posizione dell'Italia era già guasta dall'arbitrario intervento di
Napoleone, cui l'Austria aveva offerto di cedere la Venezia perchè la
rimettesse al governo di Vittorio Emanuele: si sentiva oscuramente da
tutti che l'azione italiana non era più libera, dacchè il protettorato
francese tendeva ora a salvare l'Austria da un ultimo sfacelo.
L'esercito, non ancora ben fuso, nè abbastanza addestrato, era minato da
rivalità di generali e di regioni: non buone le armi, migliore la
disciplina, ma scarsa la fede nei capi, e in questi l'abilità e la
gloria. Il concorso dei volontari, che avrebbero potuto crescere sino a
centomila e si vollero ridotti appena ad un terzo, era giudicato dal
governo piuttosto un pericolo che un aiuto: malgrado la fede in
Garibaldi, si temeva sempre di qualche moto rivoluzionario, se una
sconfitta avesse compromesso la monarchia. Perciò si era pensato prima a
gittare Garibaldi sulla Dalmazia per sollevare alle spalle dell'Austria
con forte diversione Slavi ed Ungheresi, ma questo ardito proposito
venne presto mutato perchè importava un attacco aggirante anzichè
diretto del quadrilatero. La guerra avrebbe allora dovuto procedere
colla massima celerità, proteggendo con due corpi Milano e Firenze,
marciando su Venezia per attirare il nemico in campo aperto, e
minacciando Vienna. Era questo il disegno proposto dal grande stratega
Moltke per mezzo del legato Usedom, e suggerito con opposte intenzioni
rivoluzionarie ma pari intuizioni di guerra da Mazzini: Garibaldi sulle
coste dalmate avrebbe potuto con cinquantamila volontari essere di
valido aiuto. Invece si volle, malgrado l'esperienza infelice del 1848 e
1859, tentare l'attacco diretto sul quadrilatero reso imprendibile da
nuove fortificazioni. Il Lamarmora ricusò per orgoglio di generale il
disegno offerto da Moltke, e piegò come ministro agli intendimenti di
Napoleone, che voleva la guerra italiana limitata al minore sforzo
possibile: sciaguratamente la rivalità col Cialdini, cui si era con
inescusabile parzialità conferito pari comando, finì di guastare il
disegno di guerra adottato. Garibaldi, internato nel Tirolo con scarse
forze, malissimo armate al solito e contrastate con ogni maniera
d'intrighi, non era più che un prigioniero della monarchia, abbastanza
furba per trarre la gioventù rivoluzionaria in tale nobile domicilio
coatto.
La marina, della quale pel vantaggio numerico delle navi si menavano
grandi vanti, avrebbe dovuto essere uno dei maggiori nerbi della guerra:
l'Austria, scarsissima di armata, non avrebbe potuto nell'angustia
dell'Adriatico evitare nè la battaglia, nè la sconfitta: facilissimo
quindi l'impossessarsi di Venezia e di Trieste. Ma a capo della flotta
invece del Galli della Mantica, illustre e potente marinaio, si volle
mantenere il Persano, timido ed inetto, mentre al ministero della marina
con disinvolta insipienza armeggiava il Depretis.
Nullameno tale era la superiorità numerica dell'esercito e dell'armata
italiana sull'austriaca che la vittoria sarebbe stata ancora possibile
senza quel capitale errore di un attacco diretto sul Mincio, e con una
maggiore indipendenza politica. Già dalle prime ore, attraverso
l'entusiasmo della guerra, era penetrata una snervante sfiducia; la
generosità donchisciottesca del Lamarmora nel ricusare l'offerta
cessione della Venezia riduceva la guerra quasi ad un torneo, del quale
il premio fosse in certo modo assicurato, e nel quale Napoleone era
giudice di campo; il disegno dell'attacco diretto sul Mincio ribadiva il
sospetto che non si volesse marciare su Venezia; l'inazione imposta a
Garibaldi nelle gole del Tirolo, la lentezza delle prime mosse, quel
limitarsi a poco più di una difesa, mentre la posta data all'esercito
italiano sotto le mura di Vienna dall'esercito prussiano avrebbe
raddoppiato l'entusiasmo nazionale, l'impossibilità di credere a nessun
generale regio, preparavano in una inconscia diffidenza quella tempesta
di ire magnanime e partigiane, che poi scoppiò alle prime sconfitte.
Ma nella maggioranza il vecchio scetticismo italiano si apprestava
invece a profittare delle vittorie prussiane, e a contentarsi della
cessione della sola Venezia anche per mezzo di Napoleone, se l'altra del
Tirolo e dell'Istria non fossero possibili per le pretese della
Germania.
La campagna.
La guerra cominciò sul Mincio.
Tre corpi di esercito ne tentarono il guado, mentre il quarto comandato
da Cialdini avrebbe dovuto passare il Po a Ferrara per prendere forte
posizione fra Vicenza e Verona, ed assaltare il quadrilatero alle
spalle; Garibaldi dal lago di Garda risaliva la valle del Tirolo;
l'ammiraglio Persano colla flotta aveva incarico di assalire l'armata
nemica a Pola. L'arciduca Alberto, generalissimo degli austriaci e
meritamente in voce di buon stratega, aveva messo a guardia del Tirolo
dodici battaglioni di cacciatori imperiali e ventidue centurie di
cacciatori tirolesi, aspettando col grosso dell'esercito nel
quadrilatero. Le sue truppe arrivavano appena alla metà delle nostre, ma
erano più forti per posizioni, per armi, per disciplina, per fede nel
generale; l'esercito italiano sommava a 300 mila uomini, la flotta a 36
vascelli, tra i quali 12 corazzate. Un telegramma del re la sera del 22
giugno mandato al Ricasoli, e da questo letto in senato per iattanza
teatrale, finì di chiarire all'arciduca Alberto il disegno dell'attacco:
e però, ingannando abilmente il Lamarmora, che dalle campagne deserte
oltre il Mincio lo giudicava concentrato fra l'Adige e il Po, egli lo
lascia avanzare a bell'agio in ventaglio sopra una zona di quaranta
chilometri in mezzo al triangolo formato da Peschiera, Mantova e Verona.
Le colline di Salionze, Oliosi, San Giorgio in Salice e Sommacampagna,
obbiettivo del Lamarmora, sono già occupate dagli austriaci sino dalla
notte del 22; un'incredibile illusione persuade al Lamarmora che la
battaglia sia ancora lontana; la marcia in avanti è ripresa senza
indicarne nemmeno con precisione le strade: ignoranza e disordine la
sviano. La divisione del generale Sirtori rimane senza avanguardia,
l'altra del generale Cerale con due, mentre il nemico, spiegato a
mezzaluna sopra un arco di quindici chilometri, s'inoltra all'attacco.
La battaglia (24 giugno) non prevista e male ordinata, si risolve in un
disastro; il principe ereditario Umberto vi corre rischio della vita, ed
è appena salvato dal valore di un reggimento che si schiera in quadrato
per resistere ad un assalto disperato di cavalieri ulani; i generali
Villarey e Cerale soccombono ad Oliosi, il generale Dezza capitola coi
resti della divisione alle Maragnotte; giù nei piani di Custoza il
generale Durando, respinto da tutte le posizioni, deve cedere il campo.
Lo sgomento dai soldati, dei quali molti gettarono i fucili, e dal treno
borghese, che fuggì tagliando le tirelle ai cavalli, sale ai generali:
si teme già un'invasione austriaca. Lamarmora telegrafa a Garibaldi che
avanzava lentamente su pel Tirolo: -- Salvate l'eroica Brescia -- e a
Cialdini inerte oltre il Po: -- Coprite Firenze -- : quindi ordina la
ritirata di là dal Mincio per assicurare l'esercito nel forte triangolo
di Cremona, Pizzighettone e Piacenza.
Giammai battaglia più insensata e rotta minore prostrarono più grosso
esercito e più giovane nazione.
Il paese, giudicando la battaglia dal numero dei combattenti e dei
morti, appena un cinquantamila degli uni ed un migliaio degli altri, non
può comprendere quella fuga, e fantastica d'infami accordi con Napoleone
III. Le prime trattative per la cessione della Venezia sembrano ora il
prologo di una guerra, nella quale si ricusi di combattere: trecentomila
uomini infatti che si ritirano dinanzi a settantamila; una flotta
padrona ed inerte sull'Adriatico; Garibaldi confinato nel Tirolo, poi
richiamato, quasi il suo piccolo corpo potesse proteggere davvero quello
anche troppo grosso dell'esercito regio; Cialdini sempre immobile
davanti al Po, quindi in ritirata egli pure senza aver sparato un solo
colpo; tutte le speranze svanite, tutte le vanterie cadute e, tremendo
aculeo nella coscienza popolare, le rapide e strepitose vittorie dei
Prussiani rovescianti in sette giorni l'impero austriaco. Moltke invece,
rivaleggiando con Napoleone I, aveva vendicato sull'Austria
l'umiliazione sofferta dalla Prussia nella campagna del 1807; nessuna
guerra in nessun secolo era forse stata condotta con più chiara
semplicità di disegno e più mirabile puntualità di esecuzione.
Difatti, intimato entro dodici ore il disarmo ai re di Sassonia e di
Annover e all'Elettore di Assia Cassel, che nella Dieta avevano votato
per la mobilitazione delle truppe federali, alle prime equivoche
risposte Moltke aveva gittato i generali Vogel von Falckenstein e
Manteuffel sull'Annover e di là sul Meno contro altri corpi di soldati
tratti dalla Baviera, dal Würtemberg, dal Baden, dall'Assia-Darmstadt e
dal Nassau, sfasciandoli al primo urto. I sassoni atterriti si
ripiegavano allora sulla Boemia, ma Moltke li perseguiva con tre
eserciti di circa ducentocinquantamila uomini. Tutto piegava davanti
alla loro marcia: a Münchengrätz, a Nachod, a Skalitz, a Soor, ogni
scontro si risolveva in una vittoria; a Gitschin i tre eserciti
vittoriosi si congiungevano per la suprema battaglia scoppiata quattro
giorni dopo a Königsgrätz (3 luglio). L'impero austriaco vi soccombeva
per sempre, la Prussia vi si mutava in centro della nuova Germania.
Napoleone III, che avrebbe voluto diplomaticamente arrestare i
vincitori, non era nemmeno ascoltato: con foga irresistibile i prussiani
cacciavano già gli austriaci fino sotto le mura di Vienna, e da Blumenau
presso Presburgo minacciavano l'Ungheria.
Allora in Italia si comprese improvvisamente tutta la verità e la
grandezza del disegno strategico suggerito da Moltke a Lamarmora
dandogli la posta sotto le mura di Vienna.
Ma l'Austria, anche più vinta dell'Italia, era costretta a capitolare,
accettando la propria esclusione dalla Confederazione germanica e
consentendo alla Prussia le annessioni di Cassel, Nassau, Annover,
Schleswig-Holstein e Francoforte; Napoleone, sopraffatto dalla politica
di Bismarck e dalla strategia di Moltke, s'argomentava indarno a
risollevare l'impero austriaco per mantenere l'antico equilibrio
europeo, e sovra di esso la propria preponderanza; ma il suo ultimo
imbroglio diplomatico non concludeva più che ad una inutile umiliazione
coll'Italia e ad un'inimicizia pericolosa colla Prussia.
L'imperatore d'Austria dovette bensì cedergli la Venezia perchè la
rimettesse all'Italia, e così distrarre questa dalla guerra per
ritentare colla Prussia una suprema rivincita o migliori condizioni di
pace; ma la cessione della Venezia alla Francia dopo il disastro di
Custoza era tale offesa all'Italia che nessun ministro poteva accettare.
Nullameno Napoleone l'aveva resa anche più odiosa coll'inserirne
l'annunzio nel _Monitore francese_, e mostrando all'Europa il governo
italiano ridotto a meno di un governo tributario.
Lamarmora per resistere non trovò più quell'accento di alterigia
cavalleresca, col quale aveva ricusato le prime proposte di tale
cessione; parve dimesso al paese, sospetto alla Prussia, inabile a
tutti. Quindi la sua ripresa delle ostilità, quando i prussiani
incalzavano con impeto sempre maggiore i residui dell'esercito
sgominato, fu tarda, inefficace e non creduta da coloro stessi che
dovevano eseguirla. Il generale Cialdini all'ordine di passare il Po,
mentre non era più nessun dubbio sull'esito della guerra prussiana e
sulla cessione della Venezia pel tramite dell'imperatore francese,
rispose con soldatesca amarezza: -- È una buffonata! -- Nino Bixio, il
solo non vinto a Custoza, ruggì: -- Siamo disonorati! -- L'ammiraglio
Persano invece, all'indomani della rotta di Custoza, aveva dal quartiere
reale della Torre di Malimberti ricevuto l'ordine «di fare subito
qualche impresa», ma restava inattivo ad Ancona sotto tutte le
provocazioni della flotta nemica. In tale strana ripresa di ostilità,
allorchè gli austriaci avevano già cominciato a ritirarsi, e il Cialdini
si avanzava liberamente fino sotto Padova sognando di valicare le Alpi e
scendere per la valle della Drava incontro all'esercito vittorioso di
Moltke, quello del Mincio, lasciata la divisione Nunziante all'impresa
di Borgoforte, metteva il campo a Ferrara per aspettare gli avvenimenti.
Come sempre, la più onorevole guerra doveva essere combattuta da
Garibaldi su per le valli del Tirolo.
Garibaldi nel Tirolo.
Già al primo rompere delle ostilità il governo, per insano terrore di
rivoluzioni, aveva limitato i novantacinquemila volontarii inscritti a
soli trentacinquemila, assegnando loro Barletta a campo di formazione
per tenerli lontani dal teatro della guerra. L'entusiasmo scoppiato ai
primi appelli di Garibaldi si era quindi venuto agghiacciando:
d'altronde i nuovi volontarii non avevano più quell'eroico spirito
d'impresa, che aveva resi così originali e potenti i garibaldini della
difesa di Roma e della spedizione di Marsala. Il soverchio numero di
adolescenti accorsi sotto le bandiere, la scarsa uffizialità dei
veterani impotenti per indole e per brevità di tempo ad addestrarli, la
vecchiaia del generale costretto poi a seguire l'esercito in carrozza,
un'abbondanza pericolosa di politicanti venuti per vanità di
onorificenze e per seminare dissidii, sopratutto la coscienza che
un'impresa anche fortunata nel Tirolo non avrebbe potuto influire
decisivamente sulle sorti della guerra, infirmavano l'opera della nuova
campagna garibaldina.
La quale, aprendosi per le gole dirute del Tirolo, avrebbe voluto molta
sapienza di stato maggiore e perseveranza nei soldati. Invece, il merito
patriottico soverchiando nella comune estimazione la conoscenza
dell'arte di guerra, s'ebbero nomine a comandanti di troppi invalidi o
incapaci; e si vide il Picchi d'Ancona, oramai disadatto a fazioni
campali, assumere il comando di una divisione; Giovanni Nicotera, già
segnalatosi buon parlamentare dopo le tragiche prove delle congiure,
guidare con meravigliosa insipienza una brigata.
Quella selezione naturale di ufficiali, onde è costituita tutta la forza
dei corpi volontarii, mancò ai reggimenti del 1866, che esprimevano
l'ibrida combinazione dell'entusiasmo del 1860 colla regolamentarità
degli anni successivi. Il generale stesso, meglio atto a strappare la
vittoria coll'irresistibile violenza di una improvvisazione che colla
pazienza di studi tecnici, parve minore di se medesimo in questa guerra
di montagna, ove la pratica dei luoghi dava ai nemici impareggiabili
vantaggi, e le vittorie non bastavano a dilatare la zona d'operazione.
Al rompere delle ostilità Garibaldi non disponeva che di seimila uomini
scaglionati su lunga fronte, fra i punti estremi di Tiarno in Val d'Adda
e Salò sul Benaco: erano punti intermedi Edolo nella valle d'Oglio e
Rocca dell'Anfo in quella del Chiese, ove dovevano concentrarsi tutte le
forze volontarie. La flottiglia austriaca sul lago di Garda contava otto
piroscafi con quarantotto cannoni e buoni equipaggi: quella italiana su
cinque navi non ne aveva che una sola pronta, e con un solo cannone.
Le scaramucce, cominciate sino dal 22 giugno, avevano conchiuso alla
fortunata occupazione del ponte del Caffaro e di Monte Suello, quando il
telegramma del Lamarmora, annunziante la rotta di Custoza coll'ordine di
coprire Brescia, obbligava Garibaldi a richiamare l'avanguardia e a
concentrarsi su Lonato. La maggior parte dei garibaldini inerti per
colpa del governo nei depositi meridionali mancavano al campo, così che
una subita irruzione di austriaci avrebbe potuto costringere Garibaldi
ad una ritirata peggiore di quella di Lamarmora. Ma l'indomabile
condottiero, riprendendo presto l'offensiva, si reca a Salò per far
uomini ed impedire che la minima flottiglia lacustre sia distrutta dai
piroscafi nemici e dal primo panico prodotto dai dispacci regi; quindi,
persuaso che la miglior prudenza nel triste caso è la temerità,
fronteggia il nemico, lascia il generale Avezzana e la flottiglia a
difendere la riva sinistra del lago, e con dodicimila uomini irrompe
nuovamente nel Tirolo. Il 14 luglio si drizza su Trento, ove convergeva
anche il generale Medici con un'altra divisione risalendo la valle del
Brenta. Il 3 luglio attacca indarno Monte Suello, ma ferito nella
confusione di un panico improvviso dai propri soldati, deve cedere il
comando al generale Corte; l'indomani il nemico sloggia dalle posizioni
contrastate, e si occupano Bagolino e il Caffaro. La poca attitudine dei
volontari a quella guerra alpestre e le armi quasi inservibili rendono
difficili gli assalti: Ponte Dazio e Storo, piccolo villaggio al
confluente delle valli Giudicaria e d'Ampola, cadono in mano dei
volontari. Garibaldi v'impianta il quartier generale; poi, per non
essere tagliato fuori da Brescia, attacca coll'artiglieria del maggiore
Dogliotti il forte d'Ampola; Giovanni Nicotera per vanità di bravura
s'inoltra, disobbedendo, sino al ponte del Chiese, ma è respinto in
isbaraglio; nullameno il forte d'Ampola capitola, e la via di Val di
Ledro rimasta aperta permette di stendere la testa della colonna sino a
Tiarno e a Bezzecca. Infatti Garibaldi con rapido movimento a destra per
Val di Ledro mirava a proteggere la giunzione del 2º reggimento
ingolfatosi a rovescio degli ordini per Monte Nota verso Pieve; il 10º
reggimento marciava per Val Testina a salirne la giogaia e discendere
per Val Lorina su Ampola. Intanto il nemico con viva prontezza aveva
riunito da seimila uomini nella valle di Conzei e, scendendo su Bezzecca
per impedire la giunzione del 2º reggimento, ricacciava il battaglione
Martinelli fin dietro le sue mura (21 agosto): ma Garibaldi vi fa testa,
risospinge il nemico, lo sbaraglia dopo sanguinosa giornata. La valle
Giudicaria dopo altri combattimenti fortunati di Fabrizi a Condino, è
già sgombra, il forte Ledro sta per capitolare, il generale austriaco
Kuhn si ripiega frettolosamente sul Tirolo tedesco, e Garibaldi marcia
già sopra Riva quando l'annunzio dell'armistizio sottoscritto lo
arresta.
Era la fine.
Battaglia di Lissa.
Infatti anche la flotta comandata da Persano aveva già col più doloroso
disastro tolto ogni onorata speranza alla guerra.
Questi, rimasto lungamente inoperoso in Ancona assordando di querimonie
il governo per difetto o di cannoni, o di carbone, o di macchinisti,
mentre il suo avversario Tegethoff osava il 27 giugno inoltrarsi sino a
due chilometri dalla città per sfidarlo a battaglia, non solo aveva
ricusato la sfida, ma, dissuadendo i capitani con ignobili pretesti da
ogni animoso consiglio, si era poi vantato al ministero di aver
costretto il nemico a ritirarsi. E il ministro Depretis, credendo al
vanto inverecondo, aveva consigliato più lunga attesa insino a che
l'esercito del Po riprendesse l'offensiva. Naturalmente ciurme e
capitani si demoralizzavano in questa inazione: la codardia dello
ammiraglio, oramai nota anche ai mozzi, finiva di prostrare gli animi
più saldi.
Il Lamarmora invece, combattuto fra il proprio coraggio di soldato e la
inevitabile remissività di ministro, urgeva l'ammiraglio di consigli per
una pronta azione contro la flotta nemica, ma proibendogli di minacciare
Venezia o Trieste, l'una perchè già ceduta, l'altra perchè la Dieta
germanica vi manteneva ancora pretese. Così la guerra, ridotta ad
inabile torneo, scivolava in una sanguinosa commedia. La stessa riserva
aveva impedito al generale Medici, malgrado le istanze del Ricasoli
ripetente con orgoglio l'antico motto del Lamberti «cosa fatta capo ha»,
di spingersi come avrebbe potuto su Trento prima ancora che Garibaldi
minacciasse Riva.
Il Persano, incalzato da tutte le parti, salpò finalmente da Ancona l'8
luglio per ritornarvi dopo cinque giorni d'inutili volteggi: quindi,
minacciato di destituzione, ne salpò nuovamente per l'impresa di Lissa,
isola montuosa a scirocco d'Ancona sul 43º parallelo con un circuito di
30 chilometri, fortilizi, torri, e una rocca così forte da meritarle il
nome di Gibilterra dell'Adriatico. Invano il vice-ammiraglio Albini lo
sconsigliò dall'impresa militarmente insensata: il Persano vi si ostinò
due giorni, e vi fu sorpreso la mattina del 20 luglio dalla squadra
nemica. Allora, reso pazzo dalla paura, dopo aver ordinato su due file
distanti l'una dall'altra mille metri i propri vascelli, abbandonò la
nave ammiraglia _Re d'Italia_ per riparare sull'_Affondatore_, grossa
corazzata comprata dal governo in America e allora creduta invincibile,
sulla quale fece inalberare il pennone di vice-ammiraglio. Così la
flotta senza ammiraglio non ebbe più comandi, e la battaglia degenerò in
tanti duelli navali. Faà di Bruno, capitano del _Re d'Italia_, dopo
strenua difesa, sentendo il proprio vascello orrendamente squarciato
affondare, s'uccise con un colpo di pistola; Alfredo Capellini, capitano
della _Palestro_ incendiata, mise in salvo malati e feriti, e si votò
con tutto l'equipaggio alla morte sparendo sublime di disperazione in un
incendio di gloria.
La battaglia era perduta, ma l'onore del nome italiano era salvo.
L'ammiraglio chiuso nelle torri del suo «monitor» non aveva veduto
nulla; poi, a combattimento finito, mentre l'armata austriaca stava
ordinata davanti al canale di Lissa, e alcuni fra i più valenti capitani
gli consigliavano non imprudentemente di tentare una riscossa, vi si
ricusò dichiarandosi vincitore per essere ancora padrone delle stesse
acque.
La notizia della vittoria, complice il ministro Depretis, corse per
tutta l'Italia a rendere ridicolo un disastro nobilitato dall'eroismo di
Faà di Bruno e di Alfredo Capellini.
L'ammiraglio Persano fu più tardi condannato dal senato costituitosi in
alta corte di giustizia; il ministro Depretis potè invece, coll'avvento
della sinistra al potere, diventare presidente del consiglio e morire
all'indomani di un'altra catastrofe militare, in Africa, provocata dalla
sua insipienza.
La pace di Vienna.
L'intervento napoleonico dopo la grande vittoria prussiana di Sadowa
precipitò le sorti della guerra, giacchè tutta Germania, sollevatasi
contro tale intromissione straniera, permise a Moltke di stringere più
da presso il nemico. In Italia invece il governo piegò, quantunque il
Lamarmora per onestà cavalleresca ricusasse di trattare primo di pace
coll'Austria abbandonando l'alleato: ma le ostilità riprese senza vera
intenzione di guerra non mirarono che ad occupare il terreno già
consegnato dall'Austria nelle mani di Napoleone. A convincerne anche i
più restii il principe Girolamo Napoleone venne tosto al campo di
Ferrara per stringere gli ultimi accordi con Vittorio Emanuele, e il
Grandguillot, altro diplomatico confidente di Napoleone, fu mandato a
Firenze presso il Ricasoli ripugnante alla nuova vergogna.