semi-secolare della rivoluzione italiana. Roma aveva sempre sovrastato
al dibattito fra popolo e monarchia: l'unità politica d'Italia non era
mai stata assolutamente creduta per la difficoltà di mutare la capitale
del papato in capitale della nazione. Coloro medesimi, che per
irreligiosità di pensiero sfuggivano alla sua influenza, non osavano
concepire la conquista di Roma pari a quella di Palermo o di Napoli.
Cesare Correnti sconsigliava dall'andare a Roma per non impegnare il
governo in un dibattito contro i terribili teologi della curia vaticana;
D'Azeglio, mascherando la timidezza di prudenza, aveva già voluto fare
di Roma una città anseatica; Cavour non aveva ardito proclamarla
capitale d'Italia che sperandone la cessione spontanea dal papato e
dalla Francia; i suoi successori nel ministero si erano affrettati a
rinunziarvi trasportando la capitale a Firenze; Giuseppe Mazzini stesso,
affermando per la conquista di Roma la necessità di una rivoluzione
intimamente democratica, veniva a riconfermare la sua inviolabilità,
giacchè l'Italia non era ancora capace di tale progresso. Persino
Giuseppe Ferrari, fuorviato dalla propria interpretazione delle
rivoluzioni italiche, dissuadeva dall'andare a Roma ridotta come Benares
e Gerusalemme a città sacra di una morta religione, per non mettere la
nuova culla d'Italia nel più antico dei suoi sepolcri. L'acuto filosofo
non s'accorgeva che tale rinuncia a Roma avrebbe mantenuto la
superiorità del pensiero religioso sul pensiero civile. Teodoro Mommsen,
protestante di religione e razionalista di pensiero, domandava
febbrilmente a Quintino Sella: «Che cosa farete a Roma? A Roma non si
sta senza un'idea universale».
Nessuno fra i più intrepidi miscredenti della politica pensava allora
che andando a Roma si potesse non tener conto del papato. Fra il volgo
dei liberi pensatori, che avrebbero voluto distruggervi tutti gli
altari, e la monarchia che sostituendovi il papato nel governo temporale
tendeva a diminuire con quello il numero degli scontri, non vi era
ancora un partito democratico abbastanza forte per comprendere che la
rivoluzione italiana non avrebbe avuto significato mondiale se non col
risottomettere il cattolicismo alla legge comune pareggiandolo con tutte
le altre religioni. Allora il cattolicismo avrebbe dovuto provare contro
tutte queste la propria superiorità senza alcun aiuto di privilegi nella
lotta, sotto pena di perdere il proprio primato storico. Un'immensa
rivoluzione sarebbe avvenuta nei costumi e nelle idee: il cattolicismo,
costretto a vivere delle oblazioni dei fedeli nella nuova miseria
procuratagli dall'incameramento di tutti i beni, sarebbe disceso alla
più ignobile idolatria, o salito nelle proprie migliori idealità.
L'Italia avrebbe dato in Europa un esempio di libertà religiosa, quale
la giovane America non ha ancora saputo: solamente così la caduta del
potere temporale dei papi avrebbe segnato un'epoca nella storia civile
dei popoli.
Ma da molti secoli, non ostante la sede del papato, Roma non era più
universale.
Il progresso umano stava appunto in questa decadenza di Roma, mentre in
Europa e in America fiorivano a centinaia i centri del pensiero e
dell'azione civile. Oramai era facile comprendere che il papato non dava
più a Roma altro vantaggio sulle grandi città moderne che quello
abbastanza equivoco di una Mecca, e che nel secolo decimonono sognare
ancora una città universale, e quindi un popolo eletto, era un
indietreggiare al di là dello stesso cristianesimo, il quale aveva
annullato l'elezione del popolo ebreo.
L'Italia, terra classica di un diritto divenuto universale prima ancora
che il cristianesimo vi si annidasse, avrebbe dovuto alla propria gloria
millenaria di spersonalizzare la chiesa cattolica. Ma la monarchia,
conservando nella ricevuta delegazione dal popolo l'antica pretesa della
delegazione divina, alla quale il papato era tramite necessario, si
affrettò a riconoscergli non solo un primato su tutte le religioni, ma
ad investirlo di una indefinibile sovranità poco conveniente alla
religione ed incompatibile collo stato.
Le rivoluzioni sopprimono, le monarchie transigono.
Vittorio Emanuele dinanzi a Pio IX era ancora nell'attitudine di
Carlomagno davanti a Leone III; l'ultimo re ritirava la donazione fatta
dal primo imperatore, ma chiesa ed impero, pontefice e sovrano,
trattavano sempre entro la stessa orbita, mentre la rivoluzione civile,
vincitrice da tempo di tutti i miti religiosi e politici, non era
peranco giunta a conquistare un governo pari a se stessa.
Le condizioni della politica europea erano favorevoli all'esperimento
della coesistenza in Roma dei due sovrani e dei due poteri. La Francia
si affaticava contro la Comune di Parigi, la Spagna avendo eletto re il
secondogenito di Vittorio Emanuele era frenata nelle proprie
escandescenze cattoliche dalla politica di corte, l'Inghilterra
protestante applaudiva alla caduta del papato, Prussia ed Austria si
sorvegliavano reciprocamente.
D'altronde il governo italiano era disposto a concedere più di quanto le
diplomazie estere potessero chiedere. La procrastinazione dell'ingresso
solenne del re a Roma era arra sufficiente delle sue e delle intenzioni
della nazione.
La nuova legge, che si disse delle Guarentigie, votata dalle camere il 5
aprile 1871, dichiarò la persona del papa sacra ed inviolabile; a lui si
mantennero tutti gli onori reali: si permise che nello stato tenesse
armati a propria difesa; la sua dotazione di cinquantamila scudi mensili
fu conservata esente da ogni onere governativo, provinciale o comunale;
gli si attribuirono i palazzi vaticani e lateranensi colla villa di
Castel Gandolfo e in essi nessun ufficiale italiano di pubblica autorità
potrebbe mai introdursi; si riconobbero inviolabili i cardinali nella
vacanza della sede pontificia, gli ecclesiastici partecipanti
all'emanazione degli atti del ministero spirituale della Santa Sede non
soggetti a molestia o sindacato delle autorità italiane; si mantennero
agli ambasciatori presso la Santa Sede le solite prerogative; poste e
telegrafi furono gratuiti pel pontefice nella città di Roma e nelle sei
sedi suburbicarie; ogni istituto per l'educazione degli ecclesiastici
venne preservato dall'ingerenza delle autorità italiane. Quindi abolita
ogni restrizione speciale all'esercizio del diritto di riunione pei
membri del clero cattolico, dispensati i vescovi dal giuramento regio,
eccettuate Roma e le sedi suburbicarie dall'obbligo di conferire i
benefizi maggiori e minori a cittadini del regno, aboliti gli
_exequatur_ e i _placet_ per la pubblicazione ed esecuzione degli atti
dell'autorità ecclesiastica non riguardanti la destinazione dei beni
ecclesiastici; in materia spirituale e disciplinare nè riconosciuto
appello, nè concessa esecuzione coatta; riserbato a legge ulteriore il
riordinamento delle proprietà ecclesiastiche nel regno.
Così papato e monarchia, costretti a guerra mortale dalla rivoluzione,
patteggiavano ancora barattandosi immunità e privilegi: il cattolicismo
cresceva come religione di stato fino ad equiparare il proprio papato
alla monarchia.
Quindi al trattarsi dell'abolizione dei monasteri vennero preservate a
Roma tutte le case generalizie, riconoscendo loro la personalità negata
agli ordini: un'altra legge dichiarò proprietà nazionale i musei
apostolici senza sottrarli all'arbitrio del papa.
Ma anche questa volta la monarchia aveva interpretato abilmente il
pensiero nazionale che voleva Roma capitale senza la distruzione del
papato. Il trasporto della capitale e l'ingresso solenne del re a Roma
riuscirono a fredde feste officiali: governo, parlamento e corte
s'accamparono ove poterono; questa al Quirinale, ma Vittorio Emanuele
non osò mai dormire negli appartamenti del papa, e vi morì per caso in
una cameretta sopra una altana; quello alzò nel cortile di Montecitorio
la propria aula in legno, quasi dubitando di fidare il proprio danaro a
più duraturo monumento; l'altro ridusse molti conventi ad uffici.
Solo Quintino Sella ebbe allora un concetto chiaro della trasformazione
necessaria a Roma per diventare davvero capitale d'Italia, ma nè il
governo nè il municipio seppero secondarlo. La iscrizione liviana da lui
scolpita sotto la statua del legionario romano nel nuovo palazzo delle
finanze -- _Signifer, statue signum, hic manebimus optime_ -- fu il suo
ultimo grido di battaglia contro il partito, cui aveva imposto la gloria
di condurre la monarchia in Campidoglio.
Una grande nazione s'era aggiunta all'Europa; la più gloriosa delle
città mondiali tornava ad essere una delle sue capitali civili. Se
l'Italia non aveva nella propria rivoluzione potuto diventare republica
e proclamare a Roma la superiorità del pensiero civile sul pensiero
religioso, mettendosi all'avanguardia delle razze latine, nullameno il
fatto della sua ricostituzione unitaria e la caduta del potere temporale
le davano un significato maggiore che non quello stesso del nuovo impero
germanico. Il principio della nazionalità e della sovranità popolare
avevano trionfato in Italia meglio che in Germania, ove gli antichi
ordini feudali e il nuovo ordinamento militare viziavano ancora
dolorosamente la vita moderna.
Il trionfo del principio democratico era meraviglioso. Dopo la caduta
dell'impero napoleonico, fra la selvaggia rivolta dei comunisti e
l'insensata reazione degli elementi monarchici, la Francia restava
republica; l'Italia aveva chiamato con un plebiscito Vittorio Emanuele a
Roma, la Spagna con un altro plebiscito aveva nominato a proprio re il
duca d'Aosta, la Germania con un terzo plebiscito militare aveva
promosso il re di Prussia ad imperatore, e queste tre monarchiche
elezioni esprimevano il principio della sovranità popolare. L'Europa era
profondamente mutata; ogni possibilità di nuova Santa Alleanza vi
diveniva inconcepibile. La Francia sempre all'avanguardia, con un
milione di prussiani bivaccanti su tutte le sue campagne, aveva osato
proclamare in una rivoluzione comunista, degenerata necessariamente
nella più bestiale delle guerre civili, un principio di libertà
economica superiore ad ogni ordine di classi e a ogni idea di nazione.
L'Austria, ultima potenza del diritto cattolico, respinta dal centro
d'Europa, doveva inorientarsi, contrapponendo l'eterogeneità del proprio
federalismo alla unità russa nel problema della ricostituzione nazionale
dei Principati Danubiani.
La profezia di Napoleone I, morente a Sant'Elena, che fra mezzo secolo
l'Europa sarebbe o republicana o cosacca, quasi che la Russia potesse
davvero svolgersi nella storia come negazione della democrazia,
attraverso l'errore del proprio dilemma si era dunque puntualmente
avverata.
L'Europa ancora divisa da monarchie era già concorde nel più
irresistibile sentimento democratico.
CAPITOLO UNDECIMO.
L'opposizione ideale
Decadenza letteraria.
In questo periodo di unificazione monarchica l'opposizione politica
dalle sfere governative, ove soccombeva ogni giorno in nuove
transazioni, non potè salire più alto traendo seco tanto pensiero da
atteggiarne la letteratura nazionale. Molte cause storiche vi si
opponevano.
Anzitutto il mazzinianismo, come la più vecchia ed importante delle
opposizioni, era pressochè la sola, cui il popolo prestasse qualche
attenzione; ma se Mazzini per la grandezza dell'ingegno letterario e per
l'eroismo del carattere vi aveva meritamente acquistato una gloria
immortale, i suoi scolari, chiudendosi nella più servile imitazione di
lui, si vietavano spontaneamente ogni valore. Accadeva ai mazziniani
nella politica come ai manzoniani nella letteratura: in ambo le scuole
una stessa pedanteria morale vi aveva isterilita la produzione: gli uni
di Manzoni non avevano voluto ammirare che l'onestà religiosa del
sistema, e dimenticavano gli istinti scetticamente naturalistici, allora
meravigliosi in tanta voga di romanticismo; gli altri in Mazzini
veneravano la dogmatica deistica e il classicismo republicano, mentre
filosofia e scienza sgretolavano questo e quello, e un'altra democrazia,
più impetuosa di passioni e larga di metodo, chiamava le plebi a nuove
conquiste economiche.
Al difuori del mazzinianismo non v'era altra opposizione. La grande
fioritura letteraria era caduta: Manzoni, Leopardi, Niccolini,
Guerrazzi, Giusti, tacevano o morti o esauriti: nella filosofia cresceva
in Napoli un hegelianismo, dal quale Francesco Fiorentino tentava di
staccarsi con scettiche intenzioni e con studi storici, mentre Terenzio
Mamiani chiudeva il proprio dilettantismo nelle _Confessioni di un
metafisico_, insufficiente ripresa di vecchie verità diminuite da una
incertezza anche più insufficiente di metodo, e Camillo de Meis in un
libro sui tipi vegetali ed animali dava la più originale e profonda
critica del sistema darwiniano. Le scuole di Gioberti e di Rosmini erano
cessate: solo quest'ultima durava nei seminari entro una lotta teologica
inavvertita dal grosso publico. La poesia languiva nel romanzo, nel
teatro e nella lirica; nessuno fra i giovani aveva saputo prendere il
posto dei grandi morti. Prati, travolto dall'abbondanza della propria
vena, cadeva di poema in poema, avendo smarrito ogni senso politico
nell'ammirazione incondizionata del re e della corte: Aleardi si
disfaceva in un sentimentalismo serotino, nel quale la volgarità delle
idee traeva alla sciatteria della forma: l'Uberti, integro ed aspro,
aveva dovuto miserevolmente suicidarsi senza speranza di immortalità
nell'arte e senza conforto di vera azione esercitata sul pubblico: il
Praga con senso schietto di modernità ma scarso valore artistico tentava
le prime rappresentazioni della nuova vita: il Zanella, ultimo prete
liberale, cantava con minore estro e forma più eletta un ultimo accordo
fra scienza e religione. Nievo e Tarchetti, dopo aver solcato il
romanzo, come stelle filanti, dileguavano quasi senza traccia, sebbene
il primo, più vasto d'ingegno e di indole più sana, meritasse più lungo
tempo nella vita e maggiore importanza dopo la morte: Giacometti,
Ferrari e Cicconi tentavano indarno di galvanizzare il teatro
accumulandovi residui classici e romantici, nazionali e stranieri, senza
intuizione della società moderna e senza originalità di fattura.
Se davanti all'informe sembianza di Vittorio Emanuele, trionfante come
primo re d'Italia, i vecchi grandi poeti avevano serbato un silenzio
solenne, come sentendo l'assurda sproporzione dell'uomo cogli
avvenimenti, mentre i cantori di corte tentavano invano di
rappresentarlo alla nazione come il suo redentore, nemmeno le due
maggiori figure di Mazzini e di Garibaldi, sintetizzanti nella propria
originalità tutta la rivoluzione italiana, avevano potuto accendere
l'estro poetico della nazione. Vittorio Emanuele era troppo più piccolo
dei fatti, cui apponeva spesso nolente la propria firma: Mazzini e
Garibaldi li trascendevano troppo perchè l'Italia potesse comprendere
giustamente l'opera loro.
Infatti l'unificazione nazionale aveva dovuto compiersi tragicamente
contro di essi.
Mentre dal 1821 al 1870 congiure e battaglie, piazze e campi, esigli e
patiboli, vittorie e sconfitte, offrivano la più ricca messe artistica
di questo secolo, la letteratura italiana pretestando mancanza
d'argomenti si trascinava ancora alla retroguardia di quella francese; e
poichè il grande avvento della letteratura europea era già cominciato,
inducendo in ogni altra nazionale la maggior dose di umanesimo con una
più libera varietà di forme, l'Italia letteraria correva pericolo di
perdere ogni caratteristica dietro troppe imitazioni. D'altronde la
rivoluzione non era abbastanza derivata dalla massa del popolo per
avergli così toccato il cuore da rinnovare tutti i suoi artisti. L'opera
monarchica, ristretta in un partito di corte e di parlamento, con
esclusione del popolo da qualunque ufficio politico, malgrado la fortuna
dei propri risultati era stata troppo umiliante nel processo per
suscitare veri entusiasmi.
La nazione rimaneva quindi inconsapevole: si adattava con mirabile
destrezza ai nuovi modi di vita senza indagare quanto sangue o genio
costassero; si buttava alacremente a lavori d'ogni genere sotto lo
stimolo della concorrenza europea e nell'oblìo più ingiusto dell'epopea,
dalla quale era uscita la sua libertà. Tutto concorreva a togliere lo
spirito nazionale dalla concentrazione necessaria allo sbocciare di una
vera letteratura.
Una goffa ed inevitabile rettorica dominava ambo i partiti. Il
monarchico, affettando la superbia del senno nel trionfo del proprio
governo, cercava di rianimare i vecchi sentimenti di sudditanza a favore
dell'unica vincitrice dinastia col prodigare scherni e calunnie ai pochi
eroi della rivoluzione; il partito rivoluzionario, non volendo
confessare la propria impotenza d'organizzazione, rinfacciava
alteramente alla monarchia le bassezze del suo governo, e spingeva
inutilmente a rivolte che avrebbero tolto alla nazione di quetarsi in
quel primo assetto. In fondo non si ammirava Vittorio Emanuele; Cavour
era quasi dimenticato nel rapido avvicendarsi de' suoi successori; si
lasciava indifferentemente Mazzini nell'esilio, e si sorrideva
argutamente quando Garibaldi da Caprera mandava ancora qualche monito
con stile reso donchisciottesco dalla contraddizione di un'effervescenza
sempre giovanile con una senilità oramai esausta.
Mentre dietro l'orme di Napoleone I era sorta la più splendida di tutte
le letterature nella storia francese, dai campi di Garibaldi e di
Vittorio Emanuele non crescevano fiori, e non salivano voci. Quella
fiacchezza di coscienza nazionale, che dopo Dante aveva impedito
all'Italia di trarre dalle innumerevoli tragedie delle proprie cronache
un teatro come quello di Shakespeare, e aveva ristretto a mano a mano
tutta la letteratura nelle scuole, durava ancora.
Manzoni, Niccolini e Guerrazzi erano stati la passione di una speranza
vanita nella volgarità del trionfo.
Garibaldi, il più alto degli eroi, e Mazzini, il più forte degli
scrittori, vi rimanevano egualmente incompresi: la letteratura usava
verso di loro come la politica: siccome non si era saputo seguirli, non
si seppe poi rappresentarli: il popolo li amava istintivamente. mentre
la ragione degli studiosi, volendo interpretarli, li falsificava.
Dal 1859 al 1870, come dal 1848 al 1859, non v'ebbe quindi vera
produzione letteraria: in questo periodo la minuta preparazione
all'ultima lotta soffocò le grandi passioni e distolse dai supremi
ideali; in quello la febbre e la fatica dell'organizzazione governativa
distrassero dalla meditazione dei fatti e dallo studio del loro
significato.
Cavour dominò il primo, Sella riassunse il secondo; destrezza
diplomatica e destrezza finanziaria condussero al trionfo d'entrambi.
Ma se l'opposizione politica non potè disciplinarsi a vero partito
contro la monarchia per organizzare in se medesima come in un campo
trincerato tutta la nuova vita moderna, l'Italia che per lungo e
misterioso affinamento di razze e di spirito aveva potuto produrre non
solo Mazzini e Garibaldi, ma individualizzare intorno ad essi le più
nobili virtù in un ciclo meraviglioso di cavalieri, trovò in Giosuè
Carducci un altro grande poeta. Con lui l'opposizione si mutò di
politica in ideale.
Giosuè Carducci.
Egli non era però e non poteva essere un combattente come Mameli, nel
quale la passione dei fatti sopraffacesse la loro meditazione.
Se cresciuto fanciullo fra la rivoluzione del '48, ne aveva rimasto
negli orecchi e negli occhi il tumulto, nella Toscana ove era nato e
nella modesta famiglia che intendeva allevarlo quietamente, queste prime
impressioni non bastarono a turbare lo sviluppo del suo temperamento. La
sua gioventù si svolse ostinatamente studiosa, quasi imbalsamata di
classicismo, trovando in esso una nuova fonte di orgoglio patriottico. I
suoi primi odii di toscano furono quindi per la scuola lombarda, nella
quale Manzoni aveva fatto una rivoluzione romantica così grande da
sorpassare lo stesso romanticismo: ma poichè in essa si era annidata la
scuola neo-guelfa, mentre Niccolini e Guerrazzi, classici e ribelli, si
mantenevano ghibellini, il giovane poeta fondeva già nella propria ira
di classico contro i degeneri romantici cattolici lo sdegno patriottico
e superbamente irreligioso, che aveva ispirato l'Arnaldo da Brescia e
l'Assedio di Firenze. Tutta Toscana era classica per necessità forse di
natura e per superbia di tradizione.
Mentre in Giusti e in Guerrazzi, trovatisi nel tafferuglio dell'azione,
la molle fibra toscana aveva ceduto lasciandoli troppo minori nell'opera
che nel pensiero, nel Carducci una natura più concentrata e tempi
relativamente più ordinati dovevano accumulare maggiore dottrina e più
salda coscienza. Nulla da principio tradiva in lui il rivoluzionario. La
sua gioventù, come quella del Leopardi, era cresciuta nell'Ellade fra i
grandi poeti e i grandi eroi dell'antica libertà: la sua virtù era un
riflesso della loro, la sua arte non insuperbiva che nell'imitarli. Se
l'immensa storia di Roma slargava poi il suo pensiero apprendendo al suo
cuore una più nobile alterezza di patria, la letteratura latina restava
fatalmente secondaria per il suo gusto, e di Roma egli non sentiva
veramente che la gloria pagana. Il cristianesimo gli pareva una forma
della decadenza e una mortificazione del pensiero romano. Nella
splendente serenità della propria fantasia il giovane poeta fuggiva
istintivamente le tenebre cristiane e tutta quella religione, che, nata
di peccato e di martirio, proscriveva il mondo in nome di un'ideale
senza figura e di una virtù senza bellezza. Il medioevo come epoca
classica del papato gli restava chiuso; solo ai primi albori del
rinascimento, nella primavera dell'arte novella, egli tornava a sentire
nell'Italia la propria patria; ma allora la passione di Dante
rifomentando la sua antipatia al cristianesimo, aizzava il suo odio
moderno al papato.
Nel fervore dei primi studi la recente interpretazione medioevale della
scuola neo-guelfa gli pareva una tarda ipocrisia politica per
giustificare il bigottismo delle corti e dell'aristocrazia italiana,
mentre tutti i magni spiriti, da Dante a Machiavelli, da Bruno ad
Alfieri, da Foscolo a Mazzini, avevano sempre combattuto la tradizione
papale per proclamare una libera unità di patria. Intorno a lui, nella
Toscana, fra lo scadimento del carattere e degli ingegni, la grande
scuola ghibellina durava tuttavia. Le liriche tragedie di Niccolini e i
tempestosi romanzi di Guerrazzi erano ancora le due più efficaci
originalità della letteratura nazionale, le sole due forme di
romanticismo che non gli repugnassero assolutamente.
Ma questo letterato, che aveva cominciato coll'appassionarsi alle più
fini e recondite bellezze della forma, non era un arcade da smarrire
nella plastica della bellezza il senso della sua verità interiore. Se la
sua squisita natura artistica gli permetteva di riprodurre le molli ed
indefinibili venustà del Petrarca e del Poliziano, i suoi poeti
prediletti restavano quelli che a Roma, in Grecia e nell'Italia classica
avevano espresso la maggiore verità e nobiltà della natura umana.
L'eleganza della sua stessa severità di aristocratico cresceva valore
alla modernità del suo sentimento republicano, mentre irrequieti istinti
di novità, sommovendo la simmetria della sua classica cultura, lo
traevano pei campi delle letterature europee.
Così egli era la natura artistica più composita di questo secolo in
Italia: intimamente gran signore come Alfieri e gran cittadino come
Parini, senza la stramba albagia dell'uno e la soverchia remissività
borghese dell'altro; la passione moderna di Foscolo in preda a tutti i
delirii del cuore e a tutte le tempeste di una vita politica, alla quale
era conteso ogni equilibrio, agitava la sua anima fra quel dissolversi
dell'Italia antica federale e l'organizzarsi della nuova Italia
unitaria; l'odio popolano di Guerrazzi contro tutte le autorità dava al
suo classico sdegno la precisione e la vivezza dell'accento, mentre
dalle grandi tragedie di Niccolini gli veniva l'abitudine dei più alti
voli lirici, e dal Bini e dal Giusti qualche amarezza scettica e
satirica ad impedire che l'ira gli si guastasse nella declamazione.
La sua varia e potente cultura, ben diversa da quella dei vecchi
letterati, trascendeva la sua stessa potenza poetica, e doveva poi
permettergli di rinnovare pressochè tutta la critica letteraria toccando
i temi più svariati con sicura originalità.