Il paese intanto si manteneva calmo. I reduci garibaldini vi erano

considerati come pazzi che avessero voluto forzare l'impossibile, si

giudicava severamente l'opera di Garibaldi, si accusava Rattazzi di aver

compromesso le sorti delle istituzioni, non si misurava abbastanza bene

la nuova bassezza, alla quale era sceso Vittorio Emanuele; mentre per

una delle solite contraddizioni spiacevano le compiacenze servili del

Menabrea alla Francia, e i suoi postumi rigori contro i volontari.

Naturalmente la discussione degli ultimi avvenimenti si restrinse alla

camera, senza guadagnarvi nè di logica nè di nobiltà. La destra

intransigente vi si accanì contro Garibaldi e più contro Rattazzi, capo

della sinistra: pareva ad essa un sacrilegio l'aver tentato contro il

volere della monarchia la questione di Roma: quindi colla vanteria di

una praticità fatta di sommissione e di pedanteria derideva come

rettorica le magnanime affermazioni del diritto nazionale su Roma, e

respingeva come ingratitudine le pretese di una emancipazione

dall'impero francese ancora arbitro d'Europa. Di rimpatto la sinistra,

giustamente sospettata di riserve republicane, accusando la destra di

partito antinazionale, ricadeva sotto il sospetto di voler abbattere le

istituzioni, mentre i veri rivoluzionari si lagnavano invece che avesse

tradito la rivoluzione a profitto della monarchia. La colpa, palleggiata

da partito a partito, da ministero a ministero, dal re a Garibaldi, era

uguale in tutti. Questi solo aveva voluto dar Roma all'Italia malgrado

il papa, l'impero e la monarchia, ed era stato battuto, ma la sua

sconfitta isolava Napoleone in Europa togliendogli ogni possibilità di

nuova alleanza coll'Italia, infamava il papato ed abbassava la

monarchia.

Il motto di Enrico Cairoli morente -- il problema è sciolto! -- era stata

una di quelle rivelazioni, che la storia talora accorda all'agonia degli

eroi.

Il linguaggio insolente della Francia, cui il ministro Menabrea opponeva

i più sciatti complimenti, compiva il discredito del governo: le

arringhe abilissime del Rattazzi dichiarante di avere per rispetto alla

Convenzione, sebbene violata dalla Francia, cercato d'impedire la

spedizione di Garibaldi e voluto poi intrepidamente prevenirla colle

truppe regie occupando il territorio pontificio onde evitare

l'intervento francese, rendevano col paragone più supine le

dichiarazioni del nuovo ministero: Quintino Sella, ammirabile di calma

risoluta fra tanta incertezza di passioni e di idee, proponeva indarno,

e per quanto povero era ancora il solo rimedio, un ordine del giorno

puro e semplice che riconfermasse Roma capitale d'Italia come risposta

al _jamais_ del ministro francese. Finalmente il Bonfadini ne presentava

un altro mostruosamente contradditorio che, riaffermando indirettamente

Roma capitale e deplorando che si fosse voluto ottenerla con mezzi

contrari alle leggi dello stato e ai voti del parlamento, conchiudeva

coll'approvare l'opera del ministero.

La camera respinse anche questo, il ministero cadde, e il re incaricò

daccapo il Menabrea di formarne un altro. Così la Corona, intervenendo

nelle lotte parlamentari per troncarne colla propria autorità un

dibattito pericoloso, riconfermava il vassallaggio della nazione alla

Francia.

Fu questa l'ultima e non meno triste scena del tristissimo dramma.

Mentana rimaneva l'ipogeo della politica regia, come Marsala era stata

l'apogeo della politica rivoluzionaria. Il moto rivoluzionario troppo

vantato dai giornali radicali non aveva dato che poche migliaia di

volontari e un inconcludente soccorso pecuniario: Rattazzi

assecondandolo senza aver preparato l'esercito alla possibilità di uno

scontro colla Francia, aveva reso inevitabile il disastro: per la

monarchia non vi sarebbe stata altra salute che nell'imitare la semplice

e fulminea politica del conte di Bismarck, occupando Roma con tale

prestezza da mettere l'impero francese nell'impaccio di rompere guerra

all'Italia, e forse allora la Prussia avrebbe potuto rattenerlo con una

sola minaccia di attacco sul Reno. Ma la monarchia non aveva sola la

responsabilità della catastrofe. I volontari erano stati scarsi alla

guerra, avevano disertato dal campo, si erano battuti malamente a

Mentana malgrado l'eroismo degli ufficiali, si erano sbandati nella

ritirata da Monterotondo strappando a Garibaldi parole roventi di

biasimo. I mazziniani con insensata gelosia seguitavano ancora a

vituperare Garibaldi di aver voluto combattere nuovamente con bandiera

regia, quando egli stesso venendo meno questa volta al solito buon senso

politico aveva alzato bandiera neutra, assunto il titolo equivoco di

generale della republica romana e taciuto del re nei proclami da

Monterotondo. Nell'esercito regolare, malgrado qualche applauso a

Garibaldi prima del rompere delle ostilità, nessun vero entusiasmo: al

comando di varcare i confini pontifici, quando già i francesi marciavano

con forze triple contro i garibaldini, tutti avevano freddamente

obbedito: non un battaglione si era sollevato per correre in soccorso ai

volontari, non uno dei tanti ufficiali garibaldini, che vi coprivano

alti gradi, aveva rotto la spada piuttosto che ubbidire all'ordine di

assistere impassibile all'eccidio degli antichi commilitoni sotto le

mura di Roma per mano dei francesi e a difesa del papa. L'esercito come

la nazione aveva sentito l'onta divorandola in silenzio.

Il re, indarno paragonato da letterati cortigiani a Guglielmo d'Orange,

si era eclissato nei lunghi preliminari dell'azione invece di

mostrarvisi con cauta risolutezza, e aveva poi subìto, scongiurandole

con inutile umiltà, tutte le prepotenze francesi; il parlamento aveva

difeso Francia e papato contro la rivoluzione. Il popolo, incapace di

sentire l'idealità di Roma e di volere un'altra guerra nazionale, era

povero, e non domandava che ristori alla propria miseria: era libero, e

non si curava ancora della propria libertà: era padrone, ed ubbidiva a

chiunque lo comandasse, sfuggendo ai pericoli di tutte le combinazioni

politiche colla propria inerzia, e aspettando con inconscia sicurezza il

compimento dei propri destini da un'altra coincidenza europea.

Nullameno il suo odio era adesso per la Francia: Mentana cancellava

Solferino.

Nel dramma di Mentana si erano addensate tutte le antinomie della

rivoluzione per risolversi in una impotenza finale: il papato, per

sottrarsi alla libertà italiana, aveva dovuto abbandonarsi

incondizionatamente all'arbitrio francese; l'impero napoleonico, per

resistere alla democrazia, aveva perduto l'Italia; Mazzini, per tentare

l'estrema prova della propria astratta republica, aveva dovuto

sconsigliare l'ultimo assalto al papato; la monarchia per sostenersi

aveva dovuto schierarsi fra i difensori di questo; la destra

parlamentare per salvare il governo si era mostrata come partito

antinazionale: la sinistra, mantenendosi nell'orbita legale e

separandosi così dalla rivoluzione, si era mutata in partito di governo.

Però la decadenza di questo periodo, che dall'iniziativa francese del

1859 doveva andare sino all'acquisto di Roma nel 1870 nella ruina

dell'impero bonapartesco, s'arrestava a Mentana dinanzi al crescere di

nuove forze dal seno stesso della nazione.

Ultimi conati mazziniani.

Garibaldinismo e mazzinianismo erano consunti. Appena intorno ai due

grandi duci si stringeva ancora qualche manipolo di veterani.

Una nuova generazione stava per sorgere, che non avendo partecipato alle

lotte del risorgimento, non si impigliava nelle sue contraddizioni e non

comprendeva i suoi eroi. L'ultimo tentativo di Mentana aveva provato che

solamente l'impero napoleonico difendeva il papato: nella Francia stessa

i maggiori spiriti, da Michelet ad Hugo, applaudivano Garibaldi, mentre

il congresso proposto da Napoleone per una nuova soluzione della

questione romana falliva dinanzi all'influenza di tutti gli stati. Il

sole dei Bonaparte declinava per sempre all'orizzonte europeo.

Roma tornerebbe indubbiamente all'Italia; questa convinzione era persino

in coloro che non lo avrebbero voluto, e da Roma si inizierebbe per

l'Italia il vero periodo dell'unità. Per ora, aspettando che un altro

trionfo della rivoluzione in Europa rovesciasse l'impero francese,

bisognava aiutare l'intima formazione nazionale con altre forze e con

nuovi elementi. Alla grande poesia delle congiure e delle battaglie

succedeva la passione prosaica degli interessi con iniziative

inavvertite, che dovevano mutare lentamente le condizioni politiche e

sociali del paese. Si cominciava ad accusare di enfasi ogni entusiasmo

politico e di rettorica ogni eloquenza: i mutati modi di guerra

rendevano inutile tutto l'eroismo di Garibaldi, le battaglie del quale,

dopo la grande campagna di Moltke, non erano più che scaramucce: anche

nella guerra la prosa della scienza succedeva alla poesia

dell'ispirazione. L'apostolato di Mazzini non pareva più che una

predicazione di catechismo: nella sua utopia di una terza epoca italiana

in Europa spirava l'ultimo romanticismo filosofico di una scuola morta

col Gioberti. Già la democrazia europea aveva sorpassato con più vaste

formule socialistiche il grande tribuno, che, rivoluzionario in Italia,

era costretto ad essere ora reazionario in Europa. Dalla Francia, dalla

Germania, dalla Russia, grandi scrittori si levavano contro di lui,

mentre le masse sorde alla sua voce rompevano già i confini loro

assegnati dalla sua libertà deridendo la fede nel suo Dio.

Le tendenze positiviste del secolo respingevano l'idealismo da ogni

campo. Economia privata e pubblica attiravano tutte le forze; alle

battaglie dei libri e delle insurrezioni succedevano quelle

dell'industria e del commercio; i lavori si specializzavano, i patrioti

diventavano importuni; si brontolava contro le cariche loro concesse per

meriti di sacrifici, si gridava alla necessità di svecchiare il mondo

dacchè una stessa pedanteria inceppava rivoluzionari e moderati, e

secondo gli uni dissentire da Mazzini, secondo gli altri discutere il re

era un delitto.

Solo Garibaldi, uomo d'istinto e di passioni, restava giovane.

La decadenza mazziniana precipitava. Nullameno la logica del sistema

premeva Mazzini. Egli sentiva con nuova angoscia la necessità e

l'impossibilità di altri conati republicani: ma ritirarsi di fronte alla

monarchia dopo Mentana sarebbe stato un discendere più basso di essa

senza nemmeno le attenuanti della sua situazione politica, e a

combatterla le condizioni del partito repubblicano e della nazione non

davano forze. La Società dell'Alleanza Republicana, da lui fondata negli

ultimi anni, non si diffondeva che alla superficie del paese, quando

invece il governo cresceva ogni giorno d'importanza, malgrado tutti gli

errori della sua politica estera ed interna. Al mazzinianismo non

restava che prendere il malcontento provocato dalle tasse per una

opposizione ideale alla politica monarchica, e soffiarvi sopra con

equivoco patriottismo. Ma il ministero Menabrea vigilava fieramente

sostituendo nelle maggiori città generali a prefetti, sciogliendo

arbitrariamente società politiche, arrestando i più sospetti patrioti,

moschettando le turbe insorgenti contro la tassa del macinato e della

ricchezza mobile. Un'insurrezione era impossibile: oramai Mazzini non

conosceva più l'Italia. Intorno a lui vivente da oltre trent'anni

nell'esilio, si stringeva un sinedrio d'incondizionati devoti e di abili

sfruttatori, che gli falsavano al giudizio la realtà delle cose; gli si

carpivano tristamente lodi, biasimi, ordini e sopratutto i pochi denari

senza che egli nemmeno lo sospettasse.

Dopo l'applicazione delle armi a tiro celere nessuna insurrezione poteva

più prescindere da una specie di pronunciamento militare; si cercò

quindi di sedurre l'esercito ma la propaganda rivoluzionaria, invece di

cominciarvi in alto dai comandanti, fu iniziata nella bassa forza fra

giovani caporali e sergenti senza capacità e senza credito. Era lavoro

pericoloso, immorale ed inutile, che doveva naturalmente concludere a

qualche insubordinazione di caserma punita colla fucilazione come

avvenne poi nel caso del caporale Barsanti disgustando la grande

maggioranza del paese, che dopo le umilianti sconfitte della guerra

veneta seguiva con passione gli sforzi del governo per il riordinamento

militare. Con più assurda idea si pensò ad un grosso comizio milanese

per protestare contro le nuove restrizioni alla libertà di stampa e di

riunione, e vi si invitarono rappresentanti di tutta l'Italia

proclamando che alle provocazioni immancabili della polizia si sarebbe

risposto colle armi. Naturalmente il governo proibì il comizio; quindi

lo infamò per bocca del ministro Cantelli coll'assurda accusa che

dovessero adunarvisi duecento accoltellatori. Nell'eccesso di questa

reazione il ministero giunse persino ad esigere dalla Svizzera

l'espulsione di Mazzini venuto a Lugano; e la republica, contraddicendo

alle vecchie glorie della propria libertà, cedette all'ingiusta

pressione.

Il partito mazziniano, galvanizzato da tali minute persecuzioni, parve

allora rianimarsi. Invincibile nelle accuse alla monarchia di non sapere

e di non volere compiere l'unità della patria colla conquista di Roma,

esso ritorceva con logica superba contro il governo tutti gli espedienti

della sua politica. Infatti il Menabrea nella prima calma succeduta al

disastro di Mentana tornava daccapo a chiedere i buoni uffici della

Francia per stabilire un _modus vivendi_ fra il regno d'Italia e la

Santa Sede, offrendosi di garantire al papa la più illimitata libertà e

di assumersi una grossa parte del debito pontificio, solo che il nuovo

presidio francese si ritirasse da Roma. L'impero respinse colla solita

alterigia l'impossibile accordo e mantenne il corpo d'occupazione a

Roma, come se la Convenzione di settembre non fosse avvenuta. Con non

migliore proposito Vittorio Emanuele tentò di propria iniziativa una

alleanza fra Italia, Francia ed Austria contro la Prussia ponendovi a

condizioni fondamentali per l'Italia lo sgombero di Roma delle truppe

francesi, la consacrazione del principio del non intervento per le cose

italiane, e nel caso di una guerra una rettificazione delle frontiere

del Varo e delle alpi tirolesi. Si sarebbero così ricuperate Nizza e

Trento rinunciando per sempre a Trieste, e lasciando in sospeso la

questione di Roma. Dopo molto tergiversare Austria e Francia ricusarono.

Ma l'Italia dopo Custoza e Mentana alleata coll'Austria e colla Francia

a danno della nazionalità germanica, che stava per rovesciare l'impero

napoleonico, sarebbe stato l'assurdo più ripugnante nella storia del

secolo.

Nel 1868 nuove congiure intendevano ad un moto rivoluzionario, ma senza

più alcuna delle potenti energie di un tempo: non sincerità di fede, non

passione di odio al governo, non chiarezza nello scopo, non vera

preparazione di mezzi. Si congiurava quasi all'aria aperta sorridendone;

si sarebbe detta una Fronda, se il problema ne fosse stato meno solenne

e lo spirito dei congiurati più elegante. Mazzini non osava risolvere:

proclamava la necessità di assalire la monarchia, e indietreggiava

dinanzi alla guerra civile; credeva sempre nel valore del popolo, e

diffidava delle proprie bande. Quindi i primi moti nel Comasco, a

Piacenza e a Pavia (marzo 1869), cominciati contro la sua volontà,

furono così inani che non destarono la menoma apprensione; a Bologna e

nelle Romagne finirono in una innocua scampagnata; il ridicolo ne

colpiva i reduci, che ne ridevano essi stessi. Poi Mazzini da Genova,

ove aveva riparato all'insaputa del governo, meditò un'insurrezione

nella Sicilia.

Era l'ultimo errore della sua politica rivoluzionaria. La Sicilia, calda

ancora della propria rivolta brigantesca e staccata dal continente, non

avrebbe potuto espandere il moto, pur riuscendo a dargli in se stessa

vera forza espansiva. L'imitazione della grande iniziativa garibaldina

diventava così evidente che pareva suggerita dalla rivalità; però nè

egli era l'uomo, nè i tempi e il problema più i medesimi. Mentre la

guerra fra la Prussia e la Francia stava per scoppiare, Mazzini senza

accorgersene era vittima di un intrigo diplomatico di Bismarck, che per

staccare l'Italia dalla Francia intendeva a fomentarvi disordini

promettendo aiuti segreti di armi e di denari alla rivoluzione. Poco

dopo l'astuto cancelliere prussiano, essendo invece riuscito ad

assicurarsi la neutralità dell'Italia, troncava bruscamente ogni

trattativa, e ne avvisava il gabinetto di Firenze.

Mazzini, arrestato nelle acque di Palermo prima d'aver toccato terra,

venne chiuso nella fortezza di Gaeta; il capitano generale scelto da lui

all'impresa, certo Wolf, era un agente segreto del governo.

Così finiva fra un tradimento diplomatico e un tradimento rivoluzionario

l'opera politica del grande agitatore, che primo in Italia fra

riformisti, federali, neoguelfi e carbonari vi aveva nettamente

formulato il principio dell'unità politica. Nessuno aveva cooperato più

validamente di lui al risorgimento d'Italia, e nessuno vi restava come

lui straniero nella fatale decadenza del proprio sistema, fra l'ingrata

indifferenza del popolo, nel momento che la monarchia stava per essere

spinta su Roma da un'altra rivoluzione europea.

CAPITOLO NONO.

La crisi finanziaria

L'ambiente economico.

Mentre tutti i partiti si esaurivano nell'impossibilità di frangere

l'orbita napoleonica, al di fuori di essa la vita ridesta dal grande

trionfo dell'unità vigoreggiava. Nella stessa scettica indifferenza

della nazione per le scene finali del proprio dramma politico era una

superbia giovanile, che guardando più lontano, quando per l'imminente

pienezza dei tempi l'Italia sarebbe in Roma sovrana assoluta di se

medesima, si preparava a lottare su tutti i campi della civiltà colle

nazioni più avanzate d'Europa.

Un potente moto era da tempo incominciato nella produzione nazionale. I

nuovi mezzi di comunicazione, le due grandi mobilitazioni dell'esercito

e della burocrazia, un maggiore contatto cogli altri popoli d'Europa, la

diffusione delle idee, la libertà in ogni opera, e sopratutto una nuova

coscienza avevano già mutata la fisonomia della vecchia Italia straniera

a se stessa da regione a regione. Tutto era a rifare, e a tutto si

poneva mano. Il governo spingeva prodigamente le opere pubbliche; comuni

e provincie seguivano con maggior febbre e peggior metodo l'esempio:

nelle provincie del nord più culte ed alacri tutte le industrie

pigliavano nuovo slancio. Una larga e subita applicazione delle macchine

a vapore raddoppiava i primi saggi di grande manifattura; il Moncenisio

non era ancora aperto che già si preparava il foro del Gottardo; Genova,

cresciuta così a porto di tutta l'Europa centrale, moltiplicava il

proprio commercio; Torino si vendicava nobilmente della decadenza da

capitale sviluppandosi come città manifatturiera; Milano diventava

centro di tutti gli scambi; a Firenze la vita della capitale

galvanizzava il fiacco costume antico; a Napoli le strade aperte nel

vecchio reame attiravano nuovi e fecondi elementi. Al calore di questa

giovane vita e sotto la sferza del bisogno cresceva l'attività: tutte le

carriere aperte a tutti mutavano gli individui in cittadini, le

attitudini si rivelavano nell'esercizio, le capacità erano prodotte

dalle stesse cariche moltiplicate in quel fervore oltre ogni misura.

Dacchè la formazione dell'unità nazionale doveva fatalmente compiersi

col mezzo della monarchia piemontese e di iniziative straniere, la nuova

operosità italiana, invece di svolgersi appassionatamente nella politica

per forzarne i dati, doveva esplicarsi per valori individuali nella

sfera più bassa dell'economia, come a preparazione di più alto periodo

storico. Fra il bisbiglio accademico dei partiti il grosso della gente

non sentiva e non badava che al problema finanziario: chi aveva

risparmiato il sangue doveva prodigare il denaro, e di denaro non solo

aveva d'uopo incessantemente il governo per allestire i nuovi servizi

publici, ma tutti gli altri campi dell'attività. La grandine delle tasse

doveva quindi cadere su mèssi non ancora mature, e talvolta su terreni

appena aperti dal primo aratro.

Nel problema delle finanze s'aggruppavano tutti gli altri, ma senza

speranza di benefiche coincidenze europee e di aiuti avventurieri. Nel

governo diventava suprema difficoltà l'imposizione e l'esazione delle

imposte in tanto squilibrio della nazione fra provincie e provincie: per

l'imposta prediale o antiquati o monchi o mancanti i catasti;

incredibilmente dispari il saggio della produzione anche per la

differenza nei mezzi di scambio; per le ricchezze mobili più difficile

ancora saper dove e come colpire con giustizia approssimativa senza

arrestare il circolo dell'operosità. Poi in molte regioni il nuovo

governo tutt'altro che benviso, e quindi facile ad essere odiato al

primo aumento di pesi: abitudini inveterate e privilegi da togliere a

molti paesi come ultimi caratteri autonomici; nei politicanti e nei

parlamentari dottrinarismo di teorie inapplicabili al momento e al

luogo; più in basso rettorica a favore del popolo per sottrarlo ai

sacrifici inevitabili della crisi; in nessuna classe spontaneità di

offerta e conoscenza vera delle condizioni dello stato.

Finanziariamente il primo fatto della rivoluzione fu il sommarsi di

tutti i debiti dei vecchi stati, e delle spese incontrate per

rovesciarli, in una prima unità ottenuta non senza contrasto: poi venne

quella delle tariffe e delle imposte. Guai e guaiti si moltiplicarono

allora. La formazione italica essendo rimasta a mezzo, bisognava

crescere armi a difesa della nazione e contemporaneamente spremerla per

fecondarla con opere pubbliche. Ma il capitale indigeno si nascondeva

ancora, il risparmio era male organizzato, il capitale straniero si

presentava usuraio e diffidente. Impossibile quindi ogni tentativo di

vera rivoluzione finanziaria. Nelle imposte anzichè alla scienza e alla

giustizia bisognava badare all'incasso, poichè al loro assetto logico

mancavano gli studi, e alla loro equità distributiva contrastava lo

stesso egoismo della borghesia trionfante. Congegni e leggi

amministrative s'incagliavano reciprocamente per difetti di struttura

rendendo più difficile ogni esazione. Così ne venne una guerra fra

governo e contribuenti piena di frodi e di violenza d'ambo i lati: il

malcontento politico vi si mescolò per coprire di nobili pretesti le più

tristi avarizie e le truffe più sfrontate.

La sinistra parlamentare, che come partito rivoluzionario avrebbe dovuto

conservare maggior coraggio nei sacrifici, fu dall'opposizione

sistematica trascinata nella più odiosa rettorica, approvando sempre le

spese e negando sempre le tasse; la destra invece, che contrastando

politicamente alle piazze ne aveva perduto il favore e non sperava

riacquistarlo, trovò nel proprio orgoglio di comando l'energia

necessaria a sostenere il governo; ma destra e sinistra, camera e

senato, non ebbero mai vero programma finanziario.

Alcune tasse sorpassarono i massimi più assurdi: v'ebbero provincie

nelle quali l'imposta prediale raggiunse sino al 76% sulla rendita,

quella dei fabbricati toccò il 50%, i dazi di consumazione inasprirono

la miseria dei più poveri; alle dogane i trattati di commercio stretti

nelle prime ore, quando bisognava impetrare dai grandi stati il

riconoscimento del nuovo regno, diedero la peggiore forma d'imposta,

giacchè la merce straniera vi ottenne trattamento non reso alla nostra

dagli altri paesi. I primi prestiti furono contratti a frutti

esorbitanti, le prime emissioni di rendita subirono disastrosi ribassi;

dai prestiti volontari si dovette venire ai forzati, si ricorse col

macinato all'atroce espediente di colpire tutti i più miseri, mentre

alla tassa della ricchezza mobile da principio quasi tutti i redditi

sfuggivano meno quelli degli impiegati. La vendita dei beni

ecclesiastici parve olio sul fuoco, il corso forzoso della moneta

cartacea fu la maggiore risorsa di cassa, quando tutte furono esaurite

dal crescendo delle spese, alle quali le ultime conquiste della nazione

davano uno spaventevole aire.

Allora da questo abisso senza fondo si affacciò lo spettro del

fallimento. L'Europa, che aveva giudicato simpaticamente la fortuna

politica d'Italia nel suo risorgere a nazione, credette di essersi

ingannata vedendola vacillare sotto il peso dell'improvvisazione

economica.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 18 / 29 段