Mancava sopratutto il denaro. Mazzini se ne arrovellava senza poter

intendere questa avarizia della nazione, nella quale Garibaldi aveva

trovato seguaci pronti a morire sotto le sue bandiere piuttosto che

oblatori capaci di sacrificare somme anche tenui alle sue imprese.

Nullameno si riordirono le file di una più vasta congiura, dacchè il

ministero sembrava favorirla. Comitato moderato e garibaldino si

accordarono in Roma; dal Regno si mandavano aiuti, il governo papale

vegliava denunciando i complotti all'ambasciata francese, ma senza

temerne davvero per troppo esatta conoscenza delle persone e dei mezzi.

Il ministero Rattazzi, lusingato dalla possibilità di una nuova guerra

europea, si cacciava risolutamente nel più cieco degli imbrogli

politici: una guerra era discussa a corte, invocata come rivincita

dall'esercito, suggerita dalle condizioni dell'impero buonapartesco. Il

caso ne poteva venire dalla non osservanza dell'articolo 5º del trattato

di Praga da parte della Prussia, e allora per l'impero le alleanze

sarebbero state in Italia e nella Germania del sud minacciata di

assorbimento dalla nuova Confederazione del nord. L'Italia avrebbe

potuto essere egualmente o colla Francia o colla Prussia. Ma se a questa

guardava, per odio contro Napoleone, il partito rivoluzionario incline a

fidarsi piuttosto del franco dispotismo del conte di Bismarck, col quale

Mazzini aveva già aperte trattative, corte e governo per tradizioni e

per opinione rimanevano fedeli alla Francia. Non si credeva allora ad

una possibile disfatta dell'Impero francese; bisognava quindi

destreggiarsi per vendere al miglior prezzo e al più solvibile offerente

la propria alleanza. Così mentre il Vaticano con più sicuro senso della

realtà calcolava sull'influenza del clero francese, giovandosi del

bigottismo fanatico dell'Imperatrice Eugenia e della regina spagnuola

Isabella, Rattazzi alle rimostranze del gabinetto francese sui raggiri

rivoluzionari contro Roma rispondeva publicamente di voler rispettata la

Convenzione di settembre, e segretamente tentava di sollevare la Spagna

per mezzo di un pronunciamento militare col generale Prim, e dava denari

per una spedizione rivoluzionaria contro Orvieto.

Nel suo disegno semplice malgrado i troppi viluppi era idea principale

suscitare moti a Roma e nel regno fingendo frenarli, e magari frenandoli

ove eccedessero, per costringere Napoleone a cedere Roma all'Italia come

pegno d'alleanza. Senza compensi infatti l'Italia non avrebbe potuto

accettare il nuovo peso di un'alleanza francese contro la Prussia per

una guerra, della quale era impossibile calcolare le catastrofi.

Le trattative perplesse e subdole d'ambo le parti non chiarivano

condizioni; si accennava ad una occupazione del resto dello stato

pontificio facendo di Roma una specie di città anseatica, e ad un altro

trasporto della capitale a Napoli.

Ad ogni modo Rattazzi sperava in una qualche mutazione; ma tenuto in

freno dalla corte e dal parlamento, sospetto ai liberali e non

abbastanza risoluto egli medesimo, male dominava le contraddizioni del

proprio disegno. La Francia colla formazione della legione d'Antibo,

nella quale i soldati conservavano il giuramento di fedeltà

all'imperatore e i libretti dell'esercito francese, non solo violava la

Convenzione di settembre, ma subendo le pressioni del proprio clero

guidato dal vescovo d'Orléans, monsignore Dupanloup, era costretta ad

insultare l'Italia con affermazioni bellicose in favore del papato.

Laonde il ministero Rattazzi ne perdeva credito presso il partito

rivoluzionario, e la publica opinione si confondeva.

Garibaldi invece, già dimentico di Aspromonte, da Ginevra ove era

accorso al congresso della pace per dichiararvi con Bakunine, Büchner,

Pietro Leroux, Edgardo Quinet, Stefano Arago, ed altri maggiori

democratici d'Europa la decadenza del potere temporale, parlava di

guerra e la preparava. Quindi coll'impeto della propria natura di

condottiero, non appena ritornato in Italia, vi aveva aperti

arruolamenti, e s'aggirava fremendo sulla frontiera papalina. I suoi

proclami ai romani erano così espliciti, e la sua azione così libera nel

regno, che tutti necessariamente vi sentivano la complicità del

ministero. Da comizi popolari a Milano, a Genova, a Firenze, a Napoli,

sorgeva minaccioso il grido: a Roma!; il contagio guadagnava l'esercito

regolare, la situazione si tendeva talmente che uno scoppio diventava

inevitabile. Garibaldi, malgrado l'immutata fedeltà alla propria formula

_Italia e Vittorio Emanuele_, per placare i più intransigenti fra i

cospiratori del _centro romano d'insurrezione_, aveva questa volta

ripreso il titolo di generale della republica romana.

Una grande illusione involgeva tutta la politica di quell'ora, ma in

realtà Roma era impreparata. Le poche armi raccoltevi erano state

sequestrate, un tentativo del comitato mazziniano di Genova per

introdurvene altre aveva fallito; i varii comitati vi si combattevano

tristamente, il ministero Rattazzi era costretto a frenare qualunque

spedizione al di fuori, poichè dentro di quella nessuna insurrezione

scoppiava a giustificarla; mentre Garibaldi insofferente d'indugio

anelava epicamente a morire sotto le sue mura se ogni vittoria fosse

negata, e l'Italia non ostante il nuovo fermento di volontari era

tutt'altro che disposta ad una guerra eventuale colla Francia.

Mazzini, reso più chiaroveggente dall'odio alla monarchia, sconsigliava

invece dall'impresa scoprendovi l'agguato teso dal ministero alla

rivoluzione. Infatti se la Francia avesse consentito la spedizione, ed

era impossibile, la monarchia vi ripeterebbe come a Napoli il proprio

intervento colla scusa di salvare il papa dalla demagogia e

s'insedierebbe a Roma; se la spedizione fallisse, e la Francia scendesse

con un corpo d'esercito a difendere il papato, la monarchia assisterebbe

impassibile all'ecatombe dei garibaldini. In ambo i casi per Mazzini la

rivoluzione era perduta. Laonde, cercando in Roma una iniziativa per

l'Italia, egli dichiarava che, se quella dovesse venire aggregata come

il resto al Piemonte, preferiva rimanesse del papa per altri tre anni.

«O fare a danno della monarchia o non fare» era adesso il suo motto.

L'urgenza di tale iniziativa republicana lo spingeva sino a rampognare

coloro che si arruolavano con Garibaldi, e a consigliare loro

l'insubordinazione o la diserzione, appena entrati nello stato

pontificio, per gridare la republica. La sua antica vanità di capitano,

ancora sotto il peso della sciagurata spedizione in Savoia, s'irritava

contro questa suprema imprudenza di Garibaldi, che avrebbe perduto

l'Italia per rendere un servigio alla monarchia. Quindi sognava di

sbarcare egli stesso con altri mille e con bandiera republicana sopra un

punto della costa romana, ora che tutti esitavano ancora, e superando

tutti resuscitare nella grande città la republica del '49.

Intanto i volontari arruolati publicamente nelle città e mandati in

truppa ai confini vi si irreggimentavano.

Il governo publicava minacce e lasciava espandersi il moto. Quasi tutti

i maggiori rivoluzionari dissuadevano Garibaldi dall'impresa. Acerbi,

Crispi, Mario, Fabrizi gliene illustravano con terribile evidenza i

pericoli e gli equivoci; ma egli si ostinava sublimamente muto, vincendo

la loro ragione col fascino della propria volontà. Nella infallibilità

dell'istinto egli solo sentiva che la rivoluzione doveva a se medesima,

dopo la inonorata conquista monarchica del Veneto, un supremo tentativo

su Roma, alla quale la monarchia aveva abdicato colla Convenzione di

settembre e il trasporto della capitale a Firenze. Sulle condizioni

dell'impresa la sua vecchia esperienza s'ingannava ancora meno di quella

degli altri rivoluzionari, quantunque la nobile speranza di trascinare

con questa iniziativa Vittorio Emanuele in campo lo illudesse ancora. Ma

la rivoluzione non poteva, come la monarchia, rinunziare a Roma sotto

pena di rendere ridicola la tragedia di Aspromonte: la morte di

Garibaldi e una ecatombe di garibaldini sotto le mura di quella per mano

dei francesi avrebbe invece staccato per sempre l'Italia da Napoleone, e

resa inevitabile la guerra al papato.

Garibaldi voleva morire. A mezzo settembre (1867) Giovanni Nicotera era

già a capo di una colonna mirante su Velletri; Menotti Garibaldi col

corpo centrale dei volontari si teneva pronto a marciare su

Monterotondo; Acerbi con l'ala destra minacciava Viterbo; e Garibaldi

scorreva la frontiera attendendo da Roma un segnale d'insurrezione,

pronto a varcarla anche senza di questo. Ma il ministero, stretto dalle

minacce francesi, decide di arrestarlo quantunque deputato e violando lo

statuto: ad Arezzo l'accoglienza entusiastica del popolo lo protegge, ma

nel villaggio di Sinalunga presso il lago Trasimeno è catturato con

parte del suo stato maggiore (23 settembre). Soldati dell'esercito

regolare che lo veggono passare prigioniero urlano: «A Roma, a Roma!»;

il popolo di Firenze tumultua; però Garibaldi viene chiuso

momentaneamente nella fortezza d'Alessandria. Allora i suoi luogotenenti

si mordono l'uno l'altro per gelosia di comando; nella confusione

centuplicata dall'arresto del generale nè volontari, nè esercito, nè

parlamento, nè paese comprendono più nulla. Siccome il ministero non

disperde i volontari alle frontiere papaline, i più suppongono

quell'arresto una lustra diplomatica per ritardare la spedizione, dar

tempo a Roma d'insorgere, e al governo d'intervenire col proprio

esercito.

Garibaldi, indignato del tradimento, dimentica se stesso al punto di

chiedere protezione all'Inghilterra, agli Stati Uniti e all'Argentina

come loro cittadino, Rattazzi impaurito dello scandalo gli manda il

generale Pescetto, ministro della marina, per offrirgli di tornare

libero a Caprera senza condizioni; Garibaldi accetta, ed invece rimane

prigioniero nell'isola bloccata dalle navi regie.

Ma siccome dalla cittadella di Alessandria aveva già promesso ai romani

di raggiungerli a qualunque costo, appena cominciate le ostilità fugge,

a notte, romanzescamente, sopra uno schifo; approda in Sardegna; di là

sbarca a Livorno, ricompare a Firenze (19 ottobre) che la guerra è già

scoppiata alla frontiera pontificia. Infatti il 28 settembre alcune

bande di garibaldini, varcato il confine, avevano già costretto i

gendarmi di Acquapendente ad arrendersi; quindi, entrate in Viterbo, vi

avevano costituito un comitato d'insurrezione col nome di governo

provvisorio, mentre altre si erano insignorite di Bolsena e minacciavano

Pontecorvo.

Rattazzi, messo al bivio dalla riapparizione di Garibaldi o di ripetere

Aspromonte marciando contro i volontari, o di sorpassare la loro

iniziativa invadendo lo stato pontificio, si dimette. Ma tutto era già

perduto prima. Napoleone aveva annunziato il proprio intervento armato;

Vittorio Emanuele per mezzo dell'ambasciatore Nigra era stato forzato a

proporgli un intervento misto, poi il 19 ottobre gli aveva ripetuto

l'offerta dichiarandosi pronto a riconoscere francamente in un proclama

l'appoggio francese, e chiudendo il dispaccio col rimettersi all'alta

saggezza dell'imperatore. Il 22 Napoleone rispondeva ancora che «una

occupazione mista non farebbe che complicare la questione dei due

governi»; e Vittorio Emanuele proibiva a Rattazzi d'invadere lo stato

pontificio.

Nullameno l'imperatore titubava ancora. Ma la monarchia, sottomessa da

quasi dieci anni alla sua volontà, non poteva osare di soverchiarlo

accettando il consiglio dato da Garibaldi a Rattazzi: «invadere Roma

coll'esercito italiano e subito». Pio IX invece, conoscendo meglio del

gabinetto di Firenze l'animo dell'imperatore, aveva esclamato con quella

scettica bonarietà divenuta già celebre: «Imbecilli! aveva loro concesso

otto giorni!».

Rattazzi, abbastanza abilmente sgusciato dalla oramai bieca situazione

col dimettersi dopo aver compromesso impero, monarchia e rivoluzione, in

mezzo al turbamento universale pareva ancora un forte ministro

sagrificato dalla viltà del proprio governo. Il generale Cialdini,

incaricato di racimolare un nuovo ministero, non essendo riuscito a

dissuadere Garibaldi dall'impresa, declinava il troppo difficile

mandato.

Gli successe quindi il generale Menabrea con un ministero reazionario;

però non si ardì nè arrestare Garibaldi, nè impedire altrimenti la

spedizione. Pel primo caso s'invocavano difficoltà insuperabili, e si

diceva cavillando che nessuno poteva imprigionarlo, non il Rattazzi

perchè ministro dimissionario, non il Cialdini siccome ricusatosi a

formare il nuovo ministero, non il Menabrea che non l'aveva ancora

formato del tutto; pel secondo il governo seguiva tuttavia la spinta

datagli dalla politica di Rattazzi fra le contrarie correnti di Francia

e della rivoluzione.

L'eclissi della coscienza publica era totale. Mentre il governo

minacciava repressioni, i comitati mandavano soccorsi e diramavano

proclami; il potere legislativo era sospeso, quello esecutivo diventato

problematico.

Mentana.

Tutto l'eroismo italiano fremeva nel campo di Garibaldi, ma la nazione

rimaneva inerte così agli eccitamenti del generale come alle

recriminazioni del governo. Vittorio Emanuele pareva dimenticato.

Però il moto garibaldino si veniva a mano a mano agghiacciando: i

volontarii erano pochi, malissimo armati con vecchi fucili delle guardie

nazionali, quasi senza cannoni e senza cavalleria. Fra loro brillavano

veterani e neofiti superbi d'entusiasmo, qualche vecchio principe come

il duca Lante di Montefeltro, qualche giovane aristocratico come il

principe di Piombino esule romano, gli ultimi della famiglia dei

Cairoli, che dovevano morirvi. Ma lo spirito militare vi era scarso, un

dissidio politico separava garibaldini e mazziniani, il contegno oramai

apertamente ostile della monarchia disanimava i più, la certezza di un

intervento francese toglieva finalmente ogni speranza all'impresa.

Non era più una guerra ma un sacrificio.

Una lugubre ed altera poesia dava allo stesso disordine di quelle rosse

falangi una maggiore solennità: si sentivano nel silenzio delle marcie i

presagi dell'ecatombe, e nel furore dei primi assalti la frenesia della

morte imminente.

Il 22 ottobre settantacinque giovani guidati da Giovanni e da Enrico

Cairoli s'avanzano, tragica avanguardia, su Roma: il loro disegno è di

promuovervi una sollevazione che tolga alla Francia la ragione

d'intervenire, e forzi la monarchia ad associarsi alla rivoluzione. Ma

la metropoli cattolica non esce nemmeno in quest'ora suprema dalla

propria ignavia; la polizia papalina vi ha già arrestato alcuni capi

della cospirazione; altri gliene hanno già venduto il segreto; il

governatore Zappi mura sei porte della città, raddoppia i presidii di

piazza Colonna e del Campidoglio, intercettando ogni comunicazione colla

campagna.

I Cairoli, scesi di notte pel Tevere, si accampano sull'altura di Villa

Glori aspettando invano il segnale dell'insurrezione: invece le loro

vedette segnalano l'avanzarsi di alcune compagnie di antiboini.

L'ecatombe incomincia, i settantacinque si votano alla morte: una

mischia degna dei Maccabei glorifica per sempre quel piccolo poggio, e i

due Cairoli cadono morenti sopra un mucchio di cadaveri.

-- Muoio, sai. Saluta mammina. Il problema è sciolto! -- mormora Enrico

nell'agonia.

Poichè il loro impeto aveva fugato le due compagnie di antiboini, i

rimasti poterono scampare a notte recando la triste notizia a Garibaldi.

Ma Roma non si è mossa. Solo in un lanificio di Trastevere alcuni

cospiratori, sorpresi poco dopo (25 ottobre), resistono coraggiosamente

animati dal coraggio di una donna, Giuditta Arquati Tavani, ultima

romana nella decadenza papale che aveva precipitato Roma più basso

dell'antica decadenza imperiale.

Garibaldi all'annunzio dell'eccidio dei Cairoli li immortala nel più

bello dei propri proclami; quindi rassegnate le truppe (24 ottobre) a

Passo Corese, ordina ai maggiori Valzania e Caldesi, romagnoli entrambi,

l'assalto di Monterotondo. Il 25 ve li raggiunge con Mosto, Frigerio,

Canzio ed altri capitani di battaglioni; Menotti, degno di lui, si è

inoltrato sino a millecinquecento metri dal Pincio. Benchè quattrocento

legionari antiboini guarniscano Monterotondo, mirabilmente

asserragliati, dopo solo tredici ore di combattimento micidiale per i

garibaldini la porta della piccola città è incendiata, e attraverso le

fiamme i volontari irrompono vittoriosi. Dopo altre quattordici ore

anche il castello dominante la città si arrende, ma il popolo conserva

il più ostile mutismo verso i vincitori.

Nelle campagne l'odio ai garibaldini è anche più vivo ed assurdo:

impossibile ad essi di chiedere una informazione ed ottenere una guida.

Fu l'unica, ultima vittoria garibaldina. L'indomani una divisione

francese agli ordini dei generale De-Failly salpava da Tolone, e a

Firenze s'insediava il ministero reazionario Menabrea.

Incomincia la settimana di passione. Francia e Italia si uniscono contro

Garibaldi. La squadra del Riboty, che da Rattazzi aveva avuto l'avviso

di tenersi pronta a sbarrare l'approdo francese, riceve contrordini;

l'esercito italiano si prepara a varcare il Confine per assistere

impassibile alla carneficina dei volontari, il re emana un proclama nel

quale li sconfessa minacciandoli come ribelli e chiamando i francesi

alleati e fratelli. Garibaldi già in marcia su Roma, dopo la vittoria di

Monterotondo, riceve a Casal de' Pazzi contemporaneamente il proclama

del re e le informazioni di Adamoli e di Guerzoni, penetrati in Roma

travestiti e ritornati senza più speranza d'insurrezione. Per la prima

volta l'audace condottiero deve battere in ritirata, mentre all'annunzio

dei francesi sbarcati a Civitavecchia l'esercito regio passa il confine

per dividere con loro l'occupazione del territorio pontificio e «poter

imprendere in situazione pari a quella di Francia nuovi negoziati»,

secondo una nota diplomatica del ministro Menabrea a tutte le potenze.

Ma di questo intervento, del quale allora la parte moderata si vantò

come di un atto risoluto, la storia ignora ancora la ragione. Dacchè il

governo intendeva di non combattere i garibaldini e di lasciarli

schiacciare dai francesi, la sua presenza sul campo di battaglia

diventava un anacronismo inutile ed ingeneroso. Ma alla ritirata da

Casal de' Pazzi la confusione entra nella piccola truppa dei volontari.

Vanita la speranza della conquista di Roma, l'insufficienza dell'impresa

scoppia in tutte le coscienze come una rivelazione: i mazziniani memori

delle ammonizioni di Mazzini sull'esito doloroso, si sbandano gettando

le armi; Garibaldi, esacerbato dalla diserzione, accusa Mazzini, il

quale colla solita magnanimità di sacrificio, dopo aver avversato la

spedizione, aveva da ultimo ordinato di aiutarla a quelli di parte

propria. Senonchè nell'incertezza di quell'ora i mazziniani si scusano,

invocando le sue parole di altri giorni e fingendo d'ubbidire ad un suo

ordine. Altri abbandonano il campo, ove erano accorsi sulla fede di un

aiuto monarchico: una voce sinistra propala che l'esercito italiano

appiedato alle spalle dei volontari attende che i francesi li attacchino

di fronte per accerchiarli. La rotta precede la battaglia: da ottomila

la piccola truppa discende a poco più di cinquemila, disperati della

patria, reluttanti a morire invano e nullameno pronti a cercare in una

suprema battaglia una fine a quell'impresa, nella quale di chiaro non

v'era che la necessità di sacrificio.

Allora Garibaldi grandeggia. La sua ritirata da Roma non è che una sua

mossa strategica; l'idea di ripassare il confine italiano, arrendendosi

all'esercito regio senza aver combattuto i nuovi invasori, non gli passa

nemmeno per il capo. Bisogna che l'Italia si riaffermi contro

l'abbandono della monarchia e la prepotenza della Francia. Da

Monterotondo, ove si era ripiegato, sfianca quindi su Tivoli, ove i

colli gli offrono miglior terreno: i suoi ventisei battaglioni non

avevano più che la metà dei soldati, la sua cavalleria è di sole dodici

guide, le sue munizioni per l'artiglieria non superano le settanta

cariche. Il 5 novembre la sua avanguardia è sorpresa al villaggio di

Mentana da quella del generale papalino Kanzler: Garibaldi, costretto a

mutare la linea di marcia in quella di battaglia, ritrova la migliore

energia delle sue guerre d'America, ma i volontari mal destri si

scompongono, gli zuavi pontifici ardenti di fanatismo assaltano con

impeto: Garibaldi s'avventa egli stesso ad una carica alla baionetta, ma

saettati di faccia e di fianco dai cannoni delle alture e dai nuovi

fucili _Chassepot_ a tiro rapido, i garibaldini debbono indietreggiare.

Nullameno la loro ritirata impone rispetto al nemico, che non sa

occupare Mentana, terra aperta.

Garibaldi, sorpreso come Napoleone I a Waterloo dalla passione della

morte, si precipita solo contro il nemico, e come Napoleone trova nei

propri luogotenenti chi lo ferma.

La sera alle otto si decide la ritirata da Monterotondo su Passo Corese.

La mattina seguente i volontari depongono i fucili sul ponte di confine

per ritornare sbandati alle proprie case, e Garibaldi arrestato a

Figline viene chiuso nuovamente al Varignano. La Convenzione di

settembre era lacerata, Roma nuovamente in mano ai francesi, le sue

chiese echeggiavano alle preghiere della vittoria, mentre l'Italia stava

muta guardando un corpo del proprio esercito appiedato entro i confini

del territorio pontificio.

Ma il governo francese protestò così superbamente contro tale violazione

che il re dovette ordinare al generale Cadorna di ripassare la

frontiera.

Contraccolpi parlamentari.

Questa umiliazione non fu l'ultima.

Vittorio Emanuele con ingenua servilità scrisse ancora all'imperatore

Napoleone una lettera per scongiurarlo nel nome dei medesimi interessi

bonapartisti a richiamare le truppe da Roma e per offrirgli l'alleanza

italiana, se rinunciasse ad ogni ulteriore protezione del papato. Questa

lettera singolare diceva: «... gli ultimi avvenimenti hanno sopito ogni

rimembranza di gratitudine nel cuore dell'Italia. L'alleanza della

Francia non è più nelle mani del governo! Il fucile _Chassepot_ a

Mentana l'ha ferita mortalmente. Ma questa alleanza non è spregevole.

Sire: essa è alleanza più sicura e più efficace, che non sia quella del

partito clericale. Ora Vostra Maestà senza offendere la volontà della

nazione può, se vuole ravvivarla o secondarla» (6 novembre).

Così scrive il re d'Italia al difensore del pontefice, al vincitore di

Garibaldi, all'alleato, che primo colla formazione della legione

d'Antibo aveva violato la Convenzione del settembre.

Il ministro francese degli esteri Rouher, rispose brutalmente all'umile

lettera del re dichiarando fra gli applausi della camera che gli

italiani non si impadronirebbero di Roma giammai!

Questa parola suonò come uno schiaffo sulla fronte della nazione.

Garibaldi, ancora prigioniero, veniva pregato dal ministro Gualterio di

scegliersi un esilio spontaneo per non suscitare imbarazzi al governo.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 17 / 29 段