Prussia, Francia, persino l'amica Inghilterra, vilipendevano l'Italia
mostratasi alla prima guerra nazionale ancora più inetta che non nella
secolare servitù: le si rinfacciava l'inanità di tutte le sue
rivoluzioni anteriori, le vittorie francesi del 1859, gli stessi
miracoli dell'epopea garibaldina nel 1860 siccome compiuti da un pugno
di eroi contro gli ordini del governo e l'opinione di tutti: il nome di
Machiavelli, infame di codarda perfidia nel gergo delle scuole, era la
definizione della nuova Italia; si compiangeva Garibaldi moschettato ad
Aspromonte ed ora relegato fra le rocce del Tirolo, non si credeva più
all'onestà di Lamarmora, non si trovavano confronti per la ritirata di
Custoza e la rotta di Lissa. Le fulminee vittorie della Prussia
rendevano anche più umiliante il giudizio sull'Italia. Il governo di
Firenze non somigliava neppur lontanamente a quello di Torino, quando il
conte di Cavour vi preparava l'egemonia piemontese.
La publica opinione italiana, anzichè reagire contro sì terribili
accuse, le inveleniva: tutti sentivano che quella prima guerra nazionale
aveva deciso dell'onore della patria, e che l'onore era macchiato;
nessun eroismo individuale bastava più a salvare la nazione. Nell'impeto
magnanimo e partigiano dello sdegno si gettava naturalmente la
responsabilità sopra pochi: si gridava che Lamarmora aveva patteggiato
la sconfitta, che la corte aveva tradito il paese.
Intanto la Prussia, persuasa che l'Italia non andrebbe militarmente
oltre i limiti assegnati dalla cessione della Venezia alla Francia, dopo
aver risposto a Napoleone colla minaccia di una seconda guerra sul Reno,
il 22 luglio segnava un armistizio coll'Austria, e quattro giorni dopo
segnava a Nikolsburg i preliminari della pace. Gli articoli di questa
dicevano: scioglimento della Confederazione germanica e assenso dato
dall'Austria a un nuovo assetto politico della Germania senza di essa;
costituzione degli stati tedeschi al nord del Meno in una confederazione
sotto la direzione militare e politica della Prussia; facoltà negli
stati del sud di confederarsi conservando la loro autonomia; annessione
alla Prussia dei ducati dell'Elba, dell'Annover, dell'Assia-Cassel e
Nassau; conservazione e integrità dell'impero austro-ungarico ad
eccezione della Venezia. In un articolo separato il re di Prussia si
faceva mallevadore dell'adesione del governo italiano all'armistizio e
alla pace, tosto che il Veneto fosse per una dichiarazione
dell'imperatore dei Francesi messo a disposizione di Vittorio Emanuele.
La Prussia, guarantendo l'adesione del governo italiano, non aveva
degnato nemmeno d'interrogarlo.
Quindi l'Austria, imbaldanzita subitamente contro l'Italia, le negò per
l'armistizio la concessione dell'_uti possidetis_, già consentita nelle
prime trattative con Napoleone; nuovi corpi d'esercito si drizzarono
minacciosamente sul Veneto, si parlò di una seconda guerra fra l'Austria
e l'Italia. Sarebbe stata la rivincita per l'Italia e la riconquista di
tutto il suo territorio, se nella nazione l'entusiasmo guerriero avesse
potuto costringere il governo a più risoluto atteggiamento: questo
invece piegò un'altra volta alle ingiunzioni austriache. Si ordinò a
Garibaldi, unico vincitore, di sgombrare il Tirolo; e Garibaldi,
condensando tutta l'amarezza del proprio patriottismo in una sola
parola, rispose: «Obbedisco». Spirato il secondo armistizio, ne venne
segnato un terzo a Cormons (12 agosto) di quattro settimane, durante il
quale fu sottoscritta a Praga la pace fra Austria e Prussia, e a Vienna
la cessione formale della Venezia alla Francia colla condizione che il
debito publico delle provincie lombarde comprese nel Veneto fosse
liquidato secondo il trattato di Zurigo.
In tanto vilipendio di se stesso il governo aveva invano cercato di
migliorare le condizioni del trattato col chiedere «che le discussioni
per le ratifiche dei confini fossero riserbate alle trattative della
pace», giacchè tale allusione al Tirolo meridionale venne subito
respinta dalla Francia e dalla Prussia.
Napoleone, per la vanità di figurare arbitro nella grande contesa, non
si accorgeva di offendere mortalmente l'Italia colla propria mediazione;
Vittorio Emanuele, che aveva serbato dignità nell'abbandono di
Villafranca, s'arrese questa volta prontamente, ma il Ricasoli
resistette fino all'ultimo, e non cedette che al pericolo di una
vergogna maggiore. Infatti i veneti, inerti durante tutta la guerra,
chiedevano ora ad alte grida di venire accolti nel regno minacciando di
costituirsi in stato indipendente sotto la protezione della Francia:
sottoscrizioni coperte di molte ed illustri firme viaggiavano a Parigi
per sollecitare l'imperatore alla ricostituzione dell'antico stato
veneto.
Nel Tirolo invece la popolazione non solo non si era sollevata, ma aveva
strenuamente combattuto contro i garibaldini con ventidue centurie di
cacciatori indigeni sotto gli ordini del generale Kuhn.
La stipulazione della pace fu lunga e laboriosa. L'Austria, malgrado la
dichiarazione di liquidare il debito delle provincie cedute a norma del
trattato di Zurigo, esigeva altri 36 milioni di fiorini come loro quota
proporzionale dei debiti da essa contratti dopo tale trattato: per gli
uffici di Francia e di Prussia si potè venirne a capo, ma si dovette
abbandonarle nella questione delle frontiere la linea dell'Isonzo ed
accettare quella dei confini amministrativi. Così l'Italia, senza
frontiere verso la Francia dopo la cessione della Savoia, non ne ebbe
contro l'Austria, che ad una nuova guerra avrebbe potuto riprendersi il
Veneto colla massima facilità. Finalmente il 3 ottobre fu sottoscritto a
Vienna il trattato di pace: per esso l'Italia si addossava un debito di
99 milioni, e l'imperatore d'Austria con tarda cortesia rimetteva al re
d'Italia la corona ferrea trafugata nel 1859; i sudditi veneti addetti
al servizio dell'impero ebbero facoltà di rimpatriare conservando gradi
e stipendi presso il nuovo governo; furono resi gli archivi della
republica veneta, ma quasi a memoria insolente della lunga conquista
restituita non perduta, l'Austria si ritenne i palazzi di Roma e di
Costantinopoli già appartenenti alla republica.
Eseguite tutte le ratifiche, il generale Leboeuf, commissario per
l'imperatore Napoleone III a Venezia, dichiarò di consegnare a se stesso
il paese, affinchè il popolo manifestasse liberamente la propria volontà
di aggregarsi alla nazione italiana: dopo tale dichiarazione il generale
Aleman cogli avanzi del presidio austriaco s'imbarcava per Trieste. I
comizi plebiscitari tenuti il 21 e il 22 diedero 647,246 sì per la
fusione col regno costituzionale di Vittorio Emanuele contro soli 69 no.
E quasi a così triste pace mancasse ancora un anacronismo, Vittorio
Emanuele con serotina vanità di re savoiardo volle ricevere gli oratori
veneti piuttosto a Torino che a Firenze, per affermare contro il
concetto della cresciuta italianità la nuova conquista regia.
Il difficile problema veneto, che nessuna delle due politiche italiane
era bastata a disciorre con forze proprie, si era risolto
coll'intervento di un'altra grande rivoluzione europea inspirata dal
medesimo principio di nazionalità. Ma la giovane nazione vi aveva fatto
una prova ben dolorosa della propria incapacità. Monarchia e
rivoluzione, unite momentaneamente nell'accordo migliore, non avevano
saputo trovarvi più le eroiche energie dei loro primi momenti, quando il
conte di Cavour col piccolo Piemonte osava la spedizione in Crimea, o
Garibaldi, contro l'opinione di questo, arrischiava l'impresa dei Mille.
Il soffio epico, che aveva reso ammirabile il partito rivoluzionario
nella ricostituzione della patria, era cessato coll'avvento delle masse
alla nuova vita publica, mentre il governo caduto nel più tristo
vassallaggio francese vi aveva smarrito col senso dell'antico orgoglio
savoiardo la dignità di nuovo regno italiano. La potenza collettiva
della monarchia e della rivoluzione in quell'incerta fusione di elementi
ancora troppo eterogenei era riuscita minore della loro autonoma
potenzialità.
Nell'esercito, altrettanto grosso di numero che fiacco d'organismo, si
era rivelata specialmente l'impotenza della nazione. Il governo,
costretto da una politica antipatriottica all'equivoco di Sarnico, alla
tragedia di Aspromonte, alla resa della Convenzione di settembre,
rispecchiava sciaguratamente nella propria insufficienza quella anche
maggiore del parlamento; la nazione non migliore nè dell'uno nè
dell'altro finiva colla propria passività ad imporre loro quella
medesima politica, della quale ora il danno e il disonore l'offendevano.
La nuova guerra aveva abbassato l'Italia. Il piccolo Piemonte,
abbandonato a Villafranca, aveva dovuto subire nel 1859 la pace
coll'Austria, ma dopo aver combattuto a fianco dei francesi con pari
valore; e la sua spedizione in Crimea, i suoi trionfi diplomatici, la
fine alterezza della sua politica negli anni anteriori, le intrepide
iniziative, tutto deponeva in suo favore. L'Italia, con un esercito
maggiore di quello austriaco, con un numero di volontari che avrebbe
potuto raggiungere i centomila, con una flotta doppia dell'inimica,
senza i pericoli interni, con un alleato capace di prostrare da solo
l'impero austro-ungarico in sette giorni: l'Italia vinta a Custoza,
sconfitta a Lissa, accettante la Venezia dalle mani di Napoleone, doveva
fatalmente decadere nel concetto dell'Europa, che in questo secolo aveva
veduto le insurrezioni di Spagna e le ribellioni di Grecia, e vedeva ora
la rivoluzione della Germania organizzata nel più ammirabile capolavoro
del genio di Bismarck.
Bisognava quindi all'Italia riconcentrarsi nel silenzio di un'altra
migliore preparazione. Ma finchè il periodo rivoluzionario, aperto colla
guerra franco-sarda, non si conchiudesse con la conquista di Roma
esaurendo la propria generazione, era impossibile sperare nella
immobilità dei suoi dati politici un rialzo nella coscienza nazionale.
Comunque ricomposta, l'Italia era troppo importante alla generazione del
suo risorgimento perchè questa ardisse avventurarla nel pericolo di una
più nobile politica.
CAPITOLO OTTAVO.
Ultima ripresa rivoluzionaria
Ultima reazione brigantesca a
Palermo.
Si era appena sottoscritto il trattato di pace a Vienna, e nella Venezia
si preparavano già febbrilmente le feste plebiscitarie, che un'altra
reazione brigantesca scoppiava a Palermo.
Forse il nuovo discredito del governo contribuì ad accelerarne
l'esplosione.
I nuovi metodi politici di centralizzazione violavano troppe tradizioni,
specialmente nelle provincie meridionali, separate dal resto del regno
da lunga distanza di periodi civili, per non produrvi un vivo
malcontento. La coscrizione militare, la moltiplicità grandinante delle
tasse, la soppressione delle corporazioni monacali, vi irritavano tutte
quelle passioni piuttosto compresse che soffocate dalla guerra spietata
contro il brigantaggio. La stessa epopea garibaldina, che sugli albori
della rivoluzione vi aveva infiammato la fantasia delle moltitudini, non
era più per esse che un ricordo di lontane vittorie dopo la catastrofe
di Aspromonte.
Una mortificazione d'indefinibili speranze inaspriva i dolori di una
cronica miseria, alla quale il governo non aveva potuto sino allora che
domandare sacrifici. Le vanità tradizionali dell'autonomia duravano
ancora nell'isola, la lunga reazione brigantesca del Napoletano,
cresciuta quasi a guerra civile, vi sostituiva lentamente nelle
immaginazioni la magnifica teatralità delle imprese garibaldine: tutto e
tutti contribuivano a preparare una nuova ribellione, la plebe delle
campagne colla brutalità, quella cittadina coll'abbiettezza, la
borghesia coll'avarizia, il patriziato colla superbia e coll'ignoranza,
il clero colla superstizione e colla perfidia.
Il governo, ancora sotto il peso delle ultime umiliazioni, non solo non
s'accorgeva del nuovo pericolo, ma, avvisatone dai propri funzionari,
temeva di raddoppiarlo mostrando di premunirsi.
La reazione brigantesca esplose naturalmente a Palermo, ove le velleità
di autonomia rifermentavano ad ogni coazione dell'unità contro
l'egoistica indipendenza regionale. La rivolta fu breve, ma violenta,
facinorosa, incredibile di odio e di insania. Già profittando della
guerra nel Veneto, per la quale tutti i presidii delle città erano stati
ridotti al minimo, dalle congiure sordamente riprese all'indomani
dell'annessione si era venuti alle bande armate: mancava un disegno, un
uomo, una bandiera. Non si sapeva neppure chiaramente lo scopo della
rivolta; non vi erano intese con altre regioni, non accordi diplomatici,
non vera preparazione di guerra. Ma un odio indefinibile riuniva tutte
le classi contro il governo: si sognava di autonomia senza il coraggio
di precisarla nemmeno come sogno: si moltiplicavano i pretesti alle
ribellioni traendoli da ogni novità. Il brigantaggio napoletano era
stato una reazione legittimista: la reazione siciliana doveva essere un
malandrinaggio senza aspirazione nè al passato nè all'avvenire.
Il 16 settembre (1866) le bande armate aggirantisi da molte settimane
sui monti si raccozzarono improvvisamente ed entrarono a Monreale
mettendo a rumore la città: quindi irruppero su Palermo, ne sollevarono
la plebaglia, ne asserragliarono le vie, vi assediarono nel palazzo il
prefetto Torelli colla poca truppa accorsa a difenderlo, e composero un
governo provvisorio. Parve, ed era il rovescio della conquista dei
Mille. Tutta l'isola ne fu commossa, ma per mancanza di un disegno e di
una bandiera il moto non potè espandersi. Il governo, che alle istanze
reiterate del prefetto non aveva voluto accrescere il presidio della
città ridotto a 3500 uomini, dovette quindi mandare su Palermo il
generale Cadorna con grosso nerbo di truppa per soffocarvi la guerra
civile. L'orribile tumulto durò sei giorni: la vittoria rimase
naturalmente al governo, ma il combattimento fu indescrivibile di
ferocia e grande la strage: si dovette riconquistare ogni via, ogni
casa; dai conventi mutati in fortezze frati e monache combattevano per
gli insorti; la plebaglia, che non aveva seguìto Garibaldi nel 1860, si
ostinava adesso con atroce temerità contro l'esercito regolare. Di
questo perirono nella mischia quasi cento soldati e trecento furono
feriti; degli altri non si volle fare il conto perchè sarebbe stato
troppo difficile e vergognoso.
L'ordine fu ristabilito. Gli autonomisti, che avevano mestato nella
congiura e fornito le bande, spaventati essi medesimi dalla truce
anarchia, riaderirono prontamente al governo. Per prudenza politica
questo non volle indagare nè le vere origini, nè quali fossero i
maggiori colpevoli della rivolta.
Nelle provincie napoletane più infette dal brigantaggio quel moto
siciliano non ebbe ripercussione: con esso finì la reazione meridionale
separatista.
Il gabinetto Ricasoli, già indebolito dai disastri della guerra, ne
ricevette un colpo mortale.
La politica ecclesiastica.
Le illusioni create nei più ingenui di parte moderata dalla Convenzione
di settembre dovettero dissiparsi alle nuove dichiarazioni di Napoleone
III, che ritirando momentaneamente il presidio da Roma non intendeva
assumere altri impegni per l'avvenire. Il sacrificio del diritto
nazionale consumato dal governo per eliminare i francesi da Roma, nella
speranza di potervi un giorno entrare dietro qualche imprevedibile
avvenimento, tornava quindi inutile dopo questa minaccia di altro
intervento. Infatti non appena l'esercito regolare francese si fu
ritirato da Roma, una grossa mano di finti volontari racimolati fra esso
vi rientrava a costituire una legione, chiamata poi dal nome di Antibo e
salutata dal generale francese Dumont, venuto da Parigi a passarla in
rivista, come nuova legione tebana.
La teorica cavouriana della conquista di Roma con mezzi morali,
infelicemente interpretata da' suoi successori, sembrava finire nel più
doloroso ridicolo, ora che l'ottenuta soluzione del problema veneto
rendeva più urgente quella della questione romana. Si comprendeva da
tutti che là stava il principio della rivoluzione italiana e la sola
possibile rivincita degli errori e delle umiliazioni patite dal periodo
delle annessioni sino allora. Bisognava a qualunque costo forzare Roma,
per dare all'Italia colla sua capitale storica una vera coscienza di
nazione.
Ricasoli vi si accinse: ma come all'indomani della Convenzione di
settembre il Lamarmora aveva deputato a Roma il Vegezzi, così egli vi
mandò il Tonello per trattare delle sedi vescovili vacanti. Poi,
lusingato dalla nomina di due prelati liberali alle chiese metropolitane
di Torino e di Milano, si spinse oltre sulla via di una conciliazione.
Il concetto suo e dei partigiani neo-guelfi era d'indurre il papa ad una
spontanea rinuncia del potere temporale, largheggiando siffattamente con
lui di concessioni nella politica ecclesiastica da assicurargli
un'immensa preponderanza sulla vita civile. A scusa di questo disegno
s'invocava la necessità di liberarsi dalla Francia col ridurre la
questione romana ad un problema di ordine interno, giacchè ottenere Roma
colle armi non si poteva. Ma un errore più profondo si nascondeva in
quest'idea, ed era la soggezione del pensiero civile al pensiero
religioso con questo riconoscimento della suprema autorità cattolica
come fonte di tutti i diritti regii, e colla negazione del principio
rivoluzionario il quale non aveva altra originalità dal disconoscimento
della supremazia religiosa in fuori. La libertà di pensiero, conquistata
religiosamente dalla Riforma e civilmente dalla rivoluzione francese,
sarebbe stata così sconfessata dalla rivoluzione italiana. Era l'ultima
riapparizione dell'idea giobertiana del _Primato_: ma la vasta utopia
del filosofo piemontese non riusciva nella politica del gabinetto di
Firenze che a mascherare i pregiudizi della corte incapace di concepire
la propria autorità senza sanzione religiosa, e cercante nella forte
compagine del cattolicismo un baluardo contro i flutti della
rivoluzione.
Intanto il ministero aveva già firmato la convenzione finanziaria
derivata dalla Convenzione di settembre, e per la quale l'Italia
assumeva il debito delle provincie pontificie annesse senza nemmeno
chiedere la libertà di quei cittadini italiani che, come il bolognese
Petroni, da quindici anni soffrivano nelle carceri romane. Nullameno il
governo francese, per quel brutto vizio di aggiungere sempre al danno lo
scorno, non fidandosi nè alla firma reale nè all'onore della nazione,
aveva forzato il gabinetto a deporre venti milioni nella Cassa-depositi
a Parigi.
L'occasione ai nuovi tentativi di accordi con Roma venne dalla legge
sull'alienazione dell'asse ecclesiastico, che lo Scialoia, reggente
allora il portafoglio delle finanze, doveva presentare alle Camere. In
essa, poi giustamente definita una singolare mistura di santimonia
neo-guelfa e di speculazione bancaria, si rimetteva nelle mani dei
vescovi, se volessero accettarla, la vendita dei beni del clero nel
termine di dieci anni, e la conversione del ricavato, e
l'amministrazione e la distribuzione delle rendite agli usi del culto e
al mantenimento delle persone, salvo il pagamento di 600 milioni di lire
italiane allo Stato in rate semestrali di cinquanta milioni l'una, quasi
per quota-parte delle appartenenze della società laica nella
destinazione di tali beni. Era assuntore della vasta operazione bancaria
il banchiere belga Langrand-Dumonceau di parte ultramontana.
Contemporaneamente i nuovi diplomatici mandati a Roma offrivano al
pontefice per parte del governo italiano la rinunzia alla presentazione
dei candidati alle sedi vescovili e alle guarentigie tradizionali del
_placet_, dell'_exequatur_ e del giuramento.
L'abbandono di queste viete riserve della sovranità regia contro
l'autorità ecclesiastica, logico secondo i principii della rivoluzione,
pei quali ogni religione nello stato non deve essere che un'opinione
perfettamente libera come tutte le altre, diventava nelle intenzioni e
nel fatto di tale politica un privilegio alla chiesa romana, che col
maneggio dell'alienazione e della disposizione del patrimonio
ecclesiastico si sarebbe costituita centro di enorme clientela,
esercitando la più sconfinata influenza specialmente coll'elettorato
ristretto d'allora.
Gregorio VII, il fiero tribuno del papato, non avrebbe potuto chiedere
di più. Fortunatamente la stessa legge storica della decadenza nel
papato impedì alla corte romana di accettare l'improvvida offerta: la
Camera, malgrado il bigottismo monarchico-religioso della propria
maggioranza, respinse il progetto Scialoia, contro cui si levavano
proteste specialmente dalle provincie venete: quindi Ricasoli, violento
d'orgoglio, ottenne dal re lo scioglimento della Camera, ma le elezioni
essendoglisi chiarite avverse dovette dimettersi.
Durante la lotta di queste, Garibaldi, dietro consiglio della sinistra
parlamentare, si era recato sul continente per pubblicarvi un manifesto
politico sull'urgenza di conquistare Roma all'Italia colle vie legali,
ed aveva percorse tutte le provincie venete arringando i popoli
inutilmente: la nuova Camera, da lui sognata tutta piena di
rappresentanti decisi a sciogliere magari con una guerra nazionale alla
Francia il problema di Roma, risultò invece poco diversa dalle altre,
sebbene ostile al ministero.
Ministero Rattazzi.
Col ritorno del Rattazzi al potere doveva svolgersi in un ultimo
equivoco della politica monarchica il supremo tentativo rivoluzionario
per la conquista di Roma.
Difetti e qualità rendevano il nuovo ministro singolarmente adatto alla
tragica avventura. La sua prontezza così a sedurre come a lasciarsi
sedurre da grandi imprese, trovando sempre in un tradimento finale la
soluzione ad un intrigo divenuto inestricabile, faceva di lui egualmente
sperare e temere. Lo si sapeva infatti giacobino contro il papa e
cortigiano con Vittorio Emanuele, ligio a Napoleone e avverso alla
destra, compromesso colla sinistra e odiato dal popolo; ma così abile
parlamentare e scaltro diplomatico da reggersi nelle più difficili
situazioni non ostante lo squilibrio dell'ingegno.
La sua presenza al ministero, anzichè rinfocolare gli odii di
Aspromonte, parve quindi al partito d'azione arra di più coraggiose e
feconde iniziative.
Roma, ritornata colla partenza del presidio francese in signoria di se
medesima, mutava apparentemente le condizioni del proprio problema
politico. Se infino allora le sarebbe stato difficile ogni moto
rivoluzionario, giacchè il governo pontificio denunciandolo come tumulto
plateale avrebbe avuto, a schiacciarlo, irresistibile concorso dalle
truppe francesi, ora non trovandosi sopra altri nemici che i pochi
mercenari papalini poteva senza troppa difficoltà e con molta speranza
di buon successo, levarsi a rivoluzione. La Convenzione di settembre,
coll'assicurarle il reciproco non intervento della Francia e
dell'Italia, le lasciava tutto il merito della iniziativa. Malgrado le
compromissioni di Napoleone col clero francese, difficilmente ad una
spontanea rivoluzione dei romani egli avrebbe potuto allora, nel
rifermentare delle passioni republicane a Parigi, ripetere la spedizione
del 1849; quindi l'Italia invocata liberamente da Roma avrebbe risposto
occupandola colle proprie truppe. L'impero buonapartesco, prima di
scendere ad una guerra contro l'Italia, avrebbe dovuto pensare
seriamente alla posizione fattagli in Europa dalla rivalità della
Prussia.
Era questa l'idea di Mazzini e da lui eloquentemente sua indarno
predicata ai romani.
Poco segreti e meno efficaci si adoperavano in Roma tre comitati
liberali, moderato l'uno, mazziniano il secondo, garibaldino il terzo.
Il primo sottoposto agli ordini del governo italiano badava piuttosto ad
impedire che altri facesse che a fare, giustificando tratto tratto la
propria esistenza con dimostrazioni puerili contro il papa; il secondo,
impegolato nelle formule mazziniane, riusciva ad un'accademia; l'ultimo,
combattuto con diverse intenzioni ma pari accanimento da entrambi,
rimaneva impotente all'azione malgrado la praticità dei propri
propositi.