Diplomatico onesto e fine degli accordi fra Mazzini e Vittorio Emanuele

fu l'ingegnere Diamilla Müller: l'occasione ne venne dal conflitto

dano-germanico, nel quale Austria e Prussia si allearono momentaneamente

quasi a conquistare nelle provincie dello Schleswig e Holstein il

pretesto della terribile guerra, che doveva indi a poco rimutare tutte

le condizioni politiche della Germania. L'Inghilterra, impensierita

dalle minacce dell'espansione tedesca, spiava di mal occhio la guerra

danese, favoreggiando con magnifiche accoglienze in Londra a Garibaldi

le aspirazioni italiane; Napoleone III al solito aveva proposto

indarno un congresso europeo e blandiva la Russia accarezzando

contemporaneamente le democrazie slave per tener l'Austria in freno. I

rivoluzionari italiani tornavano ad agitarsi in speranze di guerra:

Vittorio Emanuele avrebbe desiderato una qualunque iniziativa, ma non

osava assumerne la responsabilità. Quindi nelle trattative con Mazzini

tentava trascinare le forze del partito rivoluzionario entro l'orbita

della propria politica regia senza abbandonarsi a concessioni. Il suo

disegno era che Mazzini spingesse a rivolta la Galizia, l'Ungheria e gli

altri principati lasciando il Veneto in calma, perchè il governo potesse

poi scegliere con maggior comodo e rischio minore il momento di romper

guerra all'Austria. Naturalmente Mazzini non potè piegarsi a questo

egoismo di re, che non voleva nel proprio regno la rivoluzione per non

correrne i pericoli, mentre invece l'Italia, avendola già compita nella

massima parte, si trovava contro l'Austria in migliori condizioni di

rivolta che gli altri popoli.

Le trattative andarono in lungo. Intanto che il re cospirava

segretamente, il ministero proseguiva nella persecuzione dei

rivoluzionari: si sequestravano le armi raccolte per una insurrezione

veneta dai comitati mazziniani e garibaldini; i moderati della Società

Nazionale dentro e fuori delle provincie venete spargevano semi di

discordia e di scoraggiamento; Vittorio Emanuele stesso dichiarava di

esser pronto a reprimere con qualunque mezzo ogni tentativo ribelle non

solo verso il Veneto, ma nell'interno del Veneto.

La politica segreta del re non era che un dilettantismo rivoluzionario,

troppo poco dissimile da quella del suo governo: giacchè, dopo aver

profittato di tutti i sacrifici della rivoluzione italiana, egli avrebbe

voluto con ingenua furberia sfruttare in un primo accordo tutta la

democrazia europea senza nè sottrarsi davvero al vassallaggio francese,

nè assalire il papato, nè largheggiare di libertà cogli stessi

rivoluzionari nazionali. Infatti a capo della polizia sbraveggiava

sempre contro questi Silvio Spaventa. Nullameno Vittorio Emanuele non

cessò dalle trame nella Galizia e nell'Ungheria; da Parigi Napoleone III

vi mestava anche più vivamente.

Il governo segreto della rivoluzione polacca aveva proposto a Garibaldi

di assumere il mandato di capo morale dell'insurrezione, conferendo al

figlio Menotti il comando di una legione italiana per la Galizia, e

Garibaldi aveva accettato: nella Serbia, nella Moldavia, nel Montenegro,

nell'Albania si raccozzarono bande di armati: un Bulewsky venne a Torino

per accordarsi col re, il quale, avendo finito col rivelare la

cospirazione al ministero, ne accettò il consiglio di servirsi di questa

«per allontanare dal regno torbidi elementi, indisciplinati agitatori e

pericolosi cercatori di novità».

Intanto si era trattato con Napoleone III la rinunzia a Roma col

trasferimento della capitale a Firenze.

Garibaldi, sempre confidente nella parola del re, aveva promesso di

seguire immediatamente i successi delle cose di Galizia e di Ungheria

colla guerra nella Venezia, e si preparava già a capitanare

personalmente la rivoluzione slava: nel suo concetto doveva essere

questo il primo pegno della nuova vita italiana all'Europa. Ma alla voce

della sua partenza dall'Italia i più chiaroveggenti fra i patrioti,

sospettando dopo gli esempi di Sarnico e d'Aspromonte il tranello,

iniziarono pubbliche proteste: il re spaventato mandò allora a Garibaldi

un ordine di soprassedere; questi piegò. Intanto la Polonia soccombette

alle repressioni del feroce Murawieff, la Danimarca cadde sotto la

strapotenza dell'alleanza austro-prussiana; in Italia proseguirono le

persecuzioni ai patrioti: Mazzini fu accusato dai più puri fra i suoi

seguaci per i tentati accordi col re; Garibaldi, piuttosto che raggirato

da perfidie diplomatiche, parve come sempre pronto a tutti i sacrifici

per la libertà universale.

Nullameno l'orgasmo di queste cospirazioni non si acquetò nei

rivoluzionari. Tutto il Trentino sembrava pronto ad insorgere, quando

certo Rossi negoziante denunziò la congiura all'Austria: v'ebbero al

solito arresti e condanne, che paralizzarono l'imminente moto nel

Veneto; solo nel Friuli alcune bande guidate da un Tolazzi e da un

Andreuzzi, intrepidi fra i più intrepidi garibaldini, insorsero. La

novella della piccola insurrezione ingigantita dai racconti di piazza

agitò Milano e qualche altra grossa città lombarda: il Comitato centrale

del partito d'azione, allora presieduto a Torino da Benedetto Cairoli,

titubò malgrado tutte le istanze di Mazzini; Ergisto Bezzi, uno fra i

più sperimentati ufficiali garibaldini, arruolava emigrati veneti,

trentini e quanti volontari lombardi potesse. Il nuovo disegno di guerra

tracciato da Mazzini era di formare bande su tutte le località montuose

del Friuli, del Cadore e dei Sette Comuni per congiungersi a quelle che

sorgessero nel Trentino, tenere a bada con grosse dimostrazioni i

presidii nelle città venete serbando Brescia a centro di riunione.

Ergisto Bezzi con rapida marcia doveva da Bagolino guadagnare Tione,

mentre altri marcerebbero da Limone a Riva per muovere uniti su Trento.

Invece il Comitato centrale di Torino, composto di uomini parlamentari,

dichiarò intempestiva la spedizione negandovi soccorsi: parve tradimento

e non era che debolezza; il governo moltiplicò ostacoli e minacce.

Garibaldi tacque sfiduciato, il resto d'Italia derise l'impresa. Però

Ergisto Bezzi, troppo compromesso, dovette tentarla con i più animosi, e

partito il giorno 13 novembre (1864) da Brescia con centocinquanta

volontari fu arrestato il 16 da un capitano dei carabinieri sul giogo

del Manivo, trascinato ad Alessandria con tutta la banda, minacciato di

condanna, e finalmente liberato per ordine del Ministero poco disposto

allo scandalo di così grande processo.

Gli altri insorti del Friuli, occupate il 16 ottobre le grosse terre di

Spilimbergo, Aviano e Maniago disarmandone i presidii senza colpo

ferire, dopo qualche fortunata scaramuccia contro le soldatesche

austriache spedite a perseguirli, mentre i commissari imperiali di

Venezia e di Udine ponevano con bandi feroci sotto la legge stataria i

distretti della rivolta, dovettero disperare dell'impresa. La cattiva

stagione, le poche armi, la terribilità del nemico, l'abbandono di

tutti, vinsero il loro giovanile coraggio; quindi la piccola truppa si

sciolse senza onore di battaglia.

A questo aveva concluso l'iniziativa rivoluzionaria italiana, nella

quale Vittorio Emanuele, Mazzini, Garibaldi e tutti i migliori si erano

intesi per affrettare colle armi la soluzione del problema veneto.

Poco dopo Mazzini subì due altre grandi disillusioni circa l'appoggio

dell'agitazione piemontese ai suoi disegni, e nel tentativo di una

confederazione di tutte le società democratiche nazionali. Il

patriotismo di Torino, inspirato da un rancore municipale, si stancò

presto di un lavoro rivoluzionario, pel quale non aveva sincerità nè di

fede nè di passione: la federazione delle forze republicane venne meno

al doppio scopo politico e finanziario. Mazzini non ne ricavò che

l'inventario delle miserie della propria parte: fu impossibile trarne

denaro per altri tentativi di insurrezione, e precisare loro una

qualunque azione dentro o fuori del parlamento. I più abili vi erano

entrati indarno, i più puri non avrebbero voluto nemmeno partecipare

alle elezioni contro l'opinione di Mazzini stesso, che sostenne

contraddicendosi il concorso alle urne per le prime elezioni di Firenze.

Il dualismo fra Garibaldi e Mazzini impediva nel partito rivoluzionario

qualunque azione: senza Garibaldi, sempre fedele alla monarchia, non una

banda di volontari si sarebbe raccozzata; senza Mazzini, tornato

avversario implacabile della monarchia, nessun programma politico era

possibile. La nuova Camera, uscita dalle elezioni generali dell'ottobre

1865, si compose quindi della sinistra democratica, della vecchia

consorteria moderata, e dei dissidenti piemontesi capitanati da Rattazzi

col nome di terzo partito: Mazzini, eletto replicatamente a Messina, fu

mantenuto in esilio dal parlamento malgrado ogni giustizia, perchè la

sua presenza in Italia vi avrebbe prodotto agitazioni dolorose ed

inutili. Naturalmente la discussione alla Camera fu desolante di

sofisticheria e di calunnie; il partito piemontese, dianzi suo alleato,

votò il suo esilio ad un cenno di Rattazzi.

La preparazione prussiana.

Dalla guerra franco-sarda del 1859 le condizioni politiche non erano

cangiate.

Come quella non era stata possibile senza il concorso della monarchia

piemontese e dell'impero napoleonico, così un'altra guerra per la

conquista della Venezia non poteva arrischiarsi senza l'aiuto di una

nuova grossa alleanza. Fortunatamente il principio rivoluzionario del

secolo, urgendo con diverso processo e misura tutti i popoli d'Europa

all'integrale costituzione delle proprie nazionalità, preparava la

Germania al soccorso della rivoluzione italiana.

Necessità di sbocchi marittimi e pretese nazionali spingevano la

Germania oltre i propri confini settentrionali verso la regione danese e

il mare del Nord. Incentivo a questa passione erano le provincie di

Holstein Lauenburg e dello Schleswig, quasi tutta tedesca la prima,

danese per la maggior parte la seconda, entrambe dipendenti per

combinazioni dinastiche dalla Danimarca e per combinazioni politiche

dalla Confederazione germanica. Secondo il trattato di Londra (1852),

alla morte di Federico VII essendo succeduto alla corona danese il

principe Cristiano di Schleswig-Holstein, e avendo il parlamento negli

ultimi giorni del regno precedente colla riforma della costituzione

considerato il ducato di Schleswig come libero dai vincoli che

stringevano l'Holstein-Lauenburg alla Germania, la lite dei confini non

mai composta con questa si rinfocolò. La Dieta germanica minacciò

l'_esecuzione federale_ sui due Ducati dell'Elba: il governo danese

rispose alle minaccie con forti preparativi di guerra fidando

nell'appoggio della Svezia e dell'Inghilterra. Il conflitto parve

scongiurato per un istante, ma Ottone di Bismarck divenuto in quei

giorni grande cancelliere della Prussia, potè abilissimamente eliminarne

la Dieta associandosi l'Austria ad una guerra di conquista contro la

Danimarca (gennaio 1864). Naturalmente la vittoria rimase ai due forti

alleati, però con siffatte difficoltà di ordinamento politico nei due

Ducati, da provocare presto fra i vincitori più vasta guerra.

Infatti la rivoluzione germanica, dopo la prova infelice della Dieta di

Francoforte e le reazioni sanguinose di Berlino e di Vienna, spingeva la

Prussia a mutarsi in campione dell'unità contro la egemonia austriaca.

La grande tradizione di Federico II pesava sulla sua dinastia: la

Prussia doveva diventare il Piemonte della Germania con tutti gli

equivoci di una eguale politica regia peggiorata da più retrive

ripugnanze nella corte alla grande opera di un nuovo impero tedesco.

Ottone di Bismarck, forse meno destro ma più forte del conte di Cavour,

appena chiamato al governo si era accinto alla guerra contro l'Austria.

La sua alleanza con questa contro la Danimarca non era stata che un

espediente per rialzare la Prussia dalla lunga soggezione austriaca in

faccia alla Germania e dare un pubblico saggio della sua nuova forza

militare. Sciaguratamente corte e parlamento gli contrastavano con pari

ostinazione il disegno. La corte imbevuta ancora delle idee assolutiste

proclamate dalla Santa Alleanza aborriva dalla rivoluzione: il nuovo re

Guglielmo, macchiatosi di sangue nella repressione di Berlino, era

odiato dal popolo e odiava ogni libertà popolare: di rimpatto il

parlamento, proseguendo nel dottrinarismo infecondo della Dieta di

Francoforte, combatteva il governo fino a ricusargli il voto dei bilanci

per chiedergli libertà costituzionali prima che l'unità della patria

fosse conquistata.

In Prussia come in Italia i rivoluzionari sognavano d'iniziative

popolari trionfanti con metodi costituzionali, mentre invece le rivalità

federali e l'impreparazione del popolo in ambo i paesi costringevano la

rivoluzione ad organizzarsi entro una salda monarchia per trovarvi le

forze militari e politiche necessarie alla guerra contro l'Austria. Ma

se in Italia la preparazione piemontese potè svolgersi colla dittatura

parlamentare del conte di Cavour, conservando alla Camera l'apparenza

della libertà costituzionale, nella Prussia, più tenace delle proprie

tradizioni feudali, con una dinastia più reazionaria della sabauda, con

una democrazia troppo dotta d'idealismo nei borghesi e così povera di

sentimento nel popolo da non avere rappresentanti che nemmeno

lontanamente somigliassero a Garibaldi e a Mazzini, la preparazione si

addensò segreta e violenta nella duplice opera del ministro Bismarck e

del generale Roon.

Rendere inevitabile un conflitto coll'Austria sottraendo prima alla sua

influenza quanti stati minori si potesse, sconfiggere in una guerra

improvvisa con un esercito superiormente organizzato questo impero

debole e superbo della propria eterogeneità, travolgere in questa guerra

la dinastia prussiana costringendola suo malgrado ad allearsi colla

rivoluzione germanica per fondare un nuovo impero, impadronirsi delle

forze latenti della rivoluzione negandola apertamente e forzandola a

convergere per passione di patria nel governo, ecco il disegno del più

originale fra gli uomini politici di questo secolo. A volta a volta

prepotente nella volontà come Napoleone e pur serbandosi agile nella

diplomazia quanto Talleyrand; tiranneggiando simultaneamente corte,

parlamento e popolo; più inflessibile nell'orgoglio dell'idea germanica

che nella sicurezza del proprio metodo, egli potè da prima non

sospettato, poi deriso, quindi temuto, ammirato, quasi adorato dalla

propria nazione, farne la prima potenza militare d'Europa, e rovesciare

due imperi, compiere la rivoluzione italiana, dominare per vent'anni

tutte le rivoluzioni balcaniche, sempre vittorioso su tutti i campi,

senza che la sua politica dovesse mai degradarsi come l'italiana in

negazioni antipatriottiche, o mendicare indarno da stranieri alleati

rispetto ai propri diritti dopo aver subìto il loro concorso come un

protettorato e ottenuto dalle loro mani alcune provincie come una

elemosina.

Alla guerra di Danimarca, che Napoleone III e l'Inghilterra avrebbero

voluto impedire, successe la pace di Vienna (1864), colla quale il re di

Danimarca rinunziava ad ogni diritto sui Ducati di Schleswig-Holstein e

Lauenburg, e si obbligava a riconoscere quanto su questi potessero

disporre i sovrani d'Austria e di Prussia.

Quindi i conquistatori col trattato di Gastein, riserbata la sovranità

comune sui Ducati, se ne divisero l'amministrazione: quella

dell'Holstein toccò provvisoriamente all'Austria, l'altra dello

Schleswig alla Prussia. Questa convenzione, definita con disprezzo da

Bismarck una cazzuolata alle screpolature dell'edificio, doveva

procurargli anche troppo presto il motivo della grande guerra. Infatti i

due governatori dei Ducati proseguirono ad osteggiarsi apertamente

appoggiando ed oppugnando il pretendente principe di Augustenburg: il

maresciallo austriaco Gablenz nell'Holstein spingeva a dimostrazioni

popolari verso il principe per riunire sotto il governo nominale di

questo i Ducati alla confederazione; il generale prussiano Manteuffel

nello Schleswig reprimeva tali manifestazioni manovrando a trarre i

Ducati sotto il dominio esclusivo della Prussia.

Ma per combattere l'Austria, ancora in credito di grande potenza

militare, Bismarck, malgrado la temerità del proprio ingegno sentiva il

bisogno di un'alleanza. Da molti anni la sua idea politica mirava ad

isolare l'Austria: quindi, appena salito al governo, aveva dato mano

alla Russia per soffocare l'ultima rivoluzione polacca e farsela così

propizia contro l'Austria, cui lo czar non poteva perdonare il contegno

subdolo e minaccioso tenuto nella guerra d'Oriente. Poi a Biarritz aveva

saputo neutralizzare Napoleone III, facendosi credere poco meno di un

pazzo nell'esporgli francamente i propri disegni contro l'Austria.

Ma solo un'alleanza italiana, prendendo l'Austria fra due fuochi, poteva

garantire una pronta vittoria prussiana. Già sino dalla guerra

franco-sarda Bismarck, mandato ambasciatore a Pietroburgo, aveva

consigliato il proprio governo ad aiutare la liberazione dell'Italia per

prendere il posto dell'Austria in Germania: non ascoltato allora dal

ministro Schleinitz e dal re, aveva nullameno maturato la propria idea.

Al principio del 1864, per la prossima scadenza dello Zollverein, aveva

aperto pratiche col governo italiano onde stringere un trattato di

commercio, che i dissidi della confederazione e la guerra colla

Danimarca gli imposero di sospendere: quindi nel maggio del 1865 lo

riproponeva. Il governo italiano, accettandolo prontamente, vi poneva a

solo patto l'adesione di tutti gli stati componenti lo Zollverein per

trarli così al riconoscimento del regno d'Italia. Baviera e Sassonia

premute dalla Prussia aderirono; Annover e Nassau ossequienti agli

ordini di Vienna ricusarono. Pochi mesi dopo Bismarck faceva chiedere

dal ministro prussiano in Firenze al Lamarmora se, date certe

contingenze, l'Italia unirebbesi alla Prussia per fare la guerra

all'Austria.

Era la ripetizione delle prime proposte d'alleanza francese nel 1858.

Trattative ed apparecchi.

Il Lamarmora rispose con soverchia circospezione domandando più chiare

proposte: quindi alla convenzione di Gastein, frutto delle esitanze

della corte berlinese, che obbligò Bismarck a sospendere qualunque

trattativa d'alleanza, rimase come acciecato dal bagliore di così grande

speranza. Infatti, con inescusabile cecità non solo tentò la corte di

Vienna per un componimento amichevole della questione veneta attirandosi

dalla cancelleria il più sprezzante diniego, ma con tristissimo

espediente finanziario consentì, per riguardi di bilancio, a ritardare

la leva dell'anno e a vendere un grosso numero di cavalli, indebolendo

il già debole esercito.

Da Parigi l'ambasciatore Nigra con non maggiore intelletto della

situazione europea mandava a Firenze consigli di disarmo e di rinuncia

ad ogni prossima soluzione del problema veneto.

Giammai la politica italiana si era mostrata più inane. Ma il disegno di

Bismarck stava per trionfare anche di lui stesso costringendolo, benchè

nemico della rivoluzione, a proporre nella Confederazione un parlamento

nazionale a base di suffragio universale e diretto. Idea germanica e

idea nazionale vi si fondevano così nella più irresistibile unità:

l'Austria veniva respinta dalla Confederazione; la Prussia, vindice del

diritto moderno, assurgeva campione della Germania.

La proposta di questo parlamento nazionale, equivalente ad una

dichiarazione di guerra, era la prima conseguenza dell'alleanza

italo-prussiana, che Bismarck aveva potuto finalmente persuadere ai due

governi. In essa però l'Italia con scarsa dignità aveva dichiarato di

non impegnarsi per oltre tre mesi e, come condizione essenziale, di non

intimare guerra all'Austria se non quando la Prussia avesse già aperte

le ostilità. Tale eccessiva circospezione rendeva naturalmente l'Italia

satellite della Prussia. Infatti le umiliazioni le fioccarono sopra

anche prima che la guerra fosse cominciata.

La diplomazia europea, spaventata dalle conseguenze del vasto conflitto,

tentò coi soliti espedienti di impedirlo: una prima proposta di disarmo

cui Bismarck dovette cedere per riguardo della propria corte ancora

repugnante alla guerra, scoperse l'Italia, giacchè l'Austria ormai

sicura al nord mandò giù nel Veneto un grosso corpo di soldatesche. Da

Londra lord Clarendon, persuaso che l'Austria fosse necessaria

all'equilibrio della politica europea, accusava il gabinetto italiano di

provocazioni; a Parigi il ministro degli esteri, spingendo

l'improntitudine oltre tutti i confini dell'ingiuria, mallevava al

legato austriaco Metternich che l'Italia non avrebbe mai assalito per la

prima; da Berlino Bismarck per comando del proprio re, disdiceva

l'obbligo di soccorrere l'Italia anche se aggredita dall'Austria.

A queste oltraggiose ingiustizie il ministro Lamarmora rispondeva colla

più donchisciottesca cavalleria, giacchè l'Austria, fatta persuasa indi

a poco della inevitabilità di una guerra colla Prussia, per meglio

vincere la partita, offriva d'accordo con Napoleone III la cessione

spontanea del Veneto; e il gabinetto di Firenze ricusava. Dopo il

tradimento di Bismarck parve al Lamarmora nobile politica rifiutare la

Venezia dalle mani dell'Austria per arrischiare una guerra, che non

poteva giovare se non all'infedele alleato; mentre diritto nazionale ed

internazionale avrebbero permesso all'Italia di ritirarsi da un'alleanza

già disonestamente disdetta.

La grande tradizione di Cavour non assisteva più la politica italiana

ridotta ad un'alternativa di servilità troppo basse e di preziosità

cavalleresche troppo retoriche.

I maneggi diplomatici non s'arrestarono a questa guasconata d'onore: un

congresso fu indetto a Parigi per comporre la vertenza (27 maggio 1866);

l'Italia vi acconsentì, dichiarando di sperare dal congresso la

retrocessione della Venezia; la Prussia vi aderì senza riserve; la Dieta

germanica invece ricusava di sottomettere tali questioni della propria

politica interna ad alcun arbitrato; l'Austria domandava, insistendo per

l'invito della corte di Roma al congresso, che nessuna potenza vi

potesse chiedere aumenti di territori, e si fosse stabilito il trattato

di Zurigo per punto di partenza alle nuove trattative.

Naturalmente il congresso fallì.

Quindi (7 giugno 1866) il generale prussiano Manteuffel passava l'Eider

invadendo l'Holstein.

In Italia gli apparecchi furono spinti alacremente: si consentì un

prestito forzoso di 50 milioni all'interno e un mutuo di 250 milioni

colla banca nazionale all'1½% con cedole al corso forzoso: espediente,

che, reso più triste dai disastri militari, doveva far discendere il

consolidato italiano verso il 40%, e rimanere lunghi anni come balzello

esiziale su tutte le produzioni e i commerci nazionali. Con insano

terrore di nuova reazione borbonica si permise al governo di mandare a

domicilio coatto per semplici indizi quanti individui fossero sospetti

di ostilità al nuovo ordine di cose: la facoltà durava al governo tre

mesi, e la relegazione ai sospettati un anno. Con decreto reale si

autorizzò la formazione di dieci reggimenti di volontari con Garibaldi a

duce supremo, si mobilitarono le milizie nazionali, si apprestò in poche

settimane un esercito di 300 mila uomini. Commessa la luogotenenza del

regno al principe di Carignano, e partito il generale Lamarmora pel

campo, il ministero dovette rimpastarsi: n'ebbero la presidenza il

Ricasoli, il Visconti-Venosta gli esteri, il Depretis avvocato la

marina.

Il parlamento, largheggiando colla corona, accordò al governo ogni

straordinario potere durante la guerra: esigere nuove imposte, anche se

votate da un ramo solo del parlamento; promulgare la legge per la

soppressione delle corporazioni religiose e il riordinamento dell'asse

ecclesiastico, quantunque non discusso nel senato, che non lo avrebbe

forse approvato; provvedere per decreto reale alle grandi opere

pubbliche specialmente ferroviarie. Così malgrado la guerra e la crisi

economica, si poterono compiere il breve tempo e senza maggior onere

dell'erario, congiungendo con l'Italia centrale le provincie venete, le

linee da Ferrara a Rovigo, da Firenze a Napoli per Roma, da Messina a

Catania, da Pavia per Cremona a Brescia.

Era quasi una dedizione parlamentare giustificata dall'entusiasmo del

momento e dalla coscienza di una necessaria dittatura.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 14 / 29 段