovatisi nel tafferuglio dell'azione,

la molle fibra toscana aveva ceduto lasciandoli troppo minori nell'opera

che nel pensiero, nel Carducci una natura più concentrata e tempi

relativamente più ordinati dovevano accumulare maggiore dottrina e più

salda coscienza. Nulla da principio tradiva in lui il rivoluzionario. La

sua gioventù, come quella del Leopardi, era cresciuta nell'Ellade fra i

grandi poeti e i grandi eroi dell'antica libertà: la sua virtù era un

riflesso della loro, la sua arte non insuperbiva che nell'imitarli. Se

l'immensa storia di Roma slargava poi il suo pensiero apprendendo al suo

cuore una più nobile alterezza di patria, la letteratura latina restava

fatalmente secondaria per il suo gusto, e di Roma egli non sentiva

veramente che la gloria pagana. Il cristianesimo gli pareva una forma

della decadenza e una mortificazione del pensiero romano. Nella

splendente serenità della propria fantasia il giovane poeta fuggiva

istintivamente le tenebre cristiane e tutta quella religione, che, nata

di peccato e di martirio, proscriveva il mondo in nome di un'ideale

senza figura e di una virtù senza bellezza. Il medioevo come epoca

classica del papato gli restava chiuso; solo ai primi albori del

rinascimento, nella primavera dell'arte novella, egli tornava a sentire

nell'Italia la propria patria; ma allora la passione di Dante

rifomentando la sua antipatia al cristianesimo, aizzava il suo odio

moderno al papato.

Nel fervore dei primi studi la recente interpretazione medioevale della

scuola neo-guelfa gli pareva una tarda ipocrisia politica per

giustificare il bigottismo delle corti e dell'aristocrazia italiana,

mentre tutti i magni spiriti, da Dante a Machiavelli, da Bruno ad

Alfieri, da Foscolo a Mazzini, avevano sempre combattuto la tradizione

papale per proclamare una libera unità di patria. Intorno a lui, nella

Toscana, fra lo scadimento del carattere e degli ingegni, la grande

scuola ghibellina durava tuttavia. Le liriche tragedie di Niccolini e i

tempestosi romanzi di Guerrazzi erano ancora le due più efficaci

originalità della letteratura nazionale, le sole due forme di

romanticismo che non gli repugnassero assolutamente.

Ma questo letterato, che aveva cominciato coll'appassionarsi alle più

fini e recondite bellezze della forma, non era un arcade da smarrire

nella plastica della bellezza il senso della sua verità interiore. Se la

sua squisita natura artistica gli permetteva di riprodurre le molli ed

indefinibili venustà del Petrarca e del Poliziano, i suoi poeti

prediletti restavano quelli che a Roma, in Grecia e nell'Italia classica

avevano espresso la maggiore verità e nobiltà della natura umana.

L'eleganza della sua stessa severità di aristocratico cresceva valore

alla modernità del suo sentimento republicano, mentre irrequieti istinti

di novità, sommovendo la simmetria della sua classica cultura, lo

traevano pei campi delle letterature europee.

Così egli era la natura artistica più composita di questo secolo in

Italia: intimamente gran signore come Alfieri e gran cittadino come

Parini, senza la stramba albagia dell'uno e la soverchia remissività

borghese dell'altro; la passione moderna di Foscolo in preda a tutti i

delirii del cuore e a tutte le tempeste di una vita politica, alla quale

era conteso ogni equilibrio, agitava la sua anima fra quel dissolversi

dell'Italia antica federale e l'organizzarsi della nuova Italia

unitaria; l'odio popolano di Guerrazzi contro tutte le autorità dava al

suo classico sdegno la precisione e la vivezza dell'accento, mentre

dalle grandi tragedie di Niccolini gli veniva l'abitudine dei più alti

voli lirici, e dal Bini e dal Giusti qualche amarezza scettica e

satirica ad impedire che l'ira gli si guastasse nella declamazione.

La sua varia e potente cultura, ben diversa da quella dei vecchi

letterati, trascendeva la sua stessa potenza poetica, e doveva poi

permettergli di rinnovare pressochè tutta la critica letteraria toccando

i temi più svariati con sicura originalità.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 23 / 29 段