Nuovi debiti dallo stato pontificio passarono nel regno d'Italia; altre
spese per l'impianto della capitale e per aumenti nell'esercito e
nell'armata, resi necessari dalle inimicizie create alla nazione dalla
sua ultima fortuna, tornarono ad ingrossare il passivo nei bilanci.
Nullameno la potenza economica della nazione pigliava il sopravvento. Il
debito pubblico in un decennio era salito da 2300 milioni a 8200,
cosicchè la parte intangibile del bilancio da 200 milioni toccava i 719;
il movimento commerciale da 1400 milioni sommava ora a 1960; le
esportazioni, prima inferiori di quasi 400 milioni alle importazioni,
ora le superavano di più che 100; i vaglia postali da 22 milioni era
ascesi a 260, triplicato il movimento telegrafico, le ferrovie da 2200
chilometri allungate a 6200 e i loro viaggiatori da 15 milioni aumentati
a 25. Gli stessi buoni del tesoro in provincie, che appena li
conoscevano, oltrepassavano adesso i 130 milioni.
Questa la situazione nazionale al cominciare del l'anno 1871.
Il pareggio era ancora lontano. Altri 200 milioni mancavano al servizio
di cassa per l'anno 1872. Sella dovette rammendare tutto il proprio
disegno finanziario per ripresentare un secondo «omnibus» di cinque anni
così: passare il servizio di tesoreria alle banche con un risparmio di
100 milioni di fondo di cassa; esigere i proventi delle obbligazioni
ecclesiastiche destinate a diminuire il credito della banca nazionale,
assegnando a questa altrettanta rendita publica ed accrescendo così
l'entrata durante il quinquennio di circa altri 100 milioni; aumentare
la circolazione cartacea della banca nazionale per conto dello Stato;
ottenere ancora 100 milioni da aumenti sul bollo e registro e sopra
alcuni dazi; diminuire la spesa di 130 milioni mediante la conversione
facoltativa del prestito nazionale in rendita consolidata.
Gli oppositori, che sino allora avevano accusato il Sella di troppo
corta vista, gli contrastavano ora questo disegno di un quinquennio; la
battaglia alla camera fu vivissima: solo la paura in tutti di rovesciare
con lui il ministero gli lasciò anche per questa volta la vittoria. Poi
nell'ultima esposizione del 1873 egli vinse ancora salvando il pareggio
da altri aumenti di spese militari e soffocando la Camera con disperata
energia nelle strette dell'eterno dilemma, o restare nell'orbita
dell'«omnibus» già votato o perire nel mare senza riva del disavanzo. Ma
la sua posizione politica era diventata insostenibile. Sella potè ancora
resistere qualche tempo, poi travolto da una coalizione parlamentare,
quando già il pareggio finanziario, al raggiungimento del quale aveva
sacrificato tutto se stesso, era in vista, cadde dal ministero per non
più risalirvi.
Questo onore del pareggio doveva qualche anno dopo toccare al Minghetti,
perchè dietro ogni Cristoforo Colombo vi è sempre un Amerigo Vespucci.
Ma l'eroe della finanza italiana, in questa lotta decennale senza tregua
e senza conforto, fu il Sella. Aspro, agile, indomito, egli resistè a
tutto, alle diserzioni di partito, agli odii di corte, alle esecrazioni
di piazza: gli avvolgimenti della politica non poterono mai impaniarlo;
volle onestamente, immutabilmente, salvare l'onore della nazione nel
campo economico, come Garibaldi l'aveva salvato nel campo militare e
Mazzini in quello morale. Ministro e deputato, egli fu l'incubo del
parlamento, che non potè mai sottrarsi all'influenza del suo pensiero e
della sua volontà. La sua media natura spiegò nella mutabilità di questa
lotta virtù imprevedibili. Di geologo egli si mutò improvvisamente in
finanziere, crebbe a uomo di stato quando alla caduta dell'impero
napoleonico il governo stremato dalla lunga abitudine del vassallaggio
alla Francia tremava ancora dell'andare a Roma. Sdegnò popolarità e
fama: fu austero, ironico come la più parte dei moralisti che passano
dall'ammonizione all'azione; ebbe attività incomparabile, che lo rese
vecchio a cinquant'anni, e l'uccise anzi tempo.
Mentre la politica di tutti i partiti del risorgimento nazionale si
esauriva in una fatale decadenza, l'Italia affermò con Sella la propria
vitalità economica e civile. La resistenza provata dal paese in tale
arringo fu delle più ammirabili in questo secolo, giacchè sotto la
minaccia continua del fallimento, dal fondo dell'antica miseria e
coll'incapacità secolare della vecchia educazione, si pose mano
all'improvvisazione di un grande stato. Agricoltura, commercio,
industria, esercito, armata, scuole, banche, casse postali, associazioni
operaie di mutuo soccorso, ferrovie, strade provinciali e comunali, fori
alpini ed appenninici, porti, canali, arsenali, tutto fu simultaneamente
improvvisato. L'emancipazione dai mercati stranieri seguì
all'indipendenza politica, la concorrenza ci animò invece di prostrarci,
nei rischi delle nuove imprese mescemmo il coraggio del ricco alla
temerità del povero; onde l'Europa, che dopo averci rimessi in piedi si
aspettava forse ad una seconda Grecia o ad un altro Belgio, si trovò
dopo dieci anni davanti una terza Italia, seduta fieramente a Roma sulle
rovine del potere temporale, pronta a difendere le proprie Alpi con un
milione di soldati, e a gettare in mare dai propri cantieri le più
grandi corazzate del mondo.
CAPITOLO DECIMO.
La presa di Roma
Rivalità della Francia colla
Prussia.
Mentre nella dissoluzione dei partiti l'Italia cresceva a forte stato
costituzionale, la grande occasione politica, che doveva risolvere il
suo problema di Roma, maturava.
La tradizione di Richelieu non era morta nella diplomazia francese.
L'impero napoleonico giudicava ancora indispensabile alla propria
fortuna la divisione e l'abbassamento di tutti i vicini, onde questa sua
teoria rafforzata da lunghi esempi storici cresceva a passione
nell'orgoglio della nazione per mantenere sull'Europa un primato
impossibile. La millenaria antitesi della storia francese, sempre
rivoluzionaria e sempre monarchica, peggiorava il carattere geloso di
tale pretesa. La Francia era pronta a tendere la mano a tutti i popoli,
ma per mutarli in proprii clienti: quindi la forma quasi sempre militare
delle sue iniziative la tirava a maniera di conquista, o l'antagonismo
dei propri interessi coi loro la fermava a mezzo delle migliori imprese.
Generosa ed insolente, prodiga e speculatrice, fanatica di libertà e di
dittatura mobile, avventuriera, ricca, altrettanto imprudente nell'ira
dell'attacco che incerta nel coraggio della resistenza, la Francia era
però sempre il centro della politica europea, e non sospettava nemmeno
che, il progresso dell'Europa essendo appunto nella creazione di altri
centri indipendenti, il principio di nazionalità dovesse riprenderle sul
Reno due provincie.
Nulla poteva più arrestare la decadenza dell'impero napoleonico.
Succeduto con sanguinario processo alla impotente republica del 1848
promettendo al popolo ordine ed uguaglianza, gloria e prosperità, esso
non era in fondo che una forma della democrazia non ancora arrivata alla
capacità di governare se stessa. La sua missione era quindi di
fortificare la coscienza nazionale in altri vent'anni di opposizione
politica interna, e di mantenere alla Francia le iniziative di
nazionalità nella politica estera; e l'impero si era sdebitato
abbastanza bene di questi due compiti, fondando l'Italia e
l'Internazionale, il maggior fatto politico e il maggior fatto sociale
del secolo in Europa. Ma la sua base, fatalmente clericale, poichè i
monarchici legittimisti e orleanisti l'osteggiavano, e la sua vita
signoreggiata da irresistibili tendenze militari ed avventuriere, erano
consunte. Così dopo aver difeso la Turchia contro la Russia per
conservare contro di questa il proprio primato in Europa, e improvvisata
l'Italia per mutarla in una quasi luogotenenza francese, l'impero era
stato trascinato dal gran sogno napoleonico al Messico per creare
coll'arciduca Massimiliano d'Austria un altro impero e un'altra
supremazia francese nel nuovo mondo. Ma la Russia, arrestata un istante
a Sebastopoli, proseguiva e prosegue tutt'ora nel proprio irresistibile
moto d'espansione; l'Italia agglomeratasi a regno oltre e contro i
disegni napoleonici accennava già per rigoglioso ed irrefrenabile
sviluppo di modernità a porsi come rivale della Francia: nel Messico
Benito Juarez, dopo aver fucilato l'imperatore Massimiliano a Queretaro
e costretto l'esercito francese a rimpatriare, proclamava una repubblica
poco minore di quella degli Stati Uniti.
La necessità per l'impero francese di appoggiarsi sul clericalismo
contro l'irrompere della nuova democrazia, vietando Roma agli italiani,
aveva tolto a questi dopo la tragedia d'Aspromonte e l'eccidio di
Mentana ogni gratitudine; mentre la Prussia, cacciatasi finalmente alla
testa della Germania, dopo le proprie strepitose vittorie del 1866
minacciava di costituire nel centro di Europa un impero nazionale più
vasto e poderoso di quello napoleonico.
In Francia l'opposizione liberale e antidinastica era sempre venuta
guadagnando terreno: il socialismo imperiale sorpassato da quello
operaio si mutava nelle mani di Carlo Marx nella più vasta e minacciosa
associazione internazionale non solo contro l'impero ma contro tutti i
governi. Le vittorie prussiane avevano annebbiato lo splendore delle
ultime glorie francesi, la supremazia diplomatica dell'impero era già
scossa, nessuna classe lo sosteneva più all'interno, nessuna idea
all'estero. Il guasto del metodo corruttore e le contraddizioni della
politica dinastica con quella nazionale affrettavano fatalmente la sua
decadenza.
L'imperatore, ammalato, fra una corte di bigotti e d'impiegati, non
aveva in se stesso potenza capace di trascinare la nazione. Poichè non
era mai stato nè generale nè statista, cominciava ora a fallire come
uomo di governo e come diplomatico: una inguaribile rilassatezza
intorpidiva il suo pensiero. Così, prima di essere espulso quale
sovrano, dovette decadere da imperatore, abbassandosi volontariamente a
subire un ultimo esperimento di governo costituzionale.
Ma contro l'impero napoleonico sorgeva minacciando la monarchia
prussiana.
Già all'indomani della vittoria di Sadowa il conte di Bismarck aveva
esclamato orgogliosamente: «il giuoco non è ancor vinto, non è che
raddoppiata la posta»; in Francia invece quella vittoria produceva la
dolorosa impressione di una sconfitta nazionale. L'intromissione
diplomatica tentata da Napoleone a favore dell'Austria piuttosto che
salvare la dignità della supremazia francese l'aveva compromessa, poichè
il conte di Bismarck, avendo potuto prima della guerra abbindolarlo con
una vaga promessa di cessione del territorio fra la Mosella e il Reno
senza Coblenza e senza Magonza, era poi riuscito a tenerlo a bada per
tutti i preliminari della pace di Praga: quindi, sicuro della nuova
Confederazione del nord, lo aveva duramente respinto. Ma la politica
imperiale francese, qualificata sdegnosamente dal grande cancelliere
prussiano come una politica di mancie, doveva subire in Germania una
serie di smacchi sempre più umilianti. Poichè sino dal 1863 il conte di
Bismarck aveva contrapposto al disegno austriaco di riforma federale
l'idea di un parlamento a suffragio universale diretto, fu sollecito di
aggiungere a questo Reichstag un Bundesrath o Consiglio federale,
composto dei delegati dei vari stati della Confederazione, formando così
una specie di corpo legislativo bicamerale. In esso la Prussia dominava
con una popolazione di 24 milioni sopra 6 milioni degli altri ventuno
Stati confederati. Poco dopo un altro parlamento doganale sostituiva
l'antico Zollverein cementando l'unità economica della Germania; quella
politica non poteva tardare molto a trionfarvi.
Tale rudimentario ordinamento risultava da una serie di compromessi, nei
quali i partiti rivoluzionari si acconciavano a subordinare le questioni
astratte di libertà a quelle della costituzione nazionale. Le pretese
dell'impero napoleonico sulla riva sinistra del Reno, che la Prussia
avrebbe dovuto cedergli come scotto della propria egemonia, urtavano
quindi nel sentimento patriottico della Germania ben più forte che non
quello d'Italia nel 1859, e risoluto dopo le vittorie sull'Austria a non
patire diminuzioni. Tutto il genio del conte di Bismarck, mutatosi da
rappresentante del Junkerthum prussiano in atleta dell'unità germanica,
si tendeva nell'opposizione contro la Francia, rispondendo col più
intrattabile orgoglio di patria alle minacce di una diplomazia oramai
divenuta impotente. La risolutezza del carattere e la semplicità di una
politica inflessibile nel proprio scopo dovevano necessariamente
assicurargli la vittoria sopra un avversario come Napoleone, da lui
paragonato ironicamente a Tiefenbacher, il più irresoluto dei generali
di Wallenstein. E poichè Napoleone, malgrado le sollecitazioni della
regina d'Olanda e del ministro Drouyn de Lhuys, non aveva osato marciare
sul Reno mentre la Prussia convergendo nel 1866 ogni sforzo su Vienna
aveva lasciato indifese tutte le proprie frontiere, l'insufficienza
della Francia contro di quella si era già rivelata. Quindi l'ostilità
svolgendosi in una lotta diplomatica permise al conte di Bismarck di
prepararsi meglio alla guerra.
Il suo disegno non poteva essere più semplice. Mentre la Russia per
punire Austria e Francia della guerra di Crimea fingeva di non occuparsi
del centro d'Europa, e l'Austria, affranta dalle ultime sconfitte, e la
Francia nuovamente imbarazzata di un serotino esperimento costituzionale
non avrebbero potuto arrischiarsi così presto in campo, egli badava ad
attirare la Confederazione del sud, rimasta indipendente col trattato di
Praga, in una lega militare che preparasse quella politica. Le pretese e
le minacce della Francia capitavano a buon punto.
Il conte di Bismarck si destreggiò in tale torneo con una abilità pari
se non superiore a quella del conte di Cavour.
Quindi, dopo aver ricusato superbamente ogni cessione di territorio
sulla riva sinistra del Reno, per forzare gli stati del sud a stringere
colla Confederazione del nord una lega militare, rivelò loro il disegno
presentato dalla Francia nei preliminari di Nikolsburg, col quale si
chiedeva una striscia dei territori dell'Assia e della Baviera, e che
l'ingenuità del diplomatico francese De Benedetti gli aveva lasciato
nelle mani. Naturalmente gli stati del sud, spaventati dai pericoli di
questa rivelazione, strinsero colla Prussia un segreto trattato militare
per la garanzia reciproca dei proprii territori, mettendo a sua
disposizione tutte le loro truppe in caso di guerra contro lo straniero.
L'intimazione di Thiers, che a nome della pubblica opinione francese
aveva gridato a Bismarck dall'alto della tribuna accennando al Meno:
«fin qui e non oltre!», non era più che una frase insulsamente spavalda
come il _jamais_ minacciato da Rouher agli italiani.
Ma Bismarck, per togliere alla Francia ogni aureola di liberalismo,
finse abilmente di secondarla nelle mire invaditrici sino a prometterle
in un trattato, cui non appose mai la firma, il proprio aiuto per
annettersi il Belgio e il Lussemburgo; poi, nel momento che Napoleone
credeva di restaurare il proprio credito in Europa con tali acquisti,
egli si ritrasse bruscamente eccitando la pubblica opinione in Germania
a così fiere proteste contro la cessione del Lussemburgo da essere
costretto a minacciare l'Olanda come di un _casus belli_, se mai vi
consentisse. Alla diplomazia francese non restava quindi altro terreno
di lotta che il trattato di Praga, accusando il nuovo parlamento
doganale germanico di contrastare alla Confederazione del sud ed
eccitando in questa gli elementi separatisti. Ma il sentimento
patriottico della Germania, esasperato da queste intromissioni
straniere, precipitava nell'unità prussiana non senza qualche sorda
minaccia alla Francia. Di rimpatto questa usava ogni modo di amicarsi
l'Austria: un convegno a Salisburgo (27 agosto 1867) fra i due
imperatori era già sembrato il prologo di un'alleanza, che l'antagonismo
degli interessi non aveva permesso; poco dopo l'eccidio di Mentana
Vittorio Emanuele aveva tentato di rannodare tali pratiche. I tre
sovrani trattavano segretamente con diplomatici di corte; nè ministeri,
nè parlamenti da principio sapevano delle trattative, ma l'impossibilità
per Napoleone di fare qualche concessione all'Italia su Roma impedì ogni
alleanza.
Allora si diffuse per tutta Europa una grande illusione di pace come una
di quelle abbaglianti serenità che sogliono precedere le tempeste.
Fine del Papato temporale.
Contemporaneamente in Italia il partito mazziniano dava gli ultimi
tratti e il papato, quasi presago della fine del proprio regno, riuniva
in San Pietro un concilio ecumenico per stabilire il dogma
dell'infallibilità pontificia. Il principio dell'autorità divina,
rappresentato per tanti secoli da pontefici e da re, doveva
necessariamente ripiegarsi, dai campi della politica conquistati dal
principio razionalista della sovranità popolare, sul cattolicismo come
sulla religione più alta dell'umanità e nella quale il governo diretto
di Dio era più evidente. I miti della redenzione di Cristo e della sua
delegazione a San Pietro avevano fino dai primi tempi dato alla chiesa
un forte carattere monarchico: l'unità da questa assorbita nell'impero
romano, la sua intuizione di Roma come centro del mondo, l'importanza
acquistatavi grado grado, l'alleanza cogli imperi medioevali, avevano
messo il papato al disopra della chiesa stessa in una sfera di autorità
che abbracciava tutta la vita umana. Naturalmente il papato vi si
sviluppò a monarchia. L'antico principio democratico della chiesa
cristiana perì nella sua stessa vittoria sul mondo. I primitivi modi
democratici d'elezione dovettero cangiarsi, quando nel troppo vasto e
molteplice impero cattolico diventò impossibile ai fedeli raccogliersi
regolarmente in comizi per nominare il capo e i maggiorenti della
chiesa. Il mondo era troppo immenso e scarso allora di mezzi di
comunicazione perchè tale procedura fosse anche solo materialmente
possibile.
Quindi più alte necessità teoretiche nelle guerre impegnate
successivamente colla decadenza romana, coi barbari, colle eresie,
costrinsero la chiesa a sempre maggiore unità di comando. La sovranità
del papa vi derivava già dallo stesso concetto monarchico del Dio
cristiano: una essendo la rivelazione, una doveva essere la sua
interpretazione; la rivelazione essendo stata precisa doveva esserne
preciso l'interprete; un concilio di vescovi sarebbe stato fatalmente
democratico, e col fluttuare delle opinioni avrebbe scosso la fede nei
credenti. Il cristianesimo discendendo dal mosaismo era unitario. Il
papato lentamente, irresistibilmente, assorbì tutti i poteri della
chiesa: le corporazioni monastiche lo aiutarono nella lotta contro il
clero regolare, Roma gli dette tradizione e prestigio di unità, le
guerre incessanti della chiesa abituarono amici e nemici a riconoscere
nel suo generale supremo il rappresentante assoluto dell'istituzione:
quindi il papato crebbe al più ideale e vasto impero, che mai il mondo
avesse conosciuto. L'organizzazione gerarchica restringendosi vieppiù,
cinse il papa di un senato di cardinali, fra i quali e dai quali
solamente poteva essere eletto: i vescovi furono come gli antichi
prefetti romani nelle Provincie, i monaci vi rappresentarono gli
accampamenti stabiliti dalle legioni, i parroci vi tennero il più minuto
governo, mentre tutto si accentrava a Roma, donde il papa con un solo
ordine, in una lingua morta e abilmente mantenuta come espressione della
prima unità mondiale, poteva imprimere un moto a tutto l'orbe.
Durante il lungo tumulto medioevale il papato per istinto e per ragione
fu quasi sempre guelfo, favorendo lo sviluppo dei principii popolari: i
suoi pontefici vi esaurirono tutte le varietà dei vizi e delle virtù,
delle verità e degli errori, senza che l'istituzione potesse seriamente
pericolare. Ma il Rinascimento, sorpassando teoricamente il
cristianesimo, diminuì il papato quantunque gli ampliasse il regno. Il
mondo fu scoperto più vasto della missione di Cristo, l'universo
maggiore della creazione di Dio. Allora la guerra delle eresie si mutò
in guerra d'incredulità; il cristianesimo di rivoluzione si cangiò in
reazione, il pensiero si sottrasse a ogni dogma, la scienza ruppe tutti
i limiti ecclesiastici, la filosofia sorpassò le maggiori altezze delle
religioni, il diritto politico ritemprandosi nel diritto naturale tornò
democratico.
In questa ultima guerra la vittoria decisiva fu guadagnata dalla grande
rivoluzione francese. Il papato vi perì idealmente con tutte le
monarchie.
La Santa Alleanza rappresentò la reazione del pensiero cattolico nella
coalizione di tutte le monarchie; ma il papato, essendo più alto di loro
nella lotta politica e toccando davvero al divino, doveva restringersi
in se medesimo per spingere il proprio principio monarchico al disopra
di ogni contatto umano, mentre esse cadevano nell'inevitabile ed assurda
transazione del costituzionalismo. L'infallibilità pontificale, sempre
latente nel cattolicismo, era l'ultima risposta del principio monarchico
al principio democratico. Così l'eterno dualismo della storia ritornava
alla semplicità dei propri dati. Il concilio ecumenico riunito in San
Pietro (1869) compiva l'evoluzione del papato nel momento che l'impero
napoleonico, ultima larva dell'impero di Carlomagno, stava per sparire,
e il principio democratico di Lutero per trionfare in Germania
fondandone un altro. Nelle Spagne l'impero di Carlo V aveva ceduto il
luogo ad una republica effimera, arra di republica avvenire; il Sacro
Romano Impero non era più a Vienna che un impero eteroclito; solo
l'impero russo si dilatava potente di avvenire, e l'Italia riprendeva
per un istante il proprio posto all'avanguardia della civiltà
disponendosi ad inaugurare in Roma l'èra del diritto popolare.
Infatti il concilio ecumenico, sorpreso dalla rivoluzione, potè appena
proclamarvi l'infallibilità del papa; quindi dovette aggiornarsi per
essere riconvocato chi sa quando.
Ma se il papato saliva così a più alta sfera di idealità, il suo governo
a Roma era caduto dopo Mentana nella più umiliante insignificanza. Roma
non era più che un'immortale rovina cinta dal deserto del proprio agro.
Le locomotive solcandolo parevano sperdute in un lembo di storia antica
tra mandriani vestiti ancora come ai tempi delle Georgiche, e che le
guardavano passare nere e fumiganti colla stessa indifferenza dei
bufali. Dell'antica università restava appena il vestigio; in essa non
si trovava che un solo microscopio di vecchissimo modello; pel gabinetto
o laboratorio di fisica non si spendevano che 1151 lire, per quello di
zoologia e di anatomia comparata 1347, per l'altro di mineralogia 274,
per la biblioteca Alessandrina, l'unica che fosse dello stato, 1453.
Mancavano cattedre, professori, libri, studenti. Non più arti, nè
artisti all'infuori degli stranieri che vi convenivano a studio; deserto
il municipio, mentre nel Vaticano si affollavano prelati di ogni lingua,
inconsapevoli dell'epoca nella quale vivevano, e superbi dei ventimila
mercenari sbraveggianti per la città.