Kanzler si accordarono alle milizie papaline gli onori di guerra, e non
si parlava della città Leonina. Questa intenzione di lasciar sussistere
il papato temporale in tale specie di ghetto cattolico, permise ad un
gruppo di falsi rivoluzionari capitanato da certo Luciani, finito poi
nelle galere, di agitare la plebe in quel primo fermento e d'insediare
una giunta provvisoria in Campidoglio per decretarvi la decadenza del
potere temporale. Si convocava già il popolo a un comizio nel Colosseo,
sebbene la città si conservasse nella solita inerzia. Quindi il generale
Cadorna, giustamente impensierito, s'affrettava a nominare una giunta
provvisoria di diciotto fra i più noti moderati della città con alla
testa Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta, noto favorevolmente per
innocui sentimenti liberali e per studi pedanteschi sulla _Divina
Commedia_. Il 2 ottobre venne fissato il plebiscito, che riuscì
naturalmente in favore del regno italiano: sopra 167,548 inscritti della
provincia di Roma risposero all'appello 135,291; gli squittinii diedero
133,681 sì e 1507 no: nella sola città i sì furono 40,805 e i no 46. Ma
i trasteverini, còlti da subito entusiasmo politico, vergognando di
rimanere come un gregge nell'appannaggio del pontefice, diedero
anch'essi contro il malvolere del governo il proprio voto. Il 9 ottobre
la deputazione romana recava il risultato del plebiscito a palazzo
Pitti; a reggere provvisoriamente Roma era deputato il generale
Lamarmora.
Benchè Roma fosse materialmente conquistata e il potere temporale
abbattuto, la monarchia non osava ancora affermare solennemente il
proprio trionfo. Una profonda e complessa superstizione occupava tutti
gli spiriti: l'immensa importanza del papato, signore di duecento
milioni di cattolici, sgomentava la corte. Già la prima formula del
plebiscito trasmessa a Roma dal ministero dell'interno lo avrebbe reso
condizionato, ed era del seguente tenore: «colla certezza che il governo
italiano assicurerà l'indipendenza dell'autorità spirituale del papa,
dichiariamo la nostra unione al regno d'Italia sotto il governo
monarchico costituzionale del re Vittorio Emanuele e dei suoi
successori». Così pei romani l'idea del papato avrebbe dovuto prevalere
su quella di Roma. Fortunatamente l'istinto rivoluzionario delle masse
vi si oppose: la Giunta provvisoria rispose nobilmente che Roma non
aveva nessun diritto d'imporre condizioni alla patria per la propria
annessione: se il governo intendeva garantire l'autorità spirituale del
pontefice farebbe opera savia, ma non spettava al popolo romano tale
iniziativa.
Si era dovuto discendere ad accordi: da Firenze venivano proposte altre
dizioni dello stesso tenore: allora la Giunta provvisoria aveva
minacciato di dimettersi se non si fosse adottata una formula di
plebiscito incondizionato. Poi la sera del 26 settembre erano stati
inviati a Firenze don Emanuele dei principi Ruspoli e Vincenzo Tittoni
per trattare col governo: il ministero aveva fatto pompa d'asprezza
rimproverando loro che gente liberata appena appena dalla servitù per
opera del governo italiano non facesse che creare imbarazzi e dar segni
di malcontento. Ma Quintino Sella intervenne risolutamente nel
dibattito, imponendo una formula plebiscitaria semplice e categorica:
«vogliamo la nostra unione al regno d'Italia sotto il governo monarchico
costituzionale di Vittorio Emanuele e dei suoi successori». Non per
tanto la Giunta dovette consentire nel proclama, col quale invitava il
popolo al plebiscito, questa frase: «sotto l'egida di libere istituzioni
lasciamo al senno del governo italiano di assicurare l'indipendenza
dell'autorità spirituale del pontefice».
Durante tali trattative era giunta la protesta della città Leonina
risoluta a non voler restare sotto il dominio del papa. Il ministero,
che aveva fermamente deciso di sbarazzarsi del papa, lasciandolo sovrano
in quella specie di borgo sacro, ne fu sossopra; avventuratamente il
Vaticano stesso soccorse al suo imbarazzo. Il 25 settembre il cardinale
Antonelli dichiarava spontaneamente al barone Blanc, segretario generale
al ministero degli esteri e venuto a Roma col Cadorna, che «il progetto
di lasciare al papa la città Leonina offriva difficoltà insormontabili.
Quella parte della città priva di qualsiasi autorità regolare stava per
divenire un centro di facinorosi: essere urgente che il generale Cadorna
vi stabilisse, come nelle altre parti di Roma, dei posti di pubblica
sicurezza, esser urgente sopratutto che gli italiani avessero occupato
Castel Sant'Angelo, ove quantità considerevoli di polvere erano mal
custodite da qualche veterano pontificio contro possibili attentati.
Pregare in pari tempo che le autorità militari italiane togliessero dai
giardini del Vaticano alcune casse di polvere, la cui presenza allarmava
il pontefice».
La senile paura della curia vaticana, associandosi al confuso sentimento
rivoluzionario del popolo, trionfò di ogni riserva del gabinetto di
Firenze, e diede tutta Roma all'Italia.
Ingresso di Vittorio Emanuele a
Roma.
In mezzo all'effervescenza destata nella nazione dalla conquista di Roma
il contegno della monarchia appariva anche più dimesso; non si capiva
come Vittorio Emanuele, affrettatosi nel 1859 ad entrare trionfante in
Milano, e nel 1860 a cacciare Garibaldi da Napoli, non osasse ora,
vincitore per sola virtù del proprio governo, fare il proprio ingresso
solenne nella città eterna. Gli immaginari pericoli inventati dalla
stampa ministeriale per giustificare l'inazione del re a Firenze
svanivano al primo esame. Anzitutto nel primo sbigottimento della caduta
la curia vaticana si mostrava così arrendevole, che dopo aver
sollecitato essa medesima l'occupazione della città Leonina, si prestava
di buon garbo a risolvere le mille questioni pullulanti dal mutamento
sopravvenuto nella città. Il cardinale Antonelli, già così sdegnoso coi
ministri italiani in ogni tentativo d'accordo, riceveva adesso più volte
al giorno il barone Blanc: meglio ancora il Giacomelli, mandato in Roma
ad organizzarvi il sistema finanziario, era riuscito, mediante la
cortese cessione di cinque milioni dell'obolo di San Pietro trovati
nella tesoreria pontificia, a fargli accettare una prima rata dei
cinquanta mila scudi mensili inscritti nel bilancio dello stato
pontificio sotto il titolo: «Mantenimento del papa, del Sacro Collegio,
dei Palazzi Apostolici, delle guardie, ecc., ecc.». Era quindi naturale
che, vanito quel primo spavento, alla nuova pace fattasi in Europa la
curia alzasse la voce a protestare: si poteva temere che la Prussia,
costretta da necessità interne a qualche concessione verso il partito
clericale, fosse per appoggiare quei reclami; era quasi sicuro che la
Francia, sdegnata dei nostri rifiuti a soccorrerla durante la guerra, ci
tenesse il broncio e minacciasse, se la reazione che doveva succedere
all'impero giungesse al potere; era certo che l'Austria, estrema potenza
cattolica, per la sua rivalità contro la Prussia protestante
moltiplicherebbe difficoltà e rimostranze.
Il Sella, prevedendo con molto senno pratico tutto questo, sino dalla
prima ora voleva che il trasporto della capitale avesse luogo «subito,
anche prima di subito», giacchè il potere temporale non poteva
considerarsi abolito finché Roma non fosse davvero capitale d'Italia; e
quantunque il re e il ministero unanimi vi si ricusassero, non cessò
dall'insistere. A questo lo spronava lo stesso ambasciatore inglese sir
Paget. Non bastò l'osservare, che ritardando l'ingresso del re a Roma si
dava tempo alla curia vaticana di rimettersi sulla difensiva, che si
sarebbe poi dovuto invitarvi tutto il corpo diplomatico senza essere
sicuri che l'invito fosse tenuto, che finalmente non lo si potrebbe più
fare se non dopo avere con legge apposita assicurato al papa guarentigie
sovrane. E allora Roma, invece di essere una conquista d'Italia, ne
diverrebbe un acquisto mediante un mercato diplomatico.
Tutto fu inutile. Il Lamarmora, governatore a Roma, si unì al partito
della corte: Sella, che aveva ancora una volta forzato il ministero
colla minaccia delle proprie dimissioni a deliberare che il re si
recherebbe a Roma il 30 novembre, dovette recedere davanti alle
dimissioni del Lanza, il quale giovandosi di una sua assenza aveva
condotto il ministero a disdirsi.
Ma come tutto cospirasse ad aiutare la monarchia, che si aiutava così
poco, in sul finire dell'anno una piena del Tevere, sommergendo mezza la
città, offerse al re un pretesto caritatevole per entrarvi. La piena
cresceva e pioveva a dirotto, quando un tardo manifesto, al quale pochi
avevano badato, vi annunziò la venuta del re d'Italia. Mai più grande
avvenimento ottenne minore attenzione. Il re giunse nel pomeriggio;
pochissima gente era ad attenderlo sul piazzale della stazione, ed era
piuttosto plebe che popolo, giacchè le miserie e i pericoli
dell'inondazione preoccupavano tutti. Quando il re scese di carrozza
nell'atrio del Quirinale, volgendosi al Lamarmora con atto di
viaggiatore seccato del viaggio mormorò in piemontese: _finalment i
suma_[1].
[1] Io stesso, allora giovinetto, che avevo seguito trottando fra
la poca gente la carrozza del re dalla stazione sino dentro
all'atrio del Quirinale, potei udire questa esclamazione e notare
il suo gesto: nell'una e nell'altro nessun accento o significato
di grandezza. Vittorio Emanuele aveva l'aria oltremodo annoiata,
il vecchio Lamarmora era imbronciato. Infatti pioveva e, malgrado
la pioggia, per mostrarsi al popolo eran venuti dalla stazione col
mantice della carrozza abbassato.
Questa esclamazione fu poi corretta con avveduto spirito cortigiano nel
famoso motto: Finalmente ci siamo, e ci resteremo.
Garibaldi in Francia.
Mentre Vittorio Emanuele procrastinava così il proprio ingresso a Roma e
il papato atterrito dai pericoli immaginari di un rivoluzione cittadina
ricusava l'offerta della città Leonina per meglio essere protetto dal
governo italiano, il mazzinianismo vaniva come partito d'opposizione. Il
suo programma republicano, smentito dai continui successi della
monarchia, perdeva colla risoluzione del problema romano ogni forza di
attualità. Quindi il ministero si affrettò ad amnistiare Mazzini, che
dal carcere di Gaeta traversò inconsolabile tutta l'Italia per
riprendere più solo di prima la via dell'esilio. Il grande
rivoluzionario era vinto per l'ultima volta: come Napoleone I dopo
Waterloo, egli doveva abbandonare la terra delle proprie glorie, troppo
piccola ancora per poterlo contenere vivo fra i piccoli vincitori di
Roma.
Ma poichè la rivoluzione italiana, malgrado la contraddizione deprimente
del proprio processo monarchico, doveva anche questa volta avere nella
storia un significato universale, Giuseppe Garibaldi da Caprera, ove
s'era ridotto infermo dopo Mentana, al primo grido di republica
scoppiato a Parigi scriveva alla Francia offrendole con sublime
ingenuità «ciò che ancora restava» di lui. L'impero francese era caduto,
l'impero germanico stava per essere proclamato nella grande sala del
Trianon dedicata a tutte le glorie della Francia: nell'irresistibile
tempesta delle vittorie prussiane pareva perduta ogni idea democratica,
dacchè alla guerra contro il cesarismo napoleonico ne succedeva un'altra
contro la Francia republicana. L'Italia che avrebbe dovuto soccorrerla,
e non lo poteva per la propria antinomia monarchica, entrava trepida a
Roma quasi sentendosi minore del papato; la Spagna republicana stava
riparata dietro l'alta muraglia dei Pirenei; Russia ed Austria
quantunque gelose del vincitore assistevano con gioia segreta alla
rovina di quella Francia che circa un secolo prima aveva scardinato e
per sempre le loro divine monarchie; la liberale Inghilterra calcolava
già i vantaggi che la diminuzione dell'antica rivale potrebbe arrecare
al proprio commercio.
Nè la Francia iniziatrice in Europa della moderna democrazia era senza
colpe. Il suo primo impero aveva violentato l'indipendenza di tutti i
popoli, la sua seconda republica aveva proditoriamente rovesciato la
prima republica romana, il suo secondo impero aveva imposto all'Italia
il sacrificio d'Aspromonte e l'ecatombe di Mentana per negarle Roma e
con Roma l'unità. Mentre il papato rovinava come una tarlata impalcatura
sotto il palco improvvisato della monarchia italiana, Garibaldi, il
ferito d'Aspromonte, il vinto di Mentana, offriva alla Francia in nome
dell'Italia la propria spada di cavaliere dell'umanità. Il suo appello
ai volontari di tutto il mondo affermava nel silenzio di tutte le
monarchie la solidarietà delle nazioni nell'idea republicana. Francia e
Italia erano sempre unite, malgrado le colpe dei propri governi. Mentana
non aveva cancellato Solferino, giacchè là contro l'Italia aveva vinto
l'impero napoleonico, qua per l'Italia aveva vinto la Francia.
Quindi Garibaldi, lasciando alla monarchia italiana raccogliere per le
vie di Roma i cenci del papato, accorreva in aiuto della republica
francese. Se la sua spada di condottiero non poteva pesare molto sulle
bilancie della guerra, la sua presenza nel campo francese era di un
immenso valore ideale.
Non tutti però anche fra i migliori intelletti lo compresero. Poiché la
guerra era per la Francia irremissibilmente perduta, pareva alla
prudenza sottile dei pratici che l'offerta di Garibaldi, vecchio ed
oramai impotente capitano di poche migliaia di volontari, non fosse che
una senile bravata: il suo proclama al popolo tedesco contro la guerra
fu giudicato un vaniloquio; persino Mazzini si dolse di questa andata in
Francia, mentre la monarchia italiana occupava così umilmente Roma.
L'inflessibile e mistico republicano non poteva perdonare alla Francia
republicana del 1848 il tradimento usato alla republica romana; e
siccome la nuova republica francese, nell'immensa anarchia di quel
momento, non si atteggiava secondo il suo ideale democratico, egli
giudicava non solo inutile ma nocivo ogni sacrificio fatto per essa. Il
popolo non se ne sarebbe giovato. Ma l'istinto di Garibaldi, anche
questa volta più sicuro del genio di Mazzini, non si curava nemmeno
delle intenzioni o degli atti dei nuovi governanti republicani: egli
sentiva solamente che l'Italia doveva pagare Solferino e vendicare
Mentana con una vittoria in Francia contro i prussiani. La republica
anche meglio delle monarchie è superiore ai propri governi.
Ma quella improvvisata dal Gambetta a Tours non usò verso Garibaldi
molto meglio dei governi italiani del 1848-59. Si tardò più d'un mese a
rispondergli; si sarebbe voluto ricusarlo e non si osò; malgrado
l'ovazione entusiastica fattagli dal popolo di Marsiglia si tentò di
stancarlo moltiplicando contraddizioni ed indecisioni. Pareva che la sua
generosità umiliasse l'orgoglio nazionale francese.
Nullameno il favore popolare costrinse i governanti a permettergli di
comporre un esercito, che ebbe nome dai Vosgi, e sul principio non
superava gli ottomila uomini. Il suo nucleo più compatto, formato da
volontarii italiani che avevano seguìto per l'ultima volta il loro
vecchio capitano, n'era come il battaglione sacro, nel quale si
confondevano veterani sfregiati da cento battaglie e adolescenti come
Giorgio Imbriani votati alla morte del campo, venturieri di buona lega,
miscredenti iconoclasti che dal lungo odio al papato avendo sorbito un
disprezzo aggressivo per tutte le religioni, dovevano attirarsi l'odio
delle campagne francesi ligie alla chiesa romana. Intorno a questo
nucleo s'aggruppavano battaglioni di franchi tiratori, reggimenti di
marcia disordinati come sciami e composti cogli avanzi degli immensi
eserciti distrutti, truppe di nuove leve poco vogliose di combattere,
marinai, doganieri, studenti, villani e plebei. Lo stato maggiore era
anche più eterogeneo: comandanti italiani e francesi di provenienze
diverse vi si astiavano; i nuovi ufficiali republicani nominati da
Gambetta accusavano di ogni disastro gli ufficiali dell'impero capitati
nel nuovo esercito dei Vosgi; gli uni e gli altri soffrivano della
generosità degli italiani venuti a vendicare Mentana sui prussiani.
Reggeva lo stato maggiore il generale Bordone, forte d'ingegno quanto
debole di moralità. Ma l'organizzazione dell'esercito non potè riuscire
che fiacca: Gambetta pretendeva dirigere egli medesimo la guerra,
dislocando colonne a colpi di telegrafo e limitando con ogni mezzo
l'azione di Garibaldi. Infatti, malgrado l'opinione del prefetto
Ordinaire e della popolazione di Besançon, la quale avendo accolto
Garibaldi con entusiasmo intendeva affidargli il comando di tutti i
corpi del dipartimento, egli li volle sottoposti al generale Cambriels
invocante indarno di essere messo a riposo per curarsi di una pericolosa
ferita al capo.
L'esercito garibaldino cresciuto di parecchie migliaia, secondo il
solito malissimo armato, non poteva fare che una campagna difensiva. Le
forze, la scienza e l'incomparabile organamento rendevano i prussiani
più esperti sul terreno invaso che non gli stessi difensori, ed
assicuravano loro anticipatamente il trionfo finale. Nullameno
Garibaldi, infondendo parte della propria grande anima in quelle informi
cerne raccogliticce, riuscì a riprendere l'offensiva con una celerità di
mosse che meravigliò gli stessi nemici.
Da Autun, suo quartiere generale, il 28 dicembre mosse alla difesa di
Dijon, battè le avanguardie tedesche a Prenois e a Darois; senonchè
Dijon arrendendosi ai prussiani lo costrinse ad indietreggiare dopo un
inutile assalto notturno sino ad Autun e a difendervisi strenuamente da
ogni attacco nemico. Ma troppo scarso di forze per poter arrischiare un
vero disegno di campagna, dovette quindi regolarsi piuttosto su quello
del grande esercito di Bourbaki, estrema speranza della Francia: così
non appena il generale prussiano Werder si ripiega abilmente sulle
proprie linee di Gray-Vesoul, Garibaldi con marcia rapida e ardita
rioccupa Dijon, ne guarnisce la fronte di colonne staccate, ne compie le
fortificazioni attendendo di congiungersi all'esercito di Bourbaki e con
esso minacciare il fianco dei prussiani. Intanto la guerra precipita
alla fine; i generali francesi Faidherbe e Chanzy sono già stati
schiacciati in Piccardia e nell'Orleanese, Parigi affamata sta per
discutere la propria resa, il generale prussiano Manteuffel con un
movimento parallelo a quello di Bourbaki e molto meglio eseguito
malgrado il verno rigidissimo raddoppia le linee di Werder per
accerchiare Bourbaki e Garibaldi. Ma se quegli finisce miseramente
gettandosi sulla Svizzera, questi assalito lotta invece tre giorni
respingendo ogni assalto, assalendo alla propria volta, togliendo al 61º
reggimento prussiano la bandiera, finchè sorpreso dall'armistizio, nel
quale per proditoria dimenticanza del Favre e per felina sottigliezza
del Bismarck non è tampoco nominato, sfugge a 150,000 nemici con una
delle più ammirabili ritirate che vanti la storia della guerra.
Allora l'ingratitudine della Francia ufficiale lo persegue; lo si accusa
d'incapacità e di ladreria; si negano le sue battaglie; generali e
fuggiaschi come Dudrot si levano contro di lui publici insultatori; il
suo esercito, sospetto di essere troppo republicano, è disciolto come
una banda di briganti; i giornali moderati d'Italia tengono bordone al
turpe vilipendio, mentre il popolo francese con uno slancio
irresistibile del cuore lo manda, benchè straniero, deputato
all'assemblea di Bordeaux, e i prussiani s'inchinano con guerresca
nobiltà al suo valore. All'assemblea di Bordeaux, ove la reazione
monarchica rumoreggia già prepotentemente, le calunnie e gli sfregi
diventano così ignobili che Victor Hugo, alzatosi a protestare in nome
della Francia coll'autorità del proprio genio, è costretto a dimettersi
da deputato.
Ma Garibaldi, che dall'Italia aveva già sopportato quanto di più crudele
potesse inventare l'ingratitudine patria, non ebbe una parola di
lamento: ricusò la deputazione offertagli dal popolo francese; poco dopo
acclamato generalissimo dalla Comune scoppiata a Parigi, pur
riconoscendo l'intima giustizia di quella improvvida rivoluzione, vi si
rifiuta come generale e come soldato, per chiudersi fra gli scogli di
Caprera più povero dei propri commilitoni, e più incompreso di prima
alla volgare coscienza dei governi.
Se Vittorio Emanuele si era sentito troppo piccolo per guidare contro
Roma il proprio esercito, Garibaldi era stato abbastanza grande per
comprendere che alla caduta del papato bisognava contrapporre
l'affermazione di una più vasta idea; e in nome della storia latina,
universale da tremila anni, era corso in Francia a frenare l'ultima
invasione germanica, opponendo agli eccessi di un popolo, fatto esercito
ed impero per diventare nazione, la democrazia republicana di tutte le
nazioni d'Europa.
La legge delle guarentigie.
Malgrado il diffondersi del pensiero democratico, la magnifica storia
del cattolicismo e l'ammirabile unità del suo potere esecutivo,
inspiravano non solo alle masse ma agli stessi avversari un
superstizioso rispetto. A ciò contribuiva forse per massima parte la
coscienza del vuoto teoretico della irreligione, che spremendo
convulsamente scienze e filosofia, non aveva ancora trovato nulla da
sostituire alle soluzioni offerte dal cattolicismo.
Quindi il papato, glorioso per una guerra di quasi duemila anni contro
tutta l'umana varietà di nemici, soverchiava ancora la coscienza
pubblica con una specie di fatalità resa più terribile da una
interpretazione di provvidenza divina.
Le repugnanze della monarchia alla conquista di Roma, e la deferenza al
papato delle maggiori potenze mondiali anche non cristiane, dovevano
rendere più difficile lo stabilire con una legge i nuovi rapporti della
chiesa collo stato. Fra i dogmi più orgogliosi del pensiero italiano
primeggiava quello dell'universalità di Roma. Nella storia antica,
almeno quale era ancora insegnata nelle scuole e sentita nelle masse,
Roma era stata l'unità del mondo: il cristianesimo, abbandonando
Gerusalemme per Roma, aveva raddoppiato questa unità dilatandola sino
agli ultimi confini della geografia; nella lunga preparazione medioevale
Roma era stata la città santa e la capitale del diritto popolare; al
rinascimento Roma aveva egualmente contenuto i viaggi di Colombo sul
mare e di Galileo nel cielo; lo schianto del protestantesimo non era
bastato a dimezzarla; la rivoluzione francese era caduta sotto la Santa
Alleanza, mentre il papato risaliva radiosamente al disopra di questa.