In tutta Europa una satira spietata mordeva il nome italiano: Austria,

Prussia, Francia, persino l'amica Inghilterra, vilipendevano l'Italia

mostratasi alla prima guerra nazionale ancora più inetta che non nella

secolare servitù: le si rinfacciava l'inanità di tutte le sue

rivoluzioni anteriori, le vittorie francesi del 1859, gli stessi

miracoli dell'epopea garibaldina nel 1860 siccome compiuti da un pugno

di eroi contro gli ordini del governo e l'opinione di tutti: il nome di

Machiavelli, infame di codarda perfidia nel gergo delle scuole, era la

definizione della nuova Italia; si compiangeva Garibaldi moschettato ad

Aspromonte ed ora relegato fra le rocce del Tirolo, non si credeva più

all'onestà di Lamarmora, non si trovavano confronti per la ritirata di

Custoza e la rotta di Lissa. Le fulminee vittorie della Prussia

rendevano anche più umiliante il giudizio sull'Italia. Il governo di

Firenze non somigliava neppur lontanamente a quello di Torino, quando il

conte di Cavour vi preparava l'egemonia piemontese.

La publica opinione italiana, anzichè reagire contro sì terribili

accuse, le inveleniva: tutti sentivano che quella prima guerra nazionale

aveva deciso dell'onore della patria, e che l'onore era macchiato;

nessun eroismo individuale bastava più a salvare la nazione. Nell'impeto

magnanimo e partigiano dello sdegno si gettava naturalmente la

responsabilità sopra pochi: si gridava che Lamarmora aveva patteggiato

la sconfitta, che la corte aveva tradito il paese.

Intanto la Prussia, persuasa che l'Italia non andrebbe militarmente

oltre i limiti assegnati dalla cessione della Venezia alla Francia, dopo

aver risposto a Napoleone colla minaccia di una seconda guerra sul Reno,

il 22 luglio segnava un armistizio coll'Austria, e quattro giorni dopo

segnava a Nikolsburg i preliminari della pace. Gli articoli di questa

dicevano: scioglimento della Confederazione germanica e assenso dato

dall'Austria a un nuovo assetto politico della Germania senza di essa;

costituzione degli stati tedeschi al nord del Meno in una confederazione

sotto la direzione militare e politica della Prussia; facoltà negli

stati del sud di confederarsi conservando la loro autonomia; annessione

alla Prussia dei ducati dell'Elba, dell'Annover, dell'Assia-Cassel e

Nassau; conservazione e integrità dell'impero austro-ungarico ad

eccezione della Venezia. In un articolo separato il re di Prussia si

faceva mallevadore dell'adesione del governo italiano all'armistizio e

alla pace, tosto che il Veneto fosse per una dichiarazione

dell'imperatore dei Francesi messo a disposizione di Vittorio Emanuele.

La Prussia, guarantendo l'adesione del governo italiano, non aveva

degnato nemmeno d'interrogarlo.

Quindi l'Austria, imbaldanzita subitamente contro l'Italia, le negò per

l'armistizio la concessione dell'_uti possidetis_, già consentita nelle

prime trattative con Napoleone; nuovi corpi d'esercito si drizzarono

minacciosamente sul Veneto, si parlò di una seconda guerra fra l'Austria

e l'Italia. Sarebbe stata la rivincita per l'Italia e la riconquista di

tutto il suo territorio, se nella nazione l'entusiasmo guerriero avesse

potuto costringere il governo a più risoluto atteggiamento: questo

invece piegò un'altra volta alle ingiunzioni austriache. Si ordinò a

Garibaldi, unico vincitore, di sgombrare il Tirolo; e Garibaldi,

condensando tutta l'amarezza del proprio patriottismo in una sola

parola, rispose: «Obbedisco». Spirato il secondo armistizio, ne venne

segnato un terzo a Cormons (12 agosto) di quattro settimane, durante il

quale fu sottoscritta a Praga la pace fra Austria e Prussia, e a Vienna

la cessione formale della Venezia alla Francia colla condizione che il

debito publico delle provincie lombarde comprese nel Veneto fosse

liquidato secondo il trattato di Zurigo.

In tanto vilipendio di se stesso il governo aveva invano cercato di

migliorare le condizioni del trattato col chiedere «che le discussioni

per le ratifiche dei confini fossero riserbate alle trattative della

pace», giacchè tale allusione al Tirolo meridionale venne subito

respinta dalla Francia e dalla Prussia.

Napoleone, per la vanità di figurare arbitro nella grande contesa, non

si accorgeva di offendere mortalmente l'Italia colla propria mediazione;

Vittorio Emanuele, che aveva serbato dignità nell'abbandono di

Villafranca, s'arrese questa volta prontamente, ma il Ricasoli

resistette fino all'ultimo, e non cedette che al pericolo di una

vergogna maggiore. Infatti i veneti, inerti durante tutta la guerra,

chiedevano ora ad alte grida di venire accolti nel regno minacciando di

costituirsi in stato indipendente sotto la protezione della Francia:

sottoscrizioni coperte di molte ed illustri firme viaggiavano a Parigi

per sollecitare l'imperatore alla ricostituzione dell'antico stato

veneto.

Nel Tirolo invece la popolazione non solo non si era sollevata, ma aveva

strenuamente combattuto contro i garibaldini con ventidue centurie di

cacciatori indigeni sotto gli ordini del generale Kuhn.

La stipulazione della pace fu lunga e laboriosa. L'Austria, malgrado la

dichiarazione di liquidare il debito delle provincie cedute a norma del

trattato di Zurigo, esigeva altri 36 milioni di fiorini come loro quota

proporzionale dei debiti da essa contratti dopo tale trattato: per gli

uffici di Francia e di Prussia si potè venirne a capo, ma si dovette

abbandonarle nella questione delle frontiere la linea dell'Isonzo ed

accettare quella dei confini amministrativi. Così l'Italia, senza

frontiere verso la Francia dopo la cessione della Savoia, non ne ebbe

contro l'Austria, che ad una nuova guerra avrebbe potuto riprendersi il

Veneto colla massima facilità. Finalmente il 3 ottobre fu sottoscritto a

Vienna il trattato di pace: per esso l'Italia si addossava un debito di

99 milioni, e l'imperatore d'Austria con tarda cortesia rimetteva al re

d'Italia la corona ferrea trafugata nel 1859; i sudditi veneti addetti

al servizio dell'impero ebbero facoltà di rimpatriare conservando gradi

e stipendi presso il nuovo governo; furono resi gli archivi della

republica veneta, ma quasi a memoria insolente della lunga conquista

restituita non perduta, l'Austria si ritenne i palazzi di Roma e di

Costantinopoli già appartenenti alla republica.

Eseguite tutte le ratifiche, il generale Leboeuf, commissario per

l'imperatore Napoleone III a Venezia, dichiarò di consegnare a se stesso

il paese, affinchè il popolo manifestasse liberamente la propria volontà

di aggregarsi alla nazione italiana: dopo tale dichiarazione il generale

Aleman cogli avanzi del presidio austriaco s'imbarcava per Trieste. I

comizi plebiscitari tenuti il 21 e il 22 diedero 647,246 sì per la

fusione col regno costituzionale di Vittorio Emanuele contro soli 69 no.

E quasi a così triste pace mancasse ancora un anacronismo, Vittorio

Emanuele con serotina vanità di re savoiardo volle ricevere gli oratori

veneti piuttosto a Torino che a Firenze, per affermare contro il

concetto della cresciuta italianità la nuova conquista regia.

Il difficile problema veneto, che nessuna delle due politiche italiane

era bastata a disciorre con forze proprie, si era risolto

coll'intervento di un'altra grande rivoluzione europea inspirata dal

medesimo principio di nazionalità. Ma la giovane nazione vi aveva fatto

una prova ben dolorosa della propria incapacità. Monarchia e

rivoluzione, unite momentaneamente nell'accordo migliore, non avevano

saputo trovarvi più le eroiche energie dei loro primi momenti, quando il

conte di Cavour col piccolo Piemonte osava la spedizione in Crimea, o

Garibaldi, contro l'opinione di questo, arrischiava l'impresa dei Mille.

Il soffio epico, che aveva reso ammirabile il partito rivoluzionario

nella ricostituzione della patria, era cessato coll'avvento delle masse

alla nuova vita publica, mentre il governo caduto nel più tristo

vassallaggio francese vi aveva smarrito col senso dell'antico orgoglio

savoiardo la dignità di nuovo regno italiano. La potenza collettiva

della monarchia e della rivoluzione in quell'incerta fusione di elementi

ancora troppo eterogenei era riuscita minore della loro autonoma

potenzialità.

Nell'esercito, altrettanto grosso di numero che fiacco d'organismo, si

era rivelata specialmente l'impotenza della nazione. Il governo,

costretto da una politica antipatriottica all'equivoco di Sarnico, alla

tragedia di Aspromonte, alla resa della Convenzione di settembre,

rispecchiava sciaguratamente nella propria insufficienza quella anche

maggiore del parlamento; la nazione non migliore nè dell'uno nè

dell'altro finiva colla propria passività ad imporre loro quella

medesima politica, della quale ora il danno e il disonore l'offendevano.

La nuova guerra aveva abbassato l'Italia. Il piccolo Piemonte,

abbandonato a Villafranca, aveva dovuto subire nel 1859 la pace

coll'Austria, ma dopo aver combattuto a fianco dei francesi con pari

valore; e la sua spedizione in Crimea, i suoi trionfi diplomatici, la

fine alterezza della sua politica negli anni anteriori, le intrepide

iniziative, tutto deponeva in suo favore. L'Italia, con un esercito

maggiore di quello austriaco, con un numero di volontari che avrebbe

potuto raggiungere i centomila, con una flotta doppia dell'inimica,

senza i pericoli interni, con un alleato capace di prostrare da solo

l'impero austro-ungarico in sette giorni: l'Italia vinta a Custoza,

sconfitta a Lissa, accettante la Venezia dalle mani di Napoleone, doveva

fatalmente decadere nel concetto dell'Europa, che in questo secolo aveva

veduto le insurrezioni di Spagna e le ribellioni di Grecia, e vedeva ora

la rivoluzione della Germania organizzata nel più ammirabile capolavoro

del genio di Bismarck.

Bisognava quindi all'Italia riconcentrarsi nel silenzio di un'altra

migliore preparazione. Ma finchè il periodo rivoluzionario, aperto colla

guerra franco-sarda, non si conchiudesse con la conquista di Roma

esaurendo la propria generazione, era impossibile sperare nella

immobilità dei suoi dati politici un rialzo nella coscienza nazionale.

Comunque ricomposta, l'Italia era troppo importante alla generazione del

suo risorgimento perchè questa ardisse avventurarla nel pericolo di una

più nobile politica.

CAPITOLO OTTAVO.

Ultima ripresa rivoluzionaria

Ultima reazione brigantesca a

Palermo.

Si era appena sottoscritto il trattato di pace a Vienna, e nella Venezia

si preparavano già febbrilmente le feste plebiscitarie, che un'altra

reazione brigantesca scoppiava a Palermo.

Forse il nuovo discredito del governo contribuì ad accelerarne

l'esplosione.

I nuovi metodi politici di centralizzazione violavano troppe tradizioni,

specialmente nelle provincie meridionali, separate dal resto del regno

da lunga distanza di periodi civili, per non produrvi un vivo

malcontento. La coscrizione militare, la moltiplicità grandinante delle

tasse, la soppressione delle corporazioni monacali, vi irritavano tutte

quelle passioni piuttosto compresse che soffocate dalla guerra spietata

contro il brigantaggio. La stessa epopea garibaldina, che sugli albori

della rivoluzione vi aveva infiammato la fantasia delle moltitudini, non

era più per esse che un ricordo di lontane vittorie dopo la catastrofe

di Aspromonte.

Una mortificazione d'indefinibili speranze inaspriva i dolori di una

cronica miseria, alla quale il governo non aveva potuto sino allora che

domandare sacrifici. Le vanità tradizionali dell'autonomia duravano

ancora nell'isola, la lunga reazione brigantesca del Napoletano,

cresciuta quasi a guerra civile, vi sostituiva lentamente nelle

immaginazioni la magnifica teatralità delle imprese garibaldine: tutto e

tutti contribuivano a preparare una nuova ribellione, la plebe delle

campagne colla brutalità, quella cittadina coll'abbiettezza, la

borghesia coll'avarizia, il patriziato colla superbia e coll'ignoranza,

il clero colla superstizione e colla perfidia.

Il governo, ancora sotto il peso delle ultime umiliazioni, non solo non

s'accorgeva del nuovo pericolo, ma, avvisatone dai propri funzionari,

temeva di raddoppiarlo mostrando di premunirsi.

La reazione brigantesca esplose naturalmente a Palermo, ove le velleità

di autonomia rifermentavano ad ogni coazione dell'unità contro

l'egoistica indipendenza regionale. La rivolta fu breve, ma violenta,

facinorosa, incredibile di odio e di insania. Già profittando della

guerra nel Veneto, per la quale tutti i presidii delle città erano stati

ridotti al minimo, dalle congiure sordamente riprese all'indomani

dell'annessione si era venuti alle bande armate: mancava un disegno, un

uomo, una bandiera. Non si sapeva neppure chiaramente lo scopo della

rivolta; non vi erano intese con altre regioni, non accordi diplomatici,

non vera preparazione di guerra. Ma un odio indefinibile riuniva tutte

le classi contro il governo: si sognava di autonomia senza il coraggio

di precisarla nemmeno come sogno: si moltiplicavano i pretesti alle

ribellioni traendoli da ogni novità. Il brigantaggio napoletano era

stato una reazione legittimista: la reazione siciliana doveva essere un

malandrinaggio senza aspirazione nè al passato nè all'avvenire.

Il 16 settembre (1866) le bande armate aggirantisi da molte settimane

sui monti si raccozzarono improvvisamente ed entrarono a Monreale

mettendo a rumore la città: quindi irruppero su Palermo, ne sollevarono

la plebaglia, ne asserragliarono le vie, vi assediarono nel palazzo il

prefetto Torelli colla poca truppa accorsa a difenderlo, e composero un

governo provvisorio. Parve, ed era il rovescio della conquista dei

Mille. Tutta l'isola ne fu commossa, ma per mancanza di un disegno e di

una bandiera il moto non potè espandersi. Il governo, che alle istanze

reiterate del prefetto non aveva voluto accrescere il presidio della

città ridotto a 3500 uomini, dovette quindi mandare su Palermo il

generale Cadorna con grosso nerbo di truppa per soffocarvi la guerra

civile. L'orribile tumulto durò sei giorni: la vittoria rimase

naturalmente al governo, ma il combattimento fu indescrivibile di

ferocia e grande la strage: si dovette riconquistare ogni via, ogni

casa; dai conventi mutati in fortezze frati e monache combattevano per

gli insorti; la plebaglia, che non aveva seguìto Garibaldi nel 1860, si

ostinava adesso con atroce temerità contro l'esercito regolare. Di

questo perirono nella mischia quasi cento soldati e trecento furono

feriti; degli altri non si volle fare il conto perchè sarebbe stato

troppo difficile e vergognoso.

L'ordine fu ristabilito. Gli autonomisti, che avevano mestato nella

congiura e fornito le bande, spaventati essi medesimi dalla truce

anarchia, riaderirono prontamente al governo. Per prudenza politica

questo non volle indagare nè le vere origini, nè quali fossero i

maggiori colpevoli della rivolta.

Nelle provincie napoletane più infette dal brigantaggio quel moto

siciliano non ebbe ripercussione: con esso finì la reazione meridionale

separatista.

Il gabinetto Ricasoli, già indebolito dai disastri della guerra, ne

ricevette un colpo mortale.

La politica ecclesiastica.

Le illusioni create nei più ingenui di parte moderata dalla Convenzione

di settembre dovettero dissiparsi alle nuove dichiarazioni di Napoleone

III, che ritirando momentaneamente il presidio da Roma non intendeva

assumere altri impegni per l'avvenire. Il sacrificio del diritto

nazionale consumato dal governo per eliminare i francesi da Roma, nella

speranza di potervi un giorno entrare dietro qualche imprevedibile

avvenimento, tornava quindi inutile dopo questa minaccia di altro

intervento. Infatti non appena l'esercito regolare francese si fu

ritirato da Roma, una grossa mano di finti volontari racimolati fra esso

vi rientrava a costituire una legione, chiamata poi dal nome di Antibo e

salutata dal generale francese Dumont, venuto da Parigi a passarla in

rivista, come nuova legione tebana.

La teorica cavouriana della conquista di Roma con mezzi morali,

infelicemente interpretata da' suoi successori, sembrava finire nel più

doloroso ridicolo, ora che l'ottenuta soluzione del problema veneto

rendeva più urgente quella della questione romana. Si comprendeva da

tutti che là stava il principio della rivoluzione italiana e la sola

possibile rivincita degli errori e delle umiliazioni patite dal periodo

delle annessioni sino allora. Bisognava a qualunque costo forzare Roma,

per dare all'Italia colla sua capitale storica una vera coscienza di

nazione.

Ricasoli vi si accinse: ma come all'indomani della Convenzione di

settembre il Lamarmora aveva deputato a Roma il Vegezzi, così egli vi

mandò il Tonello per trattare delle sedi vescovili vacanti. Poi,

lusingato dalla nomina di due prelati liberali alle chiese metropolitane

di Torino e di Milano, si spinse oltre sulla via di una conciliazione.

Il concetto suo e dei partigiani neo-guelfi era d'indurre il papa ad una

spontanea rinuncia del potere temporale, largheggiando siffattamente con

lui di concessioni nella politica ecclesiastica da assicurargli

un'immensa preponderanza sulla vita civile. A scusa di questo disegno

s'invocava la necessità di liberarsi dalla Francia col ridurre la

questione romana ad un problema di ordine interno, giacchè ottenere Roma

colle armi non si poteva. Ma un errore più profondo si nascondeva in

quest'idea, ed era la soggezione del pensiero civile al pensiero

religioso con questo riconoscimento della suprema autorità cattolica

come fonte di tutti i diritti regii, e colla negazione del principio

rivoluzionario il quale non aveva altra originalità dal disconoscimento

della supremazia religiosa in fuori. La libertà di pensiero, conquistata

religiosamente dalla Riforma e civilmente dalla rivoluzione francese,

sarebbe stata così sconfessata dalla rivoluzione italiana. Era l'ultima

riapparizione dell'idea giobertiana del _Primato_: ma la vasta utopia

del filosofo piemontese non riusciva nella politica del gabinetto di

Firenze che a mascherare i pregiudizi della corte incapace di concepire

la propria autorità senza sanzione religiosa, e cercante nella forte

compagine del cattolicismo un baluardo contro i flutti della

rivoluzione.

Intanto il ministero aveva già firmato la convenzione finanziaria

derivata dalla Convenzione di settembre, e per la quale l'Italia

assumeva il debito delle provincie pontificie annesse senza nemmeno

chiedere la libertà di quei cittadini italiani che, come il bolognese

Petroni, da quindici anni soffrivano nelle carceri romane. Nullameno il

governo francese, per quel brutto vizio di aggiungere sempre al danno lo

scorno, non fidandosi nè alla firma reale nè all'onore della nazione,

aveva forzato il gabinetto a deporre venti milioni nella Cassa-depositi

a Parigi.

L'occasione ai nuovi tentativi di accordi con Roma venne dalla legge

sull'alienazione dell'asse ecclesiastico, che lo Scialoia, reggente

allora il portafoglio delle finanze, doveva presentare alle Camere. In

essa, poi giustamente definita una singolare mistura di santimonia

neo-guelfa e di speculazione bancaria, si rimetteva nelle mani dei

vescovi, se volessero accettarla, la vendita dei beni del clero nel

termine di dieci anni, e la conversione del ricavato, e

l'amministrazione e la distribuzione delle rendite agli usi del culto e

al mantenimento delle persone, salvo il pagamento di 600 milioni di lire

italiane allo Stato in rate semestrali di cinquanta milioni l'una, quasi

per quota-parte delle appartenenze della società laica nella

destinazione di tali beni. Era assuntore della vasta operazione bancaria

il banchiere belga Langrand-Dumonceau di parte ultramontana.

Contemporaneamente i nuovi diplomatici mandati a Roma offrivano al

pontefice per parte del governo italiano la rinunzia alla presentazione

dei candidati alle sedi vescovili e alle guarentigie tradizionali del

_placet_, dell'_exequatur_ e del giuramento.

L'abbandono di queste viete riserve della sovranità regia contro

l'autorità ecclesiastica, logico secondo i principii della rivoluzione,

pei quali ogni religione nello stato non deve essere che un'opinione

perfettamente libera come tutte le altre, diventava nelle intenzioni e

nel fatto di tale politica un privilegio alla chiesa romana, che col

maneggio dell'alienazione e della disposizione del patrimonio

ecclesiastico si sarebbe costituita centro di enorme clientela,

esercitando la più sconfinata influenza specialmente coll'elettorato

ristretto d'allora.

Gregorio VII, il fiero tribuno del papato, non avrebbe potuto chiedere

di più. Fortunatamente la stessa legge storica della decadenza nel

papato impedì alla corte romana di accettare l'improvvida offerta: la

Camera, malgrado il bigottismo monarchico-religioso della propria

maggioranza, respinse il progetto Scialoia, contro cui si levavano

proteste specialmente dalle provincie venete: quindi Ricasoli, violento

d'orgoglio, ottenne dal re lo scioglimento della Camera, ma le elezioni

essendoglisi chiarite avverse dovette dimettersi.

Durante la lotta di queste, Garibaldi, dietro consiglio della sinistra

parlamentare, si era recato sul continente per pubblicarvi un manifesto

politico sull'urgenza di conquistare Roma all'Italia colle vie legali,

ed aveva percorse tutte le provincie venete arringando i popoli

inutilmente: la nuova Camera, da lui sognata tutta piena di

rappresentanti decisi a sciogliere magari con una guerra nazionale alla

Francia il problema di Roma, risultò invece poco diversa dalle altre,

sebbene ostile al ministero.

Ministero Rattazzi.

Col ritorno del Rattazzi al potere doveva svolgersi in un ultimo

equivoco della politica monarchica il supremo tentativo rivoluzionario

per la conquista di Roma.

Difetti e qualità rendevano il nuovo ministro singolarmente adatto alla

tragica avventura. La sua prontezza così a sedurre come a lasciarsi

sedurre da grandi imprese, trovando sempre in un tradimento finale la

soluzione ad un intrigo divenuto inestricabile, faceva di lui egualmente

sperare e temere. Lo si sapeva infatti giacobino contro il papa e

cortigiano con Vittorio Emanuele, ligio a Napoleone e avverso alla

destra, compromesso colla sinistra e odiato dal popolo; ma così abile

parlamentare e scaltro diplomatico da reggersi nelle più difficili

situazioni non ostante lo squilibrio dell'ingegno.

La sua presenza al ministero, anzichè rinfocolare gli odii di

Aspromonte, parve quindi al partito d'azione arra di più coraggiose e

feconde iniziative.

Roma, ritornata colla partenza del presidio francese in signoria di se

medesima, mutava apparentemente le condizioni del proprio problema

politico. Se infino allora le sarebbe stato difficile ogni moto

rivoluzionario, giacchè il governo pontificio denunciandolo come tumulto

plateale avrebbe avuto, a schiacciarlo, irresistibile concorso dalle

truppe francesi, ora non trovandosi sopra altri nemici che i pochi

mercenari papalini poteva senza troppa difficoltà e con molta speranza

di buon successo, levarsi a rivoluzione. La Convenzione di settembre,

coll'assicurarle il reciproco non intervento della Francia e

dell'Italia, le lasciava tutto il merito della iniziativa. Malgrado le

compromissioni di Napoleone col clero francese, difficilmente ad una

spontanea rivoluzione dei romani egli avrebbe potuto allora, nel

rifermentare delle passioni republicane a Parigi, ripetere la spedizione

del 1849; quindi l'Italia invocata liberamente da Roma avrebbe risposto

occupandola colle proprie truppe. L'impero buonapartesco, prima di

scendere ad una guerra contro l'Italia, avrebbe dovuto pensare

seriamente alla posizione fattagli in Europa dalla rivalità della

Prussia.

Era questa l'idea di Mazzini e da lui eloquentemente sua indarno

predicata ai romani.

Poco segreti e meno efficaci si adoperavano in Roma tre comitati

liberali, moderato l'uno, mazziniano il secondo, garibaldino il terzo.

Il primo sottoposto agli ordini del governo italiano badava piuttosto ad

impedire che altri facesse che a fare, giustificando tratto tratto la

propria esistenza con dimostrazioni puerili contro il papa; il secondo,

impegolato nelle formule mazziniane, riusciva ad un'accademia; l'ultimo,

combattuto con diverse intenzioni ma pari accanimento da entrambi,

rimaneva impotente all'azione malgrado la praticità dei propri

propositi.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 16 / 29 段