Fortunatamente la nazione trovò in Quintino Sella l'eroe della propria

finanza.

Quintino Sella.

Egli solo nell'entusiasmo delle prime feste patriottiche, all'indomani

della proclamazione del nuovo regno, aveva osato pronunciare la stridula

e minacciosa parola del fallimento. La finanza, maneggiata

intrepidamente dal conte di Cavour come istrumento di guerra, doveva

dopo la vittoria diventare la base del nuovo stato. Illusioni classiche

e rivoluzionarie dicevano allora l'Italia ricca; non si comprendeva

ancora la differenza fra la moderna vita industriale e l'antica, non si

conoscevano abbastanza l'assetto e le forze delle altre nazioni; lo

stesso orgoglio, che ci aveva fatto credere sino all'ultimo di essere

sempre alla testa della civiltà europea, ci persuadeva di possedere

risorse capaci di resistere a ben altro che alla nostra rivoluzione.

Così le prime ammonizioni del Sella parvero pedantescamente brutali.

Ma l'irosa meraviglia del pubblico non arrestò l'austero finanziere. La

sua gagliarda fibra montanara di mercante cresciuto da una famiglia,

nella quale l'industria della lana esercitata da secoli diventava come

un titolo di nobiltà, era di quelle che si temprano nelle battaglie, e

vi si fanno infrangibili e squillanti. Nato nel 1827 e ministro delle

finanze nel 1862 col ministero Rattazzi, era ancor giovane, di una

natura media potente di equilibrio e di salute. Lo dicevano già illustre

naturalista e matematico. Aveva studiato a Parigi durante la rivoluzione

del '48 e ne era ritornato per offrire il proprio braccio alla patria,

ma il ministro sardo Desambrois lo aveva aspramente redarguito. Le sue

prime impressioni politiche erano state a Parigi una grande diffidenza

delle sommosse popolari, e in Italia una entusiastica ammirazione per

Garibaldi nella difesa di Roma, quando invece il conte di Cavour già

infervorato di egemonia piemontese si rallegrava alla caduta di quella

republica mazziniana. Ma della ultima rivoluzione federale italiana

Sella non aveva ben sentito che il dolore del disastro finale,

consolandosene austeramente cogli studi. Quindi ingegnere presto celebre

per alcune memorie sui cristalli, professore di matematiche, deputato,

segretario al ministero della pubblica istruzione, il suo ingegno calmo

e il suo carattere tenacemente onesto lo trassero al ministero delle

finanze. Fra tutti i luogotenenti di Cavour, egli il più giovane, era

quello che meno gli somigliava e doveva maggiormente giovare alla sua

tradizione. Mentre il Minghetti, il Farini, il Ricasoli, il Rattazzi,

tendevano a destreggiarsi nella diplomazia, in essa riponendo gloria e

salute, il Sella libero da dottrine economiche e da vincoli partigiani

rappresentava inconsapevolmente la parte sana di quella borghesia, che

avendo trionfato colla rivoluzione doveva mutarla in governo regolare.

Il suo patriottismo era quindi egualmente alieno dagli eroici fervori

mazziniani e dalle subdole riserve monarchiche: amava con lealtà antica

la dinastia di Savoia, ma voleva annullarne la conquista regia in una

più vasta opera italiana.

Il problema delle finanze diventava perciò non solo un problema di vita

economica, ma di vita morale. Tutte le fortune della rivoluzione

sarebbero state indarno, se la nazione abbandonata a se medesima non

avesse saputo ordinarsi internamente.

In mezzo alle preoccupazioni rivoluzionarie, che dovevano poi risolversi

nell'alta tragedia di Aspromonte, egli pensò tosto ad assodare la prima

unità del regno nelle finanze col richiamare gli spiriti alla serietà di

un lavoro collettivo dal torneo ormai inutile delle armi popolari. Uomo

politico nel senso corrivo della parola non era: nella fredda onestà

dell'ingegno, cui l'arguzia dava tratto tratto un lampo cristallino,

egli giudicava troppo severamente uomini e cose per acquistare nel

parlamento seguito di capitano. Incrollabile nelle proprie convinzioni

ed ostinato al trionfo delle proprie idee, gli mancava quella qualità

del corrompere e del lasciarsi corrompere senza la quale riesce

impossibile raccozzare intorno a se medesimo abbastanza interessi per

farli servire, spesso loro malgrado, ad un principio.

Egli stesso giudicandosi più tardi «così alieno dal comandare come da

ubbidire» spiegava chiaramente le vicende della propria altalena

ministeriale e di quel soccombere suo nel parlamento, mentre le sue idee

finivano sempre per trionfarvi. Ma se malgrado una incontestabile

abilità di parlamentare nelle discussioni gli falliva per fortunata

mancanza di qualità negative quella di capo-partito, a certi momenti,

quando nell'addensarsi dei pericoli la destrezza volgare non serviva più

e bisognava per superare le crisi attingere nell'onestà della coscienza

la forza di sfidare ingiustizie di corte, di parlamento o di piazza,

forzando i partiti a frangere la propria orbita, allora Sella diventava

il più forte uomo politico del proprio periodo.

Come la borghesia, che incarnava, egli aveva quindi più istinti che idee

e più carattere che ingegno; era così democratico da non sentire vanità

per nessuna carica, ed abbastanza aristocratico per appassionarsi a

tutte le più fini bellezze dello spirito; adorava la propria famiglia

come un antico; esercitava la politica come un dovere, ritornando ne'

suoi intervalli alla scienza e conservando sino agli ultimi giorni la

passione delle Alpi e delle miniere, senza chiedere alla nazione nè

premio nè giustizia per la propria opera.

Se Mazzini e Garibaldi erano la grande originale poesia della

rivoluzione, e il conte di Cavour vi aveva rappresentato la tradizione

monarchica, Quintino Sella vi mostrò il carattere borghese nella sua più

complessa potenza di mercantilismo e di scienza, di onestà e di lavoro,

d'iniziative e d'equilibrio.

L'ingresso alla vita politica non poteva essere più difficile per un

uomo della sua tempra. Non essendo nè economista, nè finanziere, egli

non portava al ministero delle finanze che una rettitudine di matematico

e di mercante: conosceva poco i partiti e non li amava. Nella politica,

credeva con assennata lealtà all'egemonia della casa di Savoia come al

solo mezzo capace di unificare l'Italia; ammirava Garibaldi e Cavour,

riconosceva l'altezza morale di Mazzini, calcolava sulla sodezza

costituzionale di Vittorio Emanuele, senza troppo illudersi sulla

capacità o sulla nobiltà del parlamento, quantunque vi stimasse molti

individui. L'assordante rettorica delle discussioni non gli nascondeva

la povertà dei caratteri e degli ingegni stordentisi di frasi. Il suo

metodo, angustamente ma fortemente sperimentale, consisteva tutto

nell'applicare allo stato i dettami dell'economia domestica; la sua

eloquenza piuttosto che dall'arte prendeva vigore dalla profondità delle

convinzioni; la sua libertà veniva da una specie d'isolamento politico

abbastanza giustificato dalla qualità del suo ufficio. La finanza, che

non può mai essere un'opinione, doveva allora imporsi a tutti i partiti

come una realtà trascendente.

Il pericolo del fallimento.

Al primo sguardo Sella vi scoperse il fallimento. Una lotta eroica

diventava quindi inevitabile colla nazione per salvarla dall'abisso, ove

avarizia e ignoranza la spingevano.

Politicamente pochi problemi in questo secolo furono più difficili.

Il paese gavazzava allora nella prima illusione della libertà: era

povero e si credeva ricco, era stato fortunato e non voleva cessare di

esserlo; ignorava se medesimo, non capiva gran cosa nella propria

rivoluzione e si ricusava risolutamente agli ultimi sacrifici necessari

per compierla. Mazzini e Garibaldi avevano trovato più volontarii che

denaro alle proprie imprese. Quindi domandare sempre e dappertutto

denari all'Italia era allora il più aspro problema e il più generoso

ardimento. Nè partiti, nè ministeri, preoccupati della politica estera

ed interna, avevano un concetto chiaro della situazione finanziaria.

Nella sua prima esposizione finanziaria del 1862 Sella provò che il

disavanzo previsto dal suo antecessore Bastogi in 317 milioni, era

invece di 433; gli esercizi antecedenti al 1861 avevano lasciato un

vuoto di 530 milioni riempito da un prestito mediante alienazione di

rendita. In due soli anni il debito pubblico era aumentato di 924

milioni, precisamente il doppio della rendita annuale. A fronteggiarlo

era impossibile contare su risparmi di spese militari o di opere

pubbliche nelle attuali condizioni del paese o su prestiti che avrebbero

subìto un ribasso del 40% deprimendo il corso della rendita; alle

imposte, unico rimedio, il parlamento recalcitrava. Sella ebbe appena il

tempo di preparane alcune abbastanza lievi che, travolto col ministero

Rattazzi dalla catastrofe di Aspromonte, dovette rassegnare le

dimissioni. Ma la situazione era così peggiorata che il disavanzo

complessivo di cassa per gli anni 1862-63 saliva a circa 772 milioni;

fra i mezzi straordinari, cui egli accennava allora per provvedere a

tale somma, 150 milioni di una nuova emissione di buoni del tesoro, un

prestito di 550 milioni su altre cartelle del debito pubblico, 150

milioni anticipati per locazione di ferrovie e 150 milioni di altre

imposte, s'annunciava già l'idea del macinato. Provvedimenti però che

egli stesso dichiarava insufficienti, e proponeva solo perchè maggiori

sarebbero stati respinti dal parlamento.

Il Minghetti, che gli succedette alle finanze nel ministero Farini, era

economista di grido nelle sfere governative, ma di tempra troppo fiacca

e d'ingegno troppo leggero per sopportare tanta soma di rovina

economica. Quindi come tutti gli agili girò intorno al problema invece

di affrontarlo. Mentre il Sella giudicava severamente questione di vita

o di morte il raggiungere tosto il pareggio fra le spese e le entrate

ordinarie, egli credeva abile politica procrastinarlo sino al 1867,

illudendosi su risparmi impossibili e non calcolando sulle nuove imposte

che per due quinti. Così la finanza cedeva alla politica parlamentare

invece di signoreggiarla: ma tutte le rosee previsioni del Minghetti

sfumarono e del suo passaggio al ministero non rimase altra traccia che

in un prestito di 700 milioni. Il Sella, fisso nella necessità d'imporre

al paese i più duri sacrifici, si ripiegava allora dalla sinistra sulla

destra, come su partito più disposto a sfidare l'impopolarità delle

tasse, ma appoggiò patriotticamente alla Camera il ministero Minghetti

sostenendone le proposte, frutto in gran parte delle precedenti

amministrazioni, pel riordinamento del lotto, per le aspettative e

disponibilità degli impiegati, per la ricchezza mobile e pel dazio

consumo; le quali ultime sarebbero riuscite più logiche ed efficaci, se

tutte le sue idee vi avessero trionfato.

Però nell'acuirsi della crisi finanziaria il Sella fu ricondotto al

ministero delle finanze dal Lamarmora, incaricato di liquidare la triste

eredità della Convenzione di settembre. La sua posizione già difficile

di finanziere poco disposto a transigere sulle tasse, diventava

pericolosa colla nuova responsabilità di un patto rinnegante il maggiore

diritto della nazione. Ma non abbastanza rivoluzionario per sentirne

tutta l'intima tragedia, pur dolendosene in segreto, egli credeva

anzitutto impedire peggiori conseguenze coll'eseguirlo per allora

fedelmente; quindi si volse a fronteggiare la tristissima situazione di

cassa. Il disavanzo era tale che in quell'ottobre (1864) mancavano circa

200 milioni per pagare le imminenti scadenze del dicembre. Nella crisi

monetaria allora travagliante l'Europa, era impossibile pensare a

prestiti per le gravissime condizioni che i prestatori avrebbero

imposto; il servizio del debito pubblico, appena di 90 milioni nel 1860,

era già salito a 220. Sella non si scoraggì: propose di procurare al

tesoro 70 milioni mediante una anticipazione del prezzo ricavato dalla

vendita dei beni demaniali e una alienazione di altri buoni; quindi di

esigere dal paese l'anticipazione dell'imposta fondiaria del 1865.

Quest'ultimo provvedimento era così grave che il Ricasoli da lui

interpellato non osò approvarlo. Nondimeno fu insufficiente. In quella

febbre del fallimento Sella, spingendo sino alla minuzia il proprio

sistema di risparmio, ritagliò la lista civile del re e lo stipendio dei

ministri, affermando di volere 60 milioni di economie su tutti i bilanci

oltre 40 milioni di aumento nelle imposte esistenti. Al principio del

1865 mancavano sempre 625 milioni pel servizio di cassa, e che bisognava

ottenere vendendo per 200 milioni di beni demaniali e contraendo un

prestito di altri 425 milioni. Il problema delle finanze italiane pareva

riprodurre quello del mitico Sisifo.

Malgrado tale sinistra evidenza il Minghetti, e con lui la maggior parte

degli economisti parlamentari, si stordivano ancora nella speranza che

con alcune riforme, economie, piccole tasse nuove e ritocchi alle

vecchie si potesse arrivare al pareggio. Non si osava affrontare la

verità finanziaria e si giuocava di equivoca abilità per nasconderla al

paese, onde colui, che si arrischiasse di esporla per cercarvi i rimedi,

ne fosse come l'inventore ed il responsabile. Invece la situazione

peggiorava: nel 1865 era già più difficile ridurre il disavanzo da 265 a

165 milioni che non nel 1863 raggiungere il pareggio. Nessuna delle

grandi tasse vigenti aveva ancora abbastanza elasticità per forzarne di

altri 100 milioni il reddito. Dopo aver diviso le spese in tangibili ed

intangibili, quelle per 485 e queste per 443 milioni, si doveva

convenire che anche sulle prime diventavano impossibili serie economie,

giacchè esercito e marina avevano continuamente d'uopo di aumenti, e le

opere pubbliche si dovevano proseguire per sviluppare la ricchezza

nazionale. A conti fatti lo stato spendeva annualmente circa 300 milioni

più delle proprie entrate.

In tali condizioni, mentre la borghesia gravata precipuamente dalla

fondiaria, dalla ricchezza mobile e dal bollo e registro, inalberava ad

ogni nuovo accenno di tasse, non restava più che colpire la massa del

popolo con un'imposta sulla macinazione dei cereali, sebbene il governo

avesse già dovuto abolirla in tutte le provincie annesse come per

anticipazione di maggiore benessere materiale. Il Sella, abbastanza bene

istrutto della miseria delle popolazioni agricole, sulle quali il nuovo

balzello avrebbe più duramente pesato, esitò a proporlo, e non vi si

risolse che attirato egli stesso dalla vertigine di una più profonda

tragedia finanziaria. Nessun altro mezzo finanziario si presentava

allora capace di produrre 100 milioni all'erario; la camera,

bigottamente proclive ad accordi con Roma, riservava la vendita dei beni

delle corporazioni religiose per una convenzione anche peggiore di

quella di settembre, e che andò poi fortunatamente fallita: impossibile

pensare ad un incameramento dei beni delle parrocchie. Solo una tassa

del macinato, gravando indistintamente tutti i contribuenti, poteva

supplire ai più urgenti bisogni dell'erario. Di giustizia distributiva

nel sistema finanziario d'allora non era il caso di parlare; ma per una

delle solite contraddizioni politiche quella stessa borghesia, che

spingendo il bilancio dello stato a precipizio sulla china delle spese

cercava con egoistica avvedutezza di sottrarsi alle imposte necessarie,

si opponeva al macinato in nome del popolo, meno ancora per pietà della

sua condizione che per un rimasuglio di classicismo economico non scevro

di qualche timore. Infatti nessun balzello poteva in quel momento essere

più doloroso al popolo delle campagne. Al primo parlarne fu quindi un

_tolle_ generale: l'opposizione scoppiò nel seno stesso del ministero.

Il Lanza si dimise dagli interni: il Sella, travolto dall'improvvisa

bufera, dovette anch'egli ritirarsi fra la disapprovazione della camera

e le maledizioni del paese, che lo accusava d'insensata ferocia per aver

voluto tentare una cura radicale del male fatto da tutti.

Gli succedette lo Scialoia.

Ma poichè la situazione rimaneva la stessa, questi dovette cacciarsi nel

medesimo solco pur non osando sostenere il disegno del macinato e

cercando indarno di sostituirlo con una imposta sulle bevande. Il

pubblico percosso da tanti allarmi pensò allora con infantile rettorica

di rimediare ogni male per mezzo di un consorzio nazionale costituito in

Torino a raccogliere offerte e capitalizzarle sino a poter saldare tutto

il debito nazionale. Così, mentre la nazione rifiutava di assoggettarsi

alle imposte necessarie, si credeva da alcuni che avrebbe potuto offrire

volontariamente più delle imposte. Intanto l'alleanza colla Prussia e

l'imminenza della nuova guerra contro l'Austria rendevano più difficile

la situazione finanziaria. Si dovette ottenere dal parlamento la facoltà

di provvedere alle finanze con mezzi straordinari, e si giunse al corso

forzoso autorizzando con decreto reale la banca nazionale ad emettere

per 250 milioni di biglietti. Quindi la guerra distrasse l'attenzione

del paese a maggiori pericoli.

Sella, cui si voleva dare il ministero della marina, lo ricusò per

andare commissario nel Veneto, ove rese segnalati servigi. Finita la

guerra, si trovarono enormemente cresciuti il debito pubblico e le

spese. Lo Scialoia soccombette dopo aver proposto qualche scarso

espediente e rinnovato le illusioni del Minghetti; il Depretis, passando

dal ministero della marina a quello delle finanze, non vi fece molto

miglior figura. Poi venne la volta del Ferrara, il maggiore economista

d'Italia, che dopo aver difeso teoreticamente la tassa del macinato

aiutandovi persino il Sella negli studi, non osò imporla alla Camera.

Nel 1867 il disavanzo era ancora di 260 milioni e si prevedeva nel 1868

di altri 180: al dicembre dello stesso anno occorrevano 580 milioni. Non

si ardiva nè ricorrere a prestiti, nè aumentare la circolazione

cartacea: i 600 milioni, che si potevano ricavare dall'asse

ecclesiastico, bastavano appena a liquidare il passato.

La caduta del ministero Rattazzi per la catastrofe di Mentana salvò il

Ferrara dalle finanze, e vi trasse il Cambray-Digny. Nessuno aveva

arrischiato di attuare quanto il Sella aveva proposto; ma le condizioni

dello stato seguitavano a peggiorare. Il nuovo ministro, segnalando il

disavanzo del 1869 in 240 milioni, dichiarò che negli anni seguenti

sarebbe sempre aumentato sino a rendere impossibile ogni rimedio. Allora

la tassa del macinato, ripresentata dal ministero con parecchie e non

buone modificazioni, passò per opera specialmente di Sella. Questo tardo

trionfo di finanziere segnò la sua condanna di uomo politico: tutti gli

odii si scaricarono sopra di lui perchè tutti sapevano come alla sua

tenacia si dovessero precipuamente i continui sacrifici di denaro

imposti al paese. Ma nemmeno l'imposta del macinato bastava più a

vincere il disavanzo: si dovette aumentare il corso forzoso, cedere per

180 milioni anticipati il monopolio dei tabacchi ad una regìa

cointeressata, con patti così onerosi per lo stato e con sì loschi

intendimenti che il Sella e il Lanza offesi nell'onestà vi si opposero

accanitamente quantunque invano.

Intanto la lotta dei partiti alla camera rendeva sempre più difficile

l'accettazione di un vero disegno finanziario. Il Sella per il

liberalismo delle proprie idee avrebbe dovuto sedere a sinistra, ed era

respinto a destra dall'opposizione rivoluzionaria di quella; la destra

invece lo accusava di giacobinismo; la sua indipendenza dai partiti lo

rendeva malviso a tutti; l'austerità di qualche rimprovero sfuggitogli

aveva irritato contro di lui la corte, mentre nella stampa quotidiana e

su dalle piazze saliva un ignobile coro d'improperi intorno al suo nome.

Fra tanti nemici non un amico dei molti allora in favore del pubblico

che lo difendesse. Nella fantasia popolare e nell'opinione stessa della

camera egli solo rappresentava la necessità di sempre nuovi sacrifici,

offendendo simultaneamente l'egoismo delle masse e la falsa abilità dei

politicanti.

Quindi il Cambray-Digny potè troppo tardi applicare alcune idee del

Sella, quando anche i più riottosi dovevano assoggettarvisi, senza

esserne odiato e ottenendo presto il perdono dell'oblio; mentre a Sella

tornato ministro alla vigilia della conquista di Roma crebbero gli odii

plateali e le inimicizie parlamentari.

Il suo terzo ministero delle finanze fu il più glorioso. Senza tener

conto della sua influenza decisiva sulla corte per impedirle una

alleanza colla Francia e per spingerla alla conquista di Roma, in esso

meritò l'eterna riconoscenza della patria col trascinare finalmente

tutti i partiti a seguirlo nell'opera suprema della ricostituzione

finanziaria. Gli insuccessi di tutti i ministri, succedutisi dopo di lui

alle finanze e costretti direttamente o indirettamente a riconfermare i

suoi disegni, aveva persuaso anche i suoi più intransigenti avversari

che egli solo era abbastanza onesto d'ingegno e potente di volontà per

salvare la nazione dal fallimento. Se le resistenze dottrinarie della

sinistra e le subdole riserve della destra lo impacciavano ancora

nell'opera, quella da lui prestata alla conquista di Roma e l'eroica

prova di oramai dieci anni contro la crescente rovina della nazione

toglievano ai nemici l'autorità necessaria per abbatterlo.

Così, assumendo il portafoglio delle finanze, prima ancora che l'immane

conflitto fra Prussia e Francia fosse scoppiato, nell'esposizione del 10

marzo 1870 egli presentò il conto generale dell'amministrazione dal 1862

al 1867 e la situazione del tesoro 1868-69. In tale quadro duramente

colorito, la vita pubblica e segreta della nazione si rivelava per la

prima volta alla coscienza pubblica. Naturalmente il conto risentiva

della confusione rivoluzionaria, nella quale la nazione si era

costituita, ma spiegava abbastanza chiaramente la lotta sostenuta dalla

nazione per accrescere le entrate ordinarie e diminuire le spese di

amministrazione. Dal 1862 al 1870 le prime erano salite da 471 a 880

milioni, mentre le seconde, quelle tangibili, erano discese da 681 a 441

milioni. Il miglioramento avrebbe quindi dovuto essere di 649 milioni, e

dacchè il disavanzo ordinario del 1864 era di 210 milioni, l'avanzo

finale non poteva non raggiungere i 200 milioni. Invece il disavanzo era

di 450 milioni, perchè negli ultimi otto anni per riparare alle

deficienze dei bilanci si erano contratti per 4 miliardi di debiti e

cresciute le spese intangibili da 239 a 670 milioni.

Si erano fatti sacrifizi enormi, ma non a tempo e con giusti criteri.

Malgrado tutti gli sforzi il disavanzo del 1871, detratti i rimborsi dei

debiti redimibili, rimaneva sempre di 110 milioni: Sella ne chiedeva 25

alle economie, 10 di più al macinato, 2 alle volture catastali, 40 ai

centesimi addizionali della ricchezza mobile sottratti ai comuni e alle

provincie per attribuirli allo stato, altri 10 al dazio consumo e gli

altri a minori provvedimenti. Pei 200 milioni mancanti alla cassa

presentava una nuova convenzione colla banca nazionale, che portava a

500 milioni il debito dello stato verso di essa e la dispensava

dall'obbligo della riserva metallica, pari all'ammontare dei mutui.

Per garanzia il governo le avrebbe concesso in deposito 588 milioni di

obbligazioni dell'asse ecclesiastico.

Così si sarebbe raggiunto non già un pareggio assoluto nel bilancio, ma

un equilibrio fra l'attivo e il passivo, mettendo fuori conto i rimborsi

dei debiti estinguibili ai quali si sarebbe provveduto con operazioni di

credito. La camera votò questo «omnibus» finanziario, ma il Sella,

oppugnato vivamente dalla sinistra, dovette imprigionare per sempre la

propria libertà nella destra.

L'Italia aveva finalmente superata l'ardua prova economica.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 19 / 29 段