fu l'ingegnere Diamilla Müller: l'occasione ne venne dal conflitto
dano-germanico, nel quale Austria e Prussia si allearono momentaneamente
quasi a conquistare nelle provincie dello Schleswig e Holstein il
pretesto della terribile guerra, che doveva indi a poco rimutare tutte
le condizioni politiche della Germania. L'Inghilterra, impensierita
dalle minacce dell'espansione tedesca, spiava di mal occhio la guerra
danese, favoreggiando con magnifiche accoglienze in Londra a Garibaldi
le aspirazioni italiane; Napoleone III al solito aveva proposto
indarno un congresso europeo e blandiva la Russia accarezzando
contemporaneamente le democrazie slave per tener l'Austria in freno. I
rivoluzionari italiani tornavano ad agitarsi in speranze di guerra:
Vittorio Emanuele avrebbe desiderato una qualunque iniziativa, ma non
osava assumerne la responsabilità. Quindi nelle trattative con Mazzini
tentava trascinare le forze del partito rivoluzionario entro l'orbita
della propria politica regia senza abbandonarsi a concessioni. Il suo
disegno era che Mazzini spingesse a rivolta la Galizia, l'Ungheria e gli
altri principati lasciando il Veneto in calma, perchè il governo potesse
poi scegliere con maggior comodo e rischio minore il momento di romper
guerra all'Austria. Naturalmente Mazzini non potè piegarsi a questo
egoismo di re, che non voleva nel proprio regno la rivoluzione per non
correrne i pericoli, mentre invece l'Italia, avendola già compita nella
massima parte, si trovava contro l'Austria in migliori condizioni di
rivolta che gli altri popoli.
Le trattative andarono in lungo. Intanto che il re cospirava
segretamente, il ministero proseguiva nella persecuzione dei
rivoluzionari: si sequestravano le armi raccolte per una insurrezione
veneta dai comitati mazziniani e garibaldini; i moderati della Società
Nazionale dentro e fuori delle provincie venete spargevano semi di
discordia e di scoraggiamento; Vittorio Emanuele stesso dichiarava di
esser pronto a reprimere con qualunque mezzo ogni tentativo ribelle non
solo verso il Veneto, ma nell'interno del Veneto.
La politica segreta del re non era che un dilettantismo rivoluzionario,
troppo poco dissimile da quella del suo governo: giacchè, dopo aver
profittato di tutti i sacrifici della rivoluzione italiana, egli avrebbe
voluto con ingenua furberia sfruttare in un primo accordo tutta la
democrazia europea senza nè sottrarsi davvero al vassallaggio francese,
nè assalire il papato, nè largheggiare di libertà cogli stessi
rivoluzionari nazionali. Infatti a capo della polizia sbraveggiava
sempre contro questi Silvio Spaventa. Nullameno Vittorio Emanuele non
cessò dalle trame nella Galizia e nell'Ungheria; da Parigi Napoleone III
vi mestava anche più vivamente.
Il governo segreto della rivoluzione polacca aveva proposto a Garibaldi
di assumere il mandato di capo morale dell'insurrezione, conferendo al
figlio Menotti il comando di una legione italiana per la Galizia, e
Garibaldi aveva accettato: nella Serbia, nella Moldavia, nel Montenegro,
nell'Albania si raccozzarono bande di armati: un Bulewsky venne a Torino
per accordarsi col re, il quale, avendo finito col rivelare la
cospirazione al ministero, ne accettò il consiglio di servirsi di questa
«per allontanare dal regno torbidi elementi, indisciplinati agitatori e
pericolosi cercatori di novità».
Intanto si era trattato con Napoleone III la rinunzia a Roma col
trasferimento della capitale a Firenze.
Garibaldi, sempre confidente nella parola del re, aveva promesso di
seguire immediatamente i successi delle cose di Galizia e di Ungheria
colla guerra nella Venezia, e si preparava già a capitanare
personalmente la rivoluzione slava: nel suo concetto doveva essere
questo il primo pegno della nuova vita italiana all'Europa. Ma alla voce
della sua partenza dall'Italia i più chiaroveggenti fra i patrioti,
sospettando dopo gli esempi di Sarnico e d'Aspromonte il tranello,
iniziarono pubbliche proteste: il re spaventato mandò allora a Garibaldi
un ordine di soprassedere; questi piegò. Intanto la Polonia soccombette
alle repressioni del feroce Murawieff, la Danimarca cadde sotto la
strapotenza dell'alleanza austro-prussiana; in Italia proseguirono le
persecuzioni ai patrioti: Mazzini fu accusato dai più puri fra i suoi
seguaci per i tentati accordi col re; Garibaldi, piuttosto che raggirato
da perfidie diplomatiche, parve come sempre pronto a tutti i sacrifici
per la libertà universale.
Nullameno l'orgasmo di queste cospirazioni non si acquetò nei
rivoluzionari. Tutto il Trentino sembrava pronto ad insorgere, quando
certo Rossi negoziante denunziò la congiura all'Austria: v'ebbero al
solito arresti e condanne, che paralizzarono l'imminente moto nel
Veneto; solo nel Friuli alcune bande guidate da un Tolazzi e da un
Andreuzzi, intrepidi fra i più intrepidi garibaldini, insorsero. La
novella della piccola insurrezione ingigantita dai racconti di piazza
agitò Milano e qualche altra grossa città lombarda: il Comitato centrale
del partito d'azione, allora presieduto a Torino da Benedetto Cairoli,
titubò malgrado tutte le istanze di Mazzini; Ergisto Bezzi, uno fra i
più sperimentati ufficiali garibaldini, arruolava emigrati veneti,
trentini e quanti volontari lombardi potesse. Il nuovo disegno di guerra
tracciato da Mazzini era di formare bande su tutte le località montuose
del Friuli, del Cadore e dei Sette Comuni per congiungersi a quelle che
sorgessero nel Trentino, tenere a bada con grosse dimostrazioni i
presidii nelle città venete serbando Brescia a centro di riunione.
Ergisto Bezzi con rapida marcia doveva da Bagolino guadagnare Tione,
mentre altri marcerebbero da Limone a Riva per muovere uniti su Trento.
Invece il Comitato centrale di Torino, composto di uomini parlamentari,
dichiarò intempestiva la spedizione negandovi soccorsi: parve tradimento
e non era che debolezza; il governo moltiplicò ostacoli e minacce.
Garibaldi tacque sfiduciato, il resto d'Italia derise l'impresa. Però
Ergisto Bezzi, troppo compromesso, dovette tentarla con i più animosi, e
partito il giorno 13 novembre (1864) da Brescia con centocinquanta
volontari fu arrestato il 16 da un capitano dei carabinieri sul giogo
del Manivo, trascinato ad Alessandria con tutta la banda, minacciato di
condanna, e finalmente liberato per ordine del Ministero poco disposto
allo scandalo di così grande processo.
Gli altri insorti del Friuli, occupate il 16 ottobre le grosse terre di
Spilimbergo, Aviano e Maniago disarmandone i presidii senza colpo
ferire, dopo qualche fortunata scaramuccia contro le soldatesche
austriache spedite a perseguirli, mentre i commissari imperiali di
Venezia e di Udine ponevano con bandi feroci sotto la legge stataria i
distretti della rivolta, dovettero disperare dell'impresa. La cattiva
stagione, le poche armi, la terribilità del nemico, l'abbandono di
tutti, vinsero il loro giovanile coraggio; quindi la piccola truppa si
sciolse senza onore di battaglia.
A questo aveva concluso l'iniziativa rivoluzionaria italiana, nella
quale Vittorio Emanuele, Mazzini, Garibaldi e tutti i migliori si erano
intesi per affrettare colle armi la soluzione del problema veneto.
Poco dopo Mazzini subì due altre grandi disillusioni circa l'appoggio
dell'agitazione piemontese ai suoi disegni, e nel tentativo di una
confederazione di tutte le società democratiche nazionali. Il
patriotismo di Torino, inspirato da un rancore municipale, si stancò
presto di un lavoro rivoluzionario, pel quale non aveva sincerità nè di
fede nè di passione: la federazione delle forze republicane venne meno
al doppio scopo politico e finanziario. Mazzini non ne ricavò che
l'inventario delle miserie della propria parte: fu impossibile trarne
denaro per altri tentativi di insurrezione, e precisare loro una
qualunque azione dentro o fuori del parlamento. I più abili vi erano
entrati indarno, i più puri non avrebbero voluto nemmeno partecipare
alle elezioni contro l'opinione di Mazzini stesso, che sostenne
contraddicendosi il concorso alle urne per le prime elezioni di Firenze.
Il dualismo fra Garibaldi e Mazzini impediva nel partito rivoluzionario
qualunque azione: senza Garibaldi, sempre fedele alla monarchia, non una
banda di volontari si sarebbe raccozzata; senza Mazzini, tornato
avversario implacabile della monarchia, nessun programma politico era
possibile. La nuova Camera, uscita dalle elezioni generali dell'ottobre
1865, si compose quindi della sinistra democratica, della vecchia
consorteria moderata, e dei dissidenti piemontesi capitanati da Rattazzi
col nome di terzo partito: Mazzini, eletto replicatamente a Messina, fu
mantenuto in esilio dal parlamento malgrado ogni giustizia, perchè la
sua presenza in Italia vi avrebbe prodotto agitazioni dolorose ed
inutili. Naturalmente la discussione alla Camera fu desolante di
sofisticheria e di calunnie; il partito piemontese, dianzi suo alleato,
votò il suo esilio ad un cenno di Rattazzi.
La preparazione prussiana.
Dalla guerra franco-sarda del 1859 le condizioni politiche non erano
cangiate.
Come quella non era stata possibile senza il concorso della monarchia
piemontese e dell'impero napoleonico, così un'altra guerra per la
conquista della Venezia non poteva arrischiarsi senza l'aiuto di una
nuova grossa alleanza. Fortunatamente il principio rivoluzionario del
secolo, urgendo con diverso processo e misura tutti i popoli d'Europa
all'integrale costituzione delle proprie nazionalità, preparava la
Germania al soccorso della rivoluzione italiana.
Necessità di sbocchi marittimi e pretese nazionali spingevano la
Germania oltre i propri confini settentrionali verso la regione danese e
il mare del Nord. Incentivo a questa passione erano le provincie di
Holstein Lauenburg e dello Schleswig, quasi tutta tedesca la prima,
danese per la maggior parte la seconda, entrambe dipendenti per
combinazioni dinastiche dalla Danimarca e per combinazioni politiche
dalla Confederazione germanica. Secondo il trattato di Londra (1852),
alla morte di Federico VII essendo succeduto alla corona danese il
principe Cristiano di Schleswig-Holstein, e avendo il parlamento negli
ultimi giorni del regno precedente colla riforma della costituzione
considerato il ducato di Schleswig come libero dai vincoli che
stringevano l'Holstein-Lauenburg alla Germania, la lite dei confini non
mai composta con questa si rinfocolò. La Dieta germanica minacciò
l'_esecuzione federale_ sui due Ducati dell'Elba: il governo danese
rispose alle minaccie con forti preparativi di guerra fidando
nell'appoggio della Svezia e dell'Inghilterra. Il conflitto parve
scongiurato per un istante, ma Ottone di Bismarck divenuto in quei
giorni grande cancelliere della Prussia, potè abilissimamente eliminarne
la Dieta associandosi l'Austria ad una guerra di conquista contro la
Danimarca (gennaio 1864). Naturalmente la vittoria rimase ai due forti
alleati, però con siffatte difficoltà di ordinamento politico nei due
Ducati, da provocare presto fra i vincitori più vasta guerra.
Infatti la rivoluzione germanica, dopo la prova infelice della Dieta di
Francoforte e le reazioni sanguinose di Berlino e di Vienna, spingeva la
Prussia a mutarsi in campione dell'unità contro la egemonia austriaca.
La grande tradizione di Federico II pesava sulla sua dinastia: la
Prussia doveva diventare il Piemonte della Germania con tutti gli
equivoci di una eguale politica regia peggiorata da più retrive
ripugnanze nella corte alla grande opera di un nuovo impero tedesco.
Ottone di Bismarck, forse meno destro ma più forte del conte di Cavour,
appena chiamato al governo si era accinto alla guerra contro l'Austria.
La sua alleanza con questa contro la Danimarca non era stata che un
espediente per rialzare la Prussia dalla lunga soggezione austriaca in
faccia alla Germania e dare un pubblico saggio della sua nuova forza
militare. Sciaguratamente corte e parlamento gli contrastavano con pari
ostinazione il disegno. La corte imbevuta ancora delle idee assolutiste
proclamate dalla Santa Alleanza aborriva dalla rivoluzione: il nuovo re
Guglielmo, macchiatosi di sangue nella repressione di Berlino, era
odiato dal popolo e odiava ogni libertà popolare: di rimpatto il
parlamento, proseguendo nel dottrinarismo infecondo della Dieta di
Francoforte, combatteva il governo fino a ricusargli il voto dei bilanci
per chiedergli libertà costituzionali prima che l'unità della patria
fosse conquistata.
In Prussia come in Italia i rivoluzionari sognavano d'iniziative
popolari trionfanti con metodi costituzionali, mentre invece le rivalità
federali e l'impreparazione del popolo in ambo i paesi costringevano la
rivoluzione ad organizzarsi entro una salda monarchia per trovarvi le
forze militari e politiche necessarie alla guerra contro l'Austria. Ma
se in Italia la preparazione piemontese potè svolgersi colla dittatura
parlamentare del conte di Cavour, conservando alla Camera l'apparenza
della libertà costituzionale, nella Prussia, più tenace delle proprie
tradizioni feudali, con una dinastia più reazionaria della sabauda, con
una democrazia troppo dotta d'idealismo nei borghesi e così povera di
sentimento nel popolo da non avere rappresentanti che nemmeno
lontanamente somigliassero a Garibaldi e a Mazzini, la preparazione si
addensò segreta e violenta nella duplice opera del ministro Bismarck e
del generale Roon.
Rendere inevitabile un conflitto coll'Austria sottraendo prima alla sua
influenza quanti stati minori si potesse, sconfiggere in una guerra
improvvisa con un esercito superiormente organizzato questo impero
debole e superbo della propria eterogeneità, travolgere in questa guerra
la dinastia prussiana costringendola suo malgrado ad allearsi colla
rivoluzione germanica per fondare un nuovo impero, impadronirsi delle
forze latenti della rivoluzione negandola apertamente e forzandola a
convergere per passione di patria nel governo, ecco il disegno del più
originale fra gli uomini politici di questo secolo. A volta a volta
prepotente nella volontà come Napoleone e pur serbandosi agile nella
diplomazia quanto Talleyrand; tiranneggiando simultaneamente corte,
parlamento e popolo; più inflessibile nell'orgoglio dell'idea germanica
che nella sicurezza del proprio metodo, egli potè da prima non
sospettato, poi deriso, quindi temuto, ammirato, quasi adorato dalla
propria nazione, farne la prima potenza militare d'Europa, e rovesciare
due imperi, compiere la rivoluzione italiana, dominare per vent'anni
tutte le rivoluzioni balcaniche, sempre vittorioso su tutti i campi,
senza che la sua politica dovesse mai degradarsi come l'italiana in
negazioni antipatriottiche, o mendicare indarno da stranieri alleati
rispetto ai propri diritti dopo aver subìto il loro concorso come un
protettorato e ottenuto dalle loro mani alcune provincie come una
elemosina.
Alla guerra di Danimarca, che Napoleone III e l'Inghilterra avrebbero
voluto impedire, successe la pace di Vienna (1864), colla quale il re di
Danimarca rinunziava ad ogni diritto sui Ducati di Schleswig-Holstein e
Lauenburg, e si obbligava a riconoscere quanto su questi potessero
disporre i sovrani d'Austria e di Prussia.
Quindi i conquistatori col trattato di Gastein, riserbata la sovranità
comune sui Ducati, se ne divisero l'amministrazione: quella
dell'Holstein toccò provvisoriamente all'Austria, l'altra dello
Schleswig alla Prussia. Questa convenzione, definita con disprezzo da
Bismarck una cazzuolata alle screpolature dell'edificio, doveva
procurargli anche troppo presto il motivo della grande guerra. Infatti i
due governatori dei Ducati proseguirono ad osteggiarsi apertamente
appoggiando ed oppugnando il pretendente principe di Augustenburg: il
maresciallo austriaco Gablenz nell'Holstein spingeva a dimostrazioni
popolari verso il principe per riunire sotto il governo nominale di
questo i Ducati alla confederazione; il generale prussiano Manteuffel
nello Schleswig reprimeva tali manifestazioni manovrando a trarre i
Ducati sotto il dominio esclusivo della Prussia.
Ma per combattere l'Austria, ancora in credito di grande potenza
militare, Bismarck, malgrado la temerità del proprio ingegno sentiva il
bisogno di un'alleanza. Da molti anni la sua idea politica mirava ad
isolare l'Austria: quindi, appena salito al governo, aveva dato mano
alla Russia per soffocare l'ultima rivoluzione polacca e farsela così
propizia contro l'Austria, cui lo czar non poteva perdonare il contegno
subdolo e minaccioso tenuto nella guerra d'Oriente. Poi a Biarritz aveva
saputo neutralizzare Napoleone III, facendosi credere poco meno di un
pazzo nell'esporgli francamente i propri disegni contro l'Austria.
Ma solo un'alleanza italiana, prendendo l'Austria fra due fuochi, poteva
garantire una pronta vittoria prussiana. Già sino dalla guerra
franco-sarda Bismarck, mandato ambasciatore a Pietroburgo, aveva
consigliato il proprio governo ad aiutare la liberazione dell'Italia per
prendere il posto dell'Austria in Germania: non ascoltato allora dal
ministro Schleinitz e dal re, aveva nullameno maturato la propria idea.
Al principio del 1864, per la prossima scadenza dello Zollverein, aveva
aperto pratiche col governo italiano onde stringere un trattato di
commercio, che i dissidi della confederazione e la guerra colla
Danimarca gli imposero di sospendere: quindi nel maggio del 1865 lo
riproponeva. Il governo italiano, accettandolo prontamente, vi poneva a
solo patto l'adesione di tutti gli stati componenti lo Zollverein per
trarli così al riconoscimento del regno d'Italia. Baviera e Sassonia
premute dalla Prussia aderirono; Annover e Nassau ossequienti agli
ordini di Vienna ricusarono. Pochi mesi dopo Bismarck faceva chiedere
dal ministro prussiano in Firenze al Lamarmora se, date certe
contingenze, l'Italia unirebbesi alla Prussia per fare la guerra
all'Austria.
Era la ripetizione delle prime proposte d'alleanza francese nel 1858.
Trattative ed apparecchi.
Il Lamarmora rispose con soverchia circospezione domandando più chiare
proposte: quindi alla convenzione di Gastein, frutto delle esitanze
della corte berlinese, che obbligò Bismarck a sospendere qualunque
trattativa d'alleanza, rimase come acciecato dal bagliore di così grande
speranza. Infatti, con inescusabile cecità non solo tentò la corte di
Vienna per un componimento amichevole della questione veneta attirandosi
dalla cancelleria il più sprezzante diniego, ma con tristissimo
espediente finanziario consentì, per riguardi di bilancio, a ritardare
la leva dell'anno e a vendere un grosso numero di cavalli, indebolendo
il già debole esercito.
Da Parigi l'ambasciatore Nigra con non maggiore intelletto della
situazione europea mandava a Firenze consigli di disarmo e di rinuncia
ad ogni prossima soluzione del problema veneto.
Giammai la politica italiana si era mostrata più inane. Ma il disegno di
Bismarck stava per trionfare anche di lui stesso costringendolo, benchè
nemico della rivoluzione, a proporre nella Confederazione un parlamento
nazionale a base di suffragio universale e diretto. Idea germanica e
idea nazionale vi si fondevano così nella più irresistibile unità:
l'Austria veniva respinta dalla Confederazione; la Prussia, vindice del
diritto moderno, assurgeva campione della Germania.
La proposta di questo parlamento nazionale, equivalente ad una
dichiarazione di guerra, era la prima conseguenza dell'alleanza
italo-prussiana, che Bismarck aveva potuto finalmente persuadere ai due
governi. In essa però l'Italia con scarsa dignità aveva dichiarato di
non impegnarsi per oltre tre mesi e, come condizione essenziale, di non
intimare guerra all'Austria se non quando la Prussia avesse già aperte
le ostilità. Tale eccessiva circospezione rendeva naturalmente l'Italia
satellite della Prussia. Infatti le umiliazioni le fioccarono sopra
anche prima che la guerra fosse cominciata.
La diplomazia europea, spaventata dalle conseguenze del vasto conflitto,
tentò coi soliti espedienti di impedirlo: una prima proposta di disarmo
cui Bismarck dovette cedere per riguardo della propria corte ancora
repugnante alla guerra, scoperse l'Italia, giacchè l'Austria ormai
sicura al nord mandò giù nel Veneto un grosso corpo di soldatesche. Da
Londra lord Clarendon, persuaso che l'Austria fosse necessaria
all'equilibrio della politica europea, accusava il gabinetto italiano di
provocazioni; a Parigi il ministro degli esteri, spingendo
l'improntitudine oltre tutti i confini dell'ingiuria, mallevava al
legato austriaco Metternich che l'Italia non avrebbe mai assalito per la
prima; da Berlino Bismarck per comando del proprio re, disdiceva
l'obbligo di soccorrere l'Italia anche se aggredita dall'Austria.
A queste oltraggiose ingiustizie il ministro Lamarmora rispondeva colla
più donchisciottesca cavalleria, giacchè l'Austria, fatta persuasa indi
a poco della inevitabilità di una guerra colla Prussia, per meglio
vincere la partita, offriva d'accordo con Napoleone III la cessione
spontanea del Veneto; e il gabinetto di Firenze ricusava. Dopo il
tradimento di Bismarck parve al Lamarmora nobile politica rifiutare la
Venezia dalle mani dell'Austria per arrischiare una guerra, che non
poteva giovare se non all'infedele alleato; mentre diritto nazionale ed
internazionale avrebbero permesso all'Italia di ritirarsi da un'alleanza
già disonestamente disdetta.
La grande tradizione di Cavour non assisteva più la politica italiana
ridotta ad un'alternativa di servilità troppo basse e di preziosità
cavalleresche troppo retoriche.
I maneggi diplomatici non s'arrestarono a questa guasconata d'onore: un
congresso fu indetto a Parigi per comporre la vertenza (27 maggio 1866);
l'Italia vi acconsentì, dichiarando di sperare dal congresso la
retrocessione della Venezia; la Prussia vi aderì senza riserve; la Dieta
germanica invece ricusava di sottomettere tali questioni della propria
politica interna ad alcun arbitrato; l'Austria domandava, insistendo per
l'invito della corte di Roma al congresso, che nessuna potenza vi
potesse chiedere aumenti di territori, e si fosse stabilito il trattato
di Zurigo per punto di partenza alle nuove trattative.
Naturalmente il congresso fallì.
Quindi (7 giugno 1866) il generale prussiano Manteuffel passava l'Eider
invadendo l'Holstein.
In Italia gli apparecchi furono spinti alacremente: si consentì un
prestito forzoso di 50 milioni all'interno e un mutuo di 250 milioni
colla banca nazionale all'1½% con cedole al corso forzoso: espediente,
che, reso più triste dai disastri militari, doveva far discendere il
consolidato italiano verso il 40%, e rimanere lunghi anni come balzello
esiziale su tutte le produzioni e i commerci nazionali. Con insano
terrore di nuova reazione borbonica si permise al governo di mandare a
domicilio coatto per semplici indizi quanti individui fossero sospetti
di ostilità al nuovo ordine di cose: la facoltà durava al governo tre
mesi, e la relegazione ai sospettati un anno. Con decreto reale si
autorizzò la formazione di dieci reggimenti di volontari con Garibaldi a
duce supremo, si mobilitarono le milizie nazionali, si apprestò in poche
settimane un esercito di 300 mila uomini. Commessa la luogotenenza del
regno al principe di Carignano, e partito il generale Lamarmora pel
campo, il ministero dovette rimpastarsi: n'ebbero la presidenza il
Ricasoli, il Visconti-Venosta gli esteri, il Depretis avvocato la
marina.
Il parlamento, largheggiando colla corona, accordò al governo ogni
straordinario potere durante la guerra: esigere nuove imposte, anche se
votate da un ramo solo del parlamento; promulgare la legge per la
soppressione delle corporazioni religiose e il riordinamento dell'asse
ecclesiastico, quantunque non discusso nel senato, che non lo avrebbe
forse approvato; provvedere per decreto reale alle grandi opere
pubbliche specialmente ferroviarie. Così malgrado la guerra e la crisi
economica, si poterono compiere il breve tempo e senza maggior onere
dell'erario, congiungendo con l'Italia centrale le provincie venete, le
linee da Ferrara a Rovigo, da Firenze a Napoli per Roma, da Messina a
Catania, da Pavia per Cremona a Brescia.
Era quasi una dedizione parlamentare giustificata dall'entusiasmo del
momento e dalla coscienza di una necessaria dittatura.