L'odio della curia romana alla democrazia era minore deò suo disprezzo

per il regno d'Italia. Infatti le umiliazioni inflitte a questa

dall'impero napoleonico per mantenere Roma sotto la sovranità del papa

erano poco adatte a far concepire del giovane stato una idea

lusinghiera. La stessa ultima lunga crisi ministeriale, dalla quale era

uscito finalmente il ministero Lanza-Sella, faceva sperare ai più

reazionari fra i prelati una prossima dissoluzione del regno. La fede

nella solidità dell'impero napoleonico era loro cresciuta da che la

reazione, guidata dall'imperatrice Eugenia, vi dominava maggiormente

nella politica; la fortuna nascente della Prussia non inquietava; si

sapeva che l'Austria si era risollevata da ben altri rovesci, e che la

Francia era intatta. Nell'eventualità di una guerra di questa colla

Prussia non solo i voti, ma tutte le convinzioni stavano per una

vittoria francese.

I maggiori generali d'Italia non opinavano allora diversamente.

Guerra franco-prussiana.

Intanto le probabilità di questa guerra aumentavano di giorno in giorno.

Attraverso le reiterate affermazioni di pace Austria e Francia spiavano

un'occasione propizia all'attacco: non v'era fra loro alleanza, perchè

ognuna avrebbe voluto profittare del vantaggio di entrare seconda nella

lizza; in Italia l'esercito e la dinastia per bisogno di rivincita erano

favorevoli alla guerra; la borghesia per interesse e i patrioti per

sentimento vi si chiarivano invece contrari. Ma poichè all'Italia come

all'Austria e alla Francia mancava una vera cagione di guerra, in

nessuna delle tre nazioni se ne spingevano alacremente i preparativi;

solo la Prussia sentendone profondamente la necessità per compiere la

propria unità nazionale, vi si accingeva con superba passione di patria.

Il caso fu pòrto dalla Spagna coll'offerta della propria corona al

principe Leopoldo di Hohenzollern. La Francia, che nel secolo scorso

aveva trapiantato un ramo della propria dinastia sul trono di Carlo V,

inalberò alla minaccia di questa nuova espansione prussiana; tutte le

diplomazie d'Europa n'andarono sossopra per impedire il conflitto;

Bismarck indietreggiando abilmente provocò la iattanza della Francia;

questa, non contenta della rinunzia spontanea del principe di

Hohenzollern, avrebbe preteso dal re Guglielmo una categorica

dichiarazione di proibire per sempre a chiunque della propria famiglia

di accettare una simile candidatura.

A quest'assurda violenza il re rispose chiudendo la porta

all'ambasciatore francese, e scoppiò la guerra più immane che la storia

ricordi dopo migliaia di anni. La sua brevità fu vertiginosa. La Prussia

avventò sulla Francia in pochi giorni un milione di soldati, ai quali

l'impero non seppe opporne che la metà: tutto era in esso corruzione e

sfacelo. Napoleone affidò la reggenza all'imperatrice per assumere

nominalmente il comando dell'esercito: sotto l'immenso plateale tumulto

francese di guerra s'intendevano chiaramente gli urli di odio all'impero

così efferati da invocare la sua sconfitta anche a danno della patria.

Il 2 agosto (1870) i francesi occuparono scaramucciando Saarbrück, ma il

4 agosto il principe ereditario di Prussia piombava sovra essi a

Weissenburg e li batteva; il 6 prostrava così Mac-Mahon a Wörth da

lasciarlo appena riparare nel massimo disordine a Châlons;

contemporaneamente il generale Steinmetz, superate le alture di

Spichern, annientava il corpo del generale francese Frossard. La guerra

era già vinta. Mentre Mac-Mahon si era ritirato per Nancy a Châlons e le

reliquie del corpo Frossard si ripiegavano su Metz, il maresciallo

Bazaine postovi a presidio con 250,000 uomini tentava di uscirne per non

lasciarvisi bloccare; ma l'incomparabile stratega prussiano maresciallo

Moltke con mosse fulminee ed impreviste lo rinserrava in un cerchio di

fuoco, lo arrestava il 16 agosto a Mars-la-Tour, lo ributtava il 18 da

Gravelotte su Metz, chiudendovelo prigioniero. Quindi tutto lo sforzo di

Mac-Mahon, che con lunga marcia circolare tentava di congiungersi a

Bazaine, era non solo perduto, ma si risolveva nel più disastroso degli

errori; giacchè Moltke, indovinando abilmente quel disegno, con un

movimento di fianco a destra e una marcia di tre giorni lo raggiungeva a

Beaumont, lo stringeva, lo catturava a Sedan (1º settembre) con tutto

l'esercito di 70,000 uomini.

La Francia era vinta, l'impero napoleonico distrutto. L'indomani il

vincitore, pubblicando l'inventario delle prede, lo cominciava con epica

brutalità così: 1 imperatore!

Napoleone III vinto e prigioniero non aveva saputo nè combattere, nè

vincere, nè morire: la caduta del primo Bonaparte era stata una rovina,

quella del terzo fu un dilanio: quegli aveva fondato l'impero, questi lo

aveva esaurito. Dopo Augusto, Augustolo.

Esitazioni monarchiche.

L'Europa rimase per qualche tempo stupita: a Roma il papato, rialzato

come altare votivo della vittoria dal primo impero napoleonico, si sentì

trascinato dalla lavina del secondo.

Malgrado la catastrofe di Mentana e le ripetute infrazioni della

Convenzione di settembre, la politica governativa italiana non accennava

a mutare d'indirizzo; in essa la diffidenza verso la rivoluzione era più

viva che non il dispetto per le incessanti vessazioni imperiali; Mazzini

restava sempre un ribelle specialmente dopo i conati delle ultime bande,

e Garibaldi un avventuriero pericoloso, al quale si erano dovute

sottrarre tutte le conquiste per ragioni di ordine pubblico, e del quale

le imprudenze avevano più di una volta compromesso la monarchia. Dopo

tanti ordini del giorno su Roma capitale d'Italia non si voleva

arrischiare mossa alcuna per giungervi. Si diceva che il sentimento

cattolico di tutto il mondo la difendeva, mentre invece l'Inghilterra

era protestante, protestante la Prussia, eterodossa la Russia, la Spagna

si era già ribellata in republica, e la Francia stava per imitarla.

L'Austria sola aveva un governo cattolico, ma dopo le ultime sconfitte

non era più nè capace nè vogliosa di ritentare una guerra di santa

alleanza.

Nullameno ministero e maggioranza parlamentare avrebbero voluto allearsi

coll'impero caduto per cansare la responsabilità di sopprimere il papato

temporale.

Vittorio Emanuele, così freddamente ingrato con Garibaldi, affettava la

più cavalleresca riconoscenza per Napoleone III. Orgoglio ed egoismo di

piccolo re gli persuadevano questa differenza verso i due alleati, che

gli avevano composto il regno. Malgrado l'abbandono di Villafranca,

l'oltraggiosa cessione della Venezia, Aspromonte e Mentana, egli avrebbe

voluto marciare con tutto l'esercito in aiuto dell'impero, lasciando

Roma in mano del papa ed ingannando la nazione colla speranza che

l'imperatore concederebbe poi un giorno spontaneamente all'Italia la

propria capitale.

Infatti alla proclamazione di guerra nella Camera francese, Vittorio

Emanuele telegrafò subito al presidente del consiglio da Valsavaranche,

ove cacciava, avvisandolo del proprio ritorno alla capitale per

deliberare sul da farsi: «si ricordasse però che egli (il re) aveva

degli impegni». A corte e negli alti circoli governativi si era così

fermamente convinti del trionfo dei francesi da non ammettere nemmeno

l'ipotesi contraria: quindi da un'alleanza colla Francia vincitrice si

sperava qualche rettificazione delle frontiere verso Nizza o verso il

Tirolo. Quanto a Roma si evitava di pensarci, ripetendo la formula

cavouriana della conquista per mezzi morali. Solo il Sella, convinto di

un'altra vittoria prussiana, sosteneva pertinacemente l'idea della

neutralità, nascondendo le proprie idee sullo scioglimento della

questione romana, del quale sentiva giunta l'ora. Il ministro degli

esteri Visconti-Venosta si destreggiava intorno all'idea della

neutralità senza osare di risolvere; il Lanza presidente del consiglio

vi si mostrava da principio favorevole per abitudine di circospezione.

In tutti prevaleva una deferenza spassionata per Napoleone III, come al

primo fattore e al miglior patrono d'Italia. Vittorio Emanuele sempre

più accalorato in questo sentimento discese alle più grossolane ingiurie

contro il Sella.

-- Si vede bene che ella viene da mercanti di panni, gli urlò una volta

sul viso, dopo avergli detto sprezzantemente che per fare la guerra ci

voleva del coraggio.

-- Sì, maestà, rispose con altera ironia il ministro; ma da mercanti di

panno che hanno sempre fatto onore alla propria firma, mentre questa

volta vostra maestà firmerebbe una cambiale che non sarebbe sicura di

poter pagare.

E ogni giorno la lotta fra Sella e Vittorio Emanuele si faceva più

aspra.

Napoleone stringeva il re d'istanze per deciderlo alla guerra; l'Austria

egualmente sollecitata si diceva pronta ad una alleanza, qualora

l'Italia v'entrasse prima, e consigliava di modificare la Convenzione di

settembre in favore di questa. Ma Napoleone non osava romperla col

partito clericale; tutt'al più avrebbe condisceso ad eseguire

puntualmente la Convenzione ritirando una seconda volta le truppe da

Roma. Allora il Sella, che aveva già dovuto consentire alla chiamata di

due classi sotto le armi, fu pronto a giovarsi di questa pervicacia

imperiale per spingere il ministero sull'esempio dell'Inghilterra e

dell'Austria a pubbliche dichiarazioni di neutralità, mentre il conte di

Bismarck in accordi segreti col partito mazziniano intendeva a provocare

ribellioni in Italia per impedirle di allearsi colla Francia. Ma poco

dopo, persuaso dell'influenza di Sella sul ministero, il gran

cancelliere troncava le trattative con Mazzini denunciandolo. Intanto le

dichiarazioni (25 luglio) del Visconti-Venosta alla camera, che il

pessimo dei partiti per l'Italia sarebbe quello di approfittare dei

momentanei imbarazzi della Francia per sciogliere colle armi la

questione romana, scoprivano tutta la debolezza della politica

governativa: la destra altrettanto favorevole alla Francia quanto

ritrosa a marciare su Roma avrebbe voluto rovesciare il ministero, e non

l'osò; la sinistra invece lo sostenne per timore di un ministero

militare di corte col Cialdini. Il re, bloccato abilmente da Sella,

seguitava a trattare coll'ambasciatore francese Malaret, assicurando

l'imperatore che presto avrebbe vinto la resistenza del ministero.

Questo, per secondare il ritiro del presidio francese da Roma, riaderì

alla Convenzione di settembre «confidando in una giusta reciprocità

della Francia a conformarsi ai propri impegni»: si credette allora in

Europa a segreti accordi fra i due governi. Infatti il partito della

guerra a corte aumentava d'importanza: il 30 luglio, sotto l'impressione

della scaramuccia di Saarbrück vinta dai francesi, fu proposta nel

consiglio dei ministri la mediazione armata, che Sella potè impedire

solamente colla minaccia delle proprie dimissioni.

Quindi nell'impossibilità di stringere colla Francia e coll'Austria una

triplice alleanza, si ricorse all'idea di un accordo con quest'ultima da

trasformarsi in alleanza offensiva, se le circostanze lo avessero

richiesto, V'ebbero trattative segrete di corte: il re mandò a Vienna,

poi a Metz, il conte Vimercati, suo aiutante di campo; il ministro

austriaco De Beust spedì a Firenze il conte De Vitzthum con un disegno

di otto articoli, pel quale l'Italia, impegnandosi ad una mediazione

magari armata nella guerra franco-prussiana, sarebbe rimasta a rimorchio

dell'Austria con alcune vaghe promesse di buoni uffici nella questione

romana. Ma Sella rese abilmente tale disegno impossibile coll'aggiunta

di un articolo pel quale l'Austria assumeva l'impegno del «non

intervento nel territorio romano e di favorire l'applicazione dei

provvedimenti più atti a soddisfare i voti dei romani e gl'interessi

d'Italia» e con alcune clausole segrete nel caso di guerra guerreggiata

in comune per una rettificazione di frontiere nel Tirolo e sull'Isonzo.

Naturalmente l'Austria ricusò.

Non meglio approdò la missione segreta affidata da Vittorio Emanuele al

Vimercati. Il disegno era di una triplice alleanza: ai 15 di settembre

Italia e Austria avrebbero dovuto imporre alla Prussia con un

_Ultimatum_ di rispettare lo _statu quo_, definito dal trattato di

Praga: poi, non appena le truppe francesi fossero penetrate nella

Confederazione del sud, l'esercito italiano attraverso il Tirolo sarebbe

andato a raggiungerle nei pressi di Monaco appoggiandosi sulle truppe

austriache; a Napoleone non si chiedeva che d'impegnarsi in un articolo

segreto a fare accettare dal papa un _modus vivendi_ coll'Italia.

Napoleone a guerra già cominciata non cedette; poco dopo il cannone di

Wörth rompeva tutti questi inani accordi, e la logica fatale della

storia trionfava di tutte le trattative diplomatiche.

Il partito della guerra, pel quale il Cialdini spalleggiato dalla corte

aveva osato persino di minacciare il ministero in senato con un discorso

che parve un pronunciamento, e cui il Sella rispose con terribile

severità, era vinto: vi fu ancora una lettera di Napoleone al re,

scritta nell'amarezza delle prime sconfitte; se ne discusse nel

consiglio dei ministri, s'interrogò il generale Lamarmora perchè

indicasse un modo qualunque di soccorrere l'imperatore; ma quegli

confessò piangendo di non vederne alcuno.

Quintino Sella aveva salvato l'Italia contro la corte dal partecipare

alla guerra franco-prussiana; poco dopo doveva salvare la corte contro

l'Italia persuadendo al re la necessità di conquistare Roma.

Il ritorno puro e semplice alla Convenzione di settembre aveva

giustamente esasperato la pubblica opinione scoprendole sotto quelle

eccessive simpatie verso il pericolante impero di Francia il proposito

di cansare a ogni modo il problema di Roma.

La partenza dei francesi da questa cominciò il 29 luglio; il 19 agosto

la città n'era sgombra. Naturalmente clero vaticano e francese ne

levarono alte grida, quantunque persuasi che il governo italiano non

oserebbe mai scendere a violenze. Ma il fermento cresceva nella nazione:

il partito mazziniano agitava vivamente le piazze; da un momento

all'altro si aspettava che nuove bande di volontari varcassero il

confine pontificio; il governo incerto del risolvere sembrava incantato

nella rovina dell'impero francese; mentre il Sella giovandosi del suo

turbamento lo spingeva a nuovi armamenti col pretesto di poter così

fronteggiare la rivoluzione.

Il 31 luglio i ministri della guerra e della marina chiedevano un

prestito di 16 milioni: si cominciavano accolte di cavalli, di viveri e

di attrezzi militari. Il 2 agosto le prime truppe italiane si dirigevano

verso la frontiera pontificia; il 10 il consiglio dei ministri decideva

la chiamata di altre due classi sotto le armi e la convocazione della

camera, allora in licenza, per farle votare un prestito di 40 milioni;

il 14 le truppe mobilizzate e già concentrate in alcuni punti del

confine erano poste sotto gli ordini del generale Cadorna.

Il 16 agosto la camera concedeva al governo i mezzi necessari per

mettersi in misura «di proteggere in qualsiasi evento la sicurezza dello

stato, l'indipendenza della nostra politica e gli interessi d'Italia».

L'opposizione parlamentare fu aspra: si sapeva che gli uomini più

influenti della così detta consorteria ricusavano assolutamente di

occupare Roma: il Visconti-Venosta, sempre ligio alla Convenzione di

settembre, affettava di fare per l'Italia un punto d'onore di non venir

meno alle proprie promesse; il Lanza dichiarava anche dieci giorni dopo

che il governo non poteva accettare dalla camera nessun ordine del

giorno che lo invitasse ad occupare colle armi gli stati della chiesa,

perchè se v'era nel parlamento chi voleva andare a Roma colla forza,

v'era però anche una grande maggioranza che credeva non si dovessero

adoperare se non mezzi morali.

Quindi non era lecito sperare che in una rivolta dei romani riconosciuta

da tutti impossibile.

Tutto pur d'evitare la violenza, era il pensiero di Visconti-Venosta e

di Lanza d'accordo col re; tutto pur di andare a Roma, era il programma

di Sella.

Il 20 agosto la camera votava con 214 voti contro 152 il seguente

ordine: «La camera, approvando l'indirizzo politico del ministero,

confida che esso si adoprerà a risolvere la questione romana secondo le

aspirazioni nazionali»: formula equivoca nella quale s'indovinava

l'intenzione del governo di non assumere alcuna iniziativa contro Roma.

Laonde la sinistra si radunò in comitato per deliberare sul contegno da

tenersi di fronte al governo: un pericoloso dualismo minacciava di

scoppiare. Malgrado la propria inerzia il paese cominciava ad irritarsi

di queste calcolate lentezze; gli esuli romani impazienti d'indugio si

preparavano a qualche impresa arrischiata, il popolo si addensava in

comizi per tutte le città acclamando Roma capitale. La lunga e dolorosa

contraddizione della monarchia colla rivoluzione si rivelava

improvvisamente alla coscienza pubblica; le memorie sanguinose

d'Aspromonte e di Mentana accusavano il re che avrebbe voluto

abbandonare Roma per soccorrere Napoleone III; l'arresto di Mazzini e il

silenzio di Garibaldi, già in moto per soccorrere la imminente republica

francese, commentavano sinistramente tale contegno. Quindi

dall'assemblea della sinistra uscì una commissione composta dei deputati

Rattazzi, Cairoli, Crispi, Bertani e Fabrizi coll'incarico di presentare

«un progetto di risoluzione conforme alle intenzioni prevalenti nella

sinistra e alle necessità della situazione». Il pericolo pel governo era

grave, giacchè la sinistra era decisa ad un appello al paese. Sarebbe

stata la guerra civile con Garibaldi, Mazzini e tutti i monarchici più

liberali da un canto, e la corte co' suoi più reazionari adepti

dall'altro. Ma poichè la republica stava per essere proclamata in

Francia, e la Spagna era già republicana, la monarchia di Savoia insino

allora più fortunata che meritevole, non avrebbe avuto troppe

probabilità di vittoria.

Quindi Sella persuase la commissione di sinistra a sospendere ogni

precipitosa risoluzione assicurandole che, ove non riuscisse a vincere

la resistenza del ministero, se ne sarebbe dimesso per unirsi alla

rivoluzione.

Roma si mantenne inerte.

Intanto al ministero degli esteri si preparava una circolare agli agenti

diplomatici per rigettare sul contegno ostile sino allora tenuto dalla

curia romana la responsabilità delle misure, che il governo fosse

costretto a prendere. Nel mattino del 3 settembre giunse la notizia

della resa di Sédan. Ogni ulteriore indugio diventava impossibile. Sella

dichiarò nel consiglio dei ministri che, qualora non si occupasse

immediatamente il territorio pontificio, si sarebbe dimesso seduta

stante: il Visconti-Venosta ricalcitrava, Lanza si opponeva, il re si

mostrava irremovibile. Il falso argomento adoperato dal Sella di un

pericolo, che l'imminente republica francese facendo di Roma un centro

d'insurrezione mirasse a rovesciare la monarchia per ottenere mediante

la republica una alleanza offensiva coll'Italia, non bastava a

persuaderli. Nullameno bisognava risolvere: o marciare tosto su Roma, o

disporsi alla guerra civile contro la rivoluzione. Come sempre accade

nei casi dubbi fra persone dubbie, si venne a reciproche concessioni

stabilendo che le nostre truppe si sarebbero fermate alle mura della

città, e non avrebbero cercato di entrarvi se non colla cooperazione dei

romani. Il re inoltre avrebbe mandato al papa un legato straordinario

con una lettera per avvertirlo delle intenzioni del governo, ed

esortarlo ad accettare da questo la protezione necessaria al proprio

ministero.

La lettera fu redatta da Celestino Bianchi e portata dal conte Ponza di

San Martino. In essa Vittorio Emanuele confessava ingenuamente

attraverso molte frasi equivoche di essere rimorchiato dalla

rivoluzione, e rigettava sovra di essa la responsabilità di una impresa

disapprovata dalla sua coscienza di re e di cattolico. Tale umile ed

umiliante confessione dinanzi al papato nel momento stesso di

sostituirlo nella sovranità di Roma tradiva il segreto della monarchia.

I riguardi dovuti al pontefice cattolico per l'esercizio della sua

altissima funzione non avrebbero dovuto impedire a Vittorio Emanuele di

affermare con solennità regale il diritto dell'Italia su Roma. Mai si

era presentato momento più propizio e glorioso per la sua casa dopo le

umiliazioni di Villafranca, delle annessioni centrali, d'Aspromonte,

della Convenzione di settembre, della cessione del Veneto, e di Mentana.

Vittorio Emanuele cavalcante sotto le mura di Roma e spronante il

cavallo su per la prima breccia aperta dalle artiglierie, col coraggio

mostrato alla battaglia di Palestro quando si slanciò cogli zuavi

francesi nella Sesietta, sarebbe stata la più epica figura del secolo,

degna di appaiarsi con Garibaldi; invece la sua lettera di scusa al

pontefice e dal pontefice sdegnosamente respinta, le sue tergiversazioni

diplomatiche, la sua inutile opposizione a Quintino Sella, scopersero in

lui il piccolo re di Piemonte, cui la rivoluzione aveva potuto dare

l'Italia, ma non la grande coscienza della sua nuova èra.

La seconda circolare mandata agli agenti diplomatici all'estero colla

data del 7 settembre spiegava come l'occupazione del territorio

pontificio fosse piuttosto una necessità di ordine pubblico per

garantire l'inviolabilità del pontefice e il suo libero ministero che

una rivendicazione del diritto nazionale. Le garanzie, cui allora si

accennava, si riassumevano in un privilegio di extra-territorialità,

conservando al papa la condizione di sovrano, ai cardinali il grado di

principi, ed offrendo persino una lista civile garantita da un trattato.

Tale extra-territorialità doveva consistere nel possesso della città

Leonina: così il potere temporale sarebbe stato diminuito sino oltre il

ridicolo, ma rispettato nell'idea. Il nuovo minimo regno avrebbe quindi

fatto il paio colla republica di San Marino.

E in questa idea nè giusta nè pratica, giacchè avrebbe mantenuto in Roma

il dualismo di due re, era dovuto convenire anche il Sella per decidere

il ministero ad invadere lo stato pontificio. La sua politica di quei

giorni era tutta in un solo argomento: spaventare il governo colla

minaccia di una rivoluzione. Infatti per opera segreta sua i comizi

crescevano di numero e di violenza, la stampa unanime spingeva il

governo ad una pronta iniziativa, il vecchio filosofo Mamiani andava di

ministero in ministero pregando e rimproverando. Marco Minghetti

scriveva da Vienna: andate a Roma. Il generale Lamarmora formulava il

problema monarchico così: poichè abbiamo l'abisso dinanzi e di dietro,

dunque avanti! Il nuovo governo republicano francese, interrogato dal

Nigra, rispondeva che ci vedrebbe fare con simpatia. Solo il conte

d'Arnim, ambasciatore prussiano presso la Santa Sede, parlava vagamente

di difficoltà; ma si sapeva troppo bene che questa era una sua iattanza

personale.

Annessione di Roma.

Finalmente la campagna fu aperta l'11 settembre. La marcia su Roma si

compì senza battaglie, poichè il papa aveva deciso di resistere

solamente nella città per costringere i nemici ad aprirvi una breccia.

Il conte d'Arnim ottenne indarno una dilazione di ventiquattro ore per

un supremo tentativo di conciliazione presso la corte vaticana: il 20

settembre la città fu investita dalle artiglierie fra porta Pia e porta

Salara, porta San Giovanni e porta San Pancrazio; appena aperta una

breccia a porta Pia, cessò la resistenza troppo debole per una battaglia

e troppo sanguinosa per una dimostrazione.

Fra le due parti i morti e i feriti non sommarono a duecento.

Il regno dei papi era caduto per sempre senza trovare nell'ultima ora

nessuno di quei grandi atti, che immortalano i vinti.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 21 / 29 段