E poichè la rivoluzione italiana, della quale resterà il massimo poeta,

era una conseguenza della rivoluzione francese, questa diventò per il

suo pensiero adulto una stazione come l'Ellade e Roma. Tutte le libertà

spesso disgiunte, talora contradditorie, mai identiche, che aveva

appreso nel vecchio mondo greco e italiano si armonizzavano allora nel

suo pensiero; la sua coscienza vi trovò la propria unità, le sue

passioni di poeta e di uomo si esaltarono in quell'immenso dramma, al

quale l'impero napoleonico non aveva aggiunto che un atto, e nel quale

tutta l'Europa era entrata gettandovi, attori inconsapevoli, popoli e re

fra un uragano di battaglie meno terribili ancora delle stragi

cittadine. Il suo classicismo ne andò quindi rotto. Gli istinti

rivoluzionari della sua arte, inconsapevolmente prigioniera nelle forme

del passato, aiutandosi delle nuove convinzioni montagnarde, gli

fransero la cerchia della nazionale tradizione letteraria per

suggerirgli altri motivi e ritmi poetici. Ghibellino con Dante, egli

divenne giacobino con Victor Hugo e con Michelet; Barbier gli insegnò a

condensare l'ira patriottica nei giambi; Heine, un francese d'elezione,

gli apprese ad avvelenare l'invettiva; la sua prosa ancora agghindata si

snodò come quella di Manzoni e di Mazzini al contatto della francese, la

storia della grande rivoluzione dell'89 gli fornì argomenti a chiarire

quella che si compiva in Italia; l'opposizione al secondo impero gli

prestò forme e concetti ad oppugnare la monarchia di Savoia.

Il suo forte ingegno fece il resto.

Così, mentre l'Italia ascoltava distratta le fantasie di Prati e le

elegie di Aleardi, egli, ancora sconosciuto malgrado una classica ode,

nella quale aveva acclamato a Vittorio Emanuele come tribuno armato del

popolo, le gittò i _Decennali_ e i _Levia Gravia_, primi saggi di una

poesia politica, cui la severità del classicismo giovava quanto la

modernità del pensiero.

L'opposizione ideale al processo di unificazione monarchica era

finalmente sorta. La coscienza italiana, incerta fra le critiche

sistematiche di Mazzini, le invettive intermittenti di Garibaldi, le

accuse contradditorie della sinistra e le subdole difese della destra,

trovava in un poeta la sincerità del proprio ideale superiore a tutte le

antitesi partigiane.

Ma questo poeta era troppo classico per poter diventare mai popolare, e

non abbastanza originale per essere il poeta del popolo. Se la sua

opposizione era sincera, i modi della sua arte erano ancora troppo

antichi, e i suoi modelli di guerra quasi tutti stranieri. Dante,

assalendo i propri nemici politici nell'_Inferno_, aveva fuso

insuperabilmente linguaggio e pensiero popolare, non rifuggendo da

alcuna immagine, accettando tutte le parole, non rattenendo mai l'impeto

della collera per cesellare una terzina. Victor Hugo nei _Châtiments_

investendo il secondo impero era stato brutale e sublime come Dante e

come la Bibbia: la sua ira aveva superato l'enormità di quella del mare

trovando tutte le voci, tutti i ritmi, tutte le forme, tutte le forze;

nessun confronto gli era parso troppo alto o troppo basso per umiliare

imperatore e impero; nessun particolare per quanto ignobile, nessun

motto per quanto osceno, nessuna rivelazione per quanto ribalda, avevano

arrestato la foga o irritato il gusto della sua poesia. E i _Châtiments_

erano e saranno la più grande poesia politica di tutte le letterature.

Ma Victor Hugo odiava per amore di due grandi republiche, quella dell'89

e del '48, aveva intorno il popolo più democratico del mondo, e

rovesciava un impero che era l'ultimo inevitabile e miserabile

esperimento di un sistema consunto; il poeta italiano non poteva odiare

la monarchia di Savoia come quegli Napoleone III. Tutta Italia aveva

accettato dinastia e governo piemontese per organizzarsi meno

dispendiosamente e più facilmente in nazione: le insufficienze e le

brutture di tale forma politica erano adunque per lo meno pari, se non

maggiori, nel popolo che nel governo. Il contegno del re verso Mazzini e

Garibaldi, malgrado molti atti villani, era ancora meno ingrato di

quello della nazione. Quindi il poeta che non poteva colpire la dinastia

nella monarchia trovando sempre in questa la nazione, che avrebbe

indarno mentito coll'accusare di decadenza la rivoluzione, che non si

sentiva intorno le proprie collere a certe umiliazioni nazionali, che

malgrado una troppo lunga serie di errori politici vedeva sempre paese e

governo avvantaggiarsi verso l'unità, era costretto a ruminare nella

solitudine il proprio sdegno per immortalarlo nella più squisita forma

classica, e sbatterlo a un dato momento sul viso alla patria come un

guanto. La sua alterezza signorile di cittadino, la sua preziosa

severità di artista republicano, l'isolamento della sua vita di

professore ancora incompreso concordavano a crescergli l'energia

poetica; il contatto stesso colle Romagne, ove da Bologna si mescolava

spesso coi più ardenti rivoluzionari, doveva forse giovargli più che

tutto il resto.

Ma se la natura troppo composita gli toglieva di essere popolare come

Victor Hugo in Francia e Heine in Germania, le sue mirabili attitudini

artistiche, perfezionandosi nello sforzo continuo di tradurre nel verso

i fatti politici del momento, dovevano fare di lui il miglior poeta

lirico e il più efficace poeta civile di questo secolo in Italia. La

borghesia, più attiva del popolo nella rivoluzione, e perciò più capace

di intenderne le antinomie, dimenticò finalmente nei suoi canti il

proprio soverchio culto pel Manzoni. Allora non v'ebbe più avvenimento

lieto o giocondo per la patria, al quale Carducci non prestasse la

propria voce. La sua lirica si atteggiò in tutte le forme, rinnovò tutti

i ritmi, ebbe lamentazioni superbe di dolore, singulti di satira,

ruggiti d'imprecazione, grandinò sui fiacchi e sugli ipocriti che

indietreggiavano davanti a Roma, vi percosse d'anatema il pontefice,

tuonò sui palazzi del re, gettò urli d'entusiasmo per Garibaldi; poi,

divagando apparentemente in Francia, ne rappresentò i fasti

rivoluzionari e le infamie borboniche a rimprovero per l'Italia; parve

discendere nel medio evo ad evocarvi le grandezze republicane dei

comuni; s'allontanò a Roma e in Grecia; e sempre fervida di entusiasmo

patriottico e di passione democratica fu appello ed ammaestramento,

monito e preghiera, per la libertà della patria e per la sua gloria.

La donna, questo eterno tema della poesia, non vi ottenne che pochi

canti e non i migliori.

Una febbre di grandezza animava il poeta. Si sarebbe detto che tutta la

sua collera e il suo rimpianto derivassero dal non essersi egli pure

battuto per l'Italia, dal non avere cospirato con Mazzini, dal non avere

marciato con Garibaldi: ed anche in questo amaro sentimento egli era il

poeta della borghesia, che sentiva di non aver fatto abbastanza per la

rivoluzione. Quindi la sua onestà di uomo povero e di gran signore

soffriva alla gazzarra dei primi affari, di cui il governo si serviva

come di una corruzione: la sua generosità popolana si mutava in rabbia

ad ogni ingiustizia usata verso Garibaldi o Mazzini.

Nullameno il suo temperamento artistico dominava sempre la tempesta del

suo pensiero politico, permettendogli d'immergersi in studi filologici e

critici sino a mutarlo in uno fra i massimi professori d'Europa, e a

fargli rinnovare la prosodia italiana colla latina in una assimilazione

sempre più organica di idee nuove con forme antiche, e di forme estere

con modi nazionali.

Ma la sua opera poetica non potè avere in Europa un potente significato

di originalità.

Mancava ad essa la schiettezza moderna dell'ispirazione colla

caratteristica di una vera passione nazionale. Il poeta soffriva ma non

odiava; non comprendeva il popolo e restava al popolo incompreso; peggio

ancora il popolo odiava meno di lui. La borghesia poteva intenderlo, ma

non seguirlo, dacchè la monarchia era la forma da essa imposta alla

rivoluzione. Mentre Hugo e Heine, guidati dall'istinto infallibile

dell'odio, trapassavano ad ogni colpo il proprio avversario, egli,

costretto ad una critica ideale, riusciva spesso meno terribile di

Mazzini malgrado il vantaggio della forma poetica, e meno franco di

Garibaldi che poteva dare ad una ingiuria plebea il valore di una

rivelazione.

Come la rivoluzione italiana, egli fu dunque troppo composito e non

abbastanza democratico per essere originale; le passioni gli bruciarono

più la testa che il cuore; la dottrina perfezionandogli l'ingegno glielo

restrinse; fu classico, aristocratico e borghese, mai veramente nè

popolano nè popolare. Laonde, classico, mantenne nell'arte la tradizione

regia, che la monarchia di Savoia sovrapponeva alla rivoluzione;

aristocratico, ebbe le superstiti delicatezze della propria classe con

tutte le sue impotenze; borghese, fu al tempo stesso mazziniano e

garibaldino contrastando alla monarchia ed accettandola come Mazzini e

Garibaldi.

La sua ultima poesia politica _Ça ira_, mirabile epopea di pochi

sonetti, invece di essere garibaldina fu francese.

Nell'immenso campo poetico del risorgimento nazionale egli non colse che

pochi fiori e non ripercosse che alcune voci. Garibaldi ebbe da lui

qualche ode; Mazzini una iscrizione, un sonetto, e da morto. La sua

poesia politica, incomparabile nella nostra letteratura, non bastò al

confronto di quella francese: malgrado la magnanimità dei propositi e

l'elevatezza dei sentimenti, non osò tutti i confronti fra rivoluzione e

monarchia, mancò di amore e di odio, ebbe più riflessione che istinto

per finire in una critica, che compostezza e ricercatezza di forma

rendevano spesso poco accessibile.

La rivoluzione italiana, trovando in Carducci il poeta del proprio

periodo di unificazione, non potè quindi tradursi intera nella sua

opera, come intera non aveva potuto svolgersi nella forma monarchica:

letteratura e politica la dimezzarono. Le sue imprese più miracolose, le

sue più tragiche catastrofi, le sue più cupe umiliazioni, fraintese o

poco intese, non trassero dalla coscienza nazionale la passione

necessaria a rinnovare la vita e l'arte italiana.

Mazzini e Garibaldi come eroi universali, trascendenti la stessa

rivoluzione, vi rimasero incompresi.

L'Italia aspetta ancora il poeta, che come Hugo ed Heine le riveli

l'epopea rivoluzionaria e la decadenza del papato nell'effimero e

contradditorio trionfo della monarchia di Savoia. Le avventure americane

di Garibaldi, la sua difesa di Roma, la ritirata sino alla pineta di

Ravenna, l'impresa dei Mille, la tragedia d'Aspromonte, l'ecatombe di

Mentana, la vittoria di Digione, la solitudine di Caprera, saranno un

giorno le massime glorie della lirica nazionale: le cospirazioni,

l'esilio, l'apostolato fra congiure e patiboli, la fede superiore a

tutte le smentite, la generosità più tenace di tutte le ingratitudini,

la democrazia italiana e mondiale di Mazzini, inspireranno una

drammatica più profonda e nobile di quella di Shakespeare; le

rappresaglie ignobili ed assassine del papato alla sua ultima ora, le

senili ribalderie di tutte le corti italiane, la fortuna troppo spesso

fraudolenta della monarchia di Savoia costretta alla gloria

dell'unificazione italica, le incertezze bigotte dell'aristocrazia,

l'avara prudenza della borghesia, la bruta incoscienza del popolo,

l'abbietta reazione del clero produrranno una satira ben più tetra e

vivace che non quella del Giusti e del Carducci.

Ora l'illustre poeta, respinto come Mazzini dalla nuova passione

rivoluzionaria, si è ritirato con alterezza signorile nel castello

incantato della propria arte, e come Tennyson vi si oblia

nell'ingannevole riproduzione di ogni forma di poesia. La nazione lo

venera come pochi anni or sono venerava il Manzoni, ma origlia già per

cogliere qualche nuova voce fra la cantilena delle proprie scuole.

Però anche in questa ritirata il Carducci ha potuto significare il

trapasso borghese dalla monarchia di Vittorio Emanuele a quella di

Umberto I, mentre nel dissolversi di tutti i partiti storici, che

avevano cooperato al trionfo dell'unità nazionale, la borghesia, come

sorpresa dalla lassitudine dell'opera compita e nell'assenza di ogni

alto preciso ideale, si è abbandonata con giocondità teatrale ad un vano

entusiasmo per la propria dinastia. Una ebbrezza di pace ha quindi colto

il poeta della rivoluzione, mutandogli la cetra di Alceo nella lira di

Metastasio: qualche ombra delle antiche malinconie gli è rimasta in

fondo al cuore, qualche gemito e qualche urlo gli sfuggono ancora come

rimbombi dai crepacci che i fiori del recente prato non hanno potuto

chiudere, ma l'artista squisito se ne serve abilmente come di una

dissonanza, e, dimentico del popolo e della rivoluzione, modula soavi

canzoni alla regina d'Italia[2].

[2] Ora (1890) è diventato senatore come Berchet: Dio lo salvi dal

rimpiangere, come l'illustre suo predecessore, le strofe

rivoluzionarie, che fecero già la sua potenza di cittadino

republicano e resteranno la sua gloria di poeta civile.

LIBRO NONO

IL SECONDO PERIODO MONARCHICO

CAPITOLO PRIMO.

Le due monarchie

Esaurimento della destra.

La presa di Roma chiudeva il periodo dell'unificazione.

Se Trento e Trieste restavano ancora in mano all'Austria, e Nizza era

stata ceduta alla Francia che già da oltre mezzo secolo possedeva la

Corsica, nullameno l'Italia col sostituirsi in Roma al potere temporale

compiva la propria unità. Una dissoluzione dei partiti politici era

quindi inevitabile. L'impero francese, rovesciato a Sedan dalle armi

vittoriose del nuovo impero germanico, non trascinava più l'Italia come

un satellite nella propria orbita; l'opposizione mazziniana vaniva nello

stesso risultato dell'unità; Garibaldi aveva scritto l'ultimo canto

della propria epopea sulle mura di Digione.

L'Italia era monarchica.

Ma la monarchia, che aveva imposto alla rivoluzione la propria forma,

doveva a Roma mutare d'indirizzo e di metodo. Alla fortuna delle armi e

delle diplomazie, ora, nel dissolversi di ogni opposizione e nella

conquistata libertà di se medesima, stava per succedere una più calma e

feconda applicazione dei principii rivoluzionari. L'esclusione del

popolo dagli uffici politici diventava impossibile: lo statuto strappato

a Carlo Alberto dal Piemonte non bastava più all'Italia. Colla

risoluzione dei massimi problemi pregiudiziali, onde monarchia e

rivoluzione si erano reciprocamente mortificate, cresceva la necessità

di meglio riordinare il primo assetto, sottoponendo tutte le leggi

improvvisate nel trambusto della formazione nazionale a nuova critica.

In Roma l'Italia doveva a se stessa e all'Europa la medesima opera

civile delle maggiori nazioni.

Nullameno un profondo squilibrio turbava ancora la sua vita. Il suo

governo reazionario contro la rivoluzione mazziniana era stato, malgrado

molte inevitabili contraddizioni, anche troppo rivoluzionario rispetto

alla massa delle popolazioni, specialmente in alcune provincie. Gran

parte delle leggi liberali, anzichè domandate, erano state imposte al

paese: l'antagonismo regionale non era al tutto scomparso, la differenza

di cultura e di costume fra il sud e il nord aveva reso impossibile il

beneficio di molte riforme. L'insufficienza rivoluzionaria della nazione

proseguiva tuttavia nella vita politica: fra parlamento e paese il

rapporto di rappresentanza si era alterato anche troppo e troppo spesso,

mentre fra l'Italia legale e l'Italia reale l'abisso, invece di

restringersi, in molti punti si allargava.

Dell'antica scuola dei riformisti, mutati in costituzionali

dall'influenza dell'opera cavouriana, non rimanevano più che pochi

manipoli apparentemente dominanti ancora nella camera e nel ministero,

ma Quintino Sella, imponendo loro la conquista di Roma, li aveva

esautorati. Quindi il loro odio più segreto e più forte era per

l'illustre finanziere, che dopo dieci anni di lotta stava per

raggiungere finalmente in Roma il pareggio del bilancio. La destra più

monarchica che democratica non poteva iniziare il nuovo periodo

parlamentare per dare alla monarchia l'elasticità e la facilità di una

republica.

La legge delle Guarentigie aveva dichiarato per l'ultima volta tutto il

suo pensiero politico.

Nella rapida e profonda dissoluzione di tutti i partiti, programmi e

capi andavano sperduti.

Al di fuori del parlamento il disordine sopravvenuto colla rivoluzione

nell'assetto secolare delle classi non si era ancora calmato in un altro

ordinamento, la destra non era mai stata vero partito conservatore

giacchè i conservatori, che avrebbero dovuto sostenerla, l'oppugnavano

invece o per antipatia a' suoi metodi violenti e alle idee succhiate

dalla rivoluzione, o per devozione alle monarchie cadute. Il clero si

manteneva antipatriottico ed antinazionale, l'aristocrazia non possedeva

influenza politica, la corte si componeva di uomini nuovi come quella

del primo e del secondo impero napoleonico. Troppi pregiudizi sociali,

politici e religiosi inceppavano ancora il pensiero della destra, e

falsavano il suo carattere: però nell'urgenza di una nuova più vasta

riforma politica dovette darne qualche accenno nell'istruzione pubblica

e nell'esercito e cominciare inconsapevolmente una conquista

nell'Africa.

La sinistra, rinchiusa nell'orbita legale dalla conquista di Roma, si

liberava finalmente dalle troppe equivoche aderenze al partito

republicano, rendendosi non solo possibile ma necessaria al potere. Il

suo addestramento, cominciato nel parlamento piemontese, aveva durato

abbastanza per attenderne ora qualche frutto; ma, costretta a precisare

il proprio programma, essa non sapeva ancora estrarlo dalla tumultuante

congerie di tutte le proposte accumulate in tanti anni di opposizione.

Rancori e sottintesi dividevano i suoi capitani; molte diffidenze li

colpivano a corte e nel paese per il loro passato rivoluzionario.

D'altronde nemmeno la sinistra aveva al di fuori del parlamento un

partito numeroso e compatto che la sostenesse. Tutti sentivano la

necessità di un altro indirizzo politico, ma pochi ne vedevano la

direzione, e ne avrebbero saputo calcolare la velocità.

I dati politici del nuovo periodo dovevano essere tutti di ordine

interno, giacchè Trento e Trieste rimaste in mano dello straniero non

avevano più tale importanza da dominare la vita della nazione; nè

l'Italia, nè la monarchia correvano pericoli. Bisognava riorganizzare

tutti i servizi pubblici, ricostituire esercito e armata, raddoppiare le

ferrovie, triplicare o quadruplicare l'elettorato politico ed

amministrativo, riordinare le opere pie sottraendole al clero e

preparandole ai bisogni della vita moderna, correggere i riparti

comunali, provinciali, amministrativi e giudiziari, sintetizzare la

magistratura migliorandone l'ordinamento colla diminuzione delle

preture, raddoppiare la vita all'istruzione elementare, costituire

quella tecnica, portare l'altra superiore al livello delle odierne

condizioni europee, raggiungere il pareggio nel bilancio e, appena

raggiunto, abolire i più ingiusti balzelli come il macinato e il corso

forzoso, decentrare l'amministrazione emancipando comuni e provincie,

diminuire la tutela del governo sul paese per abituarlo a reggersi da sè

e a contare sulle proprie forze, disciplinare parlamento e partiti entro

la regolarità delle funzioni costituzionali, arrestare il diffondersi

della burocrazia, sottrarre nei trattati il commercio nazionale al

vassallaggio estero, aiutare lo sviluppo della vita e della coscienza

italiana.

A questo programma era votata la sinistra.

Doveva quindi accadere che essa, arrivando al potere ancora nel

disordine delle proprie abitudini di opposizione, vi si trovasse così a

disagio da non sapervisi reggere solidamente da principio.

L'antica destra si era formata di tutti quei riformisti, che nella

rivoluzione del quarantotto credevano ancora al federalismo e al

costituzionalismo dei principi; la sinistra si componeva per massima di

transfugi dal campo rivoluzionario. La monarchia assorbendo l'una e

l'altra, fondeva nella propria unità le due più vivaci differenze della

nazione, ma la rivoluzione trionfava così della monarchia imponendole le

proprie idee per mezzo degli stessi disertori. Così nella nuova gamma

dei ministeri di sinistra si sarebbe indubbiamente cominciato da quelli,

che più si avvicinavano alla destra sino a toccare cogli ultimi la

Montagna; la monarchia di Vittorio Emanuele non potè avere alcun vero

ministero di sinistra, quella di Umberto I non ne avrà forse alcuno di

vera destra.

In questa seconda fase la monarchia sembrerà perciò trionfare di tutto e

di tutti. La sua forza di assorbimento si eserciterà sulle cose e sulle

idee, sui partiti e sugli individui, con tale potenza che solamente

coloro sempre ad essa nemici, anche nel periodo dell'unificazione,

potranno sottrarlesi. Il segreto della sua forza sarà nella sincerità

de' suoi voleri democratici, che le permetteranno di concedere al paese

riforme politiche più larghe delle sue stesse pretensioni, e nella

impossibilità logica per l'Italia di mutare governo prima di averlo

esaurito. Una improvvisa fortuna portando il duca d'Aosta al trono di

Spagna per un effimero ed inglorioso esperimento regio sembrerà dare

alla dinastia avventurosa dei Savoia qualche barbaglio della gloria

napoleonica: Austria e Germania, accogliendola nella propria alleanza,

la renderanno compartecipe al dominio sulla politica europea, mentre la

Francia dovrà raccogliersi in se medesima per superare la prime

difficoltà della propria republica, e la Russia rimetterà

momentaneamente della propria preponderanza. Nella calma succeduta alla

lunga crisi dell'unificazione, il governo della sinistra soddisferà

tutte le passioni dei vecchi oppositori senza irritare quelle della

gioventù, per la quale le maggiori colpe della monarchia verso la

rivoluzione saranno già un passato incredibilmente lontano. E tutti si

sottometteranno al nuovo re Umberto I, ammirabile figura di gentiluomo e

di borghese, che intuendo con fino senso di attore il carattere del re

moderno, sarà come il sindaco d'Italia, bonario e signorile, sottomesso

al parlamento e ai ministeri, ma soverchiando l'uno e gli altri con una

popolarità conquistata da incessanti dimostrazioni di affetto per tutte

le sventure della nazione.

I prigionieri della monarchia.

Come nella rivoluzione federale del quarantotto tutti gli uomini

politici avevano dovuto egualmente fallire travolti dalla liquidazione

del passato, così nel secondo periodo monarchico della unificazione

tutti i partiti dovevano essere assorbiti dal governo. Solo coloro, che

come Alberto Mario, discepolo di Cattaneo, risognavano un federalismo

republicano, o come Maurizio Quadrio e Federico Campanella

rimpiccolivano nell'intrattabile onestà del carattere e nell'angustia

dell'ingegno il già angusto classicismo republicano di Mazzini,

potevano, isolandosi in una critica melanconica ed inascoltata,

sottrarsi al fascino monarchico, e morire ravvolti nella propria

bandiera. Tutti gli altri, abbandonati al grande corso della storia,

dovevano finire col cooperare nella monarchia all'organizzazione del

governo. Quindi la loro dedizione, precoce o tarda, si drammatizzò per

tutta la varietà dei loro caratteri e dei loro ingegni, non senza

aumentare lo scetticismo delle masse, alle quali le solitarie e tragiche

grandezze della rivoluzione non avevano potuto infondere una forte fede

politica.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 24 / 29 段