considerati come pazzi che avessero voluto forzare l'impossibile, si
giudicava severamente l'opera di Garibaldi, si accusava Rattazzi di aver
compromesso le sorti delle istituzioni, non si misurava abbastanza bene
la nuova bassezza, alla quale era sceso Vittorio Emanuele; mentre per
una delle solite contraddizioni spiacevano le compiacenze servili del
Menabrea alla Francia, e i suoi postumi rigori contro i volontari.
Naturalmente la discussione degli ultimi avvenimenti si restrinse alla
camera, senza guadagnarvi nè di logica nè di nobiltà. La destra
intransigente vi si accanì contro Garibaldi e più contro Rattazzi, capo
della sinistra: pareva ad essa un sacrilegio l'aver tentato contro il
volere della monarchia la questione di Roma: quindi colla vanteria di
una praticità fatta di sommissione e di pedanteria derideva come
rettorica le magnanime affermazioni del diritto nazionale su Roma, e
respingeva come ingratitudine le pretese di una emancipazione
dall'impero francese ancora arbitro d'Europa. Di rimpatto la sinistra,
giustamente sospettata di riserve republicane, accusando la destra di
partito antinazionale, ricadeva sotto il sospetto di voler abbattere le
istituzioni, mentre i veri rivoluzionari si lagnavano invece che avesse
tradito la rivoluzione a profitto della monarchia. La colpa, palleggiata
da partito a partito, da ministero a ministero, dal re a Garibaldi, era
uguale in tutti. Questi solo aveva voluto dar Roma all'Italia malgrado
il papa, l'impero e la monarchia, ed era stato battuto, ma la sua
sconfitta isolava Napoleone in Europa togliendogli ogni possibilità di
nuova alleanza coll'Italia, infamava il papato ed abbassava la
monarchia.
Il motto di Enrico Cairoli morente -- il problema è sciolto! -- era stata
una di quelle rivelazioni, che la storia talora accorda all'agonia degli
eroi.
Il linguaggio insolente della Francia, cui il ministro Menabrea opponeva
i più sciatti complimenti, compiva il discredito del governo: le
arringhe abilissime del Rattazzi dichiarante di avere per rispetto alla
Convenzione, sebbene violata dalla Francia, cercato d'impedire la
spedizione di Garibaldi e voluto poi intrepidamente prevenirla colle
truppe regie occupando il territorio pontificio onde evitare
l'intervento francese, rendevano col paragone più supine le
dichiarazioni del nuovo ministero: Quintino Sella, ammirabile di calma
risoluta fra tanta incertezza di passioni e di idee, proponeva indarno,
e per quanto povero era ancora il solo rimedio, un ordine del giorno
puro e semplice che riconfermasse Roma capitale d'Italia come risposta
al _jamais_ del ministro francese. Finalmente il Bonfadini ne presentava
un altro mostruosamente contradditorio che, riaffermando indirettamente
Roma capitale e deplorando che si fosse voluto ottenerla con mezzi
contrari alle leggi dello stato e ai voti del parlamento, conchiudeva
coll'approvare l'opera del ministero.
La camera respinse anche questo, il ministero cadde, e il re incaricò
daccapo il Menabrea di formarne un altro. Così la Corona, intervenendo
nelle lotte parlamentari per troncarne colla propria autorità un
dibattito pericoloso, riconfermava il vassallaggio della nazione alla
Francia.
Fu questa l'ultima e non meno triste scena del tristissimo dramma.
Mentana rimaneva l'ipogeo della politica regia, come Marsala era stata
l'apogeo della politica rivoluzionaria. Il moto rivoluzionario troppo
vantato dai giornali radicali non aveva dato che poche migliaia di
volontari e un inconcludente soccorso pecuniario: Rattazzi
assecondandolo senza aver preparato l'esercito alla possibilità di uno
scontro colla Francia, aveva reso inevitabile il disastro: per la
monarchia non vi sarebbe stata altra salute che nell'imitare la semplice
e fulminea politica del conte di Bismarck, occupando Roma con tale
prestezza da mettere l'impero francese nell'impaccio di rompere guerra
all'Italia, e forse allora la Prussia avrebbe potuto rattenerlo con una
sola minaccia di attacco sul Reno. Ma la monarchia non aveva sola la
responsabilità della catastrofe. I volontari erano stati scarsi alla
guerra, avevano disertato dal campo, si erano battuti malamente a
Mentana malgrado l'eroismo degli ufficiali, si erano sbandati nella
ritirata da Monterotondo strappando a Garibaldi parole roventi di
biasimo. I mazziniani con insensata gelosia seguitavano ancora a
vituperare Garibaldi di aver voluto combattere nuovamente con bandiera
regia, quando egli stesso venendo meno questa volta al solito buon senso
politico aveva alzato bandiera neutra, assunto il titolo equivoco di
generale della republica romana e taciuto del re nei proclami da
Monterotondo. Nell'esercito regolare, malgrado qualche applauso a
Garibaldi prima del rompere delle ostilità, nessun vero entusiasmo: al
comando di varcare i confini pontifici, quando già i francesi marciavano
con forze triple contro i garibaldini, tutti avevano freddamente
obbedito: non un battaglione si era sollevato per correre in soccorso ai
volontari, non uno dei tanti ufficiali garibaldini, che vi coprivano
alti gradi, aveva rotto la spada piuttosto che ubbidire all'ordine di
assistere impassibile all'eccidio degli antichi commilitoni sotto le
mura di Roma per mano dei francesi e a difesa del papa. L'esercito come
la nazione aveva sentito l'onta divorandola in silenzio.
Il re, indarno paragonato da letterati cortigiani a Guglielmo d'Orange,
si era eclissato nei lunghi preliminari dell'azione invece di
mostrarvisi con cauta risolutezza, e aveva poi subìto, scongiurandole
con inutile umiltà, tutte le prepotenze francesi; il parlamento aveva
difeso Francia e papato contro la rivoluzione. Il popolo, incapace di
sentire l'idealità di Roma e di volere un'altra guerra nazionale, era
povero, e non domandava che ristori alla propria miseria: era libero, e
non si curava ancora della propria libertà: era padrone, ed ubbidiva a
chiunque lo comandasse, sfuggendo ai pericoli di tutte le combinazioni
politiche colla propria inerzia, e aspettando con inconscia sicurezza il
compimento dei propri destini da un'altra coincidenza europea.
Nullameno il suo odio era adesso per la Francia: Mentana cancellava
Solferino.
Nel dramma di Mentana si erano addensate tutte le antinomie della
rivoluzione per risolversi in una impotenza finale: il papato, per
sottrarsi alla libertà italiana, aveva dovuto abbandonarsi
incondizionatamente all'arbitrio francese; l'impero napoleonico, per
resistere alla democrazia, aveva perduto l'Italia; Mazzini, per tentare
l'estrema prova della propria astratta republica, aveva dovuto
sconsigliare l'ultimo assalto al papato; la monarchia per sostenersi
aveva dovuto schierarsi fra i difensori di questo; la destra
parlamentare per salvare il governo si era mostrata come partito
antinazionale: la sinistra, mantenendosi nell'orbita legale e
separandosi così dalla rivoluzione, si era mutata in partito di governo.
Però la decadenza di questo periodo, che dall'iniziativa francese del
1859 doveva andare sino all'acquisto di Roma nel 1870 nella ruina
dell'impero bonapartesco, s'arrestava a Mentana dinanzi al crescere di
nuove forze dal seno stesso della nazione.
Ultimi conati mazziniani.
Garibaldinismo e mazzinianismo erano consunti. Appena intorno ai due
grandi duci si stringeva ancora qualche manipolo di veterani.
Una nuova generazione stava per sorgere, che non avendo partecipato alle
lotte del risorgimento, non si impigliava nelle sue contraddizioni e non
comprendeva i suoi eroi. L'ultimo tentativo di Mentana aveva provato che
solamente l'impero napoleonico difendeva il papato: nella Francia stessa
i maggiori spiriti, da Michelet ad Hugo, applaudivano Garibaldi, mentre
il congresso proposto da Napoleone per una nuova soluzione della
questione romana falliva dinanzi all'influenza di tutti gli stati. Il
sole dei Bonaparte declinava per sempre all'orizzonte europeo.
Roma tornerebbe indubbiamente all'Italia; questa convinzione era persino
in coloro che non lo avrebbero voluto, e da Roma si inizierebbe per
l'Italia il vero periodo dell'unità. Per ora, aspettando che un altro
trionfo della rivoluzione in Europa rovesciasse l'impero francese,
bisognava aiutare l'intima formazione nazionale con altre forze e con
nuovi elementi. Alla grande poesia delle congiure e delle battaglie
succedeva la passione prosaica degli interessi con iniziative
inavvertite, che dovevano mutare lentamente le condizioni politiche e
sociali del paese. Si cominciava ad accusare di enfasi ogni entusiasmo
politico e di rettorica ogni eloquenza: i mutati modi di guerra
rendevano inutile tutto l'eroismo di Garibaldi, le battaglie del quale,
dopo la grande campagna di Moltke, non erano più che scaramucce: anche
nella guerra la prosa della scienza succedeva alla poesia
dell'ispirazione. L'apostolato di Mazzini non pareva più che una
predicazione di catechismo: nella sua utopia di una terza epoca italiana
in Europa spirava l'ultimo romanticismo filosofico di una scuola morta
col Gioberti. Già la democrazia europea aveva sorpassato con più vaste
formule socialistiche il grande tribuno, che, rivoluzionario in Italia,
era costretto ad essere ora reazionario in Europa. Dalla Francia, dalla
Germania, dalla Russia, grandi scrittori si levavano contro di lui,
mentre le masse sorde alla sua voce rompevano già i confini loro
assegnati dalla sua libertà deridendo la fede nel suo Dio.
Le tendenze positiviste del secolo respingevano l'idealismo da ogni
campo. Economia privata e pubblica attiravano tutte le forze; alle
battaglie dei libri e delle insurrezioni succedevano quelle
dell'industria e del commercio; i lavori si specializzavano, i patrioti
diventavano importuni; si brontolava contro le cariche loro concesse per
meriti di sacrifici, si gridava alla necessità di svecchiare il mondo
dacchè una stessa pedanteria inceppava rivoluzionari e moderati, e
secondo gli uni dissentire da Mazzini, secondo gli altri discutere il re
era un delitto.
Solo Garibaldi, uomo d'istinto e di passioni, restava giovane.
La decadenza mazziniana precipitava. Nullameno la logica del sistema
premeva Mazzini. Egli sentiva con nuova angoscia la necessità e
l'impossibilità di altri conati republicani: ma ritirarsi di fronte alla
monarchia dopo Mentana sarebbe stato un discendere più basso di essa
senza nemmeno le attenuanti della sua situazione politica, e a
combatterla le condizioni del partito repubblicano e della nazione non
davano forze. La Società dell'Alleanza Republicana, da lui fondata negli
ultimi anni, non si diffondeva che alla superficie del paese, quando
invece il governo cresceva ogni giorno d'importanza, malgrado tutti gli
errori della sua politica estera ed interna. Al mazzinianismo non
restava che prendere il malcontento provocato dalle tasse per una
opposizione ideale alla politica monarchica, e soffiarvi sopra con
equivoco patriottismo. Ma il ministero Menabrea vigilava fieramente
sostituendo nelle maggiori città generali a prefetti, sciogliendo
arbitrariamente società politiche, arrestando i più sospetti patrioti,
moschettando le turbe insorgenti contro la tassa del macinato e della
ricchezza mobile. Un'insurrezione era impossibile: oramai Mazzini non
conosceva più l'Italia. Intorno a lui vivente da oltre trent'anni
nell'esilio, si stringeva un sinedrio d'incondizionati devoti e di abili
sfruttatori, che gli falsavano al giudizio la realtà delle cose; gli si
carpivano tristamente lodi, biasimi, ordini e sopratutto i pochi denari
senza che egli nemmeno lo sospettasse.
Dopo l'applicazione delle armi a tiro celere nessuna insurrezione poteva
più prescindere da una specie di pronunciamento militare; si cercò
quindi di sedurre l'esercito ma la propaganda rivoluzionaria, invece di
cominciarvi in alto dai comandanti, fu iniziata nella bassa forza fra
giovani caporali e sergenti senza capacità e senza credito. Era lavoro
pericoloso, immorale ed inutile, che doveva naturalmente concludere a
qualche insubordinazione di caserma punita colla fucilazione come
avvenne poi nel caso del caporale Barsanti disgustando la grande
maggioranza del paese, che dopo le umilianti sconfitte della guerra
veneta seguiva con passione gli sforzi del governo per il riordinamento
militare. Con più assurda idea si pensò ad un grosso comizio milanese
per protestare contro le nuove restrizioni alla libertà di stampa e di
riunione, e vi si invitarono rappresentanti di tutta l'Italia
proclamando che alle provocazioni immancabili della polizia si sarebbe
risposto colle armi. Naturalmente il governo proibì il comizio; quindi
lo infamò per bocca del ministro Cantelli coll'assurda accusa che
dovessero adunarvisi duecento accoltellatori. Nell'eccesso di questa
reazione il ministero giunse persino ad esigere dalla Svizzera
l'espulsione di Mazzini venuto a Lugano; e la republica, contraddicendo
alle vecchie glorie della propria libertà, cedette all'ingiusta
pressione.
Il partito mazziniano, galvanizzato da tali minute persecuzioni, parve
allora rianimarsi. Invincibile nelle accuse alla monarchia di non sapere
e di non volere compiere l'unità della patria colla conquista di Roma,
esso ritorceva con logica superba contro il governo tutti gli espedienti
della sua politica. Infatti il Menabrea nella prima calma succeduta al
disastro di Mentana tornava daccapo a chiedere i buoni uffici della
Francia per stabilire un _modus vivendi_ fra il regno d'Italia e la
Santa Sede, offrendosi di garantire al papa la più illimitata libertà e
di assumersi una grossa parte del debito pontificio, solo che il nuovo
presidio francese si ritirasse da Roma. L'impero respinse colla solita
alterigia l'impossibile accordo e mantenne il corpo d'occupazione a
Roma, come se la Convenzione di settembre non fosse avvenuta. Con non
migliore proposito Vittorio Emanuele tentò di propria iniziativa una
alleanza fra Italia, Francia ed Austria contro la Prussia ponendovi a
condizioni fondamentali per l'Italia lo sgombero di Roma delle truppe
francesi, la consacrazione del principio del non intervento per le cose
italiane, e nel caso di una guerra una rettificazione delle frontiere
del Varo e delle alpi tirolesi. Si sarebbero così ricuperate Nizza e
Trento rinunciando per sempre a Trieste, e lasciando in sospeso la
questione di Roma. Dopo molto tergiversare Austria e Francia ricusarono.
Ma l'Italia dopo Custoza e Mentana alleata coll'Austria e colla Francia
a danno della nazionalità germanica, che stava per rovesciare l'impero
napoleonico, sarebbe stato l'assurdo più ripugnante nella storia del
secolo.
Nel 1868 nuove congiure intendevano ad un moto rivoluzionario, ma senza
più alcuna delle potenti energie di un tempo: non sincerità di fede, non
passione di odio al governo, non chiarezza nello scopo, non vera
preparazione di mezzi. Si congiurava quasi all'aria aperta sorridendone;
si sarebbe detta una Fronda, se il problema ne fosse stato meno solenne
e lo spirito dei congiurati più elegante. Mazzini non osava risolvere:
proclamava la necessità di assalire la monarchia, e indietreggiava
dinanzi alla guerra civile; credeva sempre nel valore del popolo, e
diffidava delle proprie bande. Quindi i primi moti nel Comasco, a
Piacenza e a Pavia (marzo 1869), cominciati contro la sua volontà,
furono così inani che non destarono la menoma apprensione; a Bologna e
nelle Romagne finirono in una innocua scampagnata; il ridicolo ne
colpiva i reduci, che ne ridevano essi stessi. Poi Mazzini da Genova,
ove aveva riparato all'insaputa del governo, meditò un'insurrezione
nella Sicilia.
Era l'ultimo errore della sua politica rivoluzionaria. La Sicilia, calda
ancora della propria rivolta brigantesca e staccata dal continente, non
avrebbe potuto espandere il moto, pur riuscendo a dargli in se stessa
vera forza espansiva. L'imitazione della grande iniziativa garibaldina
diventava così evidente che pareva suggerita dalla rivalità; però nè
egli era l'uomo, nè i tempi e il problema più i medesimi. Mentre la
guerra fra la Prussia e la Francia stava per scoppiare, Mazzini senza
accorgersene era vittima di un intrigo diplomatico di Bismarck, che per
staccare l'Italia dalla Francia intendeva a fomentarvi disordini
promettendo aiuti segreti di armi e di denari alla rivoluzione. Poco
dopo l'astuto cancelliere prussiano, essendo invece riuscito ad
assicurarsi la neutralità dell'Italia, troncava bruscamente ogni
trattativa, e ne avvisava il gabinetto di Firenze.
Mazzini, arrestato nelle acque di Palermo prima d'aver toccato terra,
venne chiuso nella fortezza di Gaeta; il capitano generale scelto da lui
all'impresa, certo Wolf, era un agente segreto del governo.
Così finiva fra un tradimento diplomatico e un tradimento rivoluzionario
l'opera politica del grande agitatore, che primo in Italia fra
riformisti, federali, neoguelfi e carbonari vi aveva nettamente
formulato il principio dell'unità politica. Nessuno aveva cooperato più
validamente di lui al risorgimento d'Italia, e nessuno vi restava come
lui straniero nella fatale decadenza del proprio sistema, fra l'ingrata
indifferenza del popolo, nel momento che la monarchia stava per essere
spinta su Roma da un'altra rivoluzione europea.
CAPITOLO NONO.
La crisi finanziaria
L'ambiente economico.
Mentre tutti i partiti si esaurivano nell'impossibilità di frangere
l'orbita napoleonica, al di fuori di essa la vita ridesta dal grande
trionfo dell'unità vigoreggiava. Nella stessa scettica indifferenza
della nazione per le scene finali del proprio dramma politico era una
superbia giovanile, che guardando più lontano, quando per l'imminente
pienezza dei tempi l'Italia sarebbe in Roma sovrana assoluta di se
medesima, si preparava a lottare su tutti i campi della civiltà colle
nazioni più avanzate d'Europa.
Un potente moto era da tempo incominciato nella produzione nazionale. I
nuovi mezzi di comunicazione, le due grandi mobilitazioni dell'esercito
e della burocrazia, un maggiore contatto cogli altri popoli d'Europa, la
diffusione delle idee, la libertà in ogni opera, e sopratutto una nuova
coscienza avevano già mutata la fisonomia della vecchia Italia straniera
a se stessa da regione a regione. Tutto era a rifare, e a tutto si
poneva mano. Il governo spingeva prodigamente le opere pubbliche; comuni
e provincie seguivano con maggior febbre e peggior metodo l'esempio:
nelle provincie del nord più culte ed alacri tutte le industrie
pigliavano nuovo slancio. Una larga e subita applicazione delle macchine
a vapore raddoppiava i primi saggi di grande manifattura; il Moncenisio
non era ancora aperto che già si preparava il foro del Gottardo; Genova,
cresciuta così a porto di tutta l'Europa centrale, moltiplicava il
proprio commercio; Torino si vendicava nobilmente della decadenza da
capitale sviluppandosi come città manifatturiera; Milano diventava
centro di tutti gli scambi; a Firenze la vita della capitale
galvanizzava il fiacco costume antico; a Napoli le strade aperte nel
vecchio reame attiravano nuovi e fecondi elementi. Al calore di questa
giovane vita e sotto la sferza del bisogno cresceva l'attività: tutte le
carriere aperte a tutti mutavano gli individui in cittadini, le
attitudini si rivelavano nell'esercizio, le capacità erano prodotte
dalle stesse cariche moltiplicate in quel fervore oltre ogni misura.
Dacchè la formazione dell'unità nazionale doveva fatalmente compiersi
col mezzo della monarchia piemontese e di iniziative straniere, la nuova
operosità italiana, invece di svolgersi appassionatamente nella politica
per forzarne i dati, doveva esplicarsi per valori individuali nella
sfera più bassa dell'economia, come a preparazione di più alto periodo
storico. Fra il bisbiglio accademico dei partiti il grosso della gente
non sentiva e non badava che al problema finanziario: chi aveva
risparmiato il sangue doveva prodigare il denaro, e di denaro non solo
aveva d'uopo incessantemente il governo per allestire i nuovi servizi
publici, ma tutti gli altri campi dell'attività. La grandine delle tasse
doveva quindi cadere su mèssi non ancora mature, e talvolta su terreni
appena aperti dal primo aratro.
Nel problema delle finanze s'aggruppavano tutti gli altri, ma senza
speranza di benefiche coincidenze europee e di aiuti avventurieri. Nel
governo diventava suprema difficoltà l'imposizione e l'esazione delle
imposte in tanto squilibrio della nazione fra provincie e provincie: per
l'imposta prediale o antiquati o monchi o mancanti i catasti;
incredibilmente dispari il saggio della produzione anche per la
differenza nei mezzi di scambio; per le ricchezze mobili più difficile
ancora saper dove e come colpire con giustizia approssimativa senza
arrestare il circolo dell'operosità. Poi in molte regioni il nuovo
governo tutt'altro che benviso, e quindi facile ad essere odiato al
primo aumento di pesi: abitudini inveterate e privilegi da togliere a
molti paesi come ultimi caratteri autonomici; nei politicanti e nei
parlamentari dottrinarismo di teorie inapplicabili al momento e al
luogo; più in basso rettorica a favore del popolo per sottrarlo ai
sacrifici inevitabili della crisi; in nessuna classe spontaneità di
offerta e conoscenza vera delle condizioni dello stato.
Finanziariamente il primo fatto della rivoluzione fu il sommarsi di
tutti i debiti dei vecchi stati, e delle spese incontrate per
rovesciarli, in una prima unità ottenuta non senza contrasto: poi venne
quella delle tariffe e delle imposte. Guai e guaiti si moltiplicarono
allora. La formazione italica essendo rimasta a mezzo, bisognava
crescere armi a difesa della nazione e contemporaneamente spremerla per
fecondarla con opere pubbliche. Ma il capitale indigeno si nascondeva
ancora, il risparmio era male organizzato, il capitale straniero si
presentava usuraio e diffidente. Impossibile quindi ogni tentativo di
vera rivoluzione finanziaria. Nelle imposte anzichè alla scienza e alla
giustizia bisognava badare all'incasso, poichè al loro assetto logico
mancavano gli studi, e alla loro equità distributiva contrastava lo
stesso egoismo della borghesia trionfante. Congegni e leggi
amministrative s'incagliavano reciprocamente per difetti di struttura
rendendo più difficile ogni esazione. Così ne venne una guerra fra
governo e contribuenti piena di frodi e di violenza d'ambo i lati: il
malcontento politico vi si mescolò per coprire di nobili pretesti le più
tristi avarizie e le truffe più sfrontate.
La sinistra parlamentare, che come partito rivoluzionario avrebbe dovuto
conservare maggior coraggio nei sacrifici, fu dall'opposizione
sistematica trascinata nella più odiosa rettorica, approvando sempre le
spese e negando sempre le tasse; la destra invece, che contrastando
politicamente alle piazze ne aveva perduto il favore e non sperava
riacquistarlo, trovò nel proprio orgoglio di comando l'energia
necessaria a sostenere il governo; ma destra e sinistra, camera e
senato, non ebbero mai vero programma finanziario.
Alcune tasse sorpassarono i massimi più assurdi: v'ebbero provincie
nelle quali l'imposta prediale raggiunse sino al 76% sulla rendita,
quella dei fabbricati toccò il 50%, i dazi di consumazione inasprirono
la miseria dei più poveri; alle dogane i trattati di commercio stretti
nelle prime ore, quando bisognava impetrare dai grandi stati il
riconoscimento del nuovo regno, diedero la peggiore forma d'imposta,
giacchè la merce straniera vi ottenne trattamento non reso alla nostra
dagli altri paesi. I primi prestiti furono contratti a frutti
esorbitanti, le prime emissioni di rendita subirono disastrosi ribassi;
dai prestiti volontari si dovette venire ai forzati, si ricorse col
macinato all'atroce espediente di colpire tutti i più miseri, mentre
alla tassa della ricchezza mobile da principio quasi tutti i redditi
sfuggivano meno quelli degli impiegati. La vendita dei beni
ecclesiastici parve olio sul fuoco, il corso forzoso della moneta
cartacea fu la maggiore risorsa di cassa, quando tutte furono esaurite
dal crescendo delle spese, alle quali le ultime conquiste della nazione
davano uno spaventevole aire.
Allora da questo abisso senza fondo si affacciò lo spettro del
fallimento. L'Europa, che aveva giudicato simpaticamente la fortuna
politica d'Italia nel suo risorgere a nazione, credette di essersi
ingannata vedendola vacillare sotto il peso dell'improvvisazione
economica.